di Franco Leone
La storia ci insegue. E ti propone una lezione che gli abruzzesi “ripudiano”, viste le cose, che avvengono intorno alla vicenda Automotive in Abruzzo, capaci di fare tornare in mente i contenuti di una polemica, sviluppatasi negli anni 80’, quando Berlinguer ai cancelli della FIAT, fece venire allo scoperto una frattura profonda. Una battaglia al colore “rosso” sangue, tra una politica che cercava di interpretare il conflitto sociale in atto, e regolarne le conclusioni, e un sindacato, quella parte di Fiom rappresentata da Ottaviano Del Turco che temeva di essere trascinato in una battaglia politica non sua, al di fuori dell’arena della contrattazione sindacale, e quindi più grande delle sue forze. Quella tensione venne percepita da molti come un passaggio storico: la fine dell’idea che il lavoro fosse il perno dell’agenda nazionale. Molti sono state le conseguenze, e non solo in termini di polemica politica, di quella frattura che divenne un fattore strutturale. Ma la storia attraverso i suoi bisogni, confezionò una vicenda diversa, grazie all’avvento di Carlo Azeglio Ciampi, Presidente del Consiglio che, nel 1993, istituzionalizzò la concertazione. Lo fece con il Protocollo del 23 luglio 1993 (Governo – CGIL, CISL, UIL – Confindustria), mettendo in piedi lo strumento che chiude la stagione dell’inflazione a due cifre e apre quella della moderazione salariale e della programmazione condivisa. Naturalmente la concertazione nasce prima, come pratica emergenziale, infatti nel 1992 il Governo Amato, durante la crisi della lira, e il taglio della scala mobile a praticarla per prima, mentre nel 1993 fu trasformata da gestione emergenziale in un modello stabile di governance sociale.
Ciampi capì una cosa, che ad esempio questo Governo Meloni ha in non “cale”, cioè: senza un luogo stabile di confronto tra Governo, imprese e sindacati, il Paese non regge gli shock economici. Ed è così che si apre un processo di Stabilizzazione dell’economia (inflazione sotto controllo, si rende prevedibile la politica dei redditi e si riconosce ai sindacati un ruolo istituzionale, non solo rivendicativo. La rappresentanza del lavoro entra davvero nella “stanza dei bottoni”. Oggi, in questa nuova fase straordinaria ricca di crisi industriale, crollo del PIL, caduta della produttività e retribuzioni “straccione”, non si aprono le stessi sedi di confronto, anzi siamo all’opposto di quel lontano 1993 e , quindi, le decisioni industriali vengono prese in altri modi ed in altri luoghi. Per cui le decisioni su Atessa, Stellantis, Termoli, Ciga Factory, siderurgia e transizione energetica vengano da un altro mondo. In aggiunta siamo passati alla pratica dei sindacati consultati “a valle” delle decisioni.
Ed è in questo contesto dove la politica industriale è frammentata e spesso inesistente, che il lavoro diventa più debole, più disperso, più invisibile.
Il lavoro non è più un soggetto politico, ma un “portatore di interessi” tra gli altri. Una decisione che non ha riguardato solo i governi a direzione di Centro destra.
Abbandonato quel modello senza essere sostituito da nulla, si è aperta una crisi profonda della rappresentanza: le scelte industriali avvengono senza i lavoratori, i territori subiscono decisioni prese altrove, e la politica non ha più un luogo in cui costruire soluzioni condivise. Se vogliamo affrontare la transizione industriale, energetica e demografica, dobbiamo ricostruire un nuovo patto sociale e dobbiamo farlo in Abruzzo dove permane in uno stato di mancanza di strategia. Lo stato del lavoro nella nostra regione dimostra questa necessità di cambio di passo che vuole il lavoro parte delle decisioni. Le scelte di modello di sviluppo in atto nella nostra regione, che vede una crescita occupazionale, a bassa retribuzione, dimenticando l’innovazione e la crescita tecnologica delle imprese, sono anche il prodotto di questa “abdicazione” culturale. Ricostruire i luoghi della rappresentanza, dove partiti, imprese, sindacati, istituzioni possono cogliere tutto l’insieme della vita reale delle persone, diventa un impegno politico importante. Per non persistere, per quanto ci riguarda in Abruzzo, in una oziosa osservazione di questa “lunga” crisi dell’Automotive, o crisi industriale, che non genera più mobilitazione, a parte i timidi tentativi dei lavoratori e dei sindacati. Anche se quest’ultimi, posti di fronte ad una questione di importanza strategica esplicitano una “rassegnata” divisione su molti punti di vista, senza riuscire a proporsi una battaglia unitaria. Forse mi sbaglio, ma quando scelte strategiche, come la scomparsa della Gigafactory di Termoli o la crisi dell’automotive ad Atessa, si svolgono attraverso una pluralità di soggetti sindacali, ma senza una regia o soggetto collettivo capace di negoziare il futuro, la rappresentanza, almeno quella delle Istituzioni è arrivata alla frutta. La citazione della vicenda del 1980, non era ricordata per dare ragione a uno dei due contendenti, ma utile per ricordarci che quando politica e rappresentanza del lavoro non si parlano, non vince nessuno: perdono i lavoratori, perde il territorio, perde la democrazia industriale. Oggi siamo davanti ad un bivio diverso, ma con condizioni molto peggiorate, in una regione indebolita con meno industria, meno giovani, meno potere contrattuale e con una debole voce pubblica. Quella vicenda ai cancelli Fiat costò un prezzo, pagato nel tempo, ed è proprio per questo che serve oggi una scelta politica chiara. Rimettere il lavoro al centro, non come slogan, ma come criterio di governo, proporre sedi stabili di confronto tra istituzioni, imprese e rappresentanze. Restituire e dotare le regioni di strumenti veri, per la politica industriale, che sappia riconoscere che senza una strategia su formazione, transizione energetica e immigrazione il sistema produttivo non regge. Quando la politica arretra, il lavoro resta solo. E quando il lavoro resta solo, il territorio perde il suo futuro. In Abruzzo siamo dentro questo errore e non possiamo permettercelo.
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