L’Osservatorio

Confesercenti, mete preferite per Pasqua mare e citta’ d’arte

Durante l'ormai prossimo weekend lungo pasquale il 18% degli italiani si concedera' una piccola vacanza: il 14% nel nostro Paese, mentre si rechera' all'estero in un paese europeo un altro 2% di italiani. Infine, un altro 2% scegliera' come meta del viaggio sempre l'estero ma in un altro continente. Non mancheranno nemmeno le tradizionali gite fuori porta nella sola giornata di Pasquetta, progettate dal 19% degli italiani. Il restante 63% trascorrera' la Pasqua in compagnia di amici e famiglia senza sfruttare, pero', l'appuntamento delle festivita' per una vacanza. Emerge dal consueto sondaggio sui consumi e le vacanze di Pasqua di Confesercenti in collaborazione con Swg.

Tra coloro che hanno scelto di partire per le prossime ferie pasquali, il 35% prediligera' un soggiorno tra 3 e 4 notti, mentre un altro 25% pernottera' tra 5 e 6 notti e infine un 10% soggiornera' piu' di 6 notti. Per il restante 30% la vacanza sara', invece, piu' breve. Il 40% dei viaggiatori spendera' meno di 250 euro. Per un altro 26% il budget disponibile sara' tra i 250 ed i 500 euro mentre un'altra fetta, il 23%, afferma di spendere tra i 500 ed i 750 euro. Un buon 11% che dichiara di destinare alla vacanza una spesa superiore ai 750 euro. Per quanto riguarda i consumi alimentari, la spesa media si aggira intorno ai 76 euro a famiglia, in lieve recupero sui 68 euro dello scorso anno. Tra chi fara' una vacanza in Italia, i laghi, le localita' marine e le citta' d'arte si confermano mete apprezzate soprattutto dai mercati esteri; gli italiani, invece, si sono orientati in particolar modo verso le aree del balneare, con una spiccata preferenza per le localita' marine del Mezzogiorno.

La crescita della domanda e' comunque attesa in tutta Italia (+1,2%), e ovunque la spinta proviene piu' che altro dai turisti stranieri. I risultati migliori riguardano il Nord Est (+1,9%) e le regioni del Sud Italia e delle Isole (+1,6%), a differenza delle aree del Centro e del Nord Ovest dove si stimano incrementi al di sotto dell'1%. In particolare e' stimato un aumento dei turisti provenienti dai Paesi dell'Est e dalla Russia. I mercati europei dai quali ci si attende una risposta positiva sono quello tedesco, svizzero, austriaco, olandese, belga e francese. Un trend di stabilita' o di leggero calo e' atteso invece per le provenienze dalla Gran Bretagna, Usa, Giappone, Canada, Brasile, India e Cina.

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In calo i farmaci omeopatici

Primo grande calo nel consumo di prodotti omeopatici, con quasi il 5% in meno di fatturato e oltre il 7% in meno di confezioni vendute In Italia. I nuovi dati diffusi in occasione della Giornata dell'Omeopatia, che si tiene il 10 aprile in tutto il mondo, tratteggiano il 2016 come l'anno "nero" del settore. Una crisi non dovuta al distacco da parte degli italiani, denunciano le imprese, ma dal peso della burocrazia. Sono 8 milioni gli italiani che usano l'omeopatia almeno una volta all'anno. Ci curano soprattutto riniti, raffreddori, influenze (63,6%), dolori articolari o muscolari (30,4%), allergie e problemi respiratori (21,8%). Secondo un'indagine Emg-Acqua condotta nel 2016, oltre la meta' degli utilizzatori ha un'istruzione superiore e ha iniziato su consiglio del farmacista (22,6%), di parenti e amici (21,7%), del medico generico (15,3%), dello specialista (14,1%). Tra chi vi ricorre anche molti genitori, visto che quasi un pediatra su tre li ha prescritti almeno una volta. Tuttavia, dopo anni di segno positivo per il settore, i dati del 2016 segnano per la prima volta un calo del 7,4% dei prodotti venduti e un calo del 4,8% del fatturato, passato dai 300 milioni annui del 2015 ai 285 del 2016. "Sono stati bruciati 15 milioni di euro rispetto al 2015. Senza un dialogo con il governo si prospettano perdite fino a 70milioni e migliaia di posti di lavoro a rischio", e' l'appello del presidente di Omeoimprese, Giovanni Gorga. Sono queste, spiega l'associazione che riunisce le imprese italiane produttrici di medicinali omeopatici, le conseguenze della scadenza del termine ultimo, previsto per il 30 giugno 2017, per la consegna all'Agenzia del Farmaco (Aifa) delle domande di rinnovo dell'AIC relative ai prodotti in commercio. Se oggi sono circa 13.000 i medicinali omeopatici sul mercato, a seguito dei dossier di registrazione richiesti da Aifa "ne resteranno non piu' di 5.000-6.000". Il motivo e' presto detto. "Le aziende - spiega Gorga - hanno cominciato a ritirare i prodotti per i quali non intendono rinnovare le autorizzazioni, una procedura onerosa e complicata", che richiede piu' tempo del previsto. Quello evidenziato dal fatturato dello scorso anno e' quindi "un calo fisiologico, legato ad una selezione dei prodotti". Omeoimprese si batte quindi per ottenere dal Ministero della Salute una proroga alla scadenza del prossimo 30 giugno.

