Le storie

Il collirio di Rita Levi Montalcini sarà prodotto a L’Aquila

Il collirio del premio Nobel, Rita Levi Montalcini arriva ai pazienti italiani: curera' una malattia rara che puo' portare a cecita'. Entra in commercio il medicinale biotecnologico nato dalla ricerca voluta da Rita Levi Montalcini, che per la scoperta vinse il premio Nobel, ed e' prodotto a L'Aquila. L'Oxervate, nome commerciale del cenenegermin (il principio attivo), e' prodotto nello stabilimento Dompe' dell'Aquila e da un paio di settimane e' gia' in vendita in Germania e da oggi la sua commercializzazione e' stata autorizzata anche in Italia dall'Aifa. Guarisce la cheratite neurotrofica moderata o grave, una malattia rara e invalidante dell'occhio che fino a ieri era priva di qualsiasi cura: nei casi piu' gravi veniva risolta chiudendo con una sutura le palpebre dell'occhio malato. La stima del costo del medicinale e' di un paio di miliardi di euro mentre il costo per ciclo si aggira attorno ai 15 mila euro.

Leggi Tutto »

Stazione di Pescara Centrale: Potete solo aspettare

Dovete avere pazienza, posso dirvi solo questo”. È la risposta di un addetto delle ferrovie ad una folla di 30 viaggiatori che attendono un treno diretto a Milano con duecentoquaranta minuti di ritardo. Fin qui niente di nuovo, ma a quanto pare a Pescara app e alta velocità non sono ancora à la page e le smart city non riscuotono successo. Sono le ore 01.30 e le temperature rigide della notte mettono in risalto la trafila di clochard imbacuccati che riposa sui marciapiedi adiacenti la stazione ferroviaria.
Presidia l’entrata una guardia giurata che permette l’ingresso solo dopo aver visionato i biglietti, d’altronde non potrebbe fare altro essendo uno dei capri espiatori di una situazione troppo grande e complessa. Tutti immediatamente indirizzano lo sguardo verso i tabelloni per sapere quale sia il binario e l’orario esatto dei treni. I passeggeri, sempre se lo dovessero diventare, si girano intorno nella speranza di trovare un ufficio dove poter richiedere un rimborso o informazioni riguardo una corsa sostitutiva, ma neanche l’ombra di un ferroviere. Ci si rivolge subito alla povera guardia giurata che giustamente, oltre alle mansioni di sua competenza non sa come offrire il suo aiuto e consiglia di rivolgersi al posto di polizia ferroviaria. La luce è accesa ma la porta è chiusa e non v’è traccia di un’uniforme. Il disappunto e il nervosismo crescono mentre la voce annuncia l’aumentare del ritardo e i toni si fanno sempre più aspri. Ci si chiede cosa fare. Qualcuno chiama i Carabinieri per comprendere se c’è possibilità di denunciare la compagnia ferroviaria che ha comportato un danno sia fisico che morale, ma i militari rimandano la responsabilità alla Polizia di Stato che a sua volta si rifiuta di inviare una pattuglia per assicurare l’incolumità dei cittadini. Ci sono diversi anziani con problemi di deambulazione, i quali oltre a soffrire il freddo hanno bisogno dei servizi igienici.

Peccato che le sale d’aspetto siano ben incatenate e i bagni chiusi per impedire che qualche senzatetto possa trovarvi rifugio. Nel parcheggio della Stazione intanto, senza alcun pudore, si aggirano strani soggetti che osservano le vetture e scrutano l’orizzonte pronti a fuggire alla vista di un lampeggiante. Intorno alle 2.15 compare come un miraggio un poliziotto, che subito assalito dai commenti contrariati della folla sostiene che il loro disagio non sia di sua competenza: “Non sono un dipendente delle Ferrovie dello Stato” e indirizza i malcapitati verso il citofono degli uffici ferroviari. La voce metallica che risponde rassegna tutti quanti: “Potete avere solo pazienza, altrimenti c’è sempre la corsa successiva”. A quel punto si decide di salire sulle banchine. Il macchinista di un treno merci di passaggio indica al gruppo di sventurati la sala comandi centrale. I computer sono accesi e due figure sono impegnate nel seguire il passaggio dei mezzi ed effettuare gli scambi. Sulla porta c’è il divieto d’ingresso che viene ignorato. Dopo qualche istante viene aperta la porta, ma subito ribadito che i non addetti ai lavori non possono oltrepassare la soglia. Nonostante questo, viene gentilmente offerta ospitalità ai più anziani per potersi riscaldare durante l’attesa. Si fa a gara nell’ esporre tutte le mancanze, le anomalie e i disagi vissuti negli ultimi quaranta minuti. A causa del ritardo sono saltati appuntamenti di lavoro, visite mediche prenotate un anno prima e una conferenza di un ricercatore presso il politecnico di Milano.

Parlando con il Capostazione ci si accorge di come non sia in grado di soddisfare le richieste avanzate. Non essendo di fatto responsabile di queste problematiche, gestisce in solitudine un grade snodo come quello di Pescara senza alcuna garanzia di sicurezza. Infatti, dei malviventi potrebbero tranquillamente girovagare tra i binari, sabotare i treni e la struttura o infastidire chi tranquillamente attende la partenza. “È ovvio che un ritardo possa essere tollerato, ma le condizioni essenziali per l’accoglienza dei passeggeri non sono assolutamente garantite. È inaccettabile che il principale crocevia ferroviario della regione gravi in un penoso stato di abbandono durante le ore notturne, come se in tarda notte non si avesse diritto ai bagni, ad una sala d’attesa e ad essere salvaguardato dalle forze dell’ordine”. Questo è l’appello di uno dei viaggiatori.

di Eduardo Grumelli

 

  



Leggi Tutto »

Un programma traduce le parole in immagini interattive

Favole in 3D grazie all'interfaccia Muse (Machine Understanding for interactive StorytElling) realizzata dai ricercatori dell'università di Lovanio, nell'ambito del progetto europeo Fet (Future and Emerging Technologies).

Le parole per raccontarle vengono infatti 'trasformate e tradotte' in immagini e ambienti tridimensionali in modo da far immergere completamente chi le ascolta nel loro ambiente. Il funzionamento è simile a un traduttore per le immagini. Partendo da un input, che può essere il linguaggio di una favola per bambini o i materiali di divulgazione medica per i malati, Musa elabora le parole, le traduce in conoscenza che rappresenta in azioni, persone, storie e ambiente, per poi metterle in scena in mondi tridimensionali, che permettono ai bambini o, per esempio, a chi deve entrare in ospedale, di esplorare il nuovo ambientegrazie ricostruzioni e gioco guidato.

Questo è possibile grazie agli algoritmi che imparano ad associare il linguaggio naturale delle persone, anche con le sue ripetizioni, e i dati visivi in modo da creare in tempo reale una sorta di dizionario visivo. Le applicazioni e i contesti in cui può essere usata questa tecnica sono numerosi: per esempio per comunicare ai cittadini informazioni complesse e difficili da intendere, o per spiegare terapie mediche, o ancora  per far esplorare a persone con mobilità limitata posti e scenari in cui non potrebbero mai andare.

