Asili nido, Longaretti: forti disparità di trattamento nei 4 capoluoghi. A Chieti le rette più care

Il componente della segreteria regionale Uil Abruzzo Massimo Longaretti denuncia le forti disparità di trattamento nei comuni capoluogo di provincia riguardo ai Lep (Livelli essenziali delle prestazioni sociali) in materia di asili nido.
Lo studio della situazione in Abruzzo è stato svolto dal Dipartimento nazionale sociale della Uil e dal Dipartimento regionale Uil Abruzzo.
L’istituzione dei nidi comunali in Italia risale alla Legge del 1971 che ha segnato un passaggio fondamentale, definendo il nido come servizio sociale di interesse pubblico. Pur nascendo con un’impostazione prevalentemente assistenziale, ha introdotto il concetto di educazione e socializzazione precoce, anticipando l’idea che il nido sia un diritto educativo di tutti i bambini e come tale dovrebbe essere accessibile a tutti, soprattutto alle famiglie con difficoltà.
Attraverso l’evoluzione normativa e in particolare con il D.lgs. 65/2017 che istituisce il sistema integrato 0–6 anni, e la Legge 234/2021 che introduce i LEP (Livelli Essenziali delle Prestazioni sociali) in materia di nidi, è stato ribadito il valore strategico dei servizi per la prima infanzia, riconoscendone la funzione educativa, di promozione dell’uguaglianza e di contrasto alla povertà educativa.
“L’analisi – spiega Massimo Longaretti – ha messo a confronto le rette mensili dei nidi applicate dai Comuni ai nuclei familiari con un ISEE di 15.000 euro ed i risultati sono eloquenti, stessa disparità è stata riscontrata per il servizio mensa. A Pescara la retta per un figlio è pari a 314 euro e la mensa a 53 euro; Chieti ha una retta pari a 460 euro e la mensa costa 105 euro; L’Aquila ha una retta di euro 175 e la mensa di 46 euro; Teramo ha la retta di 119 euro e la mensa di 76 euro. Quindi il trend nazionale si riverbera in maniera perfetta anche nel livello regionale, laddove famiglie che hanno lo stesso reddito pagano in territori adiacenti cifre profondamente dissimili. Questo è dal nostro punto di vista inaccettabile in quanto parliamo di quella parte della nostra società che ha maggiori problemi di tenuta economica. I nidi per la prima infanzia continuano ancora, erroneamente, a essere classificati come servizi pubblici a domanda individuale. Questa impostazione attribuisce ai Comuni un’ampia discrezionalità nella definizione delle tariffe, nonostante il riconoscimento dei nidi come parte integrante del sistema educativo nazionale. Di conseguenza, il quadro tariffario risulta fortemente variabile tra territori, anche a parità di ISEE, riflettendo la combinazione di autonomia locale, vincoli di bilancio e orientamenti politici. Negli anni, le difficoltà di gestione dei Comuni hanno aumentato il ricorso a forme esternalizzate o convenzionate, spesso con una conseguente variabilità nella qualità dell’offerta e nelle condizioni lavorative del personale educativo. Un ulteriore fattore di criticità riguarda la sostenibilità economica del servizio: le rette richieste alle famiglie restano spesso elevate, soprattutto per i nuclei monoreddito, con il rischio di escludere proprio quei bambini che avrebbero maggiore bisogno di un’esperienza educativa precoce”.

Di Redazione Notizie D'Abruzzo

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