Le Idee

Nuovi leader, caduta Pd, Berlusconi al tramonto. L’Italia al dopo voto e il rebus del Governo.

Nuovi leader, caduta Pd, Berlusconi al tramonto. L’Italia al dopo voto e il rebus del Governo.

Ci sono talmente tanti commenti sull’esito di queste elezioni politiche che uno di più non farà un gran danno. Cercherò di fare le mie valutazioni nel modo più oggettivo possibile, come suole fare un buon ricercatore nei confronti dei dati derivanti da un esperimento.

La prima domanda è: erano prevedibili questi risultati? Gli esperti sulla base dei sondaggi, anche di quelli più recenti e non diffondibili ritenevano che una maggioranza di governo non sarebbe stata raggiunta. Sul risultato del Centro Destra le previsioni sono state rispettate anche se si riteneva maggiore l’equilibri tra Forza Italia e Lega. Il Pd veniva lievemente sopravvalutato ed in parte sotto valutato il Movimento 5 stelle. Quindi una grande sorpresa non c’è stata. 

Più interessante la seconda domanda: quali cause hanno determinato questo risultato? Cominciamo con l’analizzare le ragioni che hanno determinato la sconfitta di Renzi e di Berlusconi. Forza Italia non è un partito, non ha mai scelto i suoi dirigenti attraverso un congresso o una consultazione popolare. E’ una organizzazione a proprietà unica, vissuta e prosperata attraverso le capacità di Berlusconi.

Il Cav. al tramonto

 L’ex cavaliere ha sette vite come i gatti e ha goduto di una longevità politica impensabile in altri paesi occidentali, soprattutto in quelli a prevalenza protestante, ma ormai si avvicina velocemente al capolinea; le plastiche facciali e il cranio colorato non possono arrestare questo ineluttabile declino. Si illude pertanto la Gelmini a pensare che un Berlusconi candidabile avrebbe ottenuto un risultato migliore. Molti elettori hanno abbandonato l’anziano leader per il quarantatreenne Salvini, e questa frana diventerà una valanga. Qualcuno si domanderà perché Berlusconi, vincitore di tre elezioni, che aveva ottenuto un buon pareggio nel 2013 abbia voluto sfidare la sorte invece di ritirarsi imbattuto come fece il grande Roky Marciano. Basta guardare la quotazione delle azioni Mediaset e il crollo della medesima dopo l’esito delle votazioni per trovare la risposta. Quanto ai risultati del PD bisogna distinguere le responsabilità di Renzi da quelle proprie di una cultura di sinistra che è in crisi in tutta l’Europa. 

Renzi in trincea 

Renzi ha fatto al governo anche cose buone ma ha commesso una serie consistente di errori politici il più grave dei quali è stato volere e personalizzare il referendum costituzionale. Che la nostra Costituzione necessiti di un aggiornamento non è in discussione e io non vorrei discettare quì sulla struttura di quella riforma. Il punto è un altro: aver ottenuto il 40% nelle elezioni europee che sono tutta altra cosa da quelle politiche gli ha fatto perdere il contatto con la realtà. Così ha deciso di affrontare il rebus di un referendum che avrebbe dovuto sostenere solo dopo elezioni politiche vittoriose, minacciando il ritiro dalla politica (non avvenuto) che i suoi avversari hanno preso come una gradita promessa. Sorvolo sugli altri errori ma segnalo l’ultimo.

La risorsa Gentiloni

 Se avesse dichiarato che Gentiloni era il candidato del PD a guidare il nuovo governo due o tre punti in più li avrebbe ottenuti, mitigando così la durezza della sconfitta. Il garbo di Gentiloni e l’azione del suo governo sono stati positivamente valutati dagli elettori nel collegio Roma 1 dove il premier ha ottenuto il 43% dei voti, più del doppio della percentuale del suo partito. La composizione del collegio spiega in parte il risultato, ma lo spiega anche il modo mai arrogante e prepotente di porsi del Primo Ministro. Le ragioni principali della sconfitta del PD sono però nel modo auto referenziale e da élite culturale distaccata dalle cose reali che permea quasi tutta la classe dirigente. La legge sui matrimoni gay, quella sul fine vita, la jus soli, sono proposizioni di sinistra che non interessano che una sparuta minoranza di cittadini i quali devono invece confrontarsi con le difficoltà economiche, con la disoccupazione in particolar modo giovanile e con le distanze sempre più ampie tra un nord sviluppato e un sud arretrato, dove la delinquenza organizzata, nonostante l’impegno della magistratura e delle forze dell’ordine la fa ancora da padrone. Le soluzioni vetero comuniste proposte da Liberi e Uguali non sono state ritenute valide dall’elettorato che ha definitivamente archiviato i due vecchi ex segretari D’Alema e Bersani e le loro idee. Ci sono degli sconfitti e ci sono dei vincitori, Di Maio e Salvini definiti entrambi populisti e forze anti sistema. 

Forze anti sistema? Forse no

Non bisogna esagerare con le definizioni; forza anti sistema poteva essere forse definito il PCI che puntava alla dittatura del proletariato, ad un sistema economico collettivista e ad una alleanza con l’Unione Sovietica; Togliatti però rendendosi conto che gli accordi di Yalta non consentivano avventure, accettò con la svolta di Salerno le regole democratiche. Questa definizione calza più correttamente sul suo vice segretario Pietro Secchia che anelava alla rivoluzione comunista da conseguire con la lotta armata. Né la Lega  né il movimento cinque stelle sono contro il nostro sistema democratico e non vogliono cambiare né il nostro sistema economico né la nostra collocazione internazionale. Nessuno ha mai pensato di considerare forze anti sistema i Conservatori britannici che hanno deciso la brexit e non sono voluti entrare nell’euro. Esaminiamo le ragioni del loro successo; una comunicazione molto efficace e una sintonia con le aspirazioni dei loro elettori. Protezione e riscatto dalle difficoltà economiche per i cittadini del sud che hanno votato 5 stelle; attenzione alle forze produttive del nord per la Lega. Nei loro programmi ci sono dei temi comuni, come la lotta alla corruzione,abolizione del Job’s act e della legge Fornero, ma le cose che li dividono sono di più. Da una parte i mille euro ai senza lavoro, dall’altra la flat tax al 15%, diverse le roccaforti, diversi i flussi elettorali; dal PD per i 5 stelle, da Forza Italia per la Lega.

Il rebus del Governo 

La risposta alla terza domanda: cosa accadrà ora? Richiede doti divinatorie. Io cercherò di analizzare i dati a disposizione partendo da questi presupposti: il Capo dello Stato rispetterà le decisioni dei partiti e cercherà di non lasciare il Paese troppo a lungo senza un governo, i gruppi dirigenti dei vari partiti perseguiranno ciascuno gli interessi del proprio partito. Valutati i seggi posseduti dai partiti le situazioni possibili sono: 

Nessuna maggioranza possibile e si torna a votare con questa legge entro pochi mesi  .Questa situazione è quella meno gradita da Mattarella e lo dovrebbe essere anche dal PD e da Forza Italia. Andare ad un nuovo confronto mentre sono in ritirata e disorganizzati offrirebbe su un piatto d’argento una nuova vittoria a Di Maio e a Salvini. In realtà l’unico che potrebbe davvero giovarsi di questa condizione è il Movimento 5 stelle che vedrebbe molto vicina la conquista della maggioranza assoluta.