Leggi Tutto »

Corso di studi sulla dieta mediterranea

Partira' dagli aspetti connessi alla salute e al benessere per arrivare a quelli gastronomici il percorso di studi e di approfondimento dedicato alla Dieta Mediterranea frutto di partnership con accreditate universita' italiane che saranno avviate a Napoli, all'Accademia MedEATerranea, presieduta da Massimiliano Quintiliani, la cui sede e' all'interno della Mostra d'Oltremare. La direzione scientifica e' affidata al professore Antonio Giordano, luminare dell'oncologia e direttore dello Sbarro Institute di Philadelphia. La novita' consiste soprattutto nell'abbinare i corsi di cucina riservati sia ai professionisti del settore che ai lovers ad un sapere accademico. Si partira' dalla domanda: cosa c'e' nel piatto? Non solo e non gia', dunque, dal punto di vista gastronomico e del sapore e del gusto dell'abbinamento degli ingredienti ma dal punto di vista nutrizionale e, soprattutto, della salute. Quindi, ogni volta, si rispondera' al quesito che sempre piu' persone si pongono sul perche' l'abbinamento di certi ingredienti faccia bene alla salute o prevenga malattie. Il sapere scientifico sul modello alimentare della Dieta Mediterranea nel suo insieme, con tutti i suoi effetti benefici per la salute umana, per la prima volta sara' al centro di corsi teorico-pratici di cucina. I primi due protocolli d'intesa sono firmati dall'Accademia MedEATerranea con il Dipartimento di Biotecnologie, Chimica e Farmacia dell'Universita' di Siena e con il Dipartimento di Medicina clinica, Sanita' pubblica, Scienze della Vita e dell'Ambiente dell'Universita' dell'Aquila. Protocolli che, di fatto, rendono la Campania un modello per gli studi di gastronomia e fanno tornare nella regione cara al biologo e fisiologo statunitense Ancel Keys quegli approfondimenti sulla Dieta Mediterranea, di cui e' ritenuto "inventore". A siglare le intese che danno avvio alla divulgazione del sapere scientifico, insieme al presidente dell'Accademia, Massimiliano Quintiliani, sono a professoressa Annamaria Cimini per l'Universita' dell'Aquila e il professor Giuseppe Campiani per l'Universita' degli Studi di Siena. La prima interviene su progetti di sicurezza alimentare, in particolare, su nutraceutici ad attivita' antiossidante e malattia di Alzheimer, il secondo su progetti nel settore dell'agri-food e di agricoltura sostenibile, in qualita' di referente della cooperazione internazionale. Altro importante accordo e' stato siglato con il Dipartimento di Economia, Management ed Istituzioni dell'Universita' Federico II di Napoli per il Master in Food Retail Management che partira' a fine gennaio con docenti dell'Ateneo partenopeo. A fine convention, lo show cooking dello chef stellato Peppe Guida. 

Leggi Tutto »

Bill Gates punta alla cura per l’Alzheimer

 La ricerca di una cura per l'Alzheimer ha registrato finora, speranze e clamorosi fallimenti. Ma ora nella corsa in atto nei laboratori di tutto il mondo per mettere un freno al 'tarlo dei ricordi' si inserisce un miliardario: Bill Gates, convinto di poter cambiare le cose. Il co-fondatore di Microsoft, filantropo da anni impegnato nella lotta a malattie come la malaria e l'Aids, ha infatti annunciato un investimento da 50 milioni di dollari nel Dementia Discovery Fund, un fondo che riunisce compagnie private e organizzazioni governative impegnate nella ricerca di una cura per l'Alzheimer. Un investimento personale - non a nome della Bill & Melinda Gates Foundation - cui seguiranno altri 50 milioni di dollari in start-up che lavorano sempre nella ricerca sull'Alzheimer. "Credo che ci sia una soluzione", ha detto Gates alla Cnn. "Ogni tipo di trattamento sarebbe un grande passo avanti rispetto al punto in cui siamo ora. Ma l'obiettivo a lungo termine è" trovare "una cura". Al momento, infatti, non ci sono farmaci in grado di rallentare il cammino della malattia. Con la sua donazione il miliardario spera di sostenere la ricerca di nuovi approcci contro questa forma di demenza, ad esempio investigando il ruolo del sistema immunitario. Gates si è detto ottimista. "Ha senso che questo sia il decennio in cui faremo molti progressi". La sua idea è che persone capaci di pensare fuori dagli schemi, abbinate alle conoscenze e alle tecnologie attuali, possano portare a delle terapie potenziali in un futuro prossimo. Nel frattempo, a livello personale il miliardario è concentrato sulla prevenzione, esercitando la mente e tenendosi impegnato a livello intellettivo. "Il mio lavoro è perfetto - racconta - perché cerco sempre di imparare nuove cose e incontro persone che me le spiegano. In effetti, faccio il lavoro più divertente del mondo

Leggi Tutto »

Il vocabolario Zingarelli compie 100 anni

Lo Zingarelli, il vocabolario della lingua italiana più diffuso, compie 100 anni. Uscito a fascicoli nel 1917 per conto degli editori Bietti e Reggiani, nel 1922 venne pubblicata la seconda edizione in volume unico. Nel 1941 il dizionario ideato dal linguista Nicola Zingarelli fu acquistato dalla casa editrice Zanichelli, che continua a pubblicarlo. Per celebrare l'evento, Zanichelli ha previsto diverse iniziative. Lo Zingarelli andrà nei luoghi in cui la lingua si impara: le scuole. Quindici appuntamenti in altrettanti istituti scolastici di 13 città d'Italia. Per spiegare come e quando entrano le parole nel vocabolario. Ma anche raccontare la lingua italiana tra passato, presente e il suo futuro. Ecco le tappe: Cerignola - città nativa di Nicola Zingarelli - Bari, Cagliari, Roma, Napoli, Torino, Milano, Padova, Trieste, Firenze, Palermo, Catania per chiudere a Bologna, sede dell'editore Zanichelli. Parteciperanno: il curatore del vocabolario Mario Cannella; il linguista e scrittore Massimo Arcangeli; la sociolinguista dell'Accademia della Crusca Vera Gheno Un'altra delle idee celebrative è "100 parole del secolo". Sulla pagina Facebook di Zanichelli, l'hashtag #Zingarelli100: anno per anno la storia di questo secolo attraverso le parole più significative tratte dal vocabolario, postate ogni giorno. Si comincia con "rivoluzione" del 1917. 

Il presente della lingua italiana è contenuto nello Zingarelli 2018. Da ""brexit" a "flaggare", da "dronista" a "sviluppismo" fino a "post-verità" sono tra le nuove voci dell'ultima edizione del vocabolario che contiene 145mila voci e oltre 380mila significati. "Nuove parole dell'Italia di oggi, perché una lingua è anche quella che incontriamo tutti i giorni per la via - spiega il linguista Massimo Arcangeli - È compito ineludibile di un dizionario saper cogliere democraticamente, con le innovazioni lessicali al loro sorgere e al loro primo significativo diffondersi, l'evoluzione della società da cui sono scaturite, per mettersi al suo servizio e rispondere alle necessità dei suoi cittadini. Nessun altro dizionario può competere, su questo piano, con lo Zingarelli". Come un notaio lo Zingarelli nel corso degli anni ha riportato le trasformazioni del linguaggio, i neologismi e i nuovi significati, di parole già esistenti, che nascono dai cambiamenti di costume, culturali e dalle innovazioni tecnologiche. Si pensi al 'mangianastri' di una volta, poi venne il 'lettore cd' e ora a sua volta in crisi dall'avvento degli 'mp3'. Ma nello Zingarelli continuano a essere tutti presenti.

