Le Idee

Bande musicali: basta declino, pensiamo al futuro

 Bande musicali: basta declino, pensiamo al futuro

Le bande musicali sono una parte importante della storia culturale della regione Abruzzo, basti pensare che su 305 comuni abruzzesi, ben 103 fra comuni e frazioni hanno avuto una o più bande musicali. Il primo documento che ci parla di banda, risalente alla fine del XVIII secolo, è stato ritrovato presso il comune di Introdacqua (AQ), ed è un atto di matrimonio in cui si attesta che il lavoro dello sposo era quello del bandista. Probabilmente però questo giovane sposo doveva essere un musicista delle così dette “paranzelle”. Queste non erano delle vere e proprie bande musicali ma più che altro dei gruppi dall'organico variegato di cui facevano parte: strumenti a pizzico, percussioni, flauti di canne e chi più ne ha più ne metta.

Le prime bande vere e proprie di cui si ha notizia sulla data della formazione sono quelle di Pescina (che continua a svolgere ancora oggi le proprie attività bandistiche) e Città Sant'Angelo (che invece non esiste più). Negli anni a seguire sono nate molte altre bande: Spoltore (1808, non più in attività), Alanno(1809, non più in attività) e tante altre ancora. Le bande abruzzesi in quel tempo erano annoverate fra le migliori del mondo.
Le prime a portare lustro all'Abruzzo furono quella di Lanciano diretta dal M°Augusto Centofanti (capostipite di una famiglia importantissima per la storia della banda abruzzese e italiana) e quella dei “Diavoli Rossi” di Pianella, seguite poi da quelle di Chieti, Teramo, Introdacqua, Pescara e Pescina.Con il fascismo la qualità delle bande dei centri più importanti aumentò e con essa anche il numero degli elementi arrivando addirittura ad 80/90 musicanti. Le migliori bande di quel periodo furono indubbiamente quella di Pescara diretta dal Maestro Giustino Scassa, ma sopratutto quella di Chieti diretta dal Maestro Domenico Valenti che conquistò la fama di “più grande banda del mondo” in Italia e ancor di più all'estero, ma questo che fu l'apice del fenomeno banda in Abruzzo, divenne anche l'inizio del declino.

I grandi personaggi delle bande abruzzesi.

Premettendo che sicuramente mi scorderò di qualcuno assolutamente quando si parla di banda e di Abruzzo, non si può non parlare della grande famiglia lancianese dei Centofanti. L'ultimo grande personaggio di questa famiglia che ha fatto la storia della banda in Abruzzo è in Italia, fu il M° Nicola Centofanti. Un altro lancianese che scrisse importanti composizioni per banda fu Pietro Marincola.
Eccezionali artisti e compositori celebri non solo nell'ambito bandistico furono l'orsognese Camillo De Nardiis, le cui esebizioni per banda sono eseguite in tutto il mondo ancora oggi, e l'atessano Antonio Di Iorio che fra tutti questi è l'unico ad essere ricordato ed onorato dalla propria città di origine con un concorso musicale per bande musicali. Oltre a grandi compositori, l'Abruzzo ha dato i natali anche a grandi direttori per banda come Paris Terra, Giustino Scassa ed ha accolto fra le sue braccia maestri come Michele Lufrano e Domenico Valenti e Giovanni Orsomando.

Tutti questi direttori fanno parte di un glorioso passato. Tutt'oggi però l'Abruzzo ha dato i natali o ospita grandi maestri banda come i maestri Fiorangelo Orsini (attualmente direttore della banda di Rutigliano), Michele Marvulli (attualmente senza banda, ultima banda diretta Pescara alcune stagioni fa), Donato Di Martile (direttore della banda musicale del corpo nazionale dei vigili del fuoco) e il maestro Danilo Di Silvestro (direttore della fanfara della legione allievi carabinieri di
Roma)