Governo di scopo presieduto da una personalità di garanzia con il compito di modificare la legge elettorale, assolvere ad alcune leggi di finanza e tornare al voto entro un anno. 

O accordo o Urne

Se nessun governo è possibile il Presidente della Repubblica preferirebbe questa soluzione al ritorno immediato alle urne.

I numeri danno anche queste possibilità: Governo 5 stelle-Lega; Governo 5 stelle –Leu_PD con partecipazione diretta o appoggio esterno. Governo Centro Destra – PD con appoggio esterno o astensione del PD ;,Governo di minoranza del Movimento 5 stelle con astensione del PD e del Centro Destra.

Il governo 5 stelle-Lega sembrerebbe a prima vista il più logico perché accomuna i populisti. In realtà non conviene a nessuno dei due essendo due partiti rivali in ascesa che non provengono da un lungo esercizio del potere come la CDU e lo SPD in Germania. Ma il più danneggiato sarebbe Salvini, che dovrebbe rompere il patto di coalizione per mettersi alle dipendenze di Di Maio, quindilo escludo.

LEU, morto prima di nascere, senza prospettive per il futuro sarebbe pronto a consegnarsi ai 5 stelle in cambio di qualche presidenza di Commissione, un ruolo di questore alla Camera o al Senato, e altre cosucce potrebbero andare bene. Ma il PD? Non credo che Di Maio sarebbe disposto a modificare i punti qualificanti del suo programma in cambio di un accordo organico. Al massimo qualche concessione tra le tante cariche da distribuire, compreso qualche posto di sotto segretario o di ministro. Anche un appoggio esterno non muterebbe la sostanza delle cose. Sarebbe un suicidio in piena regola che accentuerebbe nelle prossime elezioni l’emorragia verso il Movimento. Bene ha fatto quindi Renzi a restare in sella fino alla formazione del governo precisando che si tratta di stare all’opposizione. Ci potrebbe essere una scissione anti Renzi? Difficile. Alla camera ai 5 stelle mancano 95 deputati. Una scissione di 95 su 112 nel PD la ritengo impossibile. Per tanto escluderei anche questa soluzione.

Centro destra, i guai di B.

Se il Centro Destra avesse la possibilità di governare lo farebbe; è soprattutto una esigenza di Berlusconi per i suoi affari dal momento che le larghe intese, una riedizione del patto del Nazareno, non sono possibili. Un sostegno organico o con appoggio esterno richiederebbe un governo guidato non da Salvini ma da una diversa personalità come Taiani o Gianni Letta. Non credo che Salvini possa accettare una soluzione di questo tipo. Dopo un lungo percorso per acquisire la leadership del Centro Destra dovrebbe riconsegnarsi al potere dell’ex cavaliere. Non lo credo possibile. Più praticabile una riedizione del Compromesso Storico del 1976, con l’astensione del PCI che non pretese di dettare il nome del Presidente del Consiglio ma reputò confacente la presidenza della Camera per Ingrao. Una riedizione di quel tipo di accordo la ritengo possibile. Si tratta però di una soluzione temporanea che darebbe al PD limitati vantaggi. A giovarsene maggiormente sarebbe il Movimento 5 stelle, che seduto sul comodo scranno dell’opposizione griderebbe al quasi colpo di stato che impedisce di governare a chi ne ha concreto diritto.

Ultima possibilità un governo di minoranza del movimento 5 stelle con astensione del PD e del Centro Destra. Di Maio non sarebbe felice di governare con una spada di Damocle della sfiducia sempre possibile sulla testa. Ma non sarebbe neanche facile rifiutare di governare avendone la possibilità. Il vantaggio maggiore dovrebbero trarlo i partiti astensionisti se fra il dire le promesse elettorali e il farle ci fosse davvero il mare. Avrebbero così anche la possibilità di scegliersi il momento più propizio per le elezioni.

L’insegnamento di “Pirro”

Sarà questa la soluzione finale? Prima di rispondere vorrei ricordare un episodio della guerra fra Roma e l’Epiro combattutanel 279 A.C.. Pirro ottenne una vittoria così costosa (la famosa vittoria di Pirro) che decise di chiedere la pace a condizioni per lui favorevoli. I Romani invece, essendo vicini alla vittoria, volevano continuare la guerra. Pirro si incontrò con il console Fabrizio e gli offrì una enorme quantità di oro perché convincesse il Senato Romano alla pace. Il console anteponendo al suo proprio vantaggio l’interesse della Repubblica, rifiutò. Fu allora che il re pronunciò la famosa frase “è più facile deviare il sole dal suo corso che Fabrizio dal sentiero dell’onestà”

Quanti Fabrizi ci sono oggi nei gruppi parlamentari presenti nel Parlamento? Non lo so; pertanto una previsione è assai difficile.

di Achille Lucio Gaspari

 

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Hercùle e l’accento giusto

Hercùle e l’accento giusto

L’avete notata?

C’è una signora in prima fila, con i capelli color argento- lilla, boccolati e ordinati.

Alterna sguardi dolci come quelli di una nonna o di una madre senza rimpianti a occhiate furtive, piene di disincanto. Il lato destro della bocca leggermente inclinato, mostra denti smaliziati, pronti per un po’ di fumo di tabacco.

La mano sinistra gioca divertita, con un filo di perle opache.

Pur essendo sola in mezzo a tanti, non cede neppure un momento allo smarrimento. Sta comoda, lì, davanti allo schermo del cinema, con la sua cappa con motivo tartan color cammello.

Un altro regista si è innamorato di Hercule Poirot, la sua creatura più famosa!

Lei, è Agatha Christie! Ne sono certa o forse qualcuno che le assomiglia ;)!

La Christie aveva immaginato Hercùle Poirot - questo è l’accento giusto!!! - gendarme belga in pensione, meno distaccato di Sherlock Holmes e più malinconico di Augustin Dupin di Edgar Allan Poe. Tuttavia con lo stesso genio, la stessa capacità analitica ma con più umanità. Tra le due guerre mondiali ha fatto viaggiare il suo detective in Europa e in Medioriente. Lo ha fatto investigare su crimini ed efferati omicidi. In America e in Australia invece non l’ha inviato. Poirot soffre il mal di mare!

Dopo aver risolto i casi di Assassinio sul Nilo, Non c’è più scampo e La domatrice, la nostra signora Agatha Christie gli fa attraversare l’Europa in treno e li avviene l’assassinio sull’Orient Express.

La signora in prima fila sembra commentare:

<<: Il mio Poirot è più grassoccio, più basso, più vecchio, più calmo, più perspicace. Aveva la testa ovale e poi … i baffi!