"Non sindachiamo cosa sia giusto o sbagliato. Lo Zingarelli è un'agenzia autorevole che fissa lo stato della lingua in un dato momento storico. Il nostro compito è traghettare il patrimonio dell'italiano nei secoli a venire", spiega Mario Cannella, lessicografo che cura gli aggiornamenti del vocabolario dal 1993, anno in cui sono diventati annualizzati. Perché l'evoluzione della lingua è sempre più rapida. Fino a pochi anni fa c'era l''autoscatto', oggi i 'selfie'. In poco più di 20 anni il nostro idioma si è arricchito di parole come "tangentopoli", "buonismo", "inciucio", "girotondino", "grillino", "rottamatore". Voci che rappresentano la nostra storia. Oppure "coming out", "velinismo", "smartphone", "viagra": segni del tempo e del costume. Come entrano le parole nel vocabolario? "Ogni giorno i media inventano neologismi di tutti i tipi ma nel vocabolario entrano solo quelli che si radicano nella nostra lingua. Una voce viene monitorata a lungo prima di essere accolta nello Zingarelli - spiega sempre Mario Cannella - I criteri dei curatori sono la durata (da quanti tempo è presente una parola?), la frequenza (si intende la diffusione e l'uso accertato di una parola), la qualità (il peso culturale di una parola)"

Leggi Tutto »

Elio e le Storie Tese, dopo 37 anni si scioglie la band

Elio e le Storie Tese si sciolgono: il 19 dicembre al Forum di Assago. Rocco Tanica, gia' da qualche tempo, non seguiva piu' i suoi vecchi sodali in tour. Anche la band piu' irriverente e spiazzante degli ultimi decenni di musica italiana ha scelto di lasciare le scene con un addio piuttosto lungo: quest'anno e' uscito "Figgatta de blanc", il loro decimo album, venerdi' sara' pubblicato un nuovo singolo "Licantropo vegano". Prima c'erano stati Sanremo 2016 con Carlo Conti e anche un tour europeo. Per la verita' la band un concerto d'addio l'aveva fatto gia' nel 1988, quando ancora era ancora un gruppo praticamente sconosciuto, ma si trattava di uno scherzo. Elio e le Storie Tese (un nome ispirato alla frase di Freak Antoni "c'ho delle Storie pese" pronunciata in "Eptadone") e' il frutto di un'idea di Stefano Belisari (Elio), che nel 1980 comincia a suonare con un suo compagno del liceo Einstein di Milano. Ci vorranno anni prima che la line up diventi quella definitiva con Sergio Conforti-Rocco Tanica alle tastiere, Nicola Fasani-Faso al basso, Davide Civaschi-Cesareo alla chitarra, Christian Meyer alla batteria, Antonello Aguzzi-Jantoman alle tastiere, il compianto Paolo Panigada-Feiez sassofonista e polistrumentista e il responsabile delle coreografie Luca Mangoni. Attorno alla band ha sempre ruotato un universo di sodali, composto da musicisti e personaggi del teatro e del cabaret milanese, legati agli "Eli" da una naturale affinita'. Anzi e' stato proprio grazie a una serie di concerti allo Zelig di Milano che la band ha cominciato a farsi conoscere: quelle storiche esibizioni venivano registrate su cassette semi pirata che diventarono un cult assoluto tra il pubblico giovanile. I media scoprirono Elio e le Storie Tese nel 1990, a Sanremo, quando, partecipando al Controfestival, suonarono delle irresistibili parodie dei brani in gara. A quel punto la formula che ha sempre distinto la loro musica era stata messa a punto. Virtuosismo strumentale e dissacrante ironia nei testi. Gli anni '90 sono il decennio della consacrazione: "Il pippero" e "Servi della gleba" diventano delle hit trasmesse dai network radiofonici, mentre la loro frequentazione di programmi comici della tv, a cominciare da quelli della Gialappa's, confermano la loro unicita' nel panorama musicale. Il cambiamento di status coincide con il debutto al festival di Sanremo. Arrivano all'Ariston nel 1996 con "La terra dei cachi", un brano che arriva secondo (a vincere sono stati Ron e Tosca con "Vorrei incontrarti tra cent'anni"). Le voci che in realta' il primo posto gli era stato tolto grazie a una combine hanno fatto da cassa di risonanza a una partecipazione rimasta nella storia del festival, grazie alle trovate sceniche di presentarsi vestiti da alieni in stile Rockets o di inventare "la canzone in un minuto", suonando il brano in 55 secondi ma a tempo accelerato. Da quella sera gli Eli raggiungono il successo popolare, diventano, rimanendo sempre fedeli a se stessi, dei protagonisti della scena musicale, tra partecipazioni al concertone del Primo Maggio, collaborazioni che vanno dal Coro delle Voci Bulgare a Rocco Siffredi, da Mal all'Orchestra Casadei, come grandi della musica, apparizioni spiazzanti in tv, tour, incursioni in altri generi. Stabilito un legame con Sanremo, dopo una felice conduzione del Dopofestival nel 2008, tornano all'Ariston nel 2013 e lasciano il segno con un gioiellino musicale, "La canzone mononota", costruita su una sola nota, e comici travestimenti. Ora dopo dieci album e quasi quattro decenni la band si scioglie dopo aver lasciato un solco profondo nella musica italiana. Elio e i suoi compagni hanno dimostrato come la cultura musicale, l'abilita' tecnica (i loro centoni hanno fatto scuola, cosi' come la capacita' di mescolare i generi), l'intelligenza possano essere messe al servizio dell'ironia, spostando molto in avanti il concetto di "rock demenziale". Elio, che dopo aver fatto il giudice di "X Factor" ora e' uno dei volti di "Strafactor", e' gia' impegnato nella sua opera di divulgazione (e' una sua definizione) della musica classica, l'ambiente in cui si e' formato, studiando il flauto traverso al Conservatorio. Martedi' sara' nell'Aula Magna dell'Universita' La Sapienza di Roma come voce recitante e baritono del "Flauto Magico", dopo le esperienze con "Pierino e il lupo" e "Il barbiere di Siviglia". Non c'e' motivo di dubitare che gli ormai quasi ex suoi compagni si faranno sentire con nuovi progetti: ma non si puo' negare che lo scioglimento di Elio e le Storie Tese lascia un vuoto nella musica italiana. 

Leggi Tutto »

Amatrice tra passato e futuro

di Emanuela Medoro

Oddio, cosa sta succedendo!” esclamai svegliata di soprassalto, alle 3 e 36 del 24 agosto 2016. Con sgomento notai che era quasi la stessa ora del terremoto dell’Aquila dell’aprile 2009, mentre un rumore martellante e cavernoso si accompagnava allo scuotimento prolungato di tutte le cose intorno a me, finestre, mura, armadio, lampadario. Subito le radio ci informarono dell’epicentro di quel sisma, e poi incominciò la sequela delle immagini in TV, centrate su Amatrice e le frazioni dei dintorni.

Ed ecco Amatrice ad un anno da quel giorno. Entrando nel centro del borgo, girando a sinistra c’è il viale che conduceva in centro. Ad un lato la sede del parco nazionale Gran Sasso e Monti della Laga, difronte un giardino pubblico, verde, fiorito, curatissimo. È la fine di tutto, anzi è l’inizio delle rovine, a vista d’occhio una distesa di detriti, non c’è rimasto niente del vecchio abitato, ancora distinguibili, ma inclinati su un lato un paio di fabbricati bianchi suggeriscono che lì c’era vita: case, chiesa, negozi, ristoranti, gente in movimento. Diversa l’impressione che mi fece a suo tempo il centro dell’Aquila, distrutto sì, zona rossa impenetrabile, ma in piedi e riconoscibile nelle sue vie, vicoletti, piazze e piazzette. Del centro di Amatrice non c’è neppure il ricordo. Da segnalare vicino alle rovine il cartello che vieta di fare selfie, zona di rispetto.

