L’esposizione a farmaci come semaglutide e tirzepatide non mostra un aumento evidente di malformazioni congenite, aborto spontaneo, parto pretermine o disturbi ipertensivi rispetto alle gravidanze non esposte. È quanto emerge da una meta-analisi su oltre 2,1 milioni di gravidanze, guidata da Francesco D’Antonio dell’Università “Gabriele d’Annunzio” di Chieti-Pescara e da Asma Khalil della City St George’s, University of London, e pubblicata sulla rivista “Med”. Nonostante i risultati, resta l’indicazione a sospendere questi farmaci in gravidanza.
Gli agonisti del recettore GLP-1, tra cui semaglutide e tirzepatide, nati per il trattamento del diabete, sono utilizzati anche contro l’obesità e nella prevenzione cardiovascolare, oltre che nell’ambito delle malattie renali ed epatiche. La loro crescente diffusione tra le donne in età fertile aumenta la possibilità di un’esposizione accidentale nelle prime settimane di gravidanza, prima che la donna sappia di essere incinta.
La meta-analisi, indicata come la più ampia condotta finora sul tema, ha preso in esame dieci studi osservazionali per complessive 2.118.215 gravidanze. Di queste, 8.325 riguardavano donne esposte ai farmaci nei sei mesi precedenti un test di gravidanza positivo.
D’Antonio sottolinea che i risultati sono ancora parziali, ma non evidenziano un aumento dei rischi nelle donne che hanno assunto questi farmaci nelle prime settimane senza sapere di essere incinte. L’indicazione è di parlarne subito con il proprio medico.
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