“Un gesuita” al ministero?

di Angelo Orlando*

 

Francesco Saverio Nitti.
Buonasera. Sono Francesco Saverio Nitti.
Raccontarvi la mia storia sarebbe come scrivere un romanzo. Se pensate che nel 1904 ho, per la prima volta, fatto il mio ingresso in politica per arrivare, poi, a chiuderla di fatto con le elezioni nel 1948, potete facilmente capire quanti uomini, problemi governi abbia incontrato.
Da semplice deputato, da ministro, da Primo Ministro, da storico, sociologo, economista, giurista, ho sempre considerato il Meridione d’Italia come punto centrale della mia attività.
Quello che questa sera vi propongo è il risultato di un faticoso studio che mi ha ossessionato per anni, un’inchiesta sulla ripartizione territoriale delle entrate e delle spese dello Stato in Italia.
Questo libro” Nord e Sud” si apre con una lettera a un senatore del Regno e di questa lettera e del successivo testo vi propongo questi stralci:
“Dal 1860 ad oggi l’Italia è cresciuta del 44,40% per popolazione ma la ricchezza generale si è forse triplicata. Non avevamo nulla e abbiamo dovuto fare tutto. La Lombardia, ora così fiera delle sue industrie, non aveva quasi che l’agricoltura; il Piemonte era un paese agricolo e parsimonioso. L’unità d’Italia non poteva essere fatta se non con il sacrificio di alcune regioni, soprattutto nel Mezzogiorno continentale… L’Italia del sud era il reame, L’Italia del Nord era divisa in molti Stati e ognuno di essi aveva istituzioni proprie.
L’unità era da compiere e le guerre dovevano farsi al Nord. Come non provvedere la Lombardia, Il Piemonte, la Liguria, il Veneto di strade, di ferrovie, di forti? Di fronte alla necessità suprema della difesa non è possibile discutere. Ora l’industria si è formata, la Lombardia, la Liguria e il Piemonte potranno anche, fra breve, non ricordare le ragioni prime della loro presente prosperità. Ma il Nord Italia ha già dimenticato: ha peccato anche di orgoglio. I miliardi che il sud ha dato non ricorda più, i sacrifici compiuti. Tutte le grandi istituzioni dello Stato sono accentrate, come l’esercito, nelle zone che erano già più ricche.
Al momento dell’unione, l’Italia meridionale possedeva un grande demanio, una grande ricchezza monetaria, un credito pubblico solidissimo. Ciò che le mancava era ogni educazione politica: ciò che bisognava fare era educare le classi medie e formare soprattutto l’ambiente politico. Si è speculato da ogni partito sull’ignoranza e sul dolore. Dove bisognava tagliare il male si è incrudito. Intere regioni sono state abbandonate a clientele infami.
Ora l’Italia meridionale non deve chiedere né Lavori Pubblici frettolosi né concessioni gravose e nemmeno forse istituiti nuovi: queste cose servono talvolta più all’affarismo che lo sviluppo industriale punto.
La tendenza dei popoli moderni non tollera frazionamenti e non è possibile nemmeno per ipotesi malefica concepire un’Italia divisa.