Le bande musicali in Abruzzo oggi

La banda in Abruzzo oggi è in crisi. Il numero di persone che decide di intraprendere lo studio di uno strumento a fiato è sempre in calo; inoltre non sempre chi suona uno strumento a fiato decide di suonare in banda a causa delle numerose difficoltà di questo lavoro. In questo momento si può asserire senza alcune possibilità di essere smentiti, che le bande abruzzesi vivono un forte periodo di transizione e sono schiacciate fra la riforma del repertorio e dell'organico
che è in corso in Europa e nel nord Italia già da molto tempo e la tradizione ancora viva nel sud Italia. Il problema maggiore non è nemmeno questa crisi di identità ma sopratutto una crisi economica e di professionalità che attanaglia il mondo bandistico. Al momento è difficile che le bande in Abruzzo ricevano fondi da enti o addirittura dai comuni che rappresentano, e gli unici introiti che le bande musicali hanno per continuare ad esistere sono quelli guadagnati con le prestazioni musicali. Ma se un tempo la banda era il fiore all'occhiello di chi organizzava la festa in onore del patrono del proprio paese, oggi, a causa della crisi economica e sopratutto culturale che ci attanaglia, si tende a risparmiare, perchè c'è chi pensa che la banda serva solo a fare rumore. Fortunatamente però non sono tutti così, ed esistono organizzatori di feste che amano l'incarico e che apprezzano la banda e la buona musica. “Dulcis in fundo”, all'ignoranza di chi organizza una festa spesso senza cognizione di causa, si aggiunge l'ignoranza di chi è il responsabile artistico della banda o di un'associazione culturale.
Come si può pretendere che la banda torni ad essere un prodotto artistico rispettato se spesso e
volentieri sassofonisti si improvvisano insegnanti di tromba e altri strumenti ad ottoni o viceversa trombettisti si improvvisano insegnati di clarinetto e sax?
Come si può pretendere di venire considerati artisticamente se molti “capobanda” o in genere organizzatori di banda non hanno neppure il diploma di conservatorio o almeno la licenza di solfeggio? La banda è sempre stata aperta ad artigiani o dopo lavoristi, ma questi certo non si mettevano al timone di questa. Il bollettino medico sulla salute delle bande in Abruzzo oggi è molto grave; basti pensare che ad oggi dei grandi complessi bandistici storici, sono attivi solo tre: Pescara, Lanciano e Chieti. Le prime due formazioni seppure con presidenti abruzzesi che investono tempo, energie e denaro per far continuare la storia di questi grandi complessi, sono formate quasi interamente (se non interamente) da musicisti non abruzzesi. Mentre Chieti ,nella recente formazione, è l'unica ad essere formata interamente da elementi abruzzesi.


Quale sarà il futuro della banda in Abruzzo?

Sicuramente la banda sopravviverà sempre dove c'è passione ma sopratutto dove c'è formazione. Dunque in primis i maestri, capobanda, organizzatori ecc dovranno cercare di migliorare loro stessi. Al momento purtroppo nella nostra regione, nonostante la storica e gloriosa tradizione bandistica,
non esistono nei conservatori corsi di “strumentazione per banda” o “direzione per banda” e altri corsi dedicati a questo mondo. Quindi i primi a dover aiutare questo mondo ad uscire dalla crisi devono essere i conservatori con la nascita di questi corsi accademici. Inoltre sarà indispensabile tentare con tutte le forze di far innamorare i bambini degli strumenti usati in banda. Inoltre questi strumenti dovranno essere insegnati da docenti validi in quel determinato
strumento. Un plauso in questo senso si deve fare sopratutto ad associazione culturali della Marsica
e della provincia di Chieti. Da musicista nato in banda e da attuale maestro di banda spero mi auguro con tutto il cuore che questo mondo possa non finire mai e che si liberi da tutte le zavorre che al momento lo stanno spingendo verso il fondo di un baratro senza fine.

