Comuni montani, intesa in Conferenza Unificata: dal 2026 nuova classificazione. In Abruzzo scendono a 200

Nuovi criteri per definire i Comuni montani e una platea ridotta rispetto al passato. È l’effetto dell’accordo sancito il 5 febbraio in sede di Conferenza Unificata, l’organo di raccordo tra Stato, Regioni e autonomie locali, che dà attuazione alla legge 131/2025 sulla montagna.

La riforma supera definitivamente l’impianto normativo del 1952 e ridefinisce l’accesso alle politiche e ai finanziamenti dedicati ai territori montani.

La legge 131/2025 rappresenta il primo intervento organico di riordino delle politiche per la montagna dopo decenni di interventi frammentari. È una legge quadro che:

ridefinisce i criteri di classificazione;

disciplina la governance tra Stato e Regioni;

istituisce strumenti finanziari stabili;

delega il Governo ad adottare decreti su fiscalità di vantaggio, servizi essenziali, contrasto allo spopolamento e infrastrutture.

L’obiettivo è superare la classificazione prevista dalla legge 991/1952, che aveva introdotto il cosiddetto “grado di montanità”, un criterio misto territoriale ed economico. In base a quel sistema risultavano montani 3.450 comuni su circa ottomila (43% del totale nazionale), per una superficie complessiva di oltre 147 mila chilometri quadrati.

Accanto alla classificazione normativa, l’Istat utilizza una suddivisione altimetrica con finalità statistiche (montagna, collina e pianura), che tuttavia non produce effetti diretti sull’accesso ai fondi.

La nuova disciplina si inserisce nel solco dell’articolo 44 della Costituzione, che prevede interventi speciali a favore delle zone montane.

Il decreto attuativo introduce criteri morfologici oggettivi:

almeno il 25% della superficie comunale sopra i 600 metri;

almeno il 30% del territorio con pendenza superiore al 20%;

altimetria media oltre i 500 metri.

Con l’applicazione dei nuovi parametri, i comuni classificati come montani scendono a 2.844 (36% del totale nazionale).

Il ministro per gli Affari regionali Roberto Calderoli ha parlato di «un punto di equilibrio condiviso dopo settimane di confronto con Regioni ed enti locali», sottolineando la necessità di «concentrare le risorse sui territori con effettivi svantaggi strutturali».

In Abruzzo i comuni montani passano da 227 a 200 su 305 complessivi.

L’assessore regionale agli Enti locali Roberto Santangelo ha definito l’intesa «una mediazione importante», evidenziando che la prima proposta avrebbe ridotto il numero a 177. «La Regione – ha aggiunto – continuerà a utilizzare il Fondo per lo sviluppo delle montagne italiane tenendo conto delle specificità territoriali».

Il Fondo per lo sviluppo delle montagne italiane (FOSMIT) è il principale strumento finanziario nazionale dedicato alle politiche per la montagna. Finanzia servizi essenziali, infrastrutture, interventi contro lo spopolamento, sostegno alle imprese e misure per la coesione territoriale.

La classificazione come “comune montano” incide direttamente sull’accesso prioritario alle risorse.

L’accordo prevede un regime transitorio per il 2025, durante il quale le Regioni potranno considerare anche l’elenco storico del 1952 nella distribuzione dei fondi, attenuando l’impatto immediato delle esclusioni.

Non mancano rilievi critici.

Secondo l’UNCEM, l’Unione nazionale dei Comuni, Comunità ed Enti montani, organismo di rappresentanza istituzionale delle amministrazioni montane italiane, i criteri dovrebbero integrare indicatori socio-economici e parametri di accessibilità ai servizi, perché «non si possono applicare criteri identici a realtà alpine e appenniniche profondamente diverse».

L’ASMEL associazione che riunisce enti locali su scala nazionale, con funzioni di supporto amministrativo, formazione e assistenza tecnica, ha evidenziato che il declassamento potrebbe incidere su deroghe normative, incentivi alle assunzioni e benefici fiscali.

Per ALI Abruzzo ,la sezione regionale di Autonomie Locali Italiane (ALI), associazione nazionale che rappresenta enti locali di area progressista e amministratori territoriali. le modifiche introdotte «non sono un atto di generosità del Governo, ma il risultato della mobilitazione dei Comuni». Il presidente Angelo Radica ha avvertito che «permangono esclusioni difficili da spiegare e il rischio di nuove diseguaglianze».

La riclassificazione non è soltanto una revisione cartografica. Incide sulla distribuzione delle risorse pubbliche, sulla programmazione regionale e sulla tenuta dei servizi essenziali in territori che coprono oltre il 40% della superficie nazionale.

La fase attuativa della legge 131/2025 sarà decisiva per verificare se la riforma riuscirà a coniugare rigore tecnico e coesione territoriale. La partita della montagna italiana resta aperta, sul piano finanziario e su quello politico.

Di Redazione Notizie D'Abruzzo

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