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Studio Unioncamere, boom degli ambulanti stranieri

Boom di ambulanti stranieri in Italia, +30% in quattro anni. E' Napoli la capitale delle bancarelle. Ma mentre i mercatini spopolano i negozi tradizionali perdono terreno E' quanto emerge dalla fotografia scattata da Unioncamere-InfoCamere sui dati del Registro delle Imprese, secondo cui tra il 2012 e il 2016 la crescita dell'imprenditoria straniera (+ 24 mila imprese) è stata determinante per il bilancio del commercio ambulante che si è chiuso con un saldo positivo di 15.000 unità (+8,3%), portando a quasi 195mila il numero complessivo delle imprese del settore. Positivo, ma meno significativo in termini assoluti, il contributo delle imprese di giovani under 35. I giovani in più, sbarcati nei mercatini negli ultimi quattro anni, sono stati circa 1.800 (+5,3% la crescita della componente under 35 nel periodo), mentre sostanzialmente fermo è risultato il bilancio delle imprenditrici (+0,2% nei cinque anni). Allo slancio degli ambulanti ha fatto da sfondo una riduzione, per quanto lieve, delle attività commerciali svolte nei tradizionali negozi. Complice la prolungata crisi e, più in particolare, il ristagno dei consumi, le attività commerciali al dettaglio con sede fissa sono calate tra il 2012 e il 2016 di circa 3mila unità (pari allo 0,3% in meno nel periodo). Non è un caso, infatti, che le attività ambulanti abbiano registrato variazioni percentuali più importanti al Sud. A Napoli, Reggio Calabria, Pescara e Catanzaro per il commercio itinerante si contano aumenti superiori al 20% nell'arco dell'intero periodo considerato. Tuttavia anche in due grandi province del nord e del centro come Milano e Roma, la variazione di attività ambulanti nel quadriennio è molto elevata, rispettivamente +34% e +22%.

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Istat,vendite alimentari febbraio -1,2%

A febbraio segnano il passo le vendite al dettaglio dei prodotti alimentari: sia in valore e sia in volume. Lo comunica l'Istat. Su base mensile la contrazione in valore è pari a -1,1%, su base annuale -1,2%, in quest'ultimo caso si tratta del maggiore calo degli ultimi 9 mesi. Un dato peggiore a maggio 2016 con una retromarcia dell'1,7%. In volume, le vendite di beni alimentari accusano flessioni pari a -2% su base mensile e -4,8% su base annuale. Le vendite di beni non alimentari restano sostanzialmente stabili su base mensile con un aumento dello 0,1% in valore e una variazione nulla in volume, ma in flessione dello 0,9% su base annuale sia in valore sia in volume. Rispetto a febbraio 2016 la grande distribuzione e le piccole superfici mostrano andamenti simili, con flessioni, rispettivamente, dell'1,0% e dell'1,1%. 

