Egemonia, rappresentanza e classi subalterne. I dilemmi dell’identità del Partito Democratico

di Alessandro D’Ascanio*

Un grafico, più di altre rappresentazioni, rende plasticamente evidente la crisi strutturale del Partito Democratico. Crisi di essenza politica, di identità di fondo, di ragioni costituenti del proprio essere forma-partito. Crisi che sopravanza lo stretto dato elettorale della sconfitta accompagnata dalle conseguenti, e rituali, schermaglie di correnti affamate delle spoglie residue del “corpo politico” democratico, concretizzando una riflessione politologica consolidata sulla trasformazione partitica della sinistra “storica” a seguito dell’onda lunga del populismo, nelle società occidentali.

Il grafico famigerato giustappone la linea dei percettori del Reddito di cittadinanza con i votanti del movimento Cinque stelle, a delineare una quasi perfetta sovrapposizione tra condizione sociale e scelta partitica che, al di là dei giudizi semplicistici sul “clientelismo pauperistico” meridionale o sull’adeguatezza o congruità di tale misura di sostegno al reddito, rende manifesta una sorta di sottrazione di parte della base sociale della sinistra con conseguente trasmutazione definitiva della sua capacità di rappresentanza politica.

In altre parole, i poveri, i precari, i lavoratori poveri, le classi subalterne della società italiana non riconoscono al Partito Democratico la sua naturale funzione di rappresentante non solo dei propri interessi materiali vitali, ma finanche dei propri valori e della propria costellazione di principi di riferimento! Tutto ciò nell’inveramento di una nemesi storica drammatica e paradossale. Il Partito Democratico è percepito come lontano e ostile!

Enorme problema identitario! Analizzato e scandagliato da almeno un decennio, ma tornato prepotentemente all’attenzione in occasione del voto del 25 settembre 2022! Che fare allora? Come riconquistare il proprio popolo? Sarà sufficiente il limitarsi a farsi alfieri più conseguenti di misure assistenziali di massa ingaggiando una concorrenza con i grillini sul terreno della giusta “carità pubblica”? O delegare in permanenza a loro questa funzione divenendone definitivamente subalterni? Oppure sarà possibile, e necessario, trovare una maniera altra di rappresentare questa parte della società prima di pensare a strategie e alleanze?

Esiste un’altra via alla rappresentanza politica dei ceti subalterni che sappia andare oltre l’ “integrazione negativa” di una misura di sostegno al reddito certo necessaria, ma insufficiente a conferire dignità, prospettiva di lungo periodo, inclusione attiva e partecipazione democratica ai cittadini attualmente percettori del Reddito di cittadinanza. Ed essa non passa solo per la delineazione fondamentale di politiche attive del lavoro più adeguate, a partire dalla formazione professionale regionale e dall’affinamento dei meccanismi di incrocio tra domande e offerta di forza lavoro, o dallo spettro di incentivi per le assunzioni, o dalle misure sul costo del lavoro volte all’aumento dei salari, tutte misure queste necessarie e certo meglio delineate nel programma del Partito Democratico che in quello dei vincitori.

Quello che occorre è altro e si colloca su un piano più generale e costitutivo rispetto al dettaglio delle proposte politiche puntuali. Urge la capacità di tornare ad esercitare “egemonia” sui ceti subalterni, riacquisendo la capacità da parte del Partito democratico di mettere in atto una “direzione intellettuale e morale” su di essi fondata su una visione del mondo che conferisca priorità al riequilibrio delle disuguaglianze sociali e che sia percepita come tale dal “senso comune” della società italiana.

E tutto ciò non in virtù di presunte primazie etico-politiche, o di atteggiamenti astrattemente giacobini, ma sulla base di un pensiero politico in grado di conferire senso ai bisogni sociali, di garantire la dignità dell’esistenza attraverso un protagonismo sociale degli ultimi, una mobilitazione di massa che abbia una forma e una direzione, un’ “integrazione attiva” che connetta sostegni al reddito al declinarsi di forme nuove di “cittadinanza partecipe” mediante una presenza costante negli strati bassi della società sul piano dell’organizzazione di partito, della proposta programmatica, della configurazione e della lotta per un nuovo welfare post-pandemia e post-crisi energetica.

Dovrà essere un lavoro di lunga lena, fatto di difficoltà e incomprensioni, tentativi ed errori, nuove sconfitte e lente risalite, ma che andrà condotto a partire da un’idea nuova e creativa di Partito democratico, interprete cosciente delle trasformazioni sociali e rappresentante politico non solo dei bisogni materiali, ma delle ambizioni di riscatto umano della “povera gente”!

Il che non vorrà dire abbandonare il proposito di costruire un progetto di governo per l’intera società, ma abbandonare uno scolastico interclassismo da “partito della nazione”, imbellettato in una vesta pseudo modernizzante, ma in realtà subalterna e prona a equilibri di potere consolidati e rendite di posizione ataviche. Occorre, ora, subito, un grande partito della sinistra italiana, “parte” della società e non “sintesi mediana” di essa, con un’idea radicale di trasformazione della stessa!

*storico, sindaco di Roccamorice, Consigliere Provincia di Pescara

Di Redazione Notizie D'Abruzzo

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