La Corte di Cassazione ha confermato la condanna del Ministero della Salute al risarcimento dei figli di una donna di Avezzano morta nel 2009 dopo aver contratto un’epatopatia cronica Hcv correlata in seguito a una trasfusione di sangue infetto eseguita l’11 gennaio 1966 all’ospedale di Avezzano.
Con l’ordinanza n. 17509/2026, la terza sezione civile ha chiuso il contenzioso riconoscendo ai due figli della donna un risarcimento complessivo di 950 mila euro. La paziente era stata sottoposta a un’emotrasfusione d’urgenza durante un parto prematuro. Da una delle sacche avrebbe contratto la patologia, poi evoluta negli anni in cirrosi epatica e insufficienza terminale.
La vicenda giudiziaria ha riguardato la responsabilità del Ministero per omessa vigilanza sulla sicurezza del sangue e delle pratiche terapeutiche. Il danno biologico permanente subito in vita dalla donna era stato negato in primo grado dal Tribunale dell’Aquila nel 2021 e successivamente riconosciuto dalla Corte d’Appello nel 2024.
Il Ministero aveva presentato ricorso in Cassazione sostenendo che, trattandosi di una malattia progressiva, non vi fosse stata una stabilizzazione dei postumi invalidanti tale da consentire la quantificazione del danno. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, confermando la responsabilità del Ministero anche per eventi precedenti all’introduzione del cosiddetto piano sangue.
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