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La corruzione, nell’ultimo anno, ha coinvolto il 25,7% delle aziende sanitarie

La corruzione, nell'ultimo anno, ha coinvolto il 25,7% delle aziende sanitarie: 1 azienda su 4 ha registrato almeno un episodio di corruzione. E' quanto emerge dall'indagine condotta dal CENSIS sulla percezione dei Responsabili della prevenzione della corruzione di 136 strutture sanitarie nell'ambito del progetto 'Curiamo la corruzione', coordinato da Transparency International Italia, in partnership con CENSIS, Ispe Sanità e Rissc. La distribuzione però non è la stessa su tutto il territorio: la maglia nera va al Sud, dove le strutture in cui risulta almeno un episodio di corruzione sono il 37,3% del totale. Mentre gli ambiti più a rischio sono quello degli acquisti e delle forniture, le liste d'attesa e le assunzioni del personale. La ricerca, presentato al Tempio di Adriano a Roma, nel corso della seconda Giornata nazionale contro la corruzione in sanità, rileva che nel sistema sanitario restano ancora forti differenze tra Regioni e aree territoriali, sia nella qualità che nella quantità degli strumenti attivati. Le strutture sanitarie che hanno partecipato all'indagine sono state classificate in 4 gruppi, secondo un indice che valuta la percezione del rischio di corruzione: 24 strutture, pari al 17,6%, di cui 16 del Nord, si classificano nella fascia di rischio basso. Sono invece 20 le strutture sanitarie, cioè il 14,7%, che presentano una percezione di rischio alto, e tra queste 9 si trovano al Sud.

L'analisi dei Piani anticorruzione di tutte le aziende sanitarie condotta da Rissc rivela, inoltre, che il 51,7% di tutte le aziende sanitarie non ha adottato dei Piani anticorruzione adeguati. Le Regioni con la qualità media dei Piani più bassa sono la Calabria e la Puglia. La notizia positiva, rileva l'indagine, è che il sistema si sta muovendo: il 96,3% delle aziende sanitarie ha già reso disponibili sistemi di raccolta delle segnalazioni di corruzione (whistleblowing) e il 44,4% lo ha fatto utilizzando piattaforme informatiche. Inoltre, il 79,4% delle strutture ha adottato i Patti di integrità, da sottoscrivere con le aziende che partecipano agli appalti e il 90,4% ha intrapreso percorsi di formazione rivolti al personale sui temi dell'etica e della legalità. Sono proprio la formazione e la sensibilizzazione dei dipendenti a essere ritenute le misure più efficaci per contrastare la corruzione dal 51,9% dei responsabili della prevenzione, più dell'aumento dei controlli sulle spese (45,0%) e sulle procedure di appalto (37,4%): solo nelle Regioni del Sud i responsabili della prevenzione mettono al primo posto i controlli sulle spese

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Vinitaly, i primi dati 2017 nella Gdo

Parte bene il 2017 per il mercato del vino nella Grande distribuzione con un aumento delle vendite del 4,9% dei vini a denominazione d'origine (Docg, Doc, Igt in bottiglia da 0,75lt) e del 2,3% del totale del vino confezionato (primo bimestre, a volume, rispetto allo stesso periodo dell'anno precedente). Lo riferisce la ricerca dell'IRI commissionata da Vinitaly che sara' presentata al pubblico il 10 aprile nel corso della fiera veronese. I primi dati del 2017 confermano dunque il trend del 2016 che vedeva una robusta crescita dei vini a denominazione e degli spumanti, rispettivamente del 2,7% e del 7% e fanno sperare in un anno molto positivo. "Gia' il 2016 ha confermato il trend di crescita delle vendite dei vini spumanti e dei vini doc e docg di piu' alta fascia qualitativa - ha sottolineato Simone Pambianco, Product Manager Prodotti a marchio della catena distributiva Despar - Bene anche i vini a marchio del distributore: i nostri hanno registrato una crescita a valore del 10,5% per vini doc e docg e dell'8,6% per gli spumanti".

Despar e' protagonista a Vinitaly 2017, insieme alle catene distributive Conad, Carrefour, Iper La Grande I, Vege', EcorNaturaSi, Agora', Italy Discount, S&C, partecipando all'evento "Gdo Buyers' Club" (10 e 11 aprile), dove i buyer vino della Grande distribuzione incontrano le cantine espositrici. Alcuni di questi buyer hanno espresso la loro valutazione sul mercato del vino.