Il mio Poirot ne aveva molta cura. Portava in tasca lo specchietto per poterseli rimirare … al copri-baffi- caro il mio regista-attore - Kenneth Branagh- non avevo mai pensato! Mi ero un po’ abituata a David Suchet e i suoi mustacchi alla militare, arricciati sulla punta. Certo il cast è d’eccezione. La mia pronipote che cura i miei diritti, ci ha visto lungo: Michelle Pfeiffer, Penelope Cruz, Derek Jacobi etc.

Johnny Deep ha perso un po’lo smalto … mi piaceva più nei Pirati dei Caraibi e in Blow ma d'altronde dura poco!

Gli effetti visivi, musica, abiti e scena finale sono assolutamente perfetti “per le mie storie di perdita, dolore e vendetta” :>>

La signora in prima fila si alza senza attendere i titoli di coda.

Si gira verso il resto del pubblico, guarda e sorride con quel sorriso che solo una donna intelligente conosce e sa trasformare a seconda delle occasioni. Ci saluta e sembra dirci:

<<Ragazze, meglio il mio libro!

Altre avventure oltre quelle che ho scritto per Hercùle, con l’accento sulla –u-, nessuna penna potrà mai scrivergliele meglio. Per quello in Sipario gli ho fatto commettere un delitto e l’ho condotto alla morte col suo senso di colpa e con le sue ultime parole -erano per me, - Cher ami! >>

Come affermò qualcuno:

La grandezza di uno scrittore risiede anche nella sua capacità di parlare alle future generazioni!

 

 

 

 

 

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Una Italia al bivio. Riflessioni di un cittadino sulle prossime elezioni

Una Italia al bivio.  Riflessioni di un cittadino sulle prossime elezioni
 
Sull’esito della consultazione elettorale domina, anche a causa della legge con cui si voterà, una grande incertezza; una cosa però è sicura, il primo partito sarà quello del non voto. Qualcuno dirà che questo è il segnale che anche noi ci avviamo verso una democrazia matura. 
 
Democrazie e partecipazione
 
Negli Stati Uniti infatti, che vivono una democrazia parlamentare da oltre duecento anni, assai spesso si reca a votare meno della metà degli elettori. Questo paragone è improponibile; con la loro costituzione e con due soli partiti che si sono alternati al governo essi sono diventati la prima potenza politico militare globale, l’economia più forte e detengono anche il primato dell’eccellenza scientifica. Chi non vota in America lo fa perché ripone fiducia in entrambi i partiti e ritiene che chiunque dei due sarà chiamato a governare, non ci saranno grandi cambiamenti. In Italia chi non vota lo fa per una ragione diametralmente opposta, perché non ha fiducia nella politica, ciò è nei partiti attualmente in competizione e nei loro dirigenti.
 
 
La Repubblica prima e dopo
 
Nella prima Repubblica e soprattutto nelle prime fasi della sua vita la competizione elettorale coinvolgeva anche l’ottanta per cento della popolazione. Era il periodo delle ideologie e due pensieri antitetici si confrontavano. Da una parte la dittatura del proletariato, la economia collettivistica e l’alleanza politico militare con l’Unione Sovietica stalinista; dall’altra la democrazia parlamentare, l’economia di mercato e l’alleanza politico militare occidentale. Che poi nella real politik un cambiamento così radicale e contrario agli accordi di Yalta fosse possibile in Italia è tutto da dimostrare. Ungheria e Cecoslovacchia ci provarono e si scontrarono contro la dottrina della sovranità limitata; da noi, fortunatamente è mancata la controprova.
Caduto il Comunismo con le sue utopie economiche e con le sue oppressioni è venuto meno il confronto ideologico; il Capitalismo non se la passa però così bene. La globalizzazione ha spostato la produzione industriale nell’est europeo e in Cina, ora addirittura in Vietnam e in Laos, lasciando sul terreno un numero crescente di disoccupati e di sotto occupati. 
 
Ora decide la Finanza
 
La Finanza internazionale che non è certamente un organismo democratico e che un tempo si uniformava alla politica delle nazioni adesso la determina. La grande crisi del 2008 ha lasciato grandi spazi di povertà, i poveri sono sempre più poveri, molti ceti sociali che prima non lo erano lo sono diventati, ma i grandi ricchi lo sono ancora di più. La ricchezza globale, e questo accade anche in Italia, si concentra in mani percentualmente sempre più ristrette. Il sentimento di chi non voterà sopraffatto dalla sfiducia si può anche capire, ma non risolve il problema. Se ciò che il prossimo Governo farà non si applicasse a chi non ha votato, questa astensione un senso lo avrebbe ma così non è. La personalità umana, come ben sanno gli psicologi, è fatta di logica e di sentimento ma queste due nature non vanno separate; la ricerca scientifica è il campo della logica, ma se non ci fosse la curiosità che è il movente della conoscenza l’umanità non avrebbe fatto alcun progresso. 
 
Inesperienze e promesse
 
Evitiamo allora le decisioni di pancia; non valutiamo un leader perché è antipatico, un altro perché sembra ingenuo e così via ma atteniamoci ai fatti. Sono onesto ma inesperto; questa figura non mi soddisfa; abbiamo visto in un recente passato essere chiamato a dirigere il Governo chi non aveva neanche l’esperienza maturata da sottosegretario. Fareste dirigere un Dipartimento di Chirurgia da chi non ha mai operato? Delle due l’una: o è più facile dirigere un governo che fare il chirurgo o c’è qualcosa che non funziona. 
E poi ci sono quelli che fanno promesse mirabolanti ma non spiegano come faranno a mantenerle, o fanno promesse credibili ma in passato non le hanno mantenute. Le elezioni accademiche non sono poi così diverse da quelle politiche; essendo io candidato chiesi consiglio a un mio vecchio professore; la risposta fu-prometti tutto a tutti! Come uscirne allora? Due sono le principali preoccupazioni degli Italiani, il lavoro e la sicurezza.
Diffidiamo da chi ci propone di uscire dall’Europa e dall’Euro. La Gran Bretagna ha fatto una scelta con una risicata maggioranza che ora sembra capovolgersi, ma il Regno Unito ha una sua monete forte, non ha più un impero ma ha conservato il Commonwealth, è una potenza militare nucleare e ha da più di cento anni unno speciale rapporto con gli Stati Uniti. 
 
Rischio irrilevanza 
 
 
Noi saremmo relegati alla irrilevanza politica e al tracollo economico. Ora osserviamo una ripresa economica che anche se debole ha invertito un trend fortemente negativo, probabilmente è il caso di non disturbare il macchinista durante il suo lavoro.
E la sicurezza? La sicurezza e il suo contrario sono sentimenti che le statistiche dei reati modificano poco. Il problema dell’immigrazione incontrollata non esiste e la paura è suscitata dai professionisti della tensione emotiva,oppure il problema è reale e mentre alcuni lo amplificano altri si coprono gli occhi? 
 
