di Francesco Piccinino Camboni
Alla fine di gennaio 2026 l’Assemblea Nazionale francese ha approvato un disegno di legge che vieta l’uso dei social media ai minori di 15 anni, un passo che, se confermato dal Senato, farà della Francia uno dei primi Paesi europei a introdurre un divieto generalizzato di questo tipo. Il presidente Emmanuel Macron, che ha fortemente sostenuto la misura, ha espresso pubblicamente la sua convinzione che sia necessario “proteggere la salute mentale dei giovani” e ridurre l’influenza degli algoritmi che, a suo avviso, configurano un rischio per le generazioni in formazione.
Il voto in Assemblea, largamente favorevole, non è stato una reazione emotiva a un singolo episodio, ma l’esito di un dibattito politico e scientifico che ha attraversato la società francese negli ultimi anni. Va inoltre sottolineato che la norma proposta dalla Francia riguarda specificamente i social network e le loro funzionalità pubbliche, escludendo invece le applicazioni di messaggistica privata come WhatsApp, che non rientrano nel divieto previsto per i minori di 15 anni. Al centro del dibattito è stato ripetuto più volte che senza un intervento normativo deciso, i giovani rischiano di essere catturati da dinamiche digitali che non riescono a comprendere pienamente e sulle quali non hanno strumenti di difesa reali.
Perché i social sono considerati un rischio?
La ragione fondamentale alla base della legge francese non si limita a una generica preoccupazione per “i pericoli dei social”. Piuttosto, essa prende forma nel riconoscimento di come gli algoritmi delle piattaforme digitali siano progettati per ottimizzare l’attenzione degli utenti, interpretando e profilando ogni interazione per mantenere l’utente all’interno dell’ecosistema digitale e trarne valore economico attraverso pubblicità personalizzata, inserzioni mirate e contenuti adattati alle preferenze percepite. Questi sistemi raccolgono dati su comportamenti, relazioni sociali, gusti e reazioni emotive, creando una “cornice” di contenuti sempre più affinata nel tempo. Secondo gli esperti, gli algoritmi dei social media interagiscono con vulnerabilità cognitive tipiche dell’adolescenza, attivando strutture neurali legate alla ricompensa e riducendo l’autoregolazione, che è ancora in formazione in questa fascia d’età.
Per un cervello in sviluppo, questo può significare non soltanto maggiore esposizione a contenuti dannosi, ma anche una condizione di dipendenza in cui l’attenzione e l’autostima sono plasmate da like e commenti, più che dalle relazioni sociali reali. Nel momento in cui l’identità individuale si sta consolidando, il contatto con feed personalizzati 24 ore su 24 può accelerare dinamiche di ansia, confronto sociale continuo e difficoltà di concentrazione.
In pratica, non si tratta solo di “limitare l’uso” ma di riconoscere che la progettazione stessa dei social media è inscindibile dal modo in cui gli utenti, e in particolare i giovani, percepiscono se stessi e gli altri.
Italia e Francia: due visioni a confronto.
Se in Francia si sta discutendo di un divieto generalizzato ai minori di 15 anni, in Italia il quadro giuridico oggi è molto diverso. Il punto di riferimento normativo è il Codice della Privacy, che recepisce il Regolamento generale sulla protezione dei dati (GDPR) dell’Unione Europea e fissa a 14 anni l’età minima in cui un minore può prestare consenso autonomo al trattamento dei propri dati personali, condizione necessaria per iscriversi legalmente a un social network. Al di sotto di quella soglia, è richiesto il consenso dei genitori o dei tutori.
Questa distinzione può sembrare tecnica, ma ha conseguenze reali sull’efficacia delle tutele: in Italia non esiste un divieto di accesso, ma un meccanismo di consenso, che peraltro non è accompagnato da controlli effettivi e verificabili nella maggior parte dei casi, tanto che numerose famiglie hanno presentato cause civili proprio contro piattaforme come Meta, Instagram e TikTok per la mancata applicazione delle restrizioni previste dalla legge italiana ed europea.
In altre parole, mentre Parigi punta a una barriera chiara e netta all’ingresso, Roma adotta un meccanismo di autorizzazione preventiva, con la responsabilità in primo luogo affidata alle famiglie.
Limiti, libertà e responsabilità digitale.
In questo quadro, è dunque comprensibile la spinta politica per intervenire con norme che limitino l’accesso in funzione dell’età.
Tuttavia, il rischio di un approccio meramente proibizionista è che esso non affronti la complessità delle cause alla radice: l’assenza di alfabetizzazione digitale e la mancanza di un’effettiva trasparenza algoritmica. Questi elementi non sono secondari: senza essi, la misura rischia di spostare la questione più che risolverla.
Infine, c’è un punto di equilibrio da considerare tra libertà di accesso e protezione collettiva. Il divieto francese va interpretato anche come esito di un dibattito culturale sul ruolo dello Stato nella vita digitale: un tentativo di ridefinire un confine tra spazio pubblico e spazio privato nell’età evolutiva.
Se la misura sarà confermata dal Senato e entrerà in vigore già dal settembre 2026, come auspica Parigi, ci troveremo davanti non solo a una norma giuridica, ma a un indicatore della direzione che l’Europa potrebbe prendere nel prossimo futuro sulla regolamentazione dei diritti digitali.
Fonti:
ANSA: https://www.ansa.it/sito/notizie/mondo/2026/01/27/social-network-vietati-agli-under-15-primo-si-in-francia_2eb168f3-0e05-4660-a320-c9e6d024de36.html?utm_
Università di Cambridge: https://www.cambridge.org/core/journals/american-journal-of-law-and-medicine/article/algorithms-addiction-and-adolescent-mental-health-an-interdisciplinary-study-to-inform-statelevel-policy-action-to-protect-youth-from-the-dangers-of-social-media/EC9754B533553BDD56827CD9E34DFC25?utm_
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