In Conad aumentano le vendite di vini di qualita', ma anche i prezzi medi a scaffale, come ha dichiarato il Buyer vino Valerio Frascaroli: "Il 2016 si chiude per noi con un incoraggiante +2,8% a volume dell'intero comparto del vino confezionato. La crescita e' trainata dai vini a denominazione d'origine e dagli spumanti. Bene anche il formato "mono consumo" ottimo per famiglie monocomponenti o per chi lavora fuori sede. I bianchi crescono piu' dei rossi, ma anche i rosati nel loro piccolo vanno benissimo"

I consumatori sembrano essere sempre piu' esigenti, attratti anche dalla comunicazione a scaffale, come ha precisato Luca Bacciocchi, Category Manager Vini, Spumanti, Champagne di Carrefour: "Il consumatore ha dimostrato una curiosita' e una propensione all'acquisto maggiori verso il mercato del vino, con focus particolare alla qualita' medio-alta. La comunicazione si e' rivelata fondamentale per catturare un cliente sempre piu' attento e disposto a spendere. Pertanto si potrebbe lavorare in modo incrementale su cartigli, retro etichette, slim a scaffale ed altro".

La Grande distribuzione deve puntare sempre piu' sui vini di qualita', come ha riferito Roberto Romani, Buyer Beverage di Iper la Grande I (Gruppo Finiper): "La tendenza e' quella di una forte crescita nella fascia Premium e grazie ad essa sara' anche possibile diminuire gradualmente la pressione promozionale in tutti i comparti vino. Abbiamo un buon rapporto con le cantine e confidiamo di poter collaborare direttamente, senza la mediazione di concessionari o grossisti, anche con cantine 'premium' che fino ad oggi hanno preferito servire il canale horeca".

Soddisfazione espressa anche dalla catena EcorNaturaSi che opera in un mercato salutistico, come ha osservato Michele Bonato, Buyer divisione vini e freschi: "Il 2016 e' stato un buon anno con un incremento dei volumi di vendita del 12%. La miglior performance e' quella del Prosecco ma aumentano anche vini senza solfiti aggiunti e con certificazione vegana. E' importante la comunicazione a scaffale: abbiamo utilizzato dei cartellini per ogni referenza con tutte le informazioni utili"

Il mercato del vino e' positivo anche nel particolare comparto dei Discount, come ha commentato Giovanni Filippini, della Direzione Acquisti di Italydiscount: "Abbiamo venduto nel 2016 sei milioni di bottiglie nei nostri 340 punti di vendita, utilizzando brand di fantasia. Nella linea delle bottiglie da 750cc in vetro abbiamo 54 etichette che non sono di nostra proprieta', ma frutto di un accordo con singoli fornitori selezionati".

Alla crescita della bottiglia da 0,75 lt corrisponde un calo degli altri formati, come confermato da Adelio Bellagente, Responsabile Acquisti Vino e Olio di S&C Consorzio Distribuzione Italia: "Sono in difficolta' le vendite del formato da un litro e mezzo e del formato brik mentre i vini locali sono seguiti con sempre maggiore attenzione dai consumatori. Nel 2017 inseriremo nell'assortimento vini locali di maggiore qualita', aumentando in tal modo il valore dello scaffale e, di conseguenza, del prezzo di vendita"

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Corepla e Legambiente, riciclo plastica è eccellenza italiana

