Ambiente

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Vinitaly: passerina e pecorino nella top 5 della borsa dei vini stilata da Coldiretti

Ci sono due vitigni abruzzesi nella top five della borsa nazionale dei vini che hanno avuto in maggior incremento delle vendite in Italia nel 2016. A darne notizia è Coldiretti in occasione del Vinitaly a Verona dove l’organizzazione ha presentato la prima mostra delle bottiglie più alla “moda” nell’ultimo anno. La passerina (+24% i vendite) e il pecorino (+19,2%) si piazzano infatti al secondo e al quarto posto dei primi cinque vini con un aumento esponenziale delle vendite, insieme a Ribolla Gialla (primo posto), Valpolicella Veneto e Primitivo pugliese, mentre il Montepulciano si conferma anche quest’anno il vino abruzzese in assoluto più venduto.

La speciale classifica presentata da Coldiretti al Vinitaly evidenzia risultati sorprendenti con un profondo cambiamento nelle abitudini di consumo degli italiani che - sottolinea la Coldiretti - premiano anche negli acquisti di vino le produzioni legate al territorio. Infatti, nella classifica dei primi dieci vini che nel 2016 in Italia hanno fatto registrare il maggior incremento delle vendite, infatti, nessuno è internazionale. Una conferma, secondo Coldiretti, di quanto siano pericolosi i tentativi di minare la distintività delle produzioni come dimostra la recente discussione comunitaria sulla liberalizzazione dei nomi dei vitigni fuori dai luoghi di produzione che consentirebbe anche ai vini stranieri di riportare in etichetta nomi quali lo stesso Montepulciano, tanto per restare ai vini del nostro territorio. “Il futuro dell’agricoltura italiana ed europea dipende dalla capacità di promuovere e tutelare le distintività territoriali che sono state la chiave del successo nel settore del vino dove hanno trovato la massima esaltazione – sottolinea Coldiretti nell’evidenziare che la “biodiversita’ produttiva è un patrimonio del made in italy che va valorizzato e difeso anche a livello internazionale”. 

 

LA TOP TEN DEI VINI PER CRESCITA VENDITE BOTTIGLIE NEL 2016

Vino

Variazione % valore

1 – Ribolla gialla (Friuli-Venezia Giulia)

+31,0

2 – Passerina (Marche, Abruzzo)

+24,4

3 – Valpolicella Ripasso (Veneto)

+23,0

4 – Pecorino (Abruzzo/Marche)

+19,2

5 – Primitivo (Puglia)

+13,8

6 – Pignoletto (Emilia-Romagna)

+13,2

7 – Custoza (Veneto)

+10,5

8 – Negroamaro (Puglia)

+10,0

8 – Lagrein (Trentino-Alto Adige)

+10,0

10 – Traminer (Trentino-Alto Adige)

+9,8

Fonte: Elaborazioni Coldiretti su dati Infoscan Census

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Coldiretti, opportunita’ e prospettive dopo il sisma. La sfida delle imprenditrici agricole  

Tre parole d’ordine: volontà, professionalità e diversificazione aziendale

Si può ripartire dopo il terremoto? E come? Ci sono strumenti adeguati alla ripresa delle imprese agricole? Sono tante le domande che si sono poste, e alle quali hanno risposto, le donne di Coldiretti Donne Impresa che si sono incontrate ieri pomeriggio nella sede di Coldiretti Abruzzo, a San Giovanni teatino, nell’incontro “Rinascita e prospettive delle imprese agricole femminili dopo il sisma”, promosso per capire opportunità e prospettive per chi sceglie il settore agricolo. Un incontro tra i comitati provinciali delle donne imprenditrici per ricordare il sisma che colpì L’Aquila nel 2009 e le conseguenze degli eventi tellurici che si sono verificati dal 24 agosto a gennaio 2017 in Abruzzo.

 

Oltre alla responsabile regionale di Coldiretti Donne Impresa Manuela Vellante e alle responsabili provinciali Daniela Lucia, Angelica Fabrizio e Federica Intini, all’incontro ha partecipatoEmanuela Ripani, allevatrice e presidente di Coldiretti Teramo, che ha raccontato la sua esperienza di azienda colpita dal terremoto e ha ricordato l’impegno profuso da Coldiretti per aiutare le imprese colpite sia dal sisma che dal maltempo del mese di gennaio.