Da ascoltare:

CAMILLO DE NARDIS- IL GIUDIZIO UNIVERSALE
https://www.youtube.com/watch?v=_B97hZP_O7A   
CAMILLO DE NARDIS- SCENE ABRUZZESI
https://www.youtube.com/watch?v=EFkNaUkBiwY  
NICOLA CENTOFANTI- ARMONIE D'ABRUZZO
https://www.youtube.com/watch?v=R6SH0W5qEw4  
NICOLA CENTOFANTI- MATTINATA PRIMAVERILE
https://www.youtube.com/watch?v=B5nYAinKw1Y  
PIETRO MARINCOLA- A PIACERE
https://www.youtube.com/watch?v=99n4hSIE21A 
PIETRO MARINCOLA- NON VI PREOCCUPATE
https://www.youtube.com/watch?v=TpzIfGxdv_M 
GIOVANNI ORSOMANDO- CUORE ABRUZZESE
https://www.youtube.com/watch?v=KdQHNp51LAg 
MICHELE LUFRANO- REGIONE ABRUZZO
https://www.youtube.com/watch?v=45Yqy7X0tMA  
FIORANGELO ORSINI- CARATTERISTICA
https://www.youtube.com/watch?v=3AWi-0AdhRw 

 

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Se gli orti urbani arrivano in città

Un luogo simbolico: alle porte dell’ex discarica di Fosso Grande, a valle di un grande insediamento edilizio che a cavallo fra gli anni Ottanta e Novanta ha portato alla costruzione di 800 appartamenti in cooperativa. Pescara avrà i suoi primi orti urbani promossi dal Comune nel cuore di cemento del quartiere Colli, fra via Santina Campana e via Remo Ronchitelli. Ci sarà spazio per 16 orti urbani, dove altrettante famiglie – selezionate attraverso un regolamento in fase di redazione – potranno coltivare un piccolo appezzamento e condividere un luogo di socialità. La sfida è impegnativa, anche perché non più di quattro anni fa i residenti avevano chiesto una presenza più massiccia di forze dell’ordine perché gli spacciatori del quartiere avevano scelto quel luogo come ritrovo. La battaglia per ridare vita sociale ad un rione – quello delle cooperative – troppo grande anche per Pescara Colli era nata in realtà con l’idea di un parco pubblico. Era il 1994 e il parco aveva giù un nome: Giardino dei popoli, in omaggio agli abitanti del quartiere che in più di una occasione avevano dimostrato spirito di accoglienza e grande apertura mentale, nonostante fosse stato pensato senza negozi, senza spazi pubblici, senza scuole. Il parco non si è mai fatto, al suo posto sono arrivati gli spacciatori, le erbacce e il degrado. Ora la città si riprenderà i suoi spazi, dandoli in gestione alla cittadinanza attiva del quartiere, mescolando ecologia e senso di appartenenza, in una nuova sfida che se coglierà il suo obiettivo, potrà essere esportata anche in altri luoghi dove gli anni Ottanta e i primi anni Novanta, quelli delle città da bere, hanno lasciato in eredità solo cemento e zero spazi di socialità. Una sfida appena iniziata.

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Il coraggio della convivenza

La nostra società viene definita come “multiculturale” ovvero uno spazio all’interno del quale coesistono più culture.

Molti hanno definito questa situazione come positiva, sinonimo di integrazione e tolleranza.

Tuttavia, il multiculturalismo non ha come fine la convivenza bensì la semplice coesistenza, la presenza appunto di culture diverse sullo stesso territorio che non instaurano nessun tipo di relazione.

Fenomeni come la globalizzazione, lo sviluppo della tecnologia, l’abbattimento di barriere fisiche e culturali, sembrano rispondere alle linee guida di una “cultura dominante”. Protagonista indiscusso è l’Occidente, che da sempre rivendica il ruolo di civilizzatore del mondo; tuttavia la tolleranza che vanta appare come una mascherata imposizione di un progetto che non ha come obiettivo l’armonia ma il predominio, espressione di una mentalità individualistica e capitalistica.

Se la molteplicità è ormai diventata una realtà del nostro mondo, siamo davvero civili quando trasformiamo l’integrazione in assimilazione, l’equità in uguaglianza?

L’Occidente ha sempre risposto al problema della diversità con l’assorbimento delle componenti minoritarie, ma questa non è l’unica strada.

A partire dagli anni settanta si è affermato il concetto di interculturalità, il quale nasce inizialmente per rispondere agli scambi culturali tra studenti della nascente generazione Erasmus.