L'economia circolare conviene, fa bene all'ambiente, allo sviluppo dell'occupazione, alla crescita dell'innovazione e alle tasche dei cittadini. Questo il messaggio confermato da Legambiente e Corepla che hanno presentato numeri e storie di successo di riciclo della plastica. Una buona raccolta differenziata, il corretto riciclo, una puntuale sensibilizzazione, sono inoltre elementi fondamentali per affrontare anche il marine litter, per individuarne le cause e trovarne le soluzioni. Le nuove frontiere dell'economia circolare, innovative case histories imprenditoriali nel campo del riciclo della plastica, istituti di ricerca e università, cittadini e istituzioni, dunque oggi a confronto a Roma nel corso del convegno organizzato da Legambiente e Corepla, 'L'economia circolare conviene. L'industria del riciclo della plastica come vantaggio competitivo in Italia e in Europa'. L'incontro, aperto dal presidente di Corepla Antonello Ciotti e dal direttore generale di Legambiente Stefano Ciafani, ha visto la partecipazione di esperti del settore come Michel Loubry (responsabile Marine litter PlasticsEurope), Loris Pietrelli (ricercatore Enea), Giorgio Zampetti (responsabile scientifico Legambiente) e Fabio Fava (Università di Bologna - Strategic Board Bluemed), di rappresentanti di innovative aziende di riciclo, come Palmino Di Giacinto (amministratore unico CIER), Emanuele Rappa (amministratore delegato Revet) e Michele Rasera (direttore generale Contarina). Alla tavola rotonda sulla leadership italiana nel nuovo scenario europeo definito dal pacchetto sull'economia circolare hanno partecipato il Ministro dell'Ambiente e della tutela del territorio e del mare Gian Luca Galletti, il presidente della Commissione Ambiente, territorio e lavori pubblici della Camera Ermete Realacci, il vicepresidente di Anci e sindaco di Parma Federico Pizzarotti, il presidente Conai Roberto De Santis, il presidente Unionplast Giorgio Quagliuolo, il presidente della Fondazione per lo sviluppo sostenibile Edo Ronchi e la presidente nazionale di Legambiente Rossella Muroni.

Un ciclo continuo di sviluppi positivi che ottimizzano l'uso di risorse finite e i flussi rinnovabili, a qualsiasi latitudine. È l'economia circolare, la cui evoluzione più recente vede nel riciclo della plastica la creazione di valore condiviso che comporta positive ricadute industriali, economiche e occupazionali. Driver di competitività per il settore e per l'industria italiana, per la ricerca e innovazione sui nuovi materiali, il riciclo della plastica è un importante contributo al risparmio energetico, alla creazione innovativa di nuova materia prima, alla tutela del territorio. Vantaggi per la collettività che si traducono, in dieci anni (ricerca Althesys 2014), in oltre 7 milioni di tonnellate di CO2 in meno nell'aria, in 3,3 milioni di tonnellate di imballaggi recuperati, una sensibile riduzione del ricorso alla discarica (nel 2015 lo 0,8%), 668 milioni di euro di fatturato derivante da vendita di materia prima recuperata, e infine un indotto industriale stimato in 3 miliardi di euro. Secondo il Final Report 'Marine litter study to support the establishment of an initial quantitative headline' di Arcadis, commissionato da European Commission - DG Environment. (2013), l'economia circolare e lo sviluppo della filiera di riciclo sono fondamentali anche per combattere il fenomeno del marine litter. Con l'adozione degli obiettivi Ue, l'aumento del riciclo dei rifiuti e del packaging, la riduzione e l'eliminazione delle discariche infatti, si avrebbe la massima riduzione del marine litter (-35%) e una sostanziosa riduzione dei costi, che potrebbe arrivare a 168 milioni di euro all'anno. Nello specifico, se si aumentasse nei Comuni la raccolta e dunque il riciclo dei rifiuti, ci sarebbe anche una riduzione di quelli marini del 7,4% e una riduzione dei costi di 35 milioni di euro. Secondo il monitoraggio di Goletta Verde, nei mari italiani buona parte dei rifiuti galleggianti (gli altri vanno a fondo) è costituito da plastiche abbandonate in mare. Tra le cause principali del problema, la cattiva gestione dei rifiuti urbani da parte dei Comuni, a cui si aggiungono l'abbandono consapevole da parte dei cittadini e le attività produttive, tra le quali la pesca risulta essere responsabile del 46% dei rifiuti monitorati.