Camminando in direzione opposta, un bel viale in salita, ai lati qualche fabbricato ancora in piedi dà l’impressione di benessere, spazi verdi, case eleganti, oggi accanto a file di casette di legno. Dopo circa un chilometro ecco la novità: il polo del cibo, che la dice lunga sulla cultura e le attività economiche del luogo. Si tratta di un gruppo di fabbricati in legno e vetro, ariosi e luminosi, dall’interno si scorge le vicine catene di monti. Ciascuno di essi è fatto di linee armoniose e slanciate verso l’alto, e tutti insieme formano una zona di svago e di incontro sorprendente, piacevolissima. Sono ristoranti, il cibo, il punto cardine dell’economia di una zona dedita principalmente all’allevamento del bestiame. Famosi tutti, questi ristoranti servono uno dei piatti più richiesti al mondo, la pasta all’amatriciana, condita da una magnifica, buonissima mistura di guanciale e pecorino, servita in bianco o al pomodoro. Il polo del cibo inaugurato il 29 luglio scorso, ha attratto subito folle di visitatori, che sciamano da un ristorante all’altro alla ricerca di un tavolo libero. Tutti i ristoranti insieme manifestano in modo visibile la forte volontà di rinascita della comunità, una fiducia fortissima nella propria cultura, una vivace voglia di vivere, di tirare avanti con la vita nonostante tutto.

Nel 2015 Amatrice entrò a far parte del club dei borghi più belli d’Italia. Distrutta nel 2016, oggi si trova fra la memoria di un passato cancellato dalla furia della natura ed un futuro appena segnato e annunciato dal polo del cibo. Passato e futuro collegati, o divisi, da un viale di circa un chilometro. La sfida da affrontare da chi porterà avanti la ricostruzione di Amatrice negli anni a venire sarà proprio quella di farne ancora uno dei borghi più belli d’Italia. Ed anche sicuro, se è possibile!

 

Leggi Tutto »

6 agosto 2017, San Pietro della Ienca

 

di Emanuela Medoro

San Pietro della Ienca è una chiesina medievale appartenente alla parrocchia di Camarda, situata nella zona del Vasto, versante aquilano del Gran Sasso. Domenica 6 agosto 2017, dopo la messa celebrata dall’arcivescovo Monsignor Petrocchi, sotto un tendone si è tenuta la cerimonia della consegna del premio internazionale “La Stele della Ienca”, giunto quest’anno alla sedicesima edizione. Il premio consiste in una riproduzione in bronzo della stele dello scultore Antonio Quaranta eretta in ricordo delle visite fatte da Papa Woytila alla chiesetta di San Pietro. A ricordo di queste visite, cito l’articolo de La Repubblica, del 31 dicembre 1995, che racconta “…Karol Woytila trascorre un pomeriggio intero sul Gran Sasso tra i monti d’Abruzzo, in un eremo, accompagnato da pochi intimi e protetto da un imponente apparato di agenti…”.

La crescita di questo luogo, ove la natura della montagna rocciosa e solitaria è arricchita da profondi e condivisi valori religiosi e spirituali, è portata avanti dall’Associazione Culturale “San Pietro alla Ienca”, presieduta da Pasquale Corrieri, che con tenacia e lungimiranza si adopera per creare molteplici attività.

La consegna di questo riconoscimento iniziò nel 2001, quando fu premiato Luigi Accatoli, vaticanista del Corriere della Sera. Successivamente il premio ha riconosciuto meriti di persone singole o di gruppi impegnati sia in campo religioso che nel sociale. Sono stati premiati, fra gli altri, nel 2005 Stanislaw Dziwisz, Cardinale arcivescovo di Cracovia, la città di Assisi nel 2015, gli Alpinisti Abruzzesi nel 2003, la Protezione Civile della Regione Sardegna nel 2009, e nel 2010 il Corpo Nazionale dei Vigili del Fuoco.

Quest’anno il premio è andato alla Fondazione Falcone in ricordo dei giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino e di tutte le vittime di mafia, per la ricorrenza dei 25 anni delle stragi avvenute in Sicilia, che coinvolsero anche il personale delle scorte. I saluti della Professoressa Maria Falcone sono stati letti dalla giovane avvocatessa aquilana Eleonora Paglia. Sul prato a fianco della chiesetta è stato messo a dimora un acero, “l’Albero di Falcone”, là vicino una targa apposta su una roccia spiega le motivazioni di questo gesto, simbolo di legalità, lotta alle mafie e alla malavita, solidarietà.

Tanta gente domenica 6 agosto alla Ienca e in zona Gran Sasso. Traffico denso, file di motociclette veloci e rombanti, auto parcheggiate su ambo i lati della strada ed anche in seconda fila. Ho sentito parlare di nuove strutture di accoglienza per turisti e visitatori. Ben vengano, ma si tenga presente che è difficilissimo conservare e tutelare la natura dei luoghi insieme a nuove e invadenti colate di tonnellate di cemento. Prima usiamo bene quello che c’è già, es.: il ristorante-bar del rifugio Montecristo era chiuso, che brutta sorpresa!

 

Leggi Tutto »

Il sentiero della libertà

 La Resistenza umanitaria in Abruzzo. La traversata della Maiella, da Sulmona a Casoli, dei prigionieri alleati in fuga dal Campo 78. La testimonianza del giovane ufficiale Carlo Azeglio Ciampi.

di Goffredo Palmerini

La Resistenza umanitaria in Abruzzo, l’aiuto dato nell’autunno del 1943 dalla gente comune ai militari alleati in fuga dal Campo 78 di prigionia tedesco a Fonte d’Amore, nei pressi di Sulmona, accolti e protetti a rischio della propria vita. E poi l’accompagnamento di quei prigionieri in fuga nella dura traversata della Maiella, attraverso la montagna impervia, in un territorio ancora occupato dall’esercito tedesco, per portarli oltre la linea Gustav – che dalla foce del Garigliano si estendeva verso Cassino, la Maiella, lungo il fiume Sangro e fino a Ortona –, verso Casoli, dove le truppe alleate risalendo l’Italia si andavano attestando. Verso quei reparti militari andarono anche i soldati italiani sbandati dopo l’8 settembre ‘43, che alla Repubblica di Salò scelsero la lotta al nazifascismo e la Liberazione dell’Italia dall’occupante tedesco, unendosi agli Alleati. Queste straordinarie storie sono raccontate nel volume “Terra di libertà - Storie di uomini e donne nell’Abruzzo della seconda guerra mondiale” (Edizioni Tracce, Pescara, 2014), a cura di Maria Rosaria La Morgia e Mario Setta. Così in una frase Eric Hobsbawm ha illuminato il fenomeno: “Ho sentito tanti racconti dell’Italia, dai prigionieri di guerra… gente la cui vita era stata spesso salvata dall’aiuto del tutto disinteressato di famiglie di contadini, che non avevano nessuna particolare ragione per soccorrerli se non quella della solidarietà umana”. Un fenomeno di straordinaria importanza, ancora da conoscere compiutamente, sebbene negli ultimi vent’anni sia attraverso gli scritti dei testimoni, i prigionieri stessi in fuga, sia di studiosi e storici abruzzesi, molta luce sia stata fatta e molto interesse sia stato sollevato sulla questione. Ma sopra tutto per la meritoria opera dell’Associazione Culturale “Il Sentiero della LibertàFreedom Trail” (www.ilsentierodellaliberta.it), mediante importanti iniziative culturali, con seminari e convegni, con il coinvolgimento delle scuole nella ricerca storica e con la replica ogni anno della “traversata”, in tre giorni, cui partecipano quasi un centinaio di giovani studenti, studiosi e volontari dell’associazione.