“Un dramma da cui dobbiamo ripartire con più entusiasmo e dinamismo – ha evidenziato la Ripani – sono tante le aziende agricole colpite insieme ovviamente alla popolazione civile, ma come abbiamo fatto nel 2009 è necessario guardare al futuro con volontà e impegno. L’agricoltura è un settore fondamentale e trainante che, seppur fortemente colpito, sarà dare il giusto impulso alla ripresa dell’economia. Ripartire dalla diversificazione aziendale e dalla multifunzionalità, concetti che mai come oggi sono attuali caratteristiche del settore agricolo, vuol dire puntare su un valore aggiunto da cui le imprese possono, anzi devono, ripartire con una valenza anche sociale”.

 

Nel corso dell’incontro, al quale hanno partecipato oltre una trentina di imprenditrici, si sono susseguiti anche due interventi tecnici. Edoardo Diligenti, consulente dell’ufficio legislativo di Coldiretti Abruzzo, ha relazionato su “Impresa al femminile: quale futuro in agricoltura dopo le calamità di gennaio 2017” mentre Fabio Di Pietro, responsabile Fondi strutturali di Coldiretti Abruzzo, si è soffermato su “Piano di sviluppo rurale: scenari e prospettive per le donne in agricoltura” evidenziando i nuovi scenari che si aprono per le imprese femminili.

 

Al termine degli interventi tecnici, il confronto vero e proprio tra le imprenditrici da cui sono emerse tre direttrici da perseguire nell’immediato futuro: potenziare la presenza di imprenditrici agricole negli agriturismi che vanno rilanciati proprio ora in un momento di grande crisi dovuta al terremoto, promuovere la comunicazione con il consumatore e valorizzare ancora di più l’impresa “femminile” in un settore che, pur tradizionalmente maschile, inizia a confermare la crescita delle aziende “rosa”.

 

Basti pensare che in Abruzzo, su circa 34.000 aziende gestite da donne nei diversi settori (percentuale tra le più alte d’Italia) ben il 36% appartengono all’agricoltura e che una impresa agricola su tre viene gestita da una donna. A livello nazionale, secondo i dati pubblicati sul report Crea 2016, le imprenditrici agricole in Italia hanno di media un’età compresa tra i 40 e i 60 anni. Il 9% è al di sotto dei 40 anni, mentre nello studio di Coldiretti dal titolo “Più lavoro in agricoltura dall’innovazione – Missione cambiamento: le risposte dei giovani agricoltori”, emerge che nel 2015 sono aumentate del 76% le ragazze italiane under 34 che hanno scelto di lavorare indipendentemente in agricoltura come imprenditrici agricole, coadiuvanti familiari o socie di cooperative agricole. Nel corso dell’incontro sono stati evidenziati anche i numeri dei primi bandi del Psr, in cui su 870 domande di primo insediamento il 39% provengono da donne al di sotto dei 40 anni (percentuale che, in provincia di Chieti, sale al 44%).

 

“Non semplicemente mogli o sorelle o madri che danno il proprio supporto nella gestione dell’azienda di famiglia ma vere e proprie imprenditrici che curano direttamente la propria impresa sempre più strutturata e al passo con i tempi – ha evidenziato Manuela Vellante, responsabile regionale nelle conclusioni finali - una realtà sempre più variegata e strutturata di cui le donne di Coldiretti vogliono essere sempre più protagoniste attive. Il nostro principale obiettivo è, in questo momento storico, lavorare assiduamente per diffondere l’importanza di una alimentazione sana e corretta con cibi di sicura provenienza nella valorizzazione complessiva del made in Italy alimentare – ha concluso Manuela Vellante - Solo così riusciremo a garantire il reddito delle imprese e la sicurezza dei consumatori attenti tutelando al tempo stesso le nostre imprese e la presenza delle donne in agricoltura. Oggi più che mai l’impegno delle imprenditrici è forte e non si limita semplicemente all’aiuto del coniuge ma riguarda anche la gestione di aziende agricole complesse e strutturate>>.