E anche il 2016 ha il segno + per la raccolta differenziata degli imballaggi in plastica. Sono 960.000 le tonnellate raccolte nel 2016 (+6,9% rispetto al 2015) e 550 mila le tonnellate di imballaggi in plastica riciclate da Corepla. Il Veneto si conferma regione capofila con quasi 25 kg di imballaggi in plastica raccolti per abitante all'anno, seguito dalle ottime prestazioni di Sardegna (20,8 kg/ab/anno), Marche (19,7) e Valle d'Aosta (19,5). L'Emilia Romagna (18 kg come il Piemonte) si conferma prima regione del Nord Est, seguita nella classifica generale, dalla Campania (17,7) e dalla Lombardia (17,6). Buone performance anche per la Toscana (17,4), il Friuli Venezia Giulia (17,1) e il Trentino Alto Adige (16,7), seguite dalle regioni del centro sud: Umbria (15,6), Abruzzo (15,1) e Lazio (13,1). La raccolta in Liguria si attesta sui 12,7 kg a persona, poco più della Puglia (11,2) e della Calabria (9,7), seguite dalla Basilicata (7,9), dal Molise (6,8) e dalla Sicilia che rimane ancora fanalino di coda con 4,8 kg di materiale recuperato. In media, sono 15,8 i chilogrammi di imballaggi recuperati per abitante all'anno in Italia. La nuova materia prima derivata dal riciclo degli imballaggi in plastica rappresenta un nuovo e potente fattore di competitività, oltre che un vantaggio in termini di risparmio energetico e di beneficio per l'ambiente, come conferma il Pacchetto sull'economia circolare attualmente in fase di discussione a livello europeo che prevede una serie di misure per facilitare la trasformazione dell'economia europea in senso circolare, che potrebbero portare alla creazione di 867mila posti di lavoro in più, di cui 190mila solo in Italia, entro il 2030.

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Istat, cala la disoccupazione ma meno italiani cercano lavoro

A febbraio cala la disoccupazione, soprattutto tra i giovani, ma aumenta il numero di coloro che non cercano più un lavoro. L'occupazione resta ferma sui livelli degli ultimi quattro mesi e cresce solo tra gli over 50 per effetto dell'aumento dell'età pensionabile. Sale il numero di lavoratori a termine, mentre calano i lavoratori a tempo indeterminato e restano stabili gli indipendenti. E' la fotografia del mercato del lavoro scattata dall'Istat. Soddisfatto il premier Paolo Gentiloni che ha affidato ad un tweet il suo commento: "cala la disoccupazione, anche tra i giovani. L'impegno per le riforme ottiene risultati. E continua". Secondo i dati provvisori diffusi dall'Istituto il tasso di disoccupazione è sceso, a febbraio, all'11,5% (-0,3 punti percentuali) riportandosi così sui livelli di agosto 2016. Per i giovani il calo è stato decisamente più forte: il tasso di disoccupazione è diminuito di 1,7 punti, al 35,2%, toccando il minimo dall'agosto del 2012 quando era al 34,8%. Guardando nel dettaglio i dati si scopre, però, che in un mese si è registrato un calo di 41mila disoccupati giovani a fronte di un aumento di 38mila inattivi e di un'occupazione sostanzialmente stabile. Complessivamente il numero degli inattivi, di coloro cioè che non risultano nè occupati nè in cerca di lavoro, è in crescita, rispetto a gennaio, dello 0,4%, pari a +51 mila unità.

Sul fronte dell'occupazione la situazione rimane stabile. Cresce il numero di donne occupate e cala quello degli uomini. L'occupazione aumenta tra gli ultracinquantenni e diminuisce nelle restanti classi di età: per gli over 50, infatti, l'aumento è di 60mila occupati in un mese e di 402mila in un anno. Su base annua calano sia i disoccupati (-0,6%, pari a -18 mila) sia gli inattivi (-2,7%, pari a -380 mila). Si conferma, poi, la tendenza all'aumento del numero di occupati (+1,3%, pari a +294 mila). Positivo il giudizio del ministro del Lavoro, Giuliano Poletti: "I dati di oggi delineano un quadro del mercato del lavoro complessivamente stabile su base congiunturale e in crescita su base annua. In particolare, gli occupati in un anno sono aumentati di 294mila unità, confermando, anche questo mese, un ritmo

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Demoskopika, in Italia poche donne e giovani negli enti locali