Molta ricerca storica in questi anni, dunque, molte le testimonianze raccolte, compresa la straordinaria testimonianza del Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi, quando giovane ufficiale dopo l’armistizio dell’8 settembre da Roma si rifugiò a Scanno, affrontando il 24 marzo ‘44 la traversata, raccontata in un suo diario insieme agli eventi dei mesi successivi. Per concludere questa premessa, ancora una considerazione. In quello stesso autunno del ’43, mentre la Resistenza umanitaria si consolidava, a Casoli nel dicembre nasceva la Brigata Patrioti della Maiella, per iniziativa e sotto il comando di Ettore Troilo, l’unico reparto partigiano inquadrato nelle file dell’esercito alleato. La Brigata avrebbe combattuto eroicamente, risalendo l’Italia liberando le Marche, l’Emilia-Romagna - entrando a Bologna tra i liberatori – e il Veneto. L’unico reparto partigiano decorato con Medaglia d’oro al Valor militare. Il vero orgoglio dell’Abruzzo, dunque, la Brigata Maiella combattente nella lotta di Liberazione e la Resistenza umanitaria, nella riconquista della libertà dell’Italia. Tornando al fenomeno abruzzese della Resistenza umanitaria si deve qui nuovamente sottolineare il contributo reso alla conoscenza del fenomeno da Maria Rosaria La Morgia e Mario Setta, che hanno curato la pubblicazione dell’importante volume “Terra di libertà - Storie di uomini e donne nell’Abruzzo della seconda guerra mondiale”. La sintesi che segue rende conto dei fatti e degli eventi più significativi riportati nel libro, la cui lettura guidata dovrebbe essere consigliata a tutte le scuole superiori dell’Abruzzo e non solo.

***

SULMONA, Novembre 1943. Le sette di sera. Ponte di via Ancinale, proseguimento di via Pola, oltre la variante. Periferia di Sulmona. Al buio, un centinaio di persone sta componendo una lunga fila. Lingue straniere e parole dialettali si rincorrono dall’uno all’altro. Davanti due o tre sulmonesi. Le guide del percorso. Gli unici che sanno quanto sarà difficile, temerario l’attraversamento della Maiella. E da lì al Sud. Maiella, montagna madre degli abruzzesi, ma ora nelle mani dei tedeschi. La carovana si incammina. Serata novembrina, in compagnia d’un clima piuttosto mite. Gli stranieri sono la maggioranza. In gran parte, prigionieri fuggiti dal campo di Fonte d’Amore, dopo la dichiarazione dell’armistizio. Sono stati accolti e ricoverati nelle famiglie di Sulmona, dove hanno trovato cibo, rifugio, simpatia. Non se l’aspettavano, sapendo che Mussolini aveva affermato “Dio stramaledica gli inglesi”, frase spesso ripetuta alla radio. Ma era falsa anche per il dittatore, perché aveva affermato di non credere in Dio. A Sulmona, erano pochi quelli che possedevano una radio. Solo qualche famiglia benestante. La gente ascoltava i discorsi di Mussolini dalla radio in piazza, a tutto volume. Gli inglesi fuggiti dal Campo 78 si erano subito ricreduti sull’adesione degli italiani al fascismo. Non solo, ma avevano capito che le parole di Mussolini erano per gli italiani parole vuote. Soprattutto ora che Mussolini è politicamente finito, caduto nelle mani di Hitler, dopo la fuga dal Gran Sasso. Aveva creduto, solo lui, al progetto delirante: «Per fare grande un popolo bisogna portarlo al combattimento, magari a calci in culo. Così farò io».

Forse, anzi certamente, un politico che se n’intendeva della guerra, il primo ministro inglese, Winston Churchill, conosceva gli italiani meglio di Mussolini: «Gli italiani sanno eccellere in moltissimi campi… Eppure si sono ostinati a fare la sola cosa nella quale non sono mai riusciti molto bene, vale a dire combattere». Ed era vero, perché molti italiani si erano iscritti al partito nazionale fascista per pacifica sopravvivenza (PNF= Per Necessità Familiari), piuttosto che per adesione volontaria o per condivisione di ideali. Al Borgo Pacentrano di Sulmona, dove erano stati ospitati e dove ne rimanevano ancora tanti in attesa di fuggire attraversando la Maiella o di essere accompagnati a Roma, avevano trovato un ambiente familiare. Un borgo-famiglia, dove si passava da una casa all’altra, assistiti come parenti. Con l’organizzazione accurata della traversata si vuole ora tentare un primo esperimento di fuga, affrontando con le guide il superamento o l’accerchiamento della Maiella. Gli alleati sono ancora lontani, mentre i tedeschi stanno occupando la zona tra l’Abruzzo e il Molise. Queste, le poche informazioni. Ma, chiedendolo alla storia, Kesselring ha già rassicurato Hitler di riuscire a bloccare l’avanzata alleata. Tra l’Abruzzo, il Lazio e il Molise. La linea Gustav. Il cammino prosegue con ritmo cadenzato. L’uno dietro l’altro, in fila indiana. In alto si vedono le poche luci fievoli di Pacentro. Anche lì sono ospitati centinaia di prigionieri fuggiaschi. Aspettano l’arrivo degli alleati. Ma il ritardo aumenta il pericolo di cadere nei rastrellamenti tedeschi. Sono avvenuti anche a Sulmona, al borgo pacentrano. Giovani e anziani italiani rastrellati per essere condotti a Pescocostanzo: a scavare trincee. Anche un prigioniero del Campo 78 vi è finito e ne è miracolosamente fuggito parlando in tedesco con due austriaci. È John Furman, che lo racconterà nel suo libro autobiografico “Be not fearful, Non aver paura”.

La carovana supera il bivio per Pacentro e si dirige verso Campo di Giove, costeggiando Cansano. Comincia la salita, anche se piuttosto agevole. Solo in alcuni passaggi ci vuole fiato e volontà di proseguire. Fortunatamente il sentiero attraversa luoghi pianeggianti, adatti a riprendere forza. Dopo alcune ore dalla partenza si vedono in lontananza le luci di Campo di Giove. Le guide fermano la carovana. Se ne conoscono ormai i nomi: Alberto Pietrorazio, Domenico Silvestri, Mario Di Cesare. A loro la responsabilità morale dell’esito della traversata. Sanno che a Campo di Giove ci sono i tedeschi. Che il paese è stato evacuato su loro ordine. Che al Guado di Coccia, un mese fa, è avvenuto uno scontro armato, lasciando morto in terra il giovane tenente italiano, Ettore De Corti. Non c’è bisogno che raccomandino massima attenzione e, con l’aiuto, di alcuni ex-prigionieri interpreti, danno le informazioni e stabiliscono di attraversare il paese, costeggiandolo al largo. Sono le dieci di sera. Qualcuno ha fatto uno spuntino, camminando. Un panino. Una salsiccia. Un po’ di formaggio. Si va verso il monte Porrara. Comincia la vera salita. L’obiettivo è il Guado di Coccia. Proprio il luogo dove è avvenuta la sparatoria e la morte di De Corti. Si sale lentamente, evitando ogni rumore. I tedeschi stanno in allerta. Sanno che Campo di Giove è un paese di riferimento per italiani e alleati, perché passaggio tra il Nord e il Sud. Per questo, al Guado di Coccia, avevano trovato decine di giovani italiani in procinto di recarsi al Sud per unirsi agli alleati.