 

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A Caramanico l’Open day di Majambiente

 

Majambiente apre le porte a tutti i giovani dai 16 ai 25 anni interessati alla natura. L'appuntamento sarà l'occasione per illustrare il lavoro ed i servizi professionali offerti dalla cooperativa per il territorio del Parco Nazionale della Majella. L'intento è quello di coinvolgere le nuove generazioni e potere fare comprendere di come sia possibile pensare al futuro lavorativo nel settore del turismo naturalistico.

L'iniziativa è in programma sabato 8 aprile 2017 a Caramanico Terme.

Le attività si svolgeranno nella sede del Centro Visite Valle dell'Orfento.

 

 

 

 

 

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Enoturismo cresce nelle Città del Vino, 14 milioni di arrivi e spesa di 3 miliardi

Da Nord a Sud c'e' forte ottimismo sui territori a vocazione vitivinicola, che vedono perlopiu' crescere l'enoturismo: per oltre il 90% delle Strade e le Citta' del Vino, fatturato e arrivi del turismo enogastronomico del 2016 sono superiori, o almeno stabili rispetto al 2015, quando sono stati registrati 14 milioni gli accessi e 3 miliardi di euro come volume d'affari. E' quanto emerge dal XIII Osservatorio del Turismo del Vino di Citta' del Vino/Universita' di Salerno, dati presentati in anteprima alla Bit Milano, 52/a edizione della Borsa Internazionale del Turismo, presso l'area della Regione Sicilia. Al sondaggio, precisa Giuseppe Festa del corso in Wine Business dell'Universita' di Salerno, hanno risposto 116 Comuni (il 27,62% di 420 Citta' del Vino) e 25 Strade del Vino su 133 (il 18,80%). Laddove viene applicata l'imposta di soggiorno, secondo i dati da Rapporto, e' sempre investita in servizi enoturistici in 1 Comune su 4 o in progetti per migliorare accoglienza e servizi in 6 Citta' del Vino su 10. "Le buoni relazioni fanno bene all'economia - ha sottolineato il presidente dell'Associazione Citta' del vino Floriano Zambon - e quindi ai servizi e alle tasse locali, che come evidenzia il nostro Osservatorio vengono spesso reinvestite proprio nel turismo del vino". Tuttavia, il 4% dei circuiti enoturistici non ha ancora un sito Internet e non si capisce come possa promuovere il territorio in un mondo digitalizzato e globalizzato. Appena il 24% delle Strade si e' dotata di una App utile per smartphone. I dati completi dell'Osservatorio saranno poi presentati durante la Convention di Primavera delle Citta' del Vino, dal 22 al 25 giugno in Umbria, tra Torgiano, Montefalco e Orvieto

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Solidale e biologica, le sagge e “sante” regole dei produttori di Zafferano di Navelli

Una famiglia che è una comunità storica, una cooperativa che ha tra i suoi iscritti discendenti di agricoltori che da secoli coltivano e producono zafferano. "Furono gli spagnoli nel 1400 con la regina Giovanna a dare alla piana di Navelli  l'opportunità si produrre un farmaco, lo zafferano, l'oro rosso che aveva ed ha qualità farmacologiche tali che dalla notte dei tempi è utilizzato per mitigare i problemi gastro intestinali, le allergie agli occhi, le disfunzioni cardio circolatorie, fino ad essere una spezia di altissima qualità per dare sapori unici alle vivande". Gina Sarra è una delle discendenti della famiglia Sarra,  una istituzione nel mondo dello Zafferano, dopo la morte del fratello Silvio, è lei il punto di riferimento della cooperativa che produce lo Zafferano dop dell'Aquila. Una specialità che viene richiesta da tutto il mondo.


Signora Gina iniziamo dal raccolto, come si annuncia quello del 2017?

"Stiamo, tuttavia, cercando di recuperare i danni subiti negli anni passati, sia per il vento, neve e quando un branco di cinghiali ha devastato in una sola notte tre ettari di campi dove lo zafferano era pronto per il raccolto. La nostra cooperativa è una comunità e i soci che hanno subito danni, sono aiutati dagli altri soci. In questo senso da secoli abbiamo una agricoltura biologica e solidale. Un modello produttivo che viene studiato anche dall'estero"

Come è iniziata la produzione sull'altipiano di Navelli?