Dati interessanti emergono dall'Aspo, l'Indice di Apertura del Sistema Politico delle regioni italiane realizzato dall'Istituto Demoskopika. Quatto gli indicatori osservati per ciascuna realta' locale: la partecipazione elettorale e politica dei cittadini e la presenza delle donne e dei giovani negli enti locali. Sul versante opposto, i sistemi "piu' chiusi" risultano caratterizzare la realta' politica e istituzionale in Liguria, Campania e Piemonte. Emerge inoltre, che il sistema della rappresentanza sia ancora poco "femminile": poco meno di 38 mila le donne presenti nelle istituzioni locali (Regioni e Comuni), il 30% del dato complessivo italiano. Deludente, infine, anche la presenza dei decisori politici under 40: 3 su 10, pari complessivamente a circa 39 mila policy makers istituzionali. Per la partecipazione elettorale, ai lombardi spetta il primato mentre sono i calabresi i "piu' distratti". Analizzando i dati sulla partecipazione e l'affluenza alle urne al referendum del 4 dicembre e alle ultime elezioni politiche e regionali, Demoskopika rileva che i piu' "attenti" sono i lombardi, la cui media di affluenza e' del 76,8% (+10% sulla media nazionale, 66,7%).

A seguire Trentino Alto Adige (74,5%), Valle d'Aosta (74%), Lazio (72,9%), Piemonte (71,9%), Veneto (71,8%), Umbria (69,5%), Abruzzo (68,8%), Molise (67,9%), Marche (67,5%), Toscana (67,3%) e Friuli Venezia Giulia (66,7%). I piu' "distratti" i calabresi con solo il 53,9%. Distaccati anche siciliani e campani (56,2% e 59,6%). A salire, Basilicata (60%), Puglia (60,9%), Sardegna (61%), Liguria (65,2%) e Emilia Romagna (65,3%). Per quanto riguarda la partecipazione politica, lucani e abruzzesi sono in vetta. Nel 2016 circa 48 mila lucani e 90 mila abruzzesi, (9,4% e 7,7%) hanno partecipato ad un comizio o ad un corteo, ascoltato un dibattito politico, svolto attivita' gratuita per un partito politico o sostenuto finanziariamente una organizzazione politica. Sul podio anche il Trentino Alto Adige con il 7,3% degli over 14 "attivi". Dallo studio Demoskopika emerge poi che malgrado i passi in avanti, l'Italia non e' ancora un paese per donne. Su 125.570 amministratori regionali e comunali si contano appena 37.864 donne. L'amministrazione piu' "rosa" d'Italia e' l'Emilia con il 37% di amministratrici a fronte di 3.774 colleghi. Sul versante opposto la Calabria: 1.267 le amministratrici (23,9%) sul totale di 5.295. La Calabria, invece, e' la regione "piu' giovane", con un'incidenza del 37,5% a fronte di una media nazionale del 31,8%: 1.979 su 5.295 gli under 40 che ricoprono una carica istituzionale all'interno della Regione o dei Comuni. Al secondo posto il Molise (36,8%) e terza la Sardegna (36,5%). Chiude, con il 23,4%, la Liguria.

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Studio Svimez sul Pil del Mezzogiorno

Se negli ultimi sei anni, dal 2009 al 2015, fosse stata attivata la clausola del 34%, il Pil del Sud avrebbe praticamente dimezzato la perdita accusata dal 2008, che sarebbe stata pari al -5,4% mentre il calo effettivo è stato del -10,7%. Analoghi effetti si sarebbero avuti per l'occupazione, in quanto la diminuzione sarebbe stata pari a -2,8% invece del -6,8% che c'è stato: ciò significa che si sarebbero persi non mezzo milione di posti di lavoro ma circa 200 mila, salvandone di fatto 300mila. A questi risultati giunge uno studio di impatto realizzato dalla SVIMEZ al quale hanno lavorato il presidente Adriano Giannola e il ricercatore Stefano Prezioso. Lo studio è stato fatto all'indomani dell'approvazione in Parlamento del "Decreto Mezzogiorno", nel quale all'articolo 7 bis è stata inserita, su proposta del Ministro della Coesione Territoriale e del Mezzogiorno Claudio De Vincenti, una norma intitolata significativamente "Principi per il riequilibrio territoriale", in base alla quale le amministrazioni centrali dello Stato destinano alle Regioni del Mezzogiorno, a partire dal 2018, una quota della loro spesa ordinaria in conto capitale proporzionale alla popolazione, secondo quanto sarà definito da una direttiva e da un decreto del Presidente del Consiglio da emanare entro il prossimo 30 giugno. Di qui la scelta fatta dalla SVIMEZ di effettuare lo studio d'impatto, che, però, non riguarda solo le amministrazioni centrali ma anche quelle regionali, prendendo come riferimento il 34% che, in base all'ultimo censimento Istat, corrisponde alla quota di abitanti delle otto regioni meridionali. Secondo la norma di legge, i programmi di spesa in conto capitale delle amministrazioni dovranno essere individuati annualmente, analizzando voce per voce tutte quelle ripartibili nei vari ministeri, un lavoro delicato e complesso, secondo la SVIMEZ, che richiede un adeguato know how per essere svolto.