Votate è necessario
 
Il recente film Lui è tornato che parla di un redivivo Mussolini è stato copiato da un libro di successo (il protagonista era Hitler) scritto in Germania nel 2011 con la Merkel stabilmente al governo, una economia fiorente e una nazione non preoccupata dal terrorismo. Questo film con Mussolini che dice di aver imparato dai propri errori e percorre in auto scoperta il centro di Roma raccogliendo più attestati di simpatia che disapprovazioni mi preoccupa. Andiamo allora a votare cercando di ragionare, evitiamo sconvolgimenti e cerchiamo per quello che è possibile, considerando questa legge elettorale, di scegliere i candidati che riteniamo più affidabili.

Achille Lucio Gaspari

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L’eterna lotta tra generazioni, quando l’Italia era un Paese di migranti.

L’eterna lotta tra generazioni, quando l’Italia era un Paese di migranti.

 Un romanzo di vita

Abruzzo in movimento” impegnata nella presentazione del racconto di Sergio Pietraforte.

“Le imposizioni e le rappresaglie di Totonno, tipico genitore di una generazione a cavallo tra le due guerre, se da una parte mortificano l’esuberanza e le certezze del figlio primogenito Elmo, protagonista del romanzo, dall’altra affinano la sua sensibilità verso un personalissimo punto di vista sulle vicende della vita”. Così Sergio Pietraforte esordisce durante la presentazione del suo romanzo “Il verso della direzione” tenutasi la scorsa domenica presso palazzo Corvo ad Ortona organizzata dall’associazione “Abruzzo in movimento”. Frutto di racconti e testimonianze dirette di un abruzzese emigrato prima in Francia e poi in Venezuela, il racconto narra lo sbocciare delle esperienze che porteranno un giovane uomo a scoprire l’amore e le delusioni che esso comporta, capace di riapprezzare il suo archetipo e le origini alle quali non potrà mai fare a meno. “Ho deciso di non dare una specifica collocazione territoriale al romanzo. Si tratta di una vicenda universale che ci riporta all’attualità, ambientata in un periodo storico non molto lontano. Anche nell’Italia del 1953 vi erano migranti e le vicende umane sono quelle che contano”, questo è il pensiero dell’autore che ha attentamente narrato ogni aspetto dell’essere uomini sottoposti a cambiamenti, alle vicende che si presentano senza preavviso e al dolore che trasforma il passato in esperienza. “La vita è dualismo, motivo per il quale si sceglie quale direzione prendere. Per questo nel romanzo è presente l’aneddoto del nonno del protagonista riguardante una lucertola a due code. È rara da incontrare, ma rappresenta l’alternativa a ciò che può essere scontato”. “Sono fiero di questa pubblicazione” spiega Arturo Bernava, responsabile della casa editrice “Il Viandante”. “In questo romanzo nulla è lasciato al caso e sono contento d’aver sostenuto attivamente questo progetto dall’inizio. La collana di narrativa che gestisco da qualche anno, si impegna a non richiedere contributi agli autori sostenendo le spese di stampa e pubblicazione. È stato un piacere essere fautori di quest’opera”. All’editore si unisce il presidente dell’associazione Vincenzo D’Ottavio che con grande entusiasmo per l’esito favorevole dell’evento dice: “Un’occasione per fare cultura e promuovere la letteratura abruzzese. Nasce un’importante genealogia tra la trama di questo romanzo avvincente e le finalità dell’associazionismo promosso. C’è chi cerca la felicità e chi si preoccupa solo di arginare l’infelicità, motivo per il quale è necessario affrontare determinate tematiche coinvolgendo il numero più elevato di persone e confrontarsi con chi vive in realtà differenti dalle nostre, con problematiche e vantaggi diversi”.

 

Eduardo Grumelli

 

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Sanità assediata, ma efficienza e qualità sono ancora possibili

 

Sanità assediata, ma efficienza e qualità sono ancora possibili

Ho letto con molto interesse l’articolo” Addio alla salute”, apparso sull’Espresso del 21 gennaio in cui si manifesta una preoccupazione per il presente ed il futuro del Sistema 
Sanitario Nazionale. Il Finanziamento pubblico è attualmente il 6,5 per cento del Pil, che rappresenta un 30% in meno della media dei paesi OCSE e arriverà nel 2020 addirittura al 6,3 % del Pil! E’ comprensibile che con questa carenza di fondi lestrutture e le apparecchiature degli ospedali che non sono stati chiusi siano in cattive condizioni. Se poi sul territorio non esiste una valida organizzazione che si prenda cura delle patologie a bassa intensità di cura, il peso di queste carenze ricade sulle spalle delle famiglie e sui Pronto Soccorso che appaiono talvolta come gironi danteschi. Il tutto è stato aggravato dai tagli lineari che hanno penalizzato le strutture efficienti allo stesso modo di quelle inefficienti. 

Imitiamo male il sistema Usa

A questo va aggiunto che si è cercato di imitare aspetti della organizzazione sanitaria statunitense senza comprenderla a fondo. Ad esempio fissare il numero dei letti per acuti al 3,1 per mille abitanti senza considerare che la nostra popolazione è più anziana e quindi bisognosa di maggior assistenza e soprattutto del fatto che i letti di day hospital e day surgery da noi sono computati tra i letti di ricovero ordinario mentre negli Stati Uniti non lo sono; se licomputassero come noi, i letti per acuti salirebbero al 4,5 per mille. Quindi se da noi chiudono gli ospedali e non potenziano il territorio, si riversano nei pronto soccorsi quei cittadini che hanno bisogno di assistenza e anche quelli che non hanno bisogno di assistenza urgente ( si consideri la percentuale di codici bianchi).

Infermieri e medici penalizzati 

Per quanto riguarda il personale infermieristico viene giustamente segnalata la grave carenza, e per il personale medico degli ospedali l’alta età media causata dal blocco del turn over e la condizione di precarietà del lavoro dei giovani medici. A questo proposito va tenuto conto che negli ultimi 10 anni ben diecimila camici bianchi sono emigrati all’estero. In questo non c’è nessuna fisiologia del mercato del lavoro europeo perché molti italiani vanno all’estero e pochi medici stranieri vengono in Italia. Sarebbe utile uno studio approfondito di questo fenomeno. Alcuni cercano lavoro in istituzioni e nazioni che per alcune branche della medicina, ad esempio la chirurgia, sembrano più prestigiose, ma molti altri sono spinti dalla mancanza di lavoro causata dal turnover o da un certo modo di gestire le assunzioni in Italia. Io ho la diretta testimonianza di chirurghi specializzatisi nella scuola da me diretta che hanno ottenuto all’estero (Gran Bretagna, Germania, Francia Spagna) posizioni di rilievo superando esaminazioni tese alla ricerca di bravi professionisti, che volendo rientrare in Italia, si sono trovati le porte sbarrate da concorsi in qualche modo preordinati. L’articolo denuncia il problema del lavoro precario che in Italia viene criticato e invece accettato di buon grado dai medici Italiani che lavorano all’estero dove i contratti di lavoro non sono a tempo indeterminato. Come mai questa disparità di opinione? 