Kesselring sta preparando la grande diga di difesa per bloccare l’avanzata alleata. Il fiume Sangro sembra messo lì come linea di separazione e di confine. Si va creando la terra bruciata. La terra di nessuno. Un paesino, Pietransieri, frazione di Roccaraso, annientato. Terra e gente bruciata: centoventotto trucidati. Novembre 1943, novembre di morti, novembre da non poter mai dimenticare. La fila dei fuggiaschi giunge al Guado di Coccia e scende verso Palena. Al buio tra gli alberi che sovrastano il paese. Lontani dalle case, proiettati verso Sud. Le guide decidono di sciogliere la carovana, in piccoli gruppi, diretti verso il Molise. Nei giorni precedenti, piccoli gruppi di prigionieri in fuga dal Campo 78 sono giunti a Campobasso, incontrando gli alleati. Lo racconterà nel suo libro sull’Abruzzo, “The Way Out, Libertà sulla Maiella”, lo scrittore sudafricano Uys Krige. La traversata non è finita, ma il passaggio della Maiella è avvenuto, senza incidenti. Tutti salvi. E’ giorno ormai e le strade controllate dai tedeschi sono facilmente evitabili. Dopo la prima, vengono organizzate altre traversate. Più difficili, più rischiose nel superamento della linea Gustav. Ma, nonostante la creazione di quel muro impenetrabile e insuperabile, altri prigionieri fuggiaschi, antifascisti, giovani italiani che scelgono di stare dalla parte degli alleati, affrontano la traversata relativamente più corta, ma più controllata e più battuta: Sulmona-Casoli.

Dicembre 1943. L’altra via di fuga: Sulmona-Roma. È una ragazza-madre, una bravissima sarta, Iride Imperoli, la staffetta che accompagna in treno, da Sulmona a Roma, piccoli gruppi di ex prigionieri, ebrei e ricercati antifascisti. Nasce così il rapporto con Mons. Hugh Joseph O’Flaherty, che dal Vaticano dirige la cosiddetta Rome Organization per l’aiuto alle migliaia di ex prigionieri nascosti a Roma. Sarà definito “la primula rossa del Vaticano”, ma troverà la collaborazione di vari ex prigionieri del Campo 78 di Sulmona. Tra loro, il più importante, Sam Derry e con lui William Simpson e John Furman. Racconteranno le imprese di Roma occupata dai tedeschi nelle loro autobiografie: “The Rome Escape Line, Linea di fuga 1943-1944 Sulmona-Roma-Città del Vaticano” di Sam Derry, “A Vatican lifeline’44, La guerra in casa, la resistenza umanitaria dall’Abruzzo al Vaticano” di William Simpson e “Be Not Fearful, Non aver paura” di John Furman. Tra il mese di dicembre 1943 e il gennaio 1944, Iride viene catturata a Roma, su delazione di una spia sulmonese. Alla cattura di Iride, condotta prima al carcere di via Tasso e poi a quello di Bussi e di Civitaquana, seguono le incursioni della Gestapo in vari appartamenti di Roma, dove sono rifugiati i prigionieri. A Civitaquana, in provincia di Pescara, la casa di un medico è adibita a carcere per decine di prigionieri, civili e politici antifascisti. Iride vi rimane alcuni mesi. Poi trasferita a L’Aquila e dopo la liberazione a Sulmona. A Civitaquana, con un tribunale-farsa, vengono condannati a morte quattro civili italiani. Di notte riescono fortunosamente a fuggire e mai più ricatturati. Anche Iride ha raccontato, in varie interviste, le sue avventure e disgrazie nell’aiuto ai prigionieri. Ne ha anche scritto, con l’aiuto del figlio Salvatore Colaprete, un opuscolo inedito, riportato in parte nel libro “Terra di libertà, storie di uomini e donne nell’Abruzzo della seconda guerra mondiale”, a cura di Maria Rosaria La Morgia e Mario Setta.


Fuga dal treno: Autunno-Inverno 1943-1944

Dal Campo 78, dopo l’8 settembre, i prigionieri alleati vengono incolonnati e accompagnati alla stazione di Sulmona per essere immessi nei vagoni dei treni e deportati in Germania, ai campi di lavoro. Le colonne dei prigionieri sono generalmente controllate da guardie tedesche, che non risparmiano pallottole contro coloro che cercano di allontanarsi dallo schieramento. Sui vagoni, simili a quelli diretti ad Auschwitz, i prigionieri sono addossati gli uni sugli altri, senza servizi igienici, scarse aperture per l’aria. Un ammasso di gente destinata a morire subito o all’arrivo in Germania, dopo giorni di tragitto in condizioni invivibili. Ma anche in queste condizioni, si pensa alla fuga. Ne sono testimonianze quelle di Jack Goody, Sam Derry, John Verney e altri. Verney, nel bellissimo libro “A Dinner of Herbs, Un pranzo di erbe” racconta: «La lunga fila di prigionieri, sotto la scorta delle sentinelle, si dirigeva a passo strascicato verso un treno di carri bestiame. A sera inoltrata, una fila di lampade, parzialmente oscurate per la paura dei bombardamenti, gettava ad intervalli una luce spettrale. Il mal di testa divenne così acuto che, ogni tanto, mi rannicchiavo sullo zaino. Il mio malessere era talmente evidente che un soldato tedesco si avvicinò chiedendomi se avessi bisogno di un dottore. Immaginando fresche lenzuola d’ospedale, fui tentato di dire di sì, ma Amos lo assicurò che stavo bene. […] Si udì uno sparo, all'inizio della fila. Il lento passo di marcia e il sussurrare di millecinquecento voci crearono un’atmosfera di silenzio spettrale, che durò qualche secondo. Una o due grida. E di nuovo silenzio. Poi la conversazione riprese con forzata indifferenza. "Uno jugoslavo ha cercato di fuggire. La sentinella gli ha sparato e l’ha ucciso". La notizia, mormorata lungo la fila, provocò un altro brivido.

"L'ho visto quando è successo", disse più tardi qualcuno. "Un pezzo d’uomo con i capelli neri e con una sciarpa bianca di cotone intorno al collo". Poco dopo, passammo vicino a quella figura indistinguibile. Un paio di stivali usciva da sotto un sacco. Era l’avvertimento per chi stava pensando di attuare un simile piano di fuga. […] Intorno alle 23, Amos, Mark ed io eravamo stretti su un carro bestiame insieme ad altre trenta persone. Il pavimento puzzava di pecora, o forse di capra. Fu chiusa la porta scorrevole e bloccata dall'esterno. Abituatomi all'oscurità, scorsi un barlume di cielo, attraverso l'apertura per l’aerazione sotto il tetto, dalla parte opposta. Iniziò il viaggio verso la Germania. Il treno cominciò a muoversi un po’ avanti e un po’ indietro. Mezzo addormentato mi chiesi se stavamo andando verso Roma, ma non avevo nessuna idea della distanza e del tempo. Poi ci muovemmo in avanti e caddi addormentato come un sasso. Mi risvegliai che il treno era fermo. Mal di testa sparito, come mi succede spesso. Mi sentivo bene e scoppiavo di salute. Amos mi stava scuotendo la spalla, dicendomi di dare un’occhiata. Ci mettemmo in piedi con cautela e cercammo di arrivare all'apertura per l’aerazione, passando sui corpi. Era abbastanza alto per poter dare un'occhiata fuori. Disse che eravamo vicini ad una ripida altura, che una sentinella tedesca andava avanti e indietro lungo la linea e che la notte era abbastanza scura. Il treno poteva ripartire da un momento all’altro. Non c'era tempo per raccogliere la nostra roba o le nostre provviste. Mi aiutò a sollevarmi e rimasi appeso mezzo dentro e mezzo fuori dall'apertura, cercando di sentire i passi della sentinella. Stava allontanandosi. Riuscii a scendere lungo la ferrovia e mi arrampicai sull'altura, gettandomi sul terreno coltivato a fagioli. Lo ricordo bene. Qualche istante dopo, Amos giacque affannato al mio fianco. Dopo un lunghissimo minuto il treno ripartì. Non appena si allontanò, qualcuno si gettò goffamente tra i fagioli vicino a noi. Nascondemmo facce e corpi a terra, nel timore di essere visti da qualche contadino italiano o da un soldato tedesco. Ci stavano cercando, ma non quelli che avevamo immaginato. "Eccovi", disse l'uomo, raggiungendoci. "Cristo, Mark, chi ti ha chiesto di venire?" dissi sottovoce».