Questa è solo una parte di un approccio che non risponde solo all’esigenza di creare un “ponte tra culture” ma ha il potere di modificare il concetto stesso di cultura, la quale, fino ad oggi è stata definita come un qualcosa di statico, immutabile.

È necessario educare all’interculturalità eliminando la convinzione che la pluralità sia una minaccia, che esistano culture di “serie a” e culture di “serie b”, che la conoscenza sia un strumento per dominare il diverso, violando qualsiasi equilibrio.  

Ma se gli Occidentali sono in “posizione di vantaggio” perché devono preoccuparsi?

La nostra società non è in difficoltà solo per l’emergenza immigrazione ma per altre problematiche che provengono dall’interno: lo scontro tra vecchie e nuove generazioni, le disparità tra Nord e Sud, l’omosessualità e le lotte per la parità di genere.

Ci vuole coraggio per convivere, per accettare il diverso, per comprenderlo, per fare in modo che non si parli di cultura come un macigno che pesa su ogni individuo ma come pratica culturale nella quale è presente la solidarietà, intesa come rispetto dei ritmi di vita di ogni società, come un dialogo sempre aperto con noi stessi e con gli altri.

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L’allenatore formatore (o l’allenatore del futuro)

 

Costruire un atleta è un'operazione artigianale che confina e sconfina nella produzione artistica. Le riflessioni e le conoscenze, necessarie ad acquisire ed elaborare competenze tecniche, pedagogiche e didattiche, devono contribuire alla definizione strutturale dell'allenatore formatore, ma non possono e non devono emergere nel processo di costruzione dell'atleta. È necessario un atteggiamento non intellettualistico che, fortunatamente, è un privilegio di tale mestiere, permeato da una fisicità preclusa o molto più nascosta in altre professioni artistiche, si pensi alla poesia o alla scrittura.

Bisogna immaginare l'allenatore come se fosse un cuoco che aggiunge del sale quando sa che ce n'è bisogno. Non lo fa a caso o per fortuna, ma grazie alla propria "struttura" consolidata. Quando cucina è un cuoco, non pensa, non recita il ruolo del cuoco. Può spiegarti dopo per quale motivo ha fatto una scelta oppure un'altra, ma a posteriori, non prima, perché quando prende una decisione, questa è immediata, si tratta di un'operazione mentale complessa i cui elementi costituenti si coordinano in modo sintetico.

Creare un nuotatore è assimilabile alla realizzazione di un quadro, di una scultura, con la necessità di scegliere i materiali e sapientemente mescolarli. O mettere a punto una macchina da corsa con le sue complesse regolazioni ingegneristiche. Ma è molto più ricco e stimolante, perché si lavora con un materiale che interagisce, che evolve, che si trasforma reagendo alle manipolazioni del formatore. E lo scopo finale è l'autonomia dell'opera d'arte che deve prendere vita e assumere significati che non dipendono più dall'artista. Niente di più bello, come scopo, che portare un materiale alle sue massime potenzialità espressive. E nessun materiale dà più soddisfazione o risultati che l'essere umano e la sua personalità, che viene plasmata e liberata, nelle sue componenti motorie, affettive e cognitive, per conquistare uno spazio proprio e imprevedibile nell'ambito sociale.

Una conseguenza diretta di questo assioma è che la dimensione fondamentale che caratterizza un artista è quella culturale, la sua capacità di conoscere i materiali che utilizza e le leggi che ne regolano i funzionamenti. Quello che differenzia l'artista dall'artigiano è la consapevolezza di tali funzionamenti, la capacità di ottenere determinate risposte e risultati previsti non per mera riproduzione empirica di procedure già adottate da altri, ma per una profonda e precisa conoscenza dei processi. In definitiva si potrebbe dire la capacità di innovare.

Un ulteriore grado poi di qualità sta nella capacità di allontanarsi dall'opera, di renderla viva, autonoma, indipendente da chi la produce. L'estensione della personalità del maestro, che è conseguenza immediata del suo bagaglio culturale, da intendersi in questo caso in senso molto ampio come prodotto di una feconda e continua dialettica tra esperienza e riflessione, costituisce un elemento indispensabile per non imporre limiti alla dimensione evolutiva della personalità dell'allievo.