Il nodo degli stipendi 

All’estero gli stipendi sono buoni, e chiunque faccia bene il proprio lavoro al termine del suo contratto non ha difficoltà a vederlo rinnovato o a cambiare posizione dove godrà di condizioni migliori. In Italia a parte l’atavico desiderio per il posto fisso (Checco Zalonedocet) il precario è mal pagato, è incerto sul futuro ed è mal considerato socialmente, almeno dalle banche cui si rivolge per chiedere un prestito. La soluzione non sta quindi nel posto fisso a quattro soldi per tutti, ma nella replicazione della organizzazione del lavoro e della società dei paesi più avanzati. Senza ottenere una specializzazione oggi è difficile per un medico ottenere lavoro ma, segnala l’articolo, esiste una forte discrepanza tra laureati in medicina e contratti di specializzazione. La determinazione del fabbisogno di medici specialisti non è semplice da computare ma è necessario farlo per non sprecare risorse. 

La sfida dei laureati

Sarebbe utile avvicinare il numero dei laureati in medicina a quello dei contratti di specializzazione e questo ultimo numero alle reali necessità del paese. Faccio un esempio: negli Stati Uniti si ritiene che il numero di contratti annuali per l’ingresso nella specializzazione in chirurgia generale sia 2 per milione di abitanti. Se adottassimo questo numero icontratti in Italia dovrebbero essere 120, invece sono 250. Forse questa è una delle ragioni perché molti chirurghi vanno all’estero e quelli che restano sono ingaggiati e sottopagati dalle cooperativeIl rischio è che il numero si auto livelli spontaneamente poiché questo lavoro pesante e rischioso dà poche soddisfazioni materiali e morali. Negli Stati Uniti la media di guadagno di un chirurgo è di 450.000 dollari all’anno, ma molti raddoppiano o triplicano questo introito. Un recente studio pubblicato sul Journal of American College of Surgeons rivela che il 30%dei chirurghi si ritira dalla professione a meno di 50 anni di età; sonoquelli che anno guadagnato e ben investito almeno 20 milioni di dollari. Forse ci sarà anche questo aspetto a causare una limitazione del numero dei chirurghi. 

Le liste di attesa, cosa accade

Vienesegnalato anche il problema delle liste di attesa per esami diagnostici ed adombrato che la causa risieda del comportamento scorretto dei medici che creano artatamente lunghe liste pubbliche per accaparrarsi malati privati. Se si ragiona così non si va da nessuna parte. Ci sono medici scorretti così come ci sono preti pedofili, politici corrotti e magistrati non imparziali. Ma le liste di attesa sono determinate da una cattiva organizzazione e da una mancanza di finanziamenti che trasforma queste liste in un sistema di razionamento. In Gran Bretagna lo ammettono e addirittura avevano fatto un accordo per mandare cittadini britannici con calcolosi della colecisti ad operarsi in Francia dove l’esborso per le finanze di Sua Maestà risultava essere minore. InItalia questo non si ammette! Distinguiamo le liste di attesa per ricovero per intervento chirurgico di elezione da quelle per esami diagnostici. Esistono classificazioni delle varie patologie con tempi di attesa ben definiti che raramente vengono rispettati. Vogliamo ridurre queste liste? Bene teniamo aperte le camere operatorie dalle 8 di mattina alle 10 di sera; ci vorranno più materiali , più personale  e anche integrazioni agli stipendi di chi prolunga l’orario di lavoro. La bacchetta magica non c’è e gridare all’untore non risolve i problemi. Per le liste di attesa per esami diagnostici il problema è differente. 

Troppi esami inutili

Neicentri di endoscopia digestiva l’ottanta per cento degli esami sono inutili, intasano le liste e non dovrebbero essere richiesti. Come fare? Stabiliamo chi deverichiedere l’esame. Forse meglio lo specialista del medico generico, formiamolo sull’argomento e vediamo come procede con le sue richieste. Ma se vogliamo un comportamento scientifico evitiamo la paura della denuncia e la medicina difensiva per cui si chiede tutto per tutti. L’articolo è ben scritto e descrive una veritiera situazione del Sistema Sanitario Nazionale a quaranta anni dalla sua istituzione ma appare un poco carente nella analisi delle cause e privo di proposte anche perché non è questo il compito del giornalista. 

Il deficit economico, perché 

Cominciamo dall’aspetto più importante, quello del deficit del finanziamento. Alcune cose si possono fare e le ho indicate in un precedente articolo. Concludere rapidamente il lavoro già iniziato dal Ministero della Salute, sulla struttura e compiti degli ospedali (tipologia e volumi di prestazioni di reparto e dei singoli professionisti, curve di apprendimento certificate) in relazione con la popolazione da servire. Crearecollegamenti di reti non solo per il trauma e le urgenze tra i vari ospedali ma anche per molte patologie di elezione, favorendo la circolazione di pazienti e di medici e utilizzando le nuove tecnologie di comunicazione ad alta definizione per la telemedicina in molti campi, compresa anche, se ritenuta utile, l’utilizzazione di robot chirurgici comandati a distanza. Il punto fondamentale sta però in un adeguato finanziamento. Alcuni rimpiangono il tempo delle mutue, quando gli ispettori delle medesime controllavano l’efficienza e la correttezza delle attività degli ospedali e dei medici di famiglia in modo puntuale e severo. All’epoca gli stipendi dei medici ospedalieri erano limitati ma erano ben integrati dalle compartecipazioni. 

Fondi tagliati del 30%

Bisogna quindi riflettere sul fatto che quel 30% che manca al finanziamento pubblico è pagato dai privati che possono permetterselo in strutture di alto livello (San Raffaele, San Donato, Humanitas, IEO) per lo più situate al nord, ma anche in molte Case di Cura che all’accogliente aspetto alberghiero non coniugano una sicurezza globale e si considera che la notte di guardia non ci sono equipe specialistiche pronte a d intervenire, ma un medico spesso giovane e poco esperto. Cosa fare allora?

In Cina? Sanità non a tutti

 E’ evidente che non si può dare tutto a tutti, benestanti ed irregolari compresi. Alcuni anni fa la direttrice dell’Ospedale Militare di Pechino, una generalessa con tanto di fascia rossa e stella al braccio mi chiese se fosse vero che in Italia si tutto a tutti (i ticket sono poca cosa) e alla mia risposta affermativa mi disse –siete pazzi, così non può funzionare_ Se fossimo capaci di rendere tutti  gli ospedali accoglienti ed efficienti come lo sono solo alcuni ,spesso di proprietà privata, potremmo accogliere anche quei pazienti che oggi spendono queste grosse cifre nelle strutture private . Non credo ci sarebbe difficoltà ad ottenere da questi cittadini consistenti partecipazioni alla spesa magari prevedendo qualche vantaggio fiscale.

Cosa è possibile fare 

 In questo mondo rendendo più realistiche le remunerazioni dei DRG ,introitando fondi dalla compartecipazione alla spesa , si renderebbe il sistema veloce ed efficiente, si eviterebbe la discriminazione di trattamento tra chi non può pagarsi le cure e chi invece può- I medici e gli infermieri che lavorano negli ospedali avrebbero stipendi adeguati in modo che l’astensione dalla professione privata non apparirebbe più come una imposizione vessatoria ma come una logica conseguenza del ruolo ricoperto Utopia ? forse si, ma se non si sogna un poco ogni miglioramento ed ogni progresso diventa difficile.

