Un imprenditore di Teramo ha ottenuto un risarcimento di quasi 60mila euro al termine di un contenzioso durato circa dieci anni tra primo e secondo grado. La Corte d’appello dell’Aquila ha respinto il ricorso di un istituto di credito contro la sentenza di primo grado che aveva riconosciuto il diritto al risarcimento per interessi bancari ritenuti non dovuti. La notizia è rilanciata dal quotidiano Il Centro.
Il conto corrente era stato chiuso nel 2010 e il primo ricorso era stato presentato nel 2015. In primo grado il tribunale aveva disposto una consulenza tecnica d’ufficio, le cui conclusioni sono state integralmente recepite anche in appello. La sentenza richiama le nullità relative all’applicazione di interessi ultralegali, alla capitalizzazione trimestrale e alla commissione di massimo scoperto, aspetti non censurati dalla banca in secondo grado e quindi passati in giudicato. La consulenza ha determinato un saldo a favore del correntista pari a 50.898 euro.
I giudici hanno richiamato il principio, più volte affermato dalla Cassazione, secondo cui nel contratto di apertura di credito viziato da difetto di forma la nullità di protezione può essere rilevata nei limiti dell’interesse del contraente debole, che può provare il proprio affidamento anche con mezzi diversi dalla produzione del contratto, come il reiterato adempimento da parte della banca degli ordini di pagamento impartiti dal correntista.
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