Allora, nel caso di chi lavora in ambito sportivo, competenze anatomiche, biomeccaniche, psicologiche, pedagogiche, conoscenza delle leggi fisiche, dei materiali con cui interagisce l'atleta e altre ancora, sono tutte al servizio dello sviluppo dell'individuo. La componente legata alla motricità rappresenta solo una delle parti della personalità e nel caso della pedagogia dell'attività motoria la via privilegiata d'accesso perché questa possa essere stimolata, si evolva e diventi sempre più autonoma.

Essere messi in condizione di affrontare e risolvere problemi motori costituisce un percorso obbligato per il progresso individuale, ma è solo la competizione, il confronto con gli altri, che aggiunge la dimensione sociale e consente, attraverso il gioco continuo dell'assegnazione dei ruoli e della ricerca degli status, una reale ridefinizione autonoma della personalità che vada oltre il rapporto castrante con l'allenatore, quando questi vuole restare padrone di un'opera che ritiene inopinatamente sua.

 

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Inverno 2017 in Abruzzo

Inverno 1943. Gli inglesi erano rimasti sconvolti dall’inverno abruzzese. Le truppe alleate provenienti dall’Africa si erano impantanate nel fango e nelle neve, nella pioggia e nel freddo. Fin allora avevano risalito l’Italia con una certa facilità e con una certa velocità. Poi in Abruzzo era cambiato tutto. La sorpresa era stata totale perché gli esperti meteorologi dell’Ottava Armata di Bernard Montgomery avevano fornito tutti i dati in loro possesso. Ma erano quelli della costa. Con incredibile leggerezza mancavano i dati dell’interno, dell’inferno di neve e di ghiaccio che in Abruzzo era la regola, non l’eccezione. I contadini e i montanari sapevano tutto, perché loro contro gli elementi ci lottavano ogni anno, da sempre; e i tedeschi pure, perché avevano studiato il territorio e avevano imparato a conoscerne le insidie, persino a sfruttarle a proprio vantaggio. Gli inglesi no. E avevano pagato carissimo quella sottovalutazione, in vite umane.

 

Inverno 2017.  Gli italiani rimangono sconvolti dall’inverno abruzzese. I più anziani ricordano un altro inverno, quello del 1956, entrato nella storia prima ancora di diventare leggenda, con mura di neve, paesi isolati, primi e secondi piani delle abitazioni che sembravano pianterreni. Era stata un’ondata di maltempo definita eccezionale, ma nei canoni del 1943, del 1944, di tanti altri inverni prima e dopo. Neve, neve, e ancora neve. Strano che ci sia chi scopre solo adesso che in Abruzzo la cattiva stagione è veramente cattiva, non è un’eccezione. Il prezzo pagato è stato carissimo, in vite umane.

 

Inverno 2017. Un quarto della popolazione abruzzese senza energia elettrica e senza riscaldamento. Come nel 1956. Con la differenza, rispetto ad allora, che la tecnologia ha portato in tutte le case illuminate e riscaldate la voce di chi ha pagato in prima persona l’improvviso ritorno nel buio e nel freddo del Medioevo. Merito dei telefonini, di Whatsapp, di Facebook: finché c’è stata una stilla di energia nelle batterie sono state veicolate informazioni su una situazione talmente paradossale da non sembrare vera.  Era vero anche il primo allarme partito dall’Hotel Rigopiano, sull’apocalisse bianco che l’aveva spazzato via e sepolto, con tutti gli ospiti, villeggianti e personale. Il paradiso naturalistico diventato inferno, con due miracolati che piangono di rabbia e di speranza.