Achille Gaspari MD, Facs, Professore emerito di Clinica Chirurgica

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Sonorità d’Abruzzo in Danimarca

Sonorità d’Abruzzo in Danimarca

Il successo di un compositore abruzzese al teatro dell’Opera di Copenaghen.

 

Il talento del compositore Mauro Patricelli è riuscito ad entusiasmare e appassionare le platee musicali danesi e in particolar modo della cosmopolita Copenaghen, è un dato di fatto. Nato ad Ortona nel 1969, appartiene all’esercito di 4 milioni di italiani emigrati all’estero negli ultimi quindici anni nel tentativo di realizzarsi e perseguire i propri sogni. Dopo aver conseguito il diploma in pianoforte presso il conservatorio di Teramo nel 1990, si è laureato in Storia orientale a Bologna e si è specializzato in jazz. In seguito, ha approfondito lo studio dello strumento dopo l’ammissione all’Accademia Pianistica di Imola. Tra i tanti interessi anche l’etnomusicologia e lo studio con il padre della disciplina Roberto Leydi. Da qui nasce la passione per i motivi tipicamente popolari che hanno trasformato il suo mestiere in una fucina di stupefacenti creazioni e motivi riconducibili alle nostre origini.

Grazie alle sue capacità, Patricelli è riuscito ad ottenere un finanziamento ministeriale di quasi 100.000 € per la realizzazione di un suo spettacolo e l’associazione dei compositori danesi, sempre su base esclusivamente meritocratica, gli devolve annualmente un assegno che può andare dai 1.500 ai 13.500 €, per non parlare dei notevoli riconoscimenti e note di merito dalla stampa e dal pubblico. A quanto pare in Italia abbiamo talmente tanti talenti da doverli necessariamente esportare. C’è da dire che i luoghi d’eccezione che hanno fatto e faranno da sfondo alle sue prossime composizioni, come il teatro dell’Opera di Copenaghen, sottolineano l’importanza culturale della sua attività. Ormai in Danimarca da tredici anni,
ha già realizzato numerosi progetti fra cui un concerto-documentario sul folklore abruzzese intitolato “Dalla cuna all’oblio” e due opere-documentario: La prima è intitolata "Syng for fremtiden, Ingeborg" (Canta per il futuro, Ingeborg) dedicata ad una cantante del foklore danese e al suo repertorio di ballate popolari. La seconda porta il nome “Dasejæger” (il cacciatore di danze), riguardante le ricerche dell’etnomusicologo danese Fridolin Bentzon, primo a documentare e salvaguardare l’antichissima tradizione sarda della Launeddas. Repliche di quest’ultimo lavoro saranno tenute i prossimi 26 e 27 gennaio presso il Teatro dell’Opera di Odense ed è già in preparazione per il 2019 la sua nuova composizione dal titolo “Lo Scavatesori” che debutterà proprio a Copenaghen. Quest’ultima narra la vicenda di Evald Tang Kristensen, pioniere della ricerca sul folklore, che dedicó tutta la sua esistenza a documentare e raccontare storie, leggende e canti del popolo della brughiera danese.

“Ci tengo a sottolineare che sono un compositore e non un etnomusicologo, infatti, quest’ultimi si occupano di raccoliere e studiare canti popolari mentre io mi limito semplicemente a studiarli per creare nuova musica. Ho approfondito questa disciplina durante i miei studi universitari
con l'obiettivo di creare nuovi tessuti pentagrammati che allo stesso tempo conservino un sapore arcaico, note che guardino al futuro ma siano capaci di esprimere le radici della mia cultura contadina.” Se ci pensiamo, Patricelli ha mosso un’analisi quasi archeologica, districandosi con beni immateriali. Infatti c’è da ricordare che il folklore si contraddistingue soprattutto per l’oralità e la mancanza di fonti scritte. “Ho passato molto tempo nell’Archivio del Folklore Danese di Copenaghen per effettuare ricerche che potessero ispirarmi. A differenza di quella italiana, la musica danese presenta molti più canti narrativi, le cosiddette ballate di origine medioevale. Si tratta di componimenti cantati da voce sola senza accompagnamento. Nel folklore danese troviamo funzionale un organico solo nelle danze, di solito uno o due violini accompagnati dallo sbattere dei piedi dei suonatori”.

Si comprende che il motivo principale della passione del compositore è il fascino per la ripetitività mutuata direttamente dall'universo sonoro della musica popolare. Pensiamo infatti ai canti di lavoro per alleviare la fatica, alle ninna nanne che addormentano i neonati e allo stesso tempo rappresentano le tensioni psicologiche della donna nel contesto della società rurale. Gli strumenti adottati sono moderni, difatti va ricordato che la musica eseguita è “colta”. L’elemento popolare deve assumere connotati esclusivamente simbolici cercando
di stabilire un legame nel quale l'ascoltatore ritrova il proprio archè soggettivo, le proprie radici culturali. Può definirsi una scelta perentoria in quanto la cultura popolare ha funzione specifica in una società arcaica, passata e ormai modificata dai cambiamenti inevitabili che il tempo ha imposto. Dalla musica ci si congiunge ad un’analisi storica, ad uno studio delle tradizioni che trova sintesi nei pentagrammi di Patricelli, capace di sviluppare un’epifania nella mente del pubblico. “Ho di certo mutato forme ed elementi espressivi dalla musica popolare, ma ho evitato ogni forma di imitazione superficiale. Il mio obiettivo è generare nel pubblico un sentimento rispetto alle proprie radici culturali, farli sentire danesi o abruzzesi in base alle melodie che elaboro. Questi sono i presupposti che adotterò nella realizzazione della prossima mia opera "Lo Scavatesori" che verrà presentata ad aprile 2019 presso il Teatro dell’Opera di Copenaghen”.

 

di Eduardo Grumelli

 

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Emergenza e soccorsi: quando Remo Gaspari guidò i coordinamenti (dimenticati) a Firenze e nel Belice

 Emergenza e soccorsi: quando Remo Gaspari guidò i coordinamenti (dimenticati) a Firenze e nel Belice

Negli anni 60 dello scorso secolo non esisteva la Protezione Civile e questo compito era affidato al Ministero dell’Interno. Quando il 4 novembre 1966 si verificò l’alluvione di Firenze il governo allora presieduto dall’on. Aldo Moro nominò come Commissario del Governo il sottosegretario all’Interno Remo Gaspari con il compito di organizzare e coordinare i soccorsi. Due ministri fiorentini presenti in città interferivano con le azioni di soccorso, creando un po’ di confusione. Remo Gaspari telefonò al capo del Governo “Senti Aldo, qui ci sono due ministri che intralciano il mio lavoro. Richiamali a Roma e non far loro mettere piede a Firenze per una settimana, altrimenti mi dimetto e ti cerchi un altro Commissario.” Detto e fatto. I soccorsi procedettero con efficienza ed efficacia; in una sola settimana fu ripristinato il funzionamento dell’acquedotto cittadino. Il Direttore della Nazione Enrico Mattei firmò nei primissimi giorni un editoriale molto critico nei confronti dell’organizzazione dei soccorsi. Gaspari si recò al giornale e disse ”Caro direttore io accetto ogni critica, ma lei non ha in questo momento elementi per poterla formulare. Domani venga con me per un giorno, guardi il nostro lavoro e poi giudichi”. Mattei seguì Gaspari per tutto il giorno successivo e ne divenne un suo strenuo ammiratore. Questa opera di Remo Gaspari fu apprezzata e riconosciuta dal Comune di Firenze con un premio assegnatogli anni dopo.

