Olio extravergine, studio Unicusano sull’impatto sociale della filiera

L’olio extravergine di oliva non è solo un prodotto centrale della dieta mediterranea, ma anche un ecosistema sociale capace di generare valore per lavoratori, comunità locali, filiera e consumatori. È quanto emerge da uno studio condotto dal team di scienze merceologiche dell’Università Niccolò Cusano e pubblicato su The International Journal of Life Cycle Assessment.

La ricerca ha applicato la metodologia Social Life Cycle Assessment al comparto olivicolo, prendendo come caso studio il Frantoio Franci, in Toscana. L’analisi ha considerato quattro aree: benessere dei lavoratori, benefici per la comunità locale, rapporti con gli attori della filiera e trasparenza verso i consumatori.

Secondo lo studio, il comparto olivicolo italiano coinvolge 619 mila imprese e oltre 4.200 frantoi, con un fatturato di 5,8 miliardi di euro e un export superiore ai 3 miliardi. Il settore presenta però criticità legate alla stagionalità e ai rischi fisici delle attività agricole e di trasformazione. Nel caso analizzato, sono state rilevate performance positive sulla salute e sicurezza dei lavoratori, grazie a politiche aziendali formalizzate, aggiornamento dei documenti di valutazione dei rischi, formazione stagionale e un tasso di infortuni prossimo allo zero.

La ricerca evidenzia anche il ruolo delle filiere di qualità nel radicamento territoriale. L’Italia conta 42 oli Dop e 8 Igp; nel 2024 la produzione certificata ha raggiunto 16.190 tonnellate, con un valore al consumo di 258 milioni di euro. La sostenibilità sociale viene indicata come uno strumento utile per rafforzare tracciabilità, rapporti con i fornitori, tutela dei lavoratori e trasparenza verso i consumatori.

Di Redazione Notizie D'Abruzzo

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