 

Inverno 2017. Nell’era di gatti delle nevi col turbo, spazzaneve biturbo e turbine fantascientifiche, l’Hotel Rigopiano viene raggiunto a forza di braccia e di gambe, con gli sci e le ciaspole e le pelli di foca, nella notte, nella tormenta, come nel 1943. Sono dieci militari della Guardia di finanza che sfidano le avversità, il destino e la burocrazia: sono l’ingranaggio più scorrevole della farraginosa macchina dei soccorsi, tra mezzi che non ci sono o non funzionano o devono arrivare da lontano, come lo spazzaneve che all’hotel aspettavano per andare via, prima della maledetta valanga. I dieci diventano subito eroi, e lo sono davvero. Si spingono «Più là che Abruzzi», come ammoniva Calandrino nella giornata ottava (novella terza) del “Decamerone” di Boccaccio. Lo sapeva già Boccaccio quanto fosse impervio e impraticabile l’Abruzzo, abbarbicato alle montagne più alte dell’Appennino, la Majella madre e il Gran Sasso che di tanto in tanto regalano spaventosi sussulti sismici. La Natura non fa sconti.

 

Inverno 2017. Il circo mediatico innescato dalla valanga di Rigopiano riporta alla mente la tarda primavera del 1981, quando l’Italia trepidò per la prima tragedia della tv del dolore, quella del pozzo di Vermicino e del piccolo Alfredino Rampi. Ricorda anche l’autunno del 2002, col terremoto che fa crollare la scuola di San Giuliano di Puglia seppellendo maestre e bambini. Anche adesso la tv, in competizione con i social, scava, viviseziona, lancia allarmi e speranze, tra finestre e speciali, aggiornamenti ed edizioni straordinarie. Dietro ai microfoni, a corredo di interviste e interventi, c’è sempre una strana corona di persone in divisa di tutti i tipi, fanno scena, si affacciano ai dieci secondi di effimera celebrità, e viene da chiedersi perché sono lì e non sono a scavare, a coordinare, a predisporre, come nella zona dell’hotel sepolto fanno i loro colleghi, come nei paesi isolati e abbandonati fanno tanti altri. Ce ne sono anche nei salotti tv, con giubboni da Antartide a fronte di temperature da studio che  ricordano l’Africa. Scena.

 

Inverno 2017. Abruzzo.

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Un Parco del Mare Adriatico

Il mare Adriatico è lo spazio pubblico condiviso delle Regioni che costituiscono la Macroregione Adriatico-Ionica nei cui territori costieri vivono attualmente circa 28 milioni di persone di varia nazionalità. All'interno di questo contesto territoriale l'Adriatico è il grande malato di cui prendersi cura prima di ogni altra cosa. Il suo habitat naturale, infatti, è in grave pericolo; è una delle aree più a rischio del Mediterraneo per la sua forma di mare chiuso e per la presenza delle maggiori rotte navali per il trasporto di petrolio verso il nord. Il rischio derivante dal rilascio accidentale di petrolio o di altre sostanze tossiche e pericolose è molto alto e può avere conseguenze disastrose per il suo delicato ecosistema, per le attività di sfruttamento delle risorse marine, sempre meno ricche e disponibili, per il bellissimo paesaggio costiero, in parte compromesso e da riqualificare.

Il più forte dei "No" alla petrolizzazione e a tutte le piattaforme che vogliono piantarsi a due passi dalle sue coste non sarà sufficiente a salvare questo mare, nonostante la battaglia appena vinta in modo esemplare su Ombrina.

Il passaggio dalle fonti fossili alle fonti rinnovabili è il passaggio epocale da compiere, come lo fu l’avvio della rivoluzione industriale basata sul carbone, sul petrolio e sulle altre energie fossili. Un passaggio per nulla scontato e che può essere il frutto solo di una nuova consapevolezza ambientale globale legata ad una economia sostenibile e di una politica che sappia interpretarla.

 

Un parco per la difesa del mare

Il mare Adriatico è una grande risorsa da salvaguardare e valorizzare attraverso una strategia di azioni integrate e coordinate delle istituzioni locali, di quelle statali, regionali e del suo intero bacino.

Una tale strategia può convergere nella proposta di istituzione da parte della Macroregione Adriatico-Ionica del Parco del Mare Adriatico; è ciò che si propone con il presente manifesto. Un Parco inteso non solo come strumento di tutela della sua biodiversità ma anche come il luogo della programmazione del risanamento dell'ambiente marino e della valorizzazione delle attività produttive compatibili che vi si svolgono, a partire dalla pesca e dal turismo.