Oggi su Wikipedia c’è una dettagliata ricostruzione degli avvenimenti dell’alluvione, con pochi commenti sull’organizzazione dei soccorsi e neanche una parola su Remo Gaspari. Quando due anni dopo si verificò il terremoto nel Belice a coordinare i soccorsi come Commissario del governo fu ancora Remo Gaspari. Non solo non si verificò in quel periodo nessun atto di sciacallaggio ma nessun reato ti tipo mafioso od altro si verificò in quella zona e nel circondario per diverso tempo.- Avevo fatto circondare la zona dalla polizia,-mi disse,- non poteva infiltrarsi neppure uno spillo-. La confidenza non mi meravigliò in quanto nel settembre del 1943 come aiutante maggiore del 6° reggimento Bersaglieri mantenne l’ordine pubblico nella turbolenta zona di Reggio Emilia. A cinquanta anni di distanza oggi questo evento è stato ricordato. Sarà stato ricordato anche il buol lavoro di Remo Gaspari? Non credo proprio.

Achille Lucio Gaspari MD,FACS

 

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Renzi versus Prodi. Chi rappresenta il centro-sinistra?

 

Renzi versus Prodi. Chi rappresenta il centro-sinistra?

La lettura, congiunta e comparata, dei due recenti volumi di Matteo Renzi,
Avanti. Perché l’Italia non si ferma, Feltrinelli, e di Romano Prodi, Il Piano Inclinato. Crescita senza Uguaglianza, il Mulino, può rappresentare un utile esercizio orientativo atto a comprendere l’evoluzione dell’identità politica del centro-sinistra.

Ambedue partono dalla crisi economica e dalla sfiducia nei confronti del futuro gravanti sulla società italiana, ma, mentre per Renzi, essa appare generata unicamente da una sorta di torpore passatista annidatosi nei gruppi dirigenti del paese prima del suo arrivo al potere, per Prodi essa si inscrive nel passaggio storico dal capitalismo regolato (politiche keynesiane di intervento pubblico), alla crisi degli anni settanta segnati dalla stagflazione (stagnazione più inflazione), all’affermazione dell’ideologia neoliberista (liberalizzazione dei movimenti di capitale, deregolamentazione dei mercati, privatizzazioni). Il capitalismo neoliberista, in particolare, comporta un peggioramento colossale della condizione dei lavoratori (per il combinato disposto di globalizzazione e nuove tecnologie i salari sono calati in termini reali, la precarietà è divenuta un modello, il welfare si è eroso).

A diverse impostazioni analitiche, corrispondono differenti proposte di politica economica. Per Renzi si crea lavoro con la riduzione delle tasse e la semplificazione della burocrazia, rivendicando sgravi, innovazioni giuslavoriste del Jobs Act e battaglie simboliche come quella sull’art. 18 dello Statuto dei lavoratori. Propone dunque di finanziare una nuova riduzione di tasse con un aumento del disavanzo fino al 2,9 % del PIL, superando l’austerità europea, oltre alla riduzione del debito pubblico con un’operazione di valorizzazione del patrimonio pubblico (!?!) e a un piano di riqualificazione delle periferie e di alfabetizzazione digitale finanziato, soprattutto, con emissione di eurobond (fondo europeo), omettendo di ricordare, tuttavia, la primogenitura di Prodi (oltre che di Quadrio Curzio) sulla proposta.

Prodi considera necessario ridurre le disuguaglianze e, al fine di giungere ad uno sviluppo più equilibrato e sostenibile, ritiene prioritario contrastare il lavoro svalutato, sostituibile, frammentato (quando non assente) che, non più elemento di coesione e di sviluppo sociale, è divenuto veicolo di disparità e di esclusione. Dunque, per ottenere tale obiettivo, non è sufficiente ridurre la burocrazia, ma coordinare un’azione complementare di sindacati, governo e imprese.

Il sindacato dovrà recuperare non solo la sua funzione contrattuale, ma anche propositiva nella capacità di rappresentare non una mero fattore produttivo, ma cittadini che lavorano. Il governo dovrà rafforzare welfare e investimenti pubblici, attuare politiche redistributive che consentano di far ripartire l’ascensore sociale, rimodulando la tassa di successione (in sintonia con Thomas Piketty peraltro) per finanziare istruzione e formazione professionale, recuperare una politica industriale in grado di stimolare la formazione di grandi imprese capaci di affrontare la competizione internazionale. La governance delle imprese dovrà superare il primato degli azionisti per aprirsi tendenzialmente alla pari rappresentanza tra azionisti e lavoratori, per evitare la ricerca di profitti a breve scadenza e favorire percorsi di crescita più equi, volti alla maggior salvaguardia possibile di posti di lavoro.

Due impostazioni fortemente disparate. Quale delle due rappresenta l’autentico riformismo del centro-sinistra? La risposta non è difficile.

di Alessandro D’Ascanio Sindaco di Roccamorice

 

 

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Sale operatorie sicure, la qualità è nel volume degli interventi dei chirurghi

 Sale operatorie sicure, la qualità è nel volume degli interventi dei chirurghi.

L’articolo de La Stampa (in allegato ndr) sugli ospedali italiani richiede alcune precisazioni per quanto riguarda le attività delle camere operatorie. Che il volume delle prestazioni sia correlato alla qualità degli esiti è cosa nota da molto tempo. A venticinque anni fa risale la prima ricerca sul tema, pubblicata sulla rivista dell’Associazione dei Chirurghi americani (ACS) . Il tema era l’esito di interventi sull’esofago, sullo stomaco, sul fegato, sul pancreas e sul colon-retto nei 54 ospedali dello stato del Maryland. Il risultato fu che a un maggior volume di prestazioni corrispondeva una morbilità e mortalità più favorevole. Fu anche stabilito il numero minimo di prestazioni annue al disotto delle quali si entra nella fascia dei risultati di qualità non accettabile. Dato interessante fu che ottiene risultati migliori un chirurgo con poca esperienza personale che opera in un reparto ad alto volume rispetto a un chirurgo con grande esperienza che opera in un reparto a basso volume. Molti altri studi hanno confermato questi primi dati e hanno anche stabilito l’entità della curva di apprendimento, ciò è del numero di prestazioni che un chirurgo deve eseguire per raggiungere la padronanza della tecnica di un determinato tipo di intervento chirurgico. In molte nazioni, sia pure con modalità diverse è stabilito quali caratteristiche prestazionali deve avere un reparto chirurgico prima di avere l’autorizzazione ad eseguire determinate tipologie di interventi, e quanti interventi di un certo tipo sotto tutoraggio di un centro esperto deve eseguire un singolo professionista prima che gli sia consentito di operare autonomamente; aspetto questo di particolare importanza nei confronti di nuove tecniche (chirurgia mimi invasiva, ricerca del linfonodo sentinella ecc.).

