Partito Democratico. Dalle candidature di potere alle candidature di progetto

di Alessandro D’Ascanio*

Nel panorama piuttosto desolato e consunto del sistema politico italiano, probabilmente per il mero protrarsi di una forza d’inerzia, l’unica parvenza di forma-partito democratica con le proprie strutture e funzioni, regole e prassi, miti e riti resta il PD al prezzo, tuttavia non indolore, di essere tuttora percepito, ad onta di tentativi anche generosi di rinnovamento, come il garante dell’establishment istituzionale e della conservazione di equilibri generali consolidatisi nel tempo. Tutto ciò, con ogni probabilità, rappresenta un rischio-opportunità, inevitabile nell’attuale contingenza politica, ma sul quale porre vigile attenzione! Tra le funzioni irrinunciabili del partito, resta quella, imprescindibile e caratterizzante, della selezione delle candidature per le competizioni elettorali che ancora incarna, a ben vedere, la quintessenza dell’agire politico volto all’inveramento effettuale del principio democratico tanto nel senso di garantire opportunità di elezione a quanti ritengano di poter contribuire al bene della comunità, tanto, forse soprattutto, nel senso di mettere i cittadini-elettori nella condizione di poter selezionare opzioni di voto degne di incarnare propri valori, idee e visioni del mondo o, molto più prosaicamente, programmi di governo.

Ma quali criteri di selezione sono prevalsi nella tradizione dei partiti dell’Italia repubblicana, dei quali il PD – almeno sul piano idealtipico – può considerarsi l’erede legittimo? Ad una disamina superficiale, ma non fuorviante, della questione, almeno tre:
1. Candidature di funzionari di partito intese alla stregua di opportunità premianti concesse a dirigenti distintisi per capacità di direzione politica, di organizzazione, di mobilitazione della comunità di iscritti e simpatizzanti, di costanza nell’attaccamento alla bandiera, con il portato della inevitabile composizione di correnti, tendenze, filiazioni, cooptazioni, fedeltà, attitudini personali.
2. Candidature di ras locali, uomini forti collocatisi nel tempo in enti locali, aziende pubbliche, enti di gestione, gangli di distribuzione della spesa pubblica con un potenziale di costruzione di reti clientelari estese e personalizzate, fedeli e ramificate ingaggiabili nella contesa soprattutto con sistemi elettorali che prevedano preferenze.
3. Candidature di rappresentanti della società civile variamente e dubbiamente rappresentativi di realtà associative, professionali, ricreative, culturali, di presunti “mondi vitali”, sodalizi, “formazioni sociali” il più delle volte concepite quali orpelli decorativi di compagini di lista troppo caratterizzate in senso politicista, altre volte come opportuni riconoscimenti di ruoli di autorità sociale importanti.
Ora, l’elemento comune alle tipologie di candidature sopra enucleate è quello del potere: potere macro o micro, potere esercitato o esercitabile, potere effettivo o presunto che sia! Candidature ritenute degne di riscuotere consenso dall’elettorato in quanto espressione di sperimentato esercizio di dominio e gestione di frazioni di micro-potere nella società. Il problema attuale, che complica e induce alla riflessione, è che, per un insieme variegato di ragioni, non è più così automatico, agevole e lineare riconoscere e aggregare, in un’offerta elettorale competitiva, esponenti della “classe di potere”.

Contestazioni populiste, semplificazioni qualunquiste di ritorno, volatilità elettorale, destrutturazione dei partiti, atomismo sociale diffuso, chiusure corporative, egoismi persistenti, drastico impoverimento culturale delle classi dirigenti, nuove tecnologie, persistenti incapacità decisionali delle istituzioni rappresentano le caratteristiche salienti del quadro di difficoltà sistemiche che dovranno indurre i partiti, il PD in primo luogo, a sperimentare nuovi criteri di selezione delle candidature, ad esempio in occasione delle prossime elezioni regionali abruzzesi.
Sarà sufficiente candidate in lista la mappa radiografica delle fedeltà politiche territoriali? O strizzare l’occhio ad un modello di raccolta del consenso clientelare probabilmente sfibrato dalle nuove dinamiche sociali cui si alludeva? O ancora perseverare nella sublimazione ipocrita di avvocaticchi di provincia, dirigenti scolastici fedeli al culto della burocrazia, sindacalisti corporativi facendoli assurgere alla stregua di ricostituenti impolitici e civici di una realtà partitica imputridita e incapace di parlare all’elettorato? Magari per porsi in competizione al ribasso con spezzoni di ceto politico riconvertiti ad un civismo vuoto e di facciata in un proliferare di liste farlocche prive di qualsivoglia proposta?
Forse una strada ci sarebbe! Difficile, eterodossa, tutta da sperimentare con i rischi del caso: passare dalle astratte candidature di potere alle concrete candidature di progetto, presentando al vaglio elettorale donne e uomini in grado di incarnare, rappresentare e argomentare progetti di governo, soluzioni amministrative e proposte normative fondate su analisi scientifiche dei bisogni delle comunità, letture analitiche delle esigenze territoriali mediante adeguata cultura politica, palmare esperienza amministrativa, abitudine al costante dialogo sociale, al confronto quotidiano, anche aspro e complesso, con i cittadini.
Divenga il PD un vettore di espressione politica del vario e polimorfo animarsi della politica locale, del lavoro innovativo, del fare piccola impresa a rischio, della ricerca culturale libera, del “fare politica” scisso da appartenenze correntizie stringenti e uniformanti, divenga il partito del popolo ragionante e attivo o, quanto meno, consenta che, accanto a forme tradizionali di offerta politica, vi sia la possibilità per questo popolo di riconoscere e votare propri simili nella lista democratica!

*sindaco di Roccamorice, Consigliere Provincia di Pescara

Di Redazione Notizie D'Abruzzo

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