Una destra non antifascista e’ una destra incostituzionale

di Alessandro D’Ascanio*

Il tratto di cultura politica comune e preponderante delle destre italiane, di governo o di opposizione, dalla Lega a Forza Italia a Fratelli d’Italia, è ancora oggi rappresentato dal rifiuto, esibito con dosi differenziate di spavalderia mediatica, dal rifiuto plateale dell’antifascismo, vale a dire della base storico-politica su cui fu eretta la Costituzione della Repubblica italiana. Enorme problema! Non ideologico, ma pratico! Lo spettro degli indicatori evidenti del rifiuto dell’antifascismo è variegato, ma ripetitivo: l’assenza ricorrente alle celebrazioni istituzionali del 25 aprile, la stanca litania sull’equiparazione etica delle parti in lotta nel corso della “guerra civile” del biennio 1943-45, la retorica sulla necessità della “pacificazione” fondata sull’oblio, la denuncia del vizio d’origine dell’antifascismo stante il seme comunista e intrinsecamente totalitario delle “brigate garibaldine”, la preponderanza dell’anticomunismo come apriori irrinunciabile, la letteratura da strapazzo sulle malefatte dei partigiani, da ultimo, la sconclusionata equiparazione delle restrizioni imposte dall’emergenza pandemica alle degenerazioni dello stato guardiano sovietico estrinsecate dall’appello di Giorgia Meloni, proprio nella ricorrenza del 25 aprile, “a tutti coloro che credono nella libertà: aiutateci ad abolire i divieti serali” che, con uno sprezzo veramente sovrano del ridicolo, pone sullo stesso piano la battaglia per la riconquista delle libertà mortificate dal fascismo e l’attuale rivendicazione del diritto individuale all’aperitivo cenato! La destra italiana è molto forte dal punto di vista elettorale e della rappresentanza di porzioni della società, rappresenta una proposta politica che ambisce al governo della Repubblica, tranquillamente senza aver risolto la sua tara d’origine della mancata assunzione dell’antifascismo! In Francia, o in Germania, le diverse culture politiche golliste, o cristiano democratiche, fondano la propria identità su un antifascismo chiaro e conclamato e rappresentano una delle condizioni necessarie per evitare il pericolo di riemersione di tradizioni violente ed eversive di destra radicali, presenti anche nei rispettivi sistemi politici, attraverso la mobilitazione democratica di elettorati moderati, più o meno conservatori, distanti anni luce da qualsivoglia compromesso, o subdola accettazione, di parole d’ordine fasciste e consapevoli, dopo settant’anni, dell’irrinunciabilità dell’antifascismo. Le conseguenze pratiche di una destra non antifascista, e quindi incostituzionale, non si limitano alla perpetuazione di un’anomalia assoluta per la quale una parte politica importante del paese non riconosce le basi etico-politiche della conformazione statuale nella quale opera (non solo nelle sue classi dirigenti, ma anche in ampi settori della sua base popolare), ma si riverberano con effetti negativi sul dibattito politico corrente e sulla delineazione delle politiche pubbliche. Ma sarà mai possibile continuare a negare la normalità della più rapida concessione dei diritti di cittadinanza a figli di migranti nati in Italia e cresciuti nella nostre scuole e nei nostri quartieri non fosse altro che per ragioni meramente legate alle tendenze demografiche deficitarie del nostro paese, se incapaci di carpirne le motivazioni giuridiche della necessaria integrazione? Per non dire della propagandistica e oscena mescolanza di tale tema capitale con gli strepiti artefatti sugli sbarchi di migranti nel Mediterraneo, o del continuo vellicare gli umori più istintivi di ceti sociali provati dalla pandemia nelle proprie attività economiche, ritraendo dai bauli più vecchi dell’anticomunismo di bandiera l’odio di classe di una fantomatica sinistra anti-capitalistica e nemica dei bottegai. O ancora, la messa in discussione oscurantista e demagogica delle raccomandazioni di una scienza vista come il braccio armato di uno stato democratico e giacobino, per definizione opprimente nei confronti delle licenze dei privati, o il recupero della pregiudiziale opposizione tra mondo del lavoro dipendente visto in chiave parassitaria e vetero-sindacalista di contro ad una volontà produttiva delle attività private compressa dalla mano pubblica. Il movente profondo di una destra demagogica e ribellista, plebea e anti-liberale, corporativa e divisiva, leaderistica e plebiscitaria, xenofoba e tendenzialmente autoritaria, è da individuare nel suo rifiuto preliminare dell’antifascismo, e quindi della Costituzione, del suo valore autentico e programmatico, del suo sistema di garanzie, dei canali di integrazione sociale e di lotta alle diseguaglianze che essa prefigura. La lotta contro questa destra dovrebbe essere la stella polare di tutti i democratici italiani.

*Storico, Sindaco di Roccamorice

Di Redazione Notizie D'Abruzzo

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