Il nostro Ministero della Salute e le singole regioni stanno affrontando queste problematiche con molto ritardo. Ma proprio perché si arriva dopo si potrebbe fare di più. Per la valutazione degli esiti si calcola la mortalità e la morbilità a trenta giorni. Questo non dà sufficienti elementi per la valutazione della chirurgia oncologica; miglior parametro è la valutazione della sopravvivenza libera da malattia a cinque anni. Ma alcuni dati si potrebbero ottenere più velocemente. A esempio andando a valutare il numero di linfonodi asportati in una gastrectomia o in una colectomia eseguita per cancro in uno stadio non precocissimo. Questo numero che si conosce bene per ogni tipo di intervento che richiede una linfectomia, ci indica la qualità dell’operatore e anche del servizio di Anatomia Patologica di cui si serve. Un problema delicato è quello del numero di interventi eseguito annualmente da ogni singolo operatore. Stabilito quanti interventi sono necessari per completare la curva di apprendimento dovremo stabilire anche un numero minino (piuttosto elevato) di interventi eseguiti ogni anno per mantenere l’accreditamento? Su questo si è già pronunciata la provincia di Bolzano ma io ritengo che la chirurgia non è come lo sport del nuoto. Un atleta per conservare i suoi tempi migliori deve nuotare un determinato numero di vasche alla settimana, ma per un chirurgo che ha eseguito, ad esempio, un migliaio di tiroidectomie totali non è necessario continuarne ad eseguirne un gran numero ogni anno per “mantenere la mano”. Un problema molto delicato è l’accesso ai dati di morbilità e mortalità per una data prestazione dei singoli reparti e dei singoli professionisti. Un cliente (paziente) ha sul piano morale il diritto di conoscere questi dati prima di fare una scelta, ma ciò potrebbe ingenerare un pericoloso meccanismo che io stesso ho verificato esistere nello stato di New York dove in un certo periodo era possibile comprare nelle edicole dei giornali i dati di mortalità dei singoli cardiochirurghi. Questo ha comportato che molti di loro rifiutavano di operare i casi a maggior rischio per non peggiorare la propria casistica personale. A questa situazione ci sono però due soluzioni; o severe misure di accreditamento dei reparti e dei singoli professionisti mantenendo riservati i dati sensibili, o introdurre coefficienti di correzione della mortalità in modo da non penalizzare chi affronta i casi più difficili.

 

Achille Lucio Gaspari MD, FACS past Governor

In allegato:

Protesi e tumori, in una sala operatoria su tre si rischia la vita per inesperienza dei medici. da https://www.lastampa.it/2017/12/19/italia/cronache/in-una-sala-operatoria-su-tre-si-rischia-la-vita-per-inesperienza-dei-medici-eVjuprTprRAGjCbQemtfgI/pagina.html

 

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Alla ricerca del sempre nel mai

Alla ricerca del sempre nel mai.



Non avremmo saputo apprezzare meglio “ L’eleganza del riccio” di Muriel Barbery, libro scelto dal Gruppo lettura della Biblioteca di San Valentino in Abruzzo Citeriore, in un’altra stagione se non in autunno, la stagione dei raccolti, delle foglie rosse, arancioni e gialle che coprono la terra, dei pomeriggi ancora leggermente tiepidi, la stagione del buonsenso, della cura e delle riflessioni. Proveremo probabilmente a rileggerlo durante le piogge estive quando per inerzia o malinconia si scrivono diari clandestini, quando si perde di vista il futuro e si riempie il presente sospeso e un po’ bugiardo di vita con pensieri distratti. Ritroveremo in quei momenti, i bei messaggi stesi in tutto il libro con ironia e leggerezza fra i rimandi alla letteratura, alla filosofia, all’arte e al cinema e stroncheremo le attese di accidia. il romanzo è davvero intelligente, profondo ed intimo come un sogno di provincia, senza caos né clamori ma capace di stupirti come quando ascolti il lato 2 di un 45 giri e ti sembra più piacevole della canzone destinata al lancio radiofonico. Non è un caso che proprio grazie al passaparola dei lettori, “L’eleganza del riccio”si sia affermato in breve tempo come best-seller internazionale, tradotto in ben 31 lingue e insignito di numerosi premi. Nel 2009 dal libro è stato tratto il film dal titolo “Il riccio”, per la regia di Mona Achache.

E’ una storia narrata a due voci: quella di Madame Renée Michel e quella di Paloma Josse. La prima, portinaia al numero 7 di rue de Grenelle, palazzo elegante, abitato da famiglie dell’alta borghesia parigina è umile per nome, posizione e aspetto ma non nell’intelletto. Il nome del suo gatto, Lev, tradisce la passione per Tolstoj e dalla televisione in guardiola si gode in dvd film come Viaggio a Tokyo di Yasujiro Ozu, ascolta Didone ed Enea di Henry Purcell mentre riflette (e si entusiasma) su Kant o cogita (e non concorda) sulle tesi di Husserl. La seconda voce e’ Paloma Josse, figlia minore di una ricca e potente famiglia, ragazzina fin troppo intelligente che come Renè cerca di nascondere la sua natura fingendosi disinteressata poiché sa che dove l’apparenza conta più di qualsiasi altra cosa, possedere uno spiccato senso critico è una rovina. Nella vita del condominio irromperà però un nuovo personaggio: Monsieur Kakuro Ozu, un signore giapponese. Sarà in grado di cogliere l’eleganza chi “fuori è protetta da aculei, una vera e propria fortezza, ma dentro è semplice e raffinata come i ricci, animaletti fintamente indolenti, risolutamente solitari e terribilmente eleganti.”? Con questo interrogativo interrompo la trama dicendovi che L’eleganza del riccio è il libro che se fossi una scrittrice, avrei voluto scrivere! E’ un libro che invita ad andare oltre le apparenze, oltre quelle timidezze che balbettano movimenti non istintivi. E’un monito a non essere ciechi ( quasi un trait- union ci lega con il precedente libro scelto “ Cecità” di Saramago”!) e a premiare l’interiorità di chi riesce a mutare semplici pezzi di carta in splendidi origami. E’ il romanzo di chi sa che nella vita c’è molta disperazione ma anche qualche istante di bellezza e cerca comunque un sempre nel mai. A me è bastato leggere i pensieri profondi scritti in appendice sui vari capitoli per farne un libro per l’anima. Ho chiesto quindi alle lettrici del nostro gruppo di inviarmi quelli più suggestivi. Annamaria: Tra quello che ci attende e ciò che abbiamo vissuto c’è un presente prezioso che scorre fra le dita; Annalisa: Quello che ci attende è sempre meglio di ciò che abbiamo vissuto; Loretta: Imparate a vivere dei vostri guai e non sarete mai privi di una buona risata. Il miglior modo di risolvere un problema è quello di cogliervi qualcosa di umoristico.

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