Esterno notte e le verità travisate

di Achille Lucio Gaspari*

RAI1 ha recentemente trasmesso il film Esterno Notte di Marco Bellocchio. Non starò a giudicare la qualità artistica del lavoro anche se ben si conosce il valore di regista di Bellocchio così come la sua passata (ma è davvero passata?) simpatia per la estrema sinistra. Bisogna riconoscere che il film è ben fatto e che Sorrentino nelle vesti di Paolo VI e soprattutto Gifuni nella parte di Aldo Moro hanno realizzato delle interpretazioni memorabili. A noi interessa valutare la veridicità storica perché non si tratta di fatti lontani nel tempo, molti dei protagonisti sono ancora viventi e queste vicende hanno avuto un impatto importante sulla vita democratica della nostra Repubblica. Non è lecito pertanto invocare una libertà artistica a giustificazione dello stravolgimento della verità.

Aldo Moro è stato un grande statista dotato di moderazione, di lungimiranza e di grande capacità di mediazione. Fanfani negli anni sessanta aveva realizzato il progetto del Centro Sinistra per staccare i Socialisti dai Comunisti e portarli ad una convinta partecipazione democratica. La fine degli anni settanta è stata caratterizzata da una grave crisi economica e da un notevole turbamento dell’ordine pubblico causato dal violento confronto degli opposti estremismi. Moro aveva colto le difficoltà del periodo e riteneva che per una vita democraticamente ordinata fosse opportuno coinvolgere quel 33% di elettori che sostenevano il PCI. La segreteria Berlinguer aveva trasformato il Partito Comunista che si era affrancato dalla tutela di Mosca e aveva convintamente accettato che l’Italia vivesse in una democrazia liberale, facesse parte dell’alleanza atlantica e realizzasse una economia di mercato. Era pertanto non solo possibile ma anche opportuno varare l’esperimento politico del Compromesso Storico. Questa strategia, durante la fase di preparazione, venne fortemente avversata da una parte dei dirigenti della Democrazia Cristiana e i quotidiani prevedevano che il partito avrebbe subito una scissione. Quando, dopo il discorso di Aldo Moro ai gruppi parlamentari DC, la proposta di Compromesso Storico ebbe una approvazione unanime, la quasi totalità degli articoli dei giornali si mostrarono molto sorpresi e attribuirono al Presidente della DC un potere simile a quello di Orfeo essendo stato capace di addormentare il dissenso. In realtà le cose erano andate in modo diverso e io ne conosco gli aspetti perché mi sono stati raccontati da Remo Gaspari allora vice segretario del Partito e membro della direzione. Il discorso Moro lo aveva scritto con la fattiva collaborazione dei membri della Direzione, e come mi disse Remo, era stato impiegato qualche giorno per scegliere gli aggettivi e la posizione delle virgole; sui gruppi parlamentari era stato svolto un lavoro di convincimento molto approfondito. Queste però erano notizie riservate e i Brigatisti che non le conoscevano, decisero di rapire Moro allo scopo di privare la Democrazia Cristiana delle sue capacità di mediazione e di convincimento per favorirne la divisione. Proprio per questa ragione non lo avrebbero mai lasciato libero; ne utilizzavano la detenzione per indurre lo Stato ad una trattativa, per confrontarsi da pari a pari ottenendone un riconoscimento.

I partigiani imprigionati a via Tasso non cedettero alle torture e accettarono con coraggio la propria fine alle Fosse Ardeatine. A Moro, che era uno statista e non un partigiano che aveva scelto la lotta armata conoscendone i rischi e i pericoli, non si poteva chiedere lo stesso coraggio e la stessa determinazione. Logico che volesse continuare il legame con la consorte, con i quattro figli e con il nipotino. E la famiglia non poteva desiderare altro che la salvezza del congiunto. Era lo Stato che doveva farsi carico di determinazione e fermezza. Un gruppo di sanguinari assassini non poteva essere trasformato in una riconosciuta controparte con cui trattare.

Nello sceneggiato, introducendo l’invenzione della confessione di Moro con un sacerdote che gli porse l’eucaristia, si sostiene una inverosimile responsabilità di alcuni dirigenti della Democrazia Cristiana, ed in modo particolare di Andreotti, che si sarebbero rifiutati di trattare per la sua liberazione al solo scopo di determinarne la morte. La verità storica ci dice che nel Partito ci fu un lungo e penoso travaglio, e se alla fine prevalse la scelta della fermezza questo si dovette alla rigida e monolitica posizione del Partito Comunista, che per allontanare da se ogni sospetto di vicinanza con i terroristi, fu assolutamente contrario ad ogni forma di trattativa. Il messaggio che Bellocchio vuol dare è che ad uccidere Moro furono più i democristiani che i brigatisti. Questa falsità viene con abilità propalata a chi non conosce con precisione come si svolsero i fatti. Nella inventata confessione Moro dice di odiare la Democrazia Cristiana. In realtà è Bellocchio che odia questo partito forse perché odia la democrazia e la libertà che esistono ancora in Italia perché la Democrazia Cristiana ne è stata la principale artefice e paladina.

*Professore Ordinario Emerito, Direttore Sezione Clinica Chirurgica, Facoltà di Medicina e Chirurgia
Università degli Studi di Roma Tor Vergata

Di Redazione Notizie D'Abruzzo

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2 Commenti

  1. Bellissimo ed esaustivo articolo. Sarebbe utile leggerlo nelle scuole per spiegare ai giovani la storia recente , che purtroppo non conoscono.

  2. Maria Teresa Antinori

    Presumo che queste conclusioni si basino su informazioni certe ed esaurienti .
    Personalmente, non potendo attingere a fonti attendibili, non nascondo di aver avuto non pochi dubbi sulla vicenda: quel che è certo è che, purtroppo, la scomparsa di Moro ha causato gravi conseguenze agli equilibri politici del nostro Paese negli anni a venire

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