John Verney e gli altri due arrivano a Introdacqua, poi alle casette di Pettorano, dove troveranno accoglienza, ospitalità e aiuto dalle famiglie Amatangelo e Crugnale. Ecco come Sam Derry (“The Rome Escape Line, Linea di fuga 1943-1944), che poi arriverà in Vaticano e sarà il più importante collaboratore di Mons. O’ Flaherty, racconta il suo salto dal treno nei pressi di Tivoli: «“E’ una follia!”, pensai, quando in un assolato mattino italiano la porta del vagone si aprì e mi lanciai dal treno in corsa che trasportava i prigionieri di guerra. Tremo ancora, quando ripenso a come rotolai e rimbalzai su una coltre di sassi, terribilmente vicino all’assordante rombo delle ruote del treno. All’improvviso rimasi senza fiato, colpito da un dolore lancinante. Toccai il suolo piegato goffamente sulle ginocchia, mi sporsi in avanti e, scivolando, mi ritrovai sdraiato a terra dopo un’eternità di secondi, pieno di graffi, braccia e gambe aperte, come una camera d’aria sgonfia. Ero lì, inerme, aspettando solo di essere colpito. Incredibilmente, inspiegabilmente, gli spari non arrivarono». Jack Goody, considerato il più grande antropologo britannico, catturato in guerra dall’Afrika Korps di Rommel, arriva al Campo 21 di Chieti e poi al Campo 78 di Sulmona. Salta dal treno che lo sta portando in Germania e si trova nei pressi di Anversa degli Abruzzi e poi, insieme al gruppetto di amici si dirige verso Casale di Cocullo, nascondendosi in una grotta, sfamati dagli abitanti (“Oltre i muri, la mia prigionia in Italia”). La sua testimonianza, al ritorno in Abruzzo: «Non ho passato molto tempo in Abruzzo, ma il tempo che vi ho passato è stato molto intenso e mi ha segnato per sempre. […] In realtà furono molto gentili, ci dettero qualcosa da mangiare e ci mostrarono una grotta dove poterci stendere e nasconderci meglio. Da lì in poi, si presero buona cura di noi».

 

Gennaio 1944. Alle quattro di pomeriggio del 13 gennaio, si mette in marcia un gruppo di cento uomini. La guida è uno solo, Domenico Silvestri. Il resoconto della traversata è sulle pagine del libro autobiografico di John Esmond Fox, “Spaghetti and Barbed Wire, Spaghetti e filo spinato”. Fox con altri due compagni di fuga non solo conosce Domenico, ma viene ospitato nella sua abitazione, a Cantone, una frazione tra Sulmona e Introdacqua. Poco più di tre mesi, nascosti in casa Silvestri. Fox apparteneva al IV reggimento Royal Horse Artillery, catturato in Africa dai tedeschi. Trasportato a Napoli con una nave-ospedale, rimane per qualche mese ricoverato nell'ospedale della città. Successivamente viene trasferito a Sulmona e rinchiuso nel campo di concentramento. I suoi vari tentativi di fuga falliscono miseramente. Assiste al bombardamento di Sulmona e viene a sapere dell'invasione alleata in Sicilia. Fox e altri due amici, George e Tony, fuggono sul Morrone, ma vengono poco dopo ripresi e rinchiusi di nuovo nel campo. Durante questo secondo periodo di prigionia, Fox e i suoi compagni assistono al cannoneggiamento e alla distruzione dell'Eremo del Morrone. Temendo di essere trasportati in Germania, in tre, l'autore con i compagni Barrel e Frank, riescono a fuggire. Ospitati da varie famiglie in luoghi sempre diversi, vengono infine accolti ed ospitati dalla famiglia di Domenico Silvestri. Ribattezzati con i nomi italiani di Paolo Pastore, Francesco Re e Giacomo Volpe, conoscono meglio anche i vicini di casa, amici della famiglia Silvestri: Grandina, Angela, Peppino, ecc. Nel Post-Scriptum al libro, Fox scrive: “Del gruppo di cento uomini che si erano messi in marcia, alle quattro di pomeriggio del 13 gennaio, arrivarono a Casoli alle 11 del mattino del 15 gennaio, dopo un cammino di 36 ore, 47 uomini e 22 di essi furono ricoverati in ospedale per congelamento o per spossatezza. Non sono mai stato in grado di sapere che cosa accadde agli altri”.

L'idea fondamentale, che permea ogni pagina e diventa messaggio dell'intero lavoro di Fox, è che il mondo sarebbe un paradiso se la solidarietà, l'amicizia, l'ospitalità e la comprensione, trovate e provate in quegli anni, fossero sempre presenti nel mondo: “What a miracle it would be if such camaraderie, esprit de corps, call it what you will, prevailed in everyday life. The world would then indeed be a step nearer the ultimate Utopia of our cherished dreams (Che miracolo sarebbe se un simile cameratismo o spirito di corpo, chiamatelo come volete, prevalesse nella vita quotidiana. Il mondo allora davvero sarebbe un passo più vicino all'ultima Utopia dei nostri sogni più cari)". Domenico è un cacciatore che conosce molto bene le montagne della zona. In collegamento con gli altri, in particolare con i fratelli Balassone, organizza numerose traversate da Sulmona a Casoli, dove dal dicembre 1943 si trova il comando alleato. Incontra il giovane Carlo Azeglio Ciampi e Guido Calogero in casa del parroco di Bugnara, don Ciccio De Pamphilis. Secondo il racconto di Domenico, Calogero gli offre del denaro per la traversata. Ma lui risponde: “Se vi porterò oltre le linee lo farò senza compenso: non si fa mercato della vita umana”. L’ultima spedizione, nel marzo del 1944, guidata da Domenico, viene intercettata da una pattuglia tedesca e tutti i componenti arrestati. Condotto con molti altri nel carcere di Civitaquana, vi rimane per qualche mese. Mentre sta per essere deportato in Germania si dà alla fuga, come lui stesso racconta: “Eravamo nei pressi di Pedaso, quando di notte mi si presentò l’opportunità di fuggire. […] Eravamo guardati da un solo tedesco che alla sera si sbronzava regolarmente. Fu così che mentre il guardiano si immerse in un sonno di piombo per via del vino ingerito, io presi la fuga e dopo pochi giorni ero a Sulmona ormai liberata.”