Un Parco che organizzi innanzitutto una rete di strutture di ricerca e didattico museali sui temi della difesa del mare e delle sue ricche caratteristiche biologiche e naturali, per la conservazione delle tipicità della pesca e di vita sulla costa; che punti alla valorizzazione turistica delle città e dei giacimenti culturali e artistici diffusi lungo le sue coste, alla sostenibilità e al potenziamento del trasporto via mare e dei suoi porti, allo sviluppo di energia rinnovabile attraverso impianti che sfruttino i flussi e i movimenti ondosi in corrispondenza delle barriere artificiali dei moli e delle dighe foranee dei porti. Un Parco nel quale gli operatori della pesca siano i veri protagonisti della tutela della biodiversità attraverso una oculata gestione degli stock ittici e utilizzino il più diffuso sistema di pesca adriatico con reti da traino per pulire e rigenerare il fondale marino riportandolo alla vita. Un Parco infine che sia lo strumento principale per coordinare e integrare idee, progetti e azioni legati a finanziamenti nazionali, regionali e europei.

 

Un Parco della polis adriatica

 

Il territorio abitato della costa adriatica è il risultato di contaminazioni sviluppate e coltivate nei secoli tra Oriente e Occidente e tra Nord e Sud.

La sua fondazione è classica: da lì veniamo, figli in fuga con i propri padri sulle spalle e i figli per mano. Lungo queste coste approdano oggi a rischio della stessa vita popolazioni disperate che si allontanano dalle distruzioni e dagli orrori in un esodo senza fine e che tuttavia bisogna affrontare. Le città di fondazione delle nostre coste hanno retto l'impatto di irruenti e sanguinosi conflitti per secoli, fino alla metà del novecento, poi sono letteralmente esplose e si sono perse nell'urbanizzazione infinita del mondo contemporaneo, il nostro mondo. Pur costituendo una parte rilevante del patrimonio storico e artistico del Mediterraneo, allo stato attuale le città adriatiche sono poco valorizzate, sia dal punto di vista culturale e politico, sia dal punto di vista economico e infrastrutturale, come rete di porti, di attività marinare, commerciali, relazionali, turistiche.

Le città dell'Adriatico, ad eccezione dei loro antichi centri storici, sono oggi in gran parte aree urbanizzate indistinte e senza qualità; nella loro espansione incontrollata e continua divorano suolo, energia, risorse. Il Parco dovrà necessariamente porsi l'obiettivo di una rigenerazione sostenibile e integrata dei fronti d'acqua e delle sue stesse periferie, individuando gli ambiti territoriali e urbani corrispondenti ai problemi complessi da affrontare, come l'inquinamento, la mobilità e il sistema dei trasporti, il consumo energetico, l'integrazione sociale e culturale. La rigenerazione delle città e dei sistemi urbani della costa può fondarsi sulla realizzazione e lo sviluppo di spazi pubblici e privati destinati alla cultura, all'arte, al verde, all'innovazione, alla scienza e alla divulgazione scientifica, oltre che sulla realizzazione di sistemi di trasporto alternativi ciclo pedonali e metropolitani sostenibili, sull'efficientamento e la riqualificazione energetica. Il Parco, mentre conserverà e valorizzerà la memoria e la storia secolare di queste città e delle civiltà che le hanno prodotte, ne costituirà la rete organizzata e dinamica, l'anima progettuale e progressiva.

 

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I dilemmi della democrazia a 5 Stelle

La notizia del nuovo codice etico del Movimento 5 Stelle ha provocato reazioni contrastanti. La maggioranza dei commentatori e avversari politici ha interpretato questo documento come un voltafaccia clamoroso dettato dall’esigenza di proteggere i militanti inquisiti ma ben visti dai capi. Pochi sono stati, invece, quelli che hanno applaudito la proposta di Grillo di decidere caso per caso sulle dimissioni degli eletti raggiunti da un avviso di garanzia.

