La Corte d’Appello dell’Aquila ha condannato in solido il Ministero della Giustizia e la Asl 2 Lanciano-Vasto-Chieti al risarcimento di circa 600mila euro ai familiari di un 37enne aquilano morto suicida nella casa circondariale di Chieti il 23 aprile 2018. I giudici hanno accolto il ricorso presentato dagli avvocati Silvia Catalucci e Maria Teresa Di Rocco, ribaltando la precedente sentenza del Tribunale che aveva escluso responsabilità. Lo riporta l’edizione Abruzzo del quotidiano Il Messaggero in edicola.
Nelle motivazioni, la Corte evidenzia che il detenuto, affetto da tossicodipendenza e seguito da anni dal Sert per problematiche psichiatriche, presentava una situazione di particolare fragilità che richiedeva un livello di tutela e sorveglianza più elevato. I magistrati hanno attribuito una responsabilità paritaria tra amministrazione penitenziaria e sanitaria. Alla Asl viene contestata la mancata valutazione del rischio suicidario e l’assenza di interventi di supporto psicologico o di attivazione del Dipartimento di Salute Mentale per un eventuale trasferimento in una struttura adeguata.
Per quanto riguarda l’amministrazione penitenziaria, la sentenza richiama carenze nella vigilanza. Il 37enne utilizzò una cintura in cordura per impiccarsi alle inferriate del bagno della cella. Secondo la Corte, quell’oggetto avrebbe dovuto essere rimosso, considerata la vulnerabilità del detenuto. Inoltre, dall’autopsia emerse un’escoriazione sul polso sinistro riconducibile a un precedente gesto autolesivo che, secondo i giudici, non sarebbe stato rilevato né dal personale sanitario né dagli agenti di custodia.
Notizie d'Abruzzo le notizie della tua regione