Cgia: PA non incassa i Fondi Ue e non paga i fornitori

L’inefficienza della nostra Pubblica Amministrazione ci costa caro. Lo afferma la Cgia spiegando che come ha denunciato nei giorni scorsi la Corte dei Conti Europea, contiamo 22,3 miliardi di euro non ancora liquidati dall’Ue a causa dei ritardi che gli uffici ministeriali e regionali hanno accumulato in questi anni nella fase di pianificazione/progettazione dei Fondi strutturali di nostra competenza. Altresi’, la nostra Pa ha un debito con i propri fornitori di 57 mld di euro, 30 dei quali ascrivibili a ritardi superiori ai tempi di pagamento stabiliti per contratto. “Sia quando e’ chiamata a incassare i soldi dall’Ue sia quando deve saldare le fatture emesse dai propri fornitori – dice Paolo Zabeo – la nostra PA accumula dei ritardi spaventosi che penalizzano, in particolar modo, la piccola e media impresa. In entrambi i casi, comunque, nessuno in Europa registra degli score peggiori dei nostri”. Per il milione di aziende private italiane che lavora per la Pa, inoltre, la situazione negli ultimi anni e’ ulteriormente peggiorata. Dal 2015 ha fatto il suo “debutto” lo split payment. Questa misura obbliga le amministrazioni centrali dello Stato (e dall’1 luglio 2017 anche le aziende pubbliche controllate dallo stesso) a trattenere l’ Iva delle fatture ricevute e a versarla direttamente all’erario. L’obbiettivo e’ stato quello di contrastare l’evasione fiscale, ovvero evitare che, una volta incassato il corrispettivo dal committente pubblico, l’impresa privata non versi al fisco l’ imposta sul valore aggiunto. Il meccanismo, sicuramente efficace nell’impedire che l’imprenditore disonesto non versi l’Iva all’ erario, ha pero’ provocato molti problemi finanziari a tutti coloro che con l’evasione, invece, nulla hanno a che fare. Vale a dire la stragrande maggioranza delle imprese”

A ricordare che la situazione rimane ancora molto critica e’ la Commissione europea che, pur avendo riconosciuto gli sforzi compiuti dal Governo italiano, ha avviato una procedura di infrazione con lettera di costituzione in mora nel giugno 2014 e il successivo invio del parere motivato nel febbraio 2017. Nonostante questi richiami, le amministrazioni pubbliche italiane necessitavano in media 100 giorni per saldare le loro fatture. A fronte di questa situazione, la Commissione nel dicembre 2017 ha deciso di deferire l’Italia alla Corte di Giustizia dell’UE, ribadendo il sistematico ritardo con cui le Pa italiane fanno i pagamenti nelle transazioni commerciali, in violazione delle norme dell’Ue in materia di pagamenti. Dall’indagine di Intrum Justitia, nel 2018 la nostra Pa ha saldato i propri fornitori mediamente dopo 104 giorni: piu’ del doppio della media europea che, invece, paga dopo 41 giorni. “Sebbene la Banca d’Italia affermi che ci sia una leggera calo dell’ammontare del debito stimabile in 57 mld di euro – rileva Renato Mason, segretario Cgia – anche i ricercatori di via Nazionale tornano a sottolineare che nel confronto con gli altri Paesi europei l’Italia presenta dei tempi di pagamento mediamente piu’ lunghi e un ammontare complessivo di debiti da onorare che non ha eguali”. “La nostra PA, nonostante siano trascorsi quasi 5 anni dall’introduzione della fattura elettronica nelle transazioni commerciali tra committente pubblico e aziende private, – osserva Zabeo -non conosce ancora lo stock di debito commerciale maturato al 31 dicembre 2018”. La questione, comunque, dovrebbe essere risolta in tempi brevissimi. Entro il 30 aprile, infatti, tutte le Amministrazioni pubbliche avranno l’obbligo di comunicare alla piattaforma elettronica (Pcc) gestita dal Mise lo stock di debito commerciale maturato al 31 dicembre 2018. Ogni 3 mesi, inoltre, saranno aggiornati gli importi delle fatture ricevute dall’inizio dell’anno, i pagamenti effettuati e i tempi medi ponderati di pagamento e di ritardo. Saranno, infine, divulgati tutti i mesi i valori relativi alle fatture ricevute nell’anno precedente, scadute e non ancora pagate da oltre un anno

Di Redazione Notizie D'Abruzzo

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