di Franco Leone
. La domanda è duplice. È una questione di capacità o di volontà? I numeri raccontano che la Regione è governata ad una maggioranza che guarda con diffidenza ai Fondi Europei, ci sono troppi “controlli” , regole da rispettare e una idea dello sviluppo del contesto sociale, non condiviso. Una discussione , che in altri tempi avrebbe prodotto reazioni, ma oggi sembra quasi la normalità, anzi il risultato atteso vista la impostazione della dominante cultura “sovranista”. Come è noto siamo governati da un ceto politico, che tende solo ad utilizzare le occasioni e le risorse Europee, come ha fatto (e male) come quelle del PNRR. Risorse, ricorderete, che non erano bene accette, anzi avevano ricevuto il voto contrario alla sua attivazione da parte dei “sovranisti” nostrani, gli stessi accorsi ad utilizzarli senza ombra di rinuncia. Ma i danni di questa cultura cominciano a procurare danni in un Abruzzo dove è stata eccesiva la scarsa l’attenzione nell’utilizzo dei fondi tipo il FESR che, impegnato al 16,19%, vede una spesa del solo 8,19%, oppure l’uso del FSE, anch’esso impegnato al 33,25%, per arrivare a spender un misero 10,13%. Una storia, quella dei Fondi Europei che trovano una forte ostilità quanto si passa alla verifica dei livelli di utilizzazione del FSC addirittura sceso ad un misero 4,46%. Sono questi i numeri che certificano quella diagnosi su un Abruzzo che non vola, anzi cresce meno dell’Italia. La limitata utilizzazione di questi fondi segnala come l’Abruzzo sia ormai avviata ha dotarsi di una struttura produttiva indebolita. Aumenta l’occupazione, ma solo per supplire alla mancanza di investimenti per aumentare la produttività. Conviene avere più occupati, pagarli di meno e raggiungere gli utili di impresa desiderati. Da anni il “corpaccione” della imprenditoria locale aveva teorizzata la necessità di fare “concorrenza” attraverso la pratica dei bassi salari, i diversi settori del “lavoro nero”, e quindi oggi ha trovato al disponibilità di un contesto politico e culturale, dove emerge l’influenza negativa di un sovranismo che non guarda al benessere comune. Una ideologia che ha accompagnata la spinta di una culturale locale, imprenditoriale e politica, che non vede nell’uso di quel capitale europeo da investire in innovazione ed internazionalizzazione, perché disinteressato rispetto ai vincoli europei sulla crescita parallela del contesto sociale, della qualità formativa ed occupazionale e, quindi, del lavoro ben retribuito. Non a caso siamo precipitati in un contesto che privilegia i contenuti delle azioni ZES dove tutto, senza gli odiati vincoli europei, si risolvee in un contributo, sotto forma di credito d’imposta. E la finisce, senza impegni di contesto. Ma il punto è che i numeri SUL LIVELLO DI SVILUPPO legati a questo tipo di intervento di “sostegno” fiscale, ci dicono che l’Abruzzo ha bisogno di cose diverse ed, innanzitutto di rientrare nei parametri europei. Caso contrario permaniamo dentro una economia regionale fragile, trainata da fattori temporanei (bonus, edilizia, PNRR) e incapace di produrre sviluppo strutturale, salvo che in settori mono settoriale come la farmaceutica. Emerge quindi che proprio la mancata spesa dei fondi europei è una delle cause della nostra “transizione fragile”. I numeri sono la a dirla tutta, perché la Regione si allontana, dai vecchi numeri buoni di quell’export manifatturiero che oggi viaggia a valori dimezzati, presentandoci un cuore industriale regionale che arretra. Ma le dichiarazioni i facili entusiasmi intrisi di “propaganda” di una Regione che non resta a guardare, ma si inventa nuovi programmi di insediamenti industriali e di servizio che ci vedranno solo fare operazioni di “assemblaggio” perché i cervelli (ma è il destino dell’Abruzzo) stanno altrove. L’IA ci dice che quelle aree senza le gigafactory, non sono destinate a consolidare le filiere industriali strategiche (automotive, energia, IA), si indeboliscono la capacità tecnologica e non sono ipotizzabili ecosistemi industriali in grado di superare i prossimi decenni. Nessun riferimento viene fatto alla mancata realizzazione della gigafactory di Termoli, la cui cancellazione avrà un impatto negativo sulla filiera del Centro-Sud, il contrario della sua realizzazione che sarebbe un fattore di sviluppo territoriale di prima grandezza. Tutto mentre l’indice europeo di competitività (RCI) ormai certifica il nostro declino: l’Abruzzo perde posizioni e resta lontano dagli standard europei. Un risultato coerente con un modello di sviluppo che punta su lavoro povero, precarietà, bassi salari, invece che su innovazione, competenze e attrazione dei talenti. Il paradosso è evidente: mentre sanità, trasporti e servizi pubblici sono in difficoltà, in un contesto dove la pressione fiscale aumenta e il PNRR accumula ritardi, la Regione rinuncia di fatto alle risorse europee che potrebbero rafforzare il PIL, sostenere la coesione sociale e modernizzare il sistema produttivo. Questa si chiama inerzia politica. Non è realismo, ma subalternità ideologica. Un prezzo “ideologico” pagato al pensiero debole del sovranismo. E il conto lo pagano gli abruzzesi, con meno sviluppo, meno diritti e meno futuro. Eppure il governo regionale continua a costruire , su mille promesse, il racconto di un Abruzzo che cresce’, va a caccia di micro‑trend, ignora il contesto, e vende ottimismo.” Ma se lasci da parte, non utilizzandoli oltre 2 miliardi di euro della programmazione 2021–2027, raggiungendo una spesa effettiva di solo il 7,34%, vuole dire che la Giunta Regionale gioca le sue carte su una idea sbagliata, ed inadeguata, disarmonica rispetto alle esigenze della nostra regione. Tutto mentre gelo demografico, esodo dei giovani ed aree interne che si desertificano fanno il loro “pessimo” gioco. Quindi il ritardo nella spesa del FESR che serve proprio a sostenere innovazione, imprese, filiere e del FSE utile a rafforzare competenze, lavoro, formazione ed, infine del FSC utile a riequilibrare territori e infrastrutture, non aiuta ad affrontare le criticità elencate. La Regione non sta usando gli strumenti disponibili per correggere le debolezze strutturali. Fanno un pessimo lavoro.
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