"I documenti risalgono al 1400 quando lo zafferano era venduto in tutta Europa come farmaco, la produzione era nelle mani di comunità ebraiche presenti sulla piana e nei paesi del circondario di  Navelli. Ora la commercializzazione è legata al mondo della cucina. Ci sono chef da tutto il mondo che ci chiedono di poterlo acquistare. Ma sta tornando anche lo zafferano come farmaco"

Chi ne fa richiesta?

"Quei medici che hanno fatto studi approfonditi di omeopatia, che conoscono bene le sue proprietà. Il nostro prodotto è purissimo, venduto a circa 22 euro al grammo. Produciamo con tecniche che sono rimaste nei secoli le stesse".

Come funziona la vostra cooperativa?

"È un modello solidale, aperto ai giovani che apprendono le regole da soci anziani, in alcuni casi centenari. C'è un mutuo rapporto di aiuto, questo lembo di terra è benedetto. E sarà conservato così ancora per secoli" 

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Lavoro in agricoltura: per il futuro i giovani scelgono la terra

Lavoro in agricoltura, mi occupo di produrre e poi valorizzare i prodotti che nascono dalla mia terra e commercializzo i frutti del mio impegno: sono tanti, anzi tantissimi i giovani agricoltori che hanno scelto il settore agricolo, come occupazione. Parliamo di ragazzi under 35, appassionati, vivaci, ma soprattutto dotati di una forza di volontà eccezionale, che li porta a compiere scelte sul momento quasi azzardate, ma che in realtà si rivelano un enorme ed entusiasmante successo. Il lavoro in agricoltura non è per tutti e, come qualsiasi tipo di impiego che si rispetti, non è semplice, ma basta avere idee chiare e soprattutto innovative, per riuscire a creare qualche cosa di veramente bello e soprattutto importante.

Ogni lunedì vi raccontiamo le Storie dei nostri ragazzi, uomini e donne che – seppur giovanissimi – hanno avuto il coraggio di tentare e sono riusciti a diventare giovani imprenditori agricoli. Sono allevatori, pastori, agricoltori; sono ragazzi che hanno saputo raccogliere tante esperienze, ne hanno fatto tesoro e dalle proprie fatiche hanno ottenuto un lavoro onesto, che produce quei frutti che in tutto il mondo si conoscono come vero Made in Italy. L’agricoltura italiana, infatti, è un settore inarrestabile che produce continuamente la parte buona, appetibile, sana e genuina del nostro Paese. Oggi sono quasi seicentomila le imprese italiane condotte da under 35 che, dinanzi alla crisi, si sono messi in proprio e hanno raggiunto l’autonomia, tanto da garantire nel 2016 all’Italia la leadership in Europa per numero di attività imprenditoriali condotte da giovani.

Per valorizzare tali prodotti, frutto anche e soprattutto di idee innovative applicate alle tradizioni di famiglia, è nato il premio Oscar Green arrivato alla sua 11 edizione. Le domande partecipazione al concorso che, appunto, premia quei giovani agricoltori che si sono distinti per creatività e ingegno applicati al settore agricolo potranno essere inviate entro e non oltre il 31 marzo 2017, attraverso il form apposito.

da https://giovanimpresa.coldiretti.it/pubblicazioni/fare-impresa/pub/lavoro-in-agricoltura-per-il-futuro-i-giovani-scelgono-la-terra/

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Abruzzo, prorogati i termini per le domande di sostegno alle stalle