Il caso del codice etico evidenzia bene i pregi e i difetti dei 5 Stelle. Il Movimento sta dimostrando una capacità inattesa di correggere errori grossolani, ma allo stesso tempo appare quasi infantile nella sua ostinata incapacità di accettare i principi basilari della democrazia. È come se secoli di teoria e pratica politica siano passati invano. Tant’è che i 5 Stelle hanno bisogno ogni volta di andare a sbattere contro il muro della realtà e del buonsenso, di infrangere fragorosamente le loro (a volte pericolose) illusioni prima di adottare un atteggiamento più appropriato e realistico. Il rischio è che in questo titanico quanto goffo sforzo di ripensamento della politica essi si ritrovino tra qualche tempo sfiancati, delusi e forse anche sconfitti dalla loro stessa inconcludenza.

La forza attrattiva dei 5 Stelle sta nell’aver attaccato al cuore un sistema politico che l’opinione pubblica ritiene inefficiente e corrotto, proponendo come soluzione il rinnovamento della classe dirigente all’insegna della trasparenza e dell’onestà. Credo sia questa la ragione fondamentale del loro successo tra la gente. Meno interessante per i cittadini, invece, sembra essere la proposta di una “nuova” democrazia basata sulla partecipazione diretta delle persone comuni alle scelte politiche. In altre parole, è come se agli elettori importi poco come le decisioni vengono prese in seno al Movimento. Per questa via, però, il “sogno” di una democrazia rappresentativa controllata dal basso si sta rapidamente trasformando nella realtà di un sistema scarsamente rappresentativo controllato dall’alto. A correggere i limiti della democrazia delegata, infatti, non è tanto la maggiore partecipazione del popolo, quanto la volontà illuminata dei suoi interpreti, Grillo e Casaleggio junior, che credono che esista un solo popolo, il loro.

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Il mondo è cambiato

Abbiamo titolato questa rubrica: "Le Idee", perché ne abbiamo bisogno per la nostra comunità abruzzese, per la politica, per le imprese, per il sociale. Il Mondo cambia e non possiamo restare comodamente attaccati a pensieri, analisi e proposte che fanno sempre più fatica a cogliere la realtà o meglio le diverse realtà nelle quali siamo immersi. Viviamo in un mondo frammentato, agitato, fragile, ad iniziare dall'ambiente, il lavoro, l'economia, fino al bene più prezioso della pace.

Le  categorie di pensiero passate per quanto nobili non riescono a comprendere, a dare una spiegazione delle realtà che viviamo, all'apparenza così intensamente, perché in fondo lo sappiamo bene, che ancora di più la crisi del lavoro sarà più dura è non lascerà scampo a tantissimi giovani e agli over 50, perché al di là dei "social" l'esclusione sociale e le solitudini diventano più ampie nel divario tra chi ha e chi non ha quasi nulla o nulla e, malgrado le apparenze si fanno sempre più minacciosa e profonda la caduta economica per i giovani, gli anziani, mentre le famiglie perdono una ad una quelle tutele che hanno garantito la coesione sociale. Siamo quindi chiamati a rinnovare il nostro pensiero ad attualizzarlo nel mondo reale.

Non parliamo della "patologia del futuro", ossia il febbrile moto di oggi di vivere tutto al futuro, ma dobbiamo occuparci con coraggio del presente, saper vivere nell'oggi, non eluderlo rivolgendo lo sguardo a un passato che non c'è più, o proiettando le nostre speranze in avanti per non vivere la vita nel suo farsi presente.

Le idee, le vostre idee sono necessarie per cercare di migliorare in ogni settore le cose che non vanno o che per abitudine si lasciano vivacchiare. Gli interventi che ospiteremo di volta in volta dovranno camminare su questo crinale scivoloso ma salutare anche a rischio di capitomboli, individuare soluzioni con analisi nuove, addirittura scorrette, saranno di sicuro approfondimenti innovativi. Sollecitiamo idee coraggiose, perché ce lo auguriamo, ci saranno anche quelle che possiamo mettere in prova in modo concreto.

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