Già in passato si era posto il problema di destinare una quota specifica della spesa in conto capitale dello Stato a favore del Sud: nei Dpef successivi al ciclo di programmazione dei fondi strutturali 2000-2006, quando tale obiettivo fu fissato al 30% delle risorse ordinarie e al 45% di quelle totali e, successivamente, nella legge Finanziaria del 2005, in cui fu scritto che le amministrazioni centrali si dovevano conformare all'obiettivo di destinare al Mezzogiorno almeno il 30% della spesa ordinaria in conto capitale. Ma poi con il Dpef 2009-2011 tale obiettivo programmatico di una ripartizione territoriale della spesa totale in conto capitale non fu più indicato. Nel corso di un'audizione in Parlamento nel febbraio 2010 la SVIMEZ fece notare che "la quota di spesa pubblica in conto capitale complessivamente effettuata nelle regioni meridionali era passata, con un progressivo declino, dal 40,4% del 2001 al 35,3% nel 2007, e la sola quota di spesa ordinaria destinata alla formazione di capitale nel Mezzogiorno era stata pari nel 2007 ad appena il 21,4% " e metteva in evidenza come gli obiettivi programmatici posti a tal fine erano sistematicamente ignorati fino a scomparire. In conclusione, dallo studio della SVIMEZ si ricava che lo spostamento di risorse a favore delle regioni del Sud, oltre a correggere una deriva penalizzante per le aree deboli del Paese, rappresenta una ottimizzazione nell'uso di un ammontare dato di risorse pubbliche scarse (quelle appunto destinate a investimenti pubblici) il che significa aumentare efficienza ed efficacia della spesa. Dunque, per un ammontare dato di risorse disponibili, il criterio del 34%, rispetto al trend storico recente, aumenta quelle investite al Sud, riduce quelle disponibili al Centro-Nord con effetti espansivi da un lato e depressivi dall'altro.

L'esercizio mostra come il saldo netto sia positivo a livello nazionale sia per la dinamica del PIL (+0,2%), e fortemente positivo per quello che riguarda l'occupazione migliorando il saldo di oltre 185 mila unità. E ciò proprio grazie all'impatto del criterio redistributivo sul Mezzogiorno, al quale si contrappone un effetto depressivo molto più contenuto nel Centro-Nord, dove la caduta del PIL sarebbe stata pari a -7,6% a fronte del dato storico del -6,8%, con un sacrificio occupazionale di appena due decimi di punto percentuale, equivalente a +37.600 occupati persi. Ciò anche in conseguenza del fatto che una parte della domanda aggiuntiva che si crea nel Sud in seguito all'attivazione della clausola del 34% è soddisfatta con produzione e occupazione attivata nelle regioni del Centro-Nord. Infine, per una valutazione di costi e benefici di questa "ottimizzazione" nell'uso di date risorse pubbliche, è opportuno considerare che un eventuale minor gettito fiscale (stante che il vantaggio in termini di PIL nazionale è pari allo 0,2%) va confrontato con i minori costi che la riduzione di quasi 190 mila unità di lavoro disoccupate ha per le finanze pubbliche sia in termini di ammortizzatori sociali che di misure di contrasto alla povertà; per non parlare del ritorno, non facilmente monetizzabile, che un'efficace azione di coesione territoriale comporta sul fronte del contrasto alla disgregazione sociale. 

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