Sono stati prorogati al 10 aprile 2017 i termini per la presentazione delle domande di sostegno alle stalle ubicate nelle regioni terremotate colpite dal sisma per le perdite di reddito degli allevatori provocate dai decessi, dal crollo della produzione di latte del 30% per lo stress da freddo e dalle scosse, ma anche per la perdita di mercato causata dallo spopolamento. Lo rende noto Coldiretti Abruzzo nel sottolineare che le misure straordinarie sono fissate in 400 euro/capo bovino, 60 euro/capo ovi caprino, 20 euro/capo per suino e 45 euro/capo per le scrofe e 100 euro/capo ad equino. "Un boccata di ossigeno che deve arrivare con urgenza nelle campagne terremotate per salvare le stalle in un territorio - sottolinea la Coldiretti - a prevalente indirizzo agricolo con una significativa presenza di allevamenti che è importante sostenere concretamente affinchè la ricostruzione vada di pari passo con la ripresa dell'economia che in queste zone significa soprattutto cibo e turismo. Sono 25mila le aziende agricole e le stalle nei 131 comuni terremotati di Abruzzo, Lazio, Marche e Umbria con 292mila ettari di terreni agricoli coltivati soprattutto a seminativi e prati e pascoli da imprese per la quasi totalità a gestione familiare (96,5%), secondo le elaborazioni Coldiretti sull'ultimo censimento Istat. Significativa la presenza di allevamenti con quasi 65 mila bovini, 40mila pecore e oltre 11mila maiali dalle quali si evidenzia anche un fiorente indotto agroindustriale con caseifici, salumifici e frantoi dai quali si ottengono specialità di pregio famose in tutto il mondo".

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Coldiretti, prorogati al 10 aprile termini per domande di sostegno alle stalle

Sono stati prorogati al 10 aprile 2017 i termini per la presentazione delle domande di sostegno alle stalle colpite dal sisma per le perdite di reddito degli allevatori provocate dai decessi, dal crollo della produzione di latte del 30% per lo stress da freddo e dalle scosse, ma anche per la perdita di mercato causata dallo spopolamento. Lo rende noto la Coldiretti nel sottolineare che le misure straordinarie sono fissate in 400 euro/capo bovino, 60 euro/capo ovi caprino, 20 euro/capo per suino e 45 euro/capo per le scrofe e 100 euro/capo ad equino. Una boccata di ossigeno che deve arrivare con urgenza nelle campagne terremotate per salvare le stalle in un territorio - sottolinea la Coldiretti - a prevalente indirizzo agricolo con una significativa presenza di allevamenti che e' importante sostenere concretamente affinche' la ricostruzione vada di pari passo con la ripresa dell'economia che in queste zone significa soprattutto cibo e turismo. Sono 25mila le aziende agricole e le stalle nei 131 comuni terremotati di Lazio, Marche, Umbria e Abruzzo con 292mila ettari di terreni agricoli coltivati soprattutto a seminativi e prati e pascoli da imprese per la quasi totalita' a gestione familiare (96,5%), secondo le elaborazioni Coldiretti sull'ultimo censimento Istat. Significativa la presenza di allevamenti con quasi 65 mila bovini, 40mila pecore e oltre 11mila maiali dalle quali si evidenzia anche un fiorente indotto agroindustriale con caseifici, salumifici e frantoi dai quali si ottengono specialita' di pregio famose in tutto il mondo. Il crollo di stalle, fienili, caseifici e la strage di animali hanno limitato l'attivita' produttiva nelle campagne mentre lo spopolamento - sottolinea la Coldiretti - ha ridotto le opportunita' di mercato. Occorre recuperare il ritardo accumulato nell'arrivo delle strutture provvisorie annunciate nelle campagne, dalle stalle ai moduli abitativi. 

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Coldiretti, finito il secondo inverno più caldo di sempre

Arriva la primavera e finisce l’inverno che si è classificato come il secondo più caldo di sempre sul pianeta a livello climatologico facendo registrare una temperatura media sulla superficie della terra e degli oceani, addirittura superiore di 0,89 gradi rispetto alla media del ventesimo secolo. E' quanto emerge dalle elaborazioni Coldiretti sulla base dei dati della banca dati Noaa, il National Climatic Data Centre dal 1880. "Anche in Italia si è verificata una evidente anomalia con l’inverno che - sottolinea Coldiretti - è stato più caldo con una temperatura superiore di 0,45 gradi rispetto alla media del periodo di riferimento e si colloca al 26esimo posto tra i più bollenti dal 1800, secondo Isac Cnr"

