Lavoro nero, in Abruzzo sono 76 mila gli occupati non regolari

L’esercito di lavoratori in nero presente in Italia non conosce crisi. Secondo gli ultimi dati disponibili riferiti a inizio 2020, in Italia c’erano 3,2 milioni di occupati irregolari. In termini assoluti è il Nord l’area del Paese con il maggior numero di occupati irregolari pari a 1.281.900, seguita dal Mezzogiorno con 1.202.400, mentre al Centro se ne contano 787.700. Tuttavia, la classifica cambia se si considera il tasso di irregolarità, cioè l’incidenza del lavoro irregolare sul totale della occupazione (sia quella regolare che quella non regolare). In questo caso l’area del Paese con una significativa maggiore incidenza del lavoro irregolare è il Mezzogiorno (17,5 per cento) in cui si stimano 17,5 occupati irregolari ogni 100, mentre al Centro ve ne sono 13,1 e al Nord circa 10. A dirlo è l’Ufficio studi della Cgia. In Abruzzo, come mostra la tabella, sono 76 mila i lavoratori non regolari, con un tasso di irregolarità del 14.5 %.

In alcuni settori – come l’agroalimentare, i trasporti, le costruzioni, la logistica e i servizi di cura – lo sfruttamento praticato, in particolar modo, dalle organizzazioni criminali che, con la crisi, hanno diffuso i loro interessi nell’economia reale del Paese, è sempre più spesso “affiancato” da violenze, minacce e sequestro dei documenti. L’applicazione di queste coercizioni ha trasformato ampie sacche di economia sommersa in lavoro forzato. In larga parte, le vittime sono cittadini stranieri presenti irregolarmente in Italia, ma sono sempre più numerosi anche gli italiani. Le difficoltà economiche di questi ultimi 2 anni e mezzo, infatti, hanno aumentato il numero dei nostri connazionali in condizioni di vulnerabilità o di bisogno che, successivamente, è scivolato verso questo inferno.
E’ comunque importante sottolineare che una parte, ancorché minoritaria, di chi lavora irregolarmente è costituita da persone molto “intraprendenti”, che ogni giorno si recano nelle abitazioni degli italiani a fare piccoli lavori di riparazione, di manutenzione (verde, elettrica, idraulica, fabbrile, edile, etc.) o nel prestare servizi alla persona (autisti, colf, badanti, acconciatori, estetiste, massaggiatori, etc.). Questi lavoratori irregolari sono in parte costituiti da pensionati, dopo-lavoristi, inattivi, disoccupati o persone in Cig che arrotondano le magre entrate con i proventi recuperati da queste attività illegali.
In agricoltura e nei servizi alla persona la presenza del “nero” contribuisce a mantenere basse le retribuzioni previste dai contratti sottoscritti dalle parti sociali di questi settori, altrimenti molte aziende, che con il sommerso non vogliono avere nulla a che fare, innalzando troppo i minimi salariali sarebbero spinte fuori mercato. Infatti, la concorrenza sleale praticata dalle realtà che fanno un massiccio ricorso a lavoratori irregolari è fortissima. E’ chiaro che una cosa non esclude l’altra, ma riteniamo che l’aumento delle retribuzioni possa essere ottenuto non solo per legge, ma anche attraverso uno sradicamento dell’economia sommersa, premiando, anche fiscalmente, quegli imprenditori che vogliono operare nell’economia regolare.
Entro la fine di quest’anno è prevista la pubblicazione di un Piano nazionale per la lotta al lavoro sommerso2 che, tra le altre cose, dovrà rafforzare le misure di deterrenza del lavoro nero, attraverso il rafforzamento anche delle ispezioni e delle sanzioni.

L’economia sommersa presente in Italia “genera” ben 76,8 miliardi di euro di valore aggiunto. Una piaga sociale ed economica che, a livello geografico, presenta differenze molto importanti. Il Veneto, ad esempio, ancorché registri oltre 203 mila lavoratori occupati irregolarmente, è il territorio che, dal punto di vista economico, è meno interessato d’Italia da questo triste fenomeno.

Il tasso di irregolarità , infatti, è pari all’8,8 per cento, mentre l’incidenza del valore aggiunto prodotto dal lavoro irregolare sul totale regionale è pari al 3,5 per cento; la percentuale più bassa presente nel Paese. Sempre dall’osservazione di quest’ultimo indicatore, subito dopo scorgiamo la Lombardia, la Provincia Autonoma di Bolzano e la Provincia Autonoma di Trento (tutte con un’incidenza del 3,6 per cento) e successivamente il Friuli Venezia Giulia con il 3,7 per cento. Viceversa, le situazioni più critiche si registrano nel Sud. In Calabria, ad esempio, a fronte di “soli” 131.700 lavoratori irregolari, il tasso di irregolarità è del 21,5 per cento e l’incidenza dell’economia prodotta dal sommerso sul totale regionale ammonta al 9,2 per cento (in termini assoluti il valore aggiunto da lavoro irregolare è pari a 2,7 miliardi di euro). Nessun’altra regione registra una performance così negativa. Altrettanto critica è la situazione in Campania, dove i 352.700 occupati non regolari provocano un tasso di irregolarità del 18,7 per cento e un Pil da “nero” sul totale regionale dell’8,1 per cento (8,1 miliardi di euro). Preoccupante anche la situazione in Sicilia: a fronte di 280.200 lavoratori in nero, il tasso di irregolarità è al 18,5 per cento e il valore aggiunto prodotto dall’economia sommersa su quello ufficiale è del 7,4 per cento (5,9 miliardi di euro). A livello nazionale all’inizio del 2020 l’Istat stimava in poco più di 3,2 milioni le persone che quotidianamente per qualche ora o per l’intera giornata si recavano nei campi, nelle aziende, nei cantieri edili o nelle abitazioni degli italiani per esercitare un’attività lavorativa irregolare. Siamo propensi a ritenere che a seguito della crisi pandemica registrata in questi ultimi 2 anni e mezzo – che ha provocato un forte incremento dei lavoratori in Cig e un impoverimento generale delle fasce sociali più deboli – il numero dei lavoratori irregolari e gli effetti economici di questo fenomeno presenti in Italia siano aumentati in misura importante, soprattutto nelle aree del Paese che tradizionalmente sono più fragili e arretrate economicamente.

Di Redazione Notizie D'Abruzzo

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