Idea molto comune, radicata soprattutto nel Nord Italia, è che il Sud sfrutti il bilancio nazionale, contribuendo, viceversa, in misura minore…
Ancora tra il 1880 il 1888 la ricchezza agraria del Veneto non era superiore a quella della Puglia, e tra Genova e Bari, tra Milano e Napoli era assai minore la differenza di sviluppo economico e industriale che ora non sia.
La distribuzione della ricchezza privata in Italia è singolarmente cambiata dopo il 1887: l’Italia meridionale in un primo periodo ha funzionato come una colonia di consumo e ha permesso lo svolgersi della grande industria del Nord.
In Francia è stato provato da statistici eminenti che vi sono 26 dipartimenti nei quali lo Stato spende più che non percepisca; ma questi dipartimenti sono in generale meno ricchi. Accade dunque il contrario che in Italia dove sono le regioni più povere, la Basilicata, le Puglie, la Calabria quelle in cui lo Stato spende proporzionalmente meno.
La più gran parte delle spese è stata assorbita dagli interessi dei debiti, dalle spese militari e della riscossione delle imposte. Dal 1862 al 1896 abbiamo fatto 1 milione al giorno di debiti.
Dal 1848 al 1859 il Regno delle due Sicilia non mise alcuna imposta nuova né aumentò le antiche. Nello stesso periodo in Piemonte tutte le imposte antiche furono aumentate.
Tra il 1848 e il 1859 i disavanzi del bilancio del regno di Sardegna furono di circa 370 milioni; quelli del regno di Napoli meno di 139. ..
Le pensioni erano anche in cifra assoluta di molto inferiori a Napoli che in Piemonte.
Mentre la ricchezza è assai differente, l’Italia meridionale paga non solo relativamente, ma anche assolutamente per imposte dirette spesso quanto e più di regioni molto prospere. Ci sono regioni in assai diverso grado di prosperità che pagano egualmente e spesso sono le più povere che pagano di più.
La quota per abitante per imposte dirette in Piemonte è di 11,85, in Campania 12,16, in Veneto 9,08, nelle Puglie 9,72. La Basilicata, poverissima, paga per imposte dirette 7,45 pressappoco quanto le Marche-8,23-e quanto l’Umbria-8,86-che sono dal punto di vista del benessere degli abitanti in situazione assai differente.
Se consideriamo la contribuzione media per abitante e la spesa media per abitante da parte dello Stato, in lire, abbiamo:
• Liguria : 52,71-71,15
• Lombardia : 39,50-32,87
• Veneto : 29,17-21,90
• Emilia-Romagna: 32,06-20,78
• Toscana: 37,67-37,56
• Lazio: 77,31-93
• Abruzzi e Molise: 17,92-8,64

• Basilicata: 18,55-8,77
• Calabria: 18,54-11,26
• Sicilia: 21,86-19,88
• Sardegna: 20,23-19,0.
Se consideriamo poi le spese dello Stato per ogni L. 10 di imposte e tasse, abbiamo:
• Piemonte: 8,49
• Liguria: 13,49
• Lombardia: 8,32
• Veneto: 7,50
• Emilia-Romagna: 6,48
• Toscana 9,97
• Marche: 7,57
• Umbria: 5,97
• Lazio: 12,02
• Abruzzi e Molise: 4,82
• Campania: 8,78
• Puglie: 4,35
• Basilicata: 4,72
• Calabria: 6,07
• Sicilia: 8
• Sardegna: 8,10.
Di fronte poi alla povertà si trova l’impossibilità di pagare tasse sempre crescenti e quando non si pagano tasse lo Stato espropria immobili.
In quasi 15 anni dal 1 gennaio 1885 al 30 giugno 1897 sono avvenute le seguenti espropriazioni di immobili:
• Piemonte 128
• Liguria 226
• Lombardia 148
• Veneto 210
• Emilia-Romagna 423
• Toscana 2051
• Marche 113
• Umbria 449
• Lazio 3323
• Abruzzi e Molise 6153
• Campania 4798
• Puglia 2079
• Basilicata 2356
• Calabria 11.773
• Sicilia 18.637
• Sardegna 52.060.
È facile dunque constatare che esiste una zona bianca ed esiste accanto una zona nera

Alla fine una domanda: perché nessuna ha mai parlato di residuo fiscale?

 

*Insegnante, viene eletto al Senato della Repubblica nel 1994 nelle file di Rifondazione Comunista e per la XII legislatura fa parte della Commissione Finanze e Tesoro e di quella Agricoltura. Successivamente è per due mandati consigliere regionale in Abruzzo sempre per il PRC.

Francesco-Saverio-Nitti

Di Redazione Notizie D'Abruzzo

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