Dall’analisi si conferma la tendenza al surriscaldamento con il 2016, 2015 e 2014 che si collocano nell'ordine sul podio degli anni più caldi a livello globale mentre in italia il 2016 si è classificato al quarto posto ma il 2015 si era posizionato al primo posto e il 2014 al secondo.L’aumento delle temperature è accompagnato a livello nazionale da una tropicalizzazione del clima. "Il 'pazzo inverno' si è caratterizzato infatti in Italia - precisa Coldiretti - anche da un calo del 24 % delle precipitazioni, che ha sconvolto le natura con il Po che è allo stesso livello del mese di agosto. Una indicazione dello stato di crisi idrica in cui si trova l’Italia in questo momento". Al Nord in Piemonte e in Emilia Romagna il volume complessivo delle risorse idriche disponibili è ai livelli minimi dal 2010, ma in difficoltà sono anche la Lombardia dove è già attivato da settimane l'Osservatorio permanente sugli utilizzi idrici, il Trentino Alto Adige e il Veneto. Nel resto della Penisola la situazione è a macchia di leopardo con Abruzzo, Basilicata e Sicilia, che segnalano le più basse disponibilità idriche degli ultimi anni

I consumatori precisa Coldiretti "sono costretti a fare i conti con le fluttuazioni anomale nei prezzi dei prodotti che mettono nel carrello della spesa dove a febbraio si sono registrati aumenti del 37,2% nei prezzi dei vegetali freschi per le gelate di gennaio.

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Agromafie, la crescita del crimine nel food

Dal Rapporto Coldiretti-Eurispes 2017 emerge a quali rischi si possa andare incontro acquistando cibi low cost e di provenienza incerta. La sicurezza alimentare della filiera corta e controllata è un’alternativa concreta al pericolo di consumare cibi adulterati

 

Fare acquisti in filiera corta e scegliere prodotti garantiti dagli agricoltori non è solo una scelta dettata da una forte attenzione alla qualità dei cibi e alla loro freschezza. Si tratta anche di tutelare la sicurezza alimentare di quel che si porta in tavola.  “Occorre vigilare sul sottocosto e sui cibi low cost dietro i quali spesso si nascondono ricette modificate, l’uso di ingredienti di minore qualità o metodi di produzione alternativi se non l’illegalità o lo sfruttamento”. Lo ha affermato il presidente della Coldiretti Roberto Moncalvo alla presentazione del quinto Rapporto #Agromafie2017 elaborato da Coldiretti, Eurispes e Osservatorio sulla criminalità nell’agricoltura e sul sistema agroalimentare. 
Quello delle agromafie è infatti un fenomeno preoccupante e purtroppo in crescita. Il volume d'affari complessivo annuale è salito a 21,8 miliardi di euro con un balzo del 30% nell’ultimo anno. Tale stima rimane, con tutta probabilità, ancora largamente approssimativa per difetto.
La filiera del cibo, della sua produzione, trasporto, distribuzione e vendita, ha tutte le caratteristiche necessarie per attirare l’interesse di organizzazioni che via via abbandonano l’abito “militare” per vestire il “doppiopetto” e il “colletto bianco”, riuscendo così a scoprire e meglio gestire i vantaggi della globalizzazione, delle nuove tecnologie, dell’economia e della finanza 3.0. Sul fronte della filiera agroalimentare, le mafie, dopo aver ceduto in appalto ai manovali l’onere di organizzare e gestire il caporalato e altre numerose forme di sfruttamento, condizionano il mercato stabilendo i prezzi dei raccolti, gestendo i trasporti e lo smistamento, il controllo di intere catene di supermercati, l’esportazione del nostro vero o falso Made in Italy, la creazione all’estero di centrali di produzione dell’Italian sounding e la creazione ex novo di reti di smercio al minuto. 
   