24 marzo 1944. La traversata è guidata da Alberto Pietrorazio, Mario Di Cesare e Gino Ranalli. Vi partecipano Carlo Azeglio Ciampi con gli amici Oscar e Carlo Autiero, sulmonesi, insieme ad un gruppo di molte decine di persone. Ciampi si trova a Scanno, e venendo di tanto in tanto a Sulmona, presso la famiglia Cantelmi, conosce molte persone impegnate nella “resistenza umanitaria”, che organizzano le traversate. Tra queste, Roberto Cicerone. Al momento della dichiarazione dell’armistizio, Ciampi si trova a Livorno, città dove è nato il 9 dicembre 1920, in temporanea licenza dall’Albania. Da Livorno si reca a Roma in casa dello zio Enrico Alfredo Masino, funzionario del Ministero dell’Agricoltura, coniugato con Luisa Sforza, per avere notizie sulla sua destinazione. Ma, nel caos derivato dall’armistizio e dopo gli scontri a Porta San Paolo, sollecitato dalla cugina Paola Masino, scrittrice e amica della famiglia Quaglione, che abita nella stessa palazzina in viale Liegi 6, si unisce a Pasqualino Quaglione, per dirigersi alla volta di Scanno. Partono da Roma, con una tradotta che va a Pescara. Si accordano con il macchinista, in modo che il treno rallenti alla stazione di Anversa-Villalago-Scanno ed avere quindi la possibilità di scendere dal treno in corsa, senza serie conseguenze. Cosa che avviene felicemente. Ma, alla stazione di Anversa degli Abruzzi, inaspettatamente, Ciampi trova un amico di Livorno, che con la madre sta cercando di raggiungere Napoli, seguendo la linea ferroviaria Sulmona-Carpinone-Napoli. L’amico è l’ebreo Beniamino Sadun, col quale, rifugiandosi in soffitta di qualche casa amica o nei casolari di montagna, trascorre i lunghi mesi invernali del 1943-’44. A Scanno, Carlo Azeglio ritrova il suo professore di filosofia alla Normale di Pisa, Guido Calogero. Insieme, maestro e discepolo, si aiutano e collaborano alla stesura dei documenti sul liberalsocialismo.


Della traversata, Ciampi lascia un diario, scritto appena giunto a Bari. Una traversata che da Sulmona raggiunge Casoli, senza incidenti con i tedeschi, perché i marciatori cercano di evitare il paese di Palena e di scendere a Taranta Peligna, dove incontrano le avanguardie dell’Ottava Armata. «24 marzo, venerdì. Il tempo è bello: quindi si dovrebbe finalmente partire. All’una, mentre finiamo di mangiare, (ero ospite da due giorni in casa Cantelmi) delle formazioni aeree inglesi bombardano Sulmona; subito dopo usciamo: hanno mirato alla Stazione ed al ponte sulla strada di Popoli, senza colpirlo; fortunatamente nessuna vittima. Venuto a sapere che la nostra partenza è anticipata, affretto gli ultimi preparativi ed alle 16,30 raggiungo le casette. Alle 17,15 cominciamo a muoverci: 21 prigionieri e civili pochi dapprima, ma subito un’altra quindicina si aggiunge per i campi. […] Arriviamo ormai a notte sotto a Pacentro e là ci riuniamo con l’altro gruppo, condotto da Mario e Gino. Verso le venti cominciamo la marcia in silenzio e in fila indiana; durante una breve sosta mi sento chiamare e riconosco Carlo ed Oscar Autiero, che hanno deciso di partire proprio poche ore prima. La marcia prosegue assai bene: cielo sereno, poco freddo; saremmo una sessantina, di cui venticinque prigionieri; fisicamente mi sento a posto. Verso gli ottocento metri comincia la neve; poco dopo Alberto ci invita ad essere particolarmente silenziosi perché siamo vicini a Campo di Giove… Continuando la salita diventa sempre più aspra, la neve è buona; regge assai bene e si sprofonda poco: però qualcuno comincia a scoppiare, cerco di aiutare, insieme ad un altro, un prigioniero che non ce la fa più. Avvertiamo Alberto, ma questo dice che non può rallentare la marcia inquantoché si deve giungere al Guado di Coccia prima dell’alba, pena la sicurezza della spedizione: così quello deve essere abbandonato… Alle quattro, ormai del 25 marzo, siamo sul Guado, purtroppo il tempo è improvvisamente mutato, il cielo è nuvoloso e si alza un forte vento: ci fermiamo un buon quarto d’ora per attendere i più lenti; mangio un po’ di zucchero e biscotti con neve. Proseguiamo, ma poco dopo siamo costretti a fermarci, è cominciata una vera e propria tormenta e le guide non osano andare avanti così al buio: attendiamo per più di mezz’ora l’alba sotto un vento gelido e con nevischio, battendo i piedi per non farli congelare; io li sento zuppi: nella salita ho perso il basco e lo sostituisco con una maglia che mi fa da passamontagna…

Al primo vallone Alberto comincia inspiegabilmente a scendere: dopo un po’ si ferma imbarazzato; lo raggiungo con Carlo Autiero: ha perso completamente la bussola e io con una vera bussola alla mano gli mostro che seguitando a scendere andiamo senz’altro a finire in mano ai tedeschi. Dobbiamo quindi risalire e dirigerci verso oriente: ora è Mario che ci guida. La tormenta diventa sempre più forte ed ormai non ci abbandonerà fino a destinazione. Oscar Autiero comincia a dire che non ce la fa più: sono le sette circa. La sua crisi si accentua: il fratello ed io siamo costretti a tirarlo a turno, mentre ci distacchiamo dal gruppo. Sono preoccupato che il distacco non si accentui troppo, perché la traccia che il gruppo lascia, poco marcata per il fondo gelato, può venire presto ricoperta dalla neve che fiocca. Fortunatamente il gruppo fa dei numerosi alt: molti sono infatti quelli che non ce la fanno più ed alcuni di essi debbono rimanere abbandonati: poveretti! Rimanere nella neve in quelle condizioni vuol dire la vita! Ad un tratto Oscar si butta a terra dicendo di non farcela più, che si sente rompere il cuore e conclude: “Lasciatemi, andate pure avanti, io ho tanto sonno, dormo un po’ e poi vi raggiungo!”. Ha la faccia paonazza. Io e Carlo ci guardiamo scoraggiati, lo riprendiamo ad alta voce, lo scuotiamo: io gli verso dello zucchero in bocca e gli faccio mangiare un po’ di marmellata. Riusciamo a farlo alzare e continuiamo a trascinarlo fermandoci si può dire ogni cento metri e dicendogli che ormai si tratta solo di mezz’ora. Così fin oltre le dieci, storditi ed accecati dal vento e dalla neve, riunendoci ogni tanto al gruppo e poi nuovamente perdendo contatto. Fortunatamente pian piano Oscar supera la crisi, lui dice in virtù dello zucchero e della marmellata e cammina quasi senza aiuto.

Al quinto vallone iniziamo la discesa: le guide stesse non sanno neppure loro dove precisamente si vada a finire! Io dalla direzione tenuta e dalla strada fatta penso che al peggio dovremmo essere nel vallone di Taranta e quindi uscire nella terra di nessuno. Arrivati quasi a valle, attraverso una neve che in parte fresca e in parte non gelata regge poco, la tormenta cessa e vediamo sotto noi un paesetto quasi completamente distrutto. A vederci siamo assai mal ridotti: i piedi li sento gelati, specialmente il destro, dato che si è scucito il tallone della scarpa; le mani pure, perché i guanti di lana bagnati dalla neve sono diventati rigidi, ugualmente buona parte della maglia che ho in testa: alle sopracciglia ed ai capelli sulla fronte si è attaccata la neve che poi si è ghiacciata: non posso toglierla, altrimenti strapperei tutto. Che il paese sia Taranta viene riconosciuto solo mentre lo raggiungiamo: non si vede anima viva. Ci fermiamo alcuni minuti sulla strada rotabile, poi entriamo nel paese e ci viene incontro tra la nostra gioia un tenente indiano. Ce l’abbiamo fatta.»


 

Leggi Tutto »