A che serve un congresso?

di Alessandro D’Ascanio*

Parafrasando l’incipit di uno dei più grandi libri di storia del ventesimo secolo [Marc Bloch, Apologie pour l’histoire ou métier d’historien (1949)], in tempi di fase costituente del PD, potremmo chiederci: “A che serve un congresso?”. Apparentemente a nulla, stando alla congerie di dubbi, debolezze d’impostazione, opacità e aporie che la stanno tristemente caratterizzando. Tuttavia, attingendo a qualche rudimento di storia dei partiti e dei movimenti politici, sarà forse possibile buttare giù due o tre ragionamenti di senso compiuto.

  1. La funzione più elementare di un congresso di partito è quella di selezionare un gruppo dirigente. E’ una notazione quasi tautologica questa. Naturalmente sarà differente una selezione fondata su un’idea forte e mobilitante, da una selezione piegata su un tentativo di auto-perpetuazione di un ceto direttivo già consunto. Ad ogni modo, occultare con un manto di ipocrisia, tale funzione costituiva del momento congressuale appare oltremodo surreale, come se fosse possibile rimuovere d’un tratto la questione della leadership nella politica contemporanea. Va da sé, senza nemmeno ribadirlo, la necessità di distinguere tra una costruzione complessa di un profilo di leadership in grado di condensare in una figura profilo politico-culturale, esperienza di direzione, reti di relazioni, proiezione progettuale, attitudine comunicativa dalla passerella scioccamente competitiva di cliché caricaturali: del tipo il figlio solido dell’Emilia rossa di contro alla paladina dei diritti civili!

  1. Un congresso, tuttavia, deve accompagnare il processo di selezione della leadership con la sottoposizione alla propria comunità di riferimento di una linea politica di respiro progettuale incardinata nella fase storica in atto, con l’ambizione di condizionarla, indirizzarla, nell’ipotesi massima dirigerla. Non si rinviene grande politica nazionale senza un’idea della vicenda storica nazionale, senza dirimere il quesito della propria funzione statuale-nazionale-sociale nelle sue dinamiche evolutive. Un grande partito deve essere capace di legare le proprie sorti al fluire della vicenda generale del proprio Paese di riferimento. Non possono esistere grandi partiti incidenti della storia.

  1. Persiste poi un grande abbaglio/imbroglio. Non si tratta più di eleggere un Segretario, necessariamente candidato Premier, che presenta agli elettori un programma di governo. Stante il quadro politico, sarebbe logico selezionare un segretario sulla base di un’idea del mondo figlia di una cultura politica. Non primarie aperte ormai prive di senso, ma un qualunque meccanismo di elezioni di partito riservate agli iscritti, come in ogni organizzazione che si rispetti. Allestire la sagra dei gazebo senza elezioni politiche alle porte stride con la logica di base del processo elettorale.

  1. Ma quale sarebbe dunque la cornice storica nella quale collocare il partito? A spanne, e con l’ inevitabile semplificazione in questa sede, il quindicennio che rimonta dalla crisi periodizzante del 2008, con la trasformazione epocale del capitalismo, con la fine della “fine della storia” e il ritorno sulla scena internazionale di attori continentali forti in grado di condizionare l’egemonia americana, con la rottura irrimediabile del nesso tra “terza via” e “unipolarismo Usa”, i movimenti migratori costanti, la sbornia populista, la pandemia, la guerra e tutti i riverberi in Italia di tali dinamiche macroscopiche e condizionanti. L’idea di Italia dovrebbe emergere dall’analisi del mondo. Perché il mondo si è rimesso a correre.

  1. Poi, sul piano interno, una questione appare preponderante, con tutto il portato del suo carattere paradossale e apparentemente assurdo, quasi alla stregua di una nemesi maledetta e inspiegabile: il fossato tra la sinistra e parte preponderante dei ceti subalterni. E qui occorrerebbe veramente un’analisi profonda delle dinamiche ultime della vicenda politica italiana che giunga, tuttavia, a porre in campo un’impostazione per la quale il problema non sia riconducibile ai limiti di un welfare inadeguato. Il tema centrale dovrebbe essere quello della redistribuzione e della coscienza politica dei ceti subalterni, del loro ruolo mobilitante nel processo di cambiamento del paese, della loro necessaria funzione identitaria e costituente nella membership del partito.

  1. Da ultimo, alcune questioni dirimenti; su tutte giustizia sociale e ambiente, non potranno essere declinate in termini di meri principi di fondo. Occorrerà declinare tali questioni all’interno del nesso tra Società-Stato-Partito. A titolo di mero esempio, non potrà esistere pensiero ambientalista d’avanguardia senza idee forti sulle politiche industriali. Non potrà esserci sinistra senza una lettura critica e ideologica del ritorno prepotente del ruolo dello Stato nel “proteggere” i cittadini, nell’accezione polisemica del verbo. E questo Stato dovrà essere pensato in chiave di nuovo processo di democratizzazione (legge elettorale, natura e ruolo degli enti locali, Regioni) e sarà necessario pensare il Partito nello Stato, a partire dalla rivendicazione del suo ruolo insostituibile di soggetto aggregante cittadini con la funzione di concorrere a determinare la politica nazionale.

Occorrerà, in definitiva, un minimo esercizio di pensiero … e questo sarà il dramma …

*storico, sindaco di Roccamorice, Consigliere Provincia di Pescara

Di Redazione Notizie D'Abruzzo

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