Le minacce sul territorio italiano
Nel 2016 si è registrata un’impennata di fenomeni criminali che colpiscono e indeboliscono il settore agricolo nostrano. Non si tratta più soltanto di “ladri di polli” quanto di veri criminali che organizzano raid capaci di mettere in ginocchio un’azienda, specie se di dimensioni medie o piccole, con furti di interi carichi di olio o frutta, depositi di vino o altri prodotti come file di alveari, intere mandrie o trattori caricati su rimorchi di grandi dimensioni. A questi reati contro l’agricoltura, secondo il Rapporto Coldiretti, Eurispes e Osservatorio sulla criminalità nell’agricoltura e sul sistema agroalimentare, si affiancano racket, usura, danneggiamento, pascolo abusivo, estorsione nelle campagne mentre nelle città, silenziosamente, i tradizionali fruttivendoli e i nostri fiorai sono quasi completamente scomparsi, sostituiti i primi da egiziani e i secondi da indiani e pakistani che, pur sapendo proferire a stento poche frasi compiute in italiano, controllano ormai gran parte delle rivendite attive sul territorio.
Tra tutti i settori “agromafiosi”, quello della ristorazione è forse il comparto più tradizionale e immediatamente percepito come tipico del fenomeno. In alcuni casi sono le stesse mafie a possedere addirittura franchising e dunque catene di ristoranti in varie città d’Italia e anche all’estero, forti dei capitali assicurati dai traffici illeciti collaterali. Il business dei profitti criminali reinvestiti nella ristorazione coinvolgerebbe oltre 5mila locali, con una più capillare presenza a Roma, Milano e nelle grandi città.
Dalle infiltrazioni nel settore ortofrutticolo del clan Piromalli all’olio extra vergine di oliva di Matteo Messina Denaro fino alle imposizioni della vendita di mozzarelle di bufala del figlio di Sandokan del clan dei Casalesi e al controllo del commercio della carne da parte della ‘ndrangheta e di quello ortofrutticolo della famiglia di Totò Riina, i più noti clan della criminalità si dividono il business della tavola mettendo le mani sui prodotti simbolo dell’agroalimentare italiano.
Solo nell’ultimo anno le Forze dell’Ordine hanno messo a segno diverse operazioni contro le attività della malavita organizzata, con arresti, sequestri e confische contro personaggi di primissimo piano della mafia che hanno deciso di investire ed appropriarsi di vasti comparti dell’agroalimentare e dei guadagni che ne derivano, distruggendo la concorrenza e il libero mercato legale e soffocando l’imprenditoria onesta. Il risultato è la moltiplicazione dei prezzi che per l’ortofrutta arrivano a triplicare dal campo alla tavola, ma anche pesanti danni di immagine per il Made in Italy in Italia e all’estero. 
   
Importazioni pericolose
Quasi un prodotto agroalimentare su cinque che arriva in Italia dall’estero non rispetta le normative in materia di tutela dei lavoratori, a partire da quella sul caporalato, vigenti nel nostro Paese: dal riso asiatico alle conserve di pomodoro cinesi, dall’ortofrutta sudamericana a quella africana in vendita nei supermercati italiani fino ai fiori del Kenya.
Si stima che siano coltivati o allevati all’estero oltre il 30% dei prodotti agroalimentari consumati in Italia, con un deciso aumento negli ultimi decenni delle importazioni da paesi extracomunitari dove non valgono gli stessi diritti sociali dell’Unione Europea. Riso, conserve di pomodoro, olio d’oliva, ortofrutta fresca e trasformata, zucchero di canna, rose, olio di palma sono solo alcuni dei prodotti stranieri che arrivano in Italia che sono spesso il frutto di un “caporalato invisibile” che passa inosservato solo perché avviene in Paesi lontani, dove viene sfruttato il lavoro minorile, che riguarda in agricoltura circa 100 milioni di bambini secondo l’Organizzazione Internazionale del Lavoro (ILO), di operai sottopagati e sottoposti a rischi per la salute, di detenuti o addirittura di veri e propri moderni “schiavi”. Ecco una sintesi delle bad practices su alcuni prodotti di importazione.

Il caporalato nel piatto
Concentrato di pomodoro dalla Cina. Lavoro forzato dei detenuti
Riso basmati dal Vietnam. Lavoro minorile e sfruttamento
Nocciole dalla Turchia. Sfruttamento delle minoranze curde
Rose dal Kenya. Lavoro sottopagato e senza diritti
Fragole dall’Egitto. Rischio salute sul lavoro per prodotti chimici fuorilegge in Europa
Fiori dalla Colombia. Sfruttamento del lavoro femminile
Canna da zucchero dalla Bolivia. Abuso di stimolanti per aumentare la resistenza al lavoro
Carne dal Brasile. Lavoro minorile e sfruttamento
Aglio dall’Argentina. Lavoro minorile e sfruttamento
Banane dall’Ecuador. Trattamenti a base di prodotti chimici fuorilegge in Europa
 
(Fonte: Elaborazioni Coldiretti su dati dipartimento di stato Usa sul lavoro, Laogaibook, Unicef, lLO)

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