Le storie

La maggior parte degli italiani si mostra aperta e sensibile ai temi dell’inclusione

La maggior parte degli italiani si mostra aperta e sensibile ai temi dell'inclusione, della diversity e del contrasto alle diseguaglianze, al punto che la responsabilità sociale di impresa è considerata un requisito fondamentale nella scelta di un datore di lavoro. L'87% dei lavoratori, infatti, dichiara che vorrebbe lavorare soltanto in un'azienda con un solido programma di responsabilità sociale d'impresa, primi in Europa e diversi punti sopra ai principali paesi del continente, come Germania (75%), Francia (78%), Regno Unito (79%) e Spagna (77%). L'ultima edizione del Randstad Workmonitor - l'indagine trimestrale sul mondo del lavoro di Randstad, secondo operatore mondiale nei servizi per le risorse umane, condotta in 34 Paesi del mondo su un campione di 405 lavoratori di età compresa fra 18 e 67 anni per ogni nazione, che lavorano almeno 24 ore alla settimana e percepiscono un compenso economico per questa attività - rivela una diffusa attenzione degli italiani all'inclusione e al volontariato, oltre che alle politiche sociali delle imprese in cui lavorano o vorrebbero lavorare, che però appaiono tutt'altro che allineate a questa sensibilità. Quasi sei su dieci (57%), inoltre, ritengono importante, quando cercano un impiego, che l'impresa per la quale si stanno candidando partecipi a iniziative filantropiche. Una sensibilità che si riflette anche nella propensione al volontariato, praticato attivamente da circa un italiano su tre, mentre il 75% afferma che lo farebbe se l'azienda in cui lavora concedesse dei permessi retribuiti. 

Lo stesso interesse, tuttavia, non è altrettanto diffuso fra i datori di lavoro. Soltanto un'impresa su due, infatti, valorizza l'inclusione e la diversity e solo il 29% incoraggia i propri dipendenti a dedicarsi al volontariato al di fuori dell'orario d'ufficio. Ancora minoritaria la percentuale di aziende che concede permessi di lavoro retribuiti ai dipendenti per queste attività: poco più di una su quattro (26%) lascia che sia il dipendente a scegliere la causa benefica o l'organizzazione a cui aderire, mentre in meno di un caso su cinque (18%) se ne occupa l'impresa.

Nel dettaglio, gli italiani sono fra i lavoratori più attenti ai piani di responsabilità sociale d'impresa delle aziende in cui lavorano o vorrebbero lavorare: sono quasi nove su dieci (87%, +9% rispetto alla media globale e +11% sulla media europea) i rispondenti che dichiarano di voler lavorare in aziende ben strutturate da questo punto di vista, al primo posto in Europa. Più della metà, inoltre, ritiene importante, quando cerca lavoro, che l'azienda partecipi ad attività caritatevoli o filantropiche (57%, -1% rispetto alla media globale e +6% sulla media europea). Per quanto riguarda le imprese, invece, il quadro che emerge dal sondaggio presenta luci e ombre. L'aspetto positivo è che ben due terzi del campione (66%) dichiarano che il proprio datore di lavoro si impegna affinché i propri dipendenti riflettano la diversity presente nel mercato del lavoro locale e nazionale, con una lieve differenza di percezione fra generi (63% degli uomini e 68% delle donne) e un po' più marcata fra lavoratori giovani e dipendenti senior (71% e 60%). Oltre metà delle aziende, inoltre, sostiene attivamente almeno una buona causa (56%, in linea con la media globale e +4% rispetto alla media europea). Una sensazione diffusa in egual misura sia tra i lavoratori (57%) sia tra le lavoratrici (55%), mentre è più evidente la differenza tra fasce anagrafiche (62% dei 18-44enni, 46% degli over 45). Soltanto il 50%, però, segue una politica di sostegno all'inclusione e alla diversity in azienda: un buon risultato fra i paesi europei (+7% sulla media) e appena un punto sotto alla media globale, ma segnato da forti differenze di percezione se si scompone il campione per genere (lo dichiara il 48% degli uomini contro il 55% delle donne) e ancora di più per fascia di età (67% degli under 45, solo il 23% dei 45-67enni)

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E’ stabile il mercato degli strumenti musicali in Italia

E' stabile il mercato degli strumenti musicali in Italia. Lo rivela l’Osservatorio 2018 diffuso da Dismamusica e realizzato dall’Università Cattolica che evidenzia una lieve crescita del settore pari allo 0,77%. Per la prima volta sono state analizzate anche le vendite al pubblico effettuate direttamente dai negozianti specializzati. Dismamusica, l'Associazione aderente al Sistema Confcommercio che rappresenta costruttori, distributori, rivenditori ed editori musicali italiani, ha reso noto il suo annuale Osservatorio 2018 sul mercato degli strumenti musicali in Italia. Il rapporto, commissionato al Cersi, il Centro ricerca per lo sviluppo imprenditoriale dell'Università Cattolica sede di Cremona, e realizzato grazie al contributo della Camera di Commercio di Cremona, ha messo in evidenza l'andamento del mercato nel 2017. Sostanzialmente stabile, il settore ha segnato un modesto incremento pari allo 0,77%, inferiore alla crescita del Pil nazionale che, per l'Istat, è stata dell’1,5%.Lo studio ha preso in esame l'andamento di 25 famiglie di strumenti musicali, oltre alle edizioni. Non sono mancate le sorprese. A trainare il gruppo gli strumenti a fiato con un incremento del 18,42%, seguiti dai pianoforti acustici in rialzo del 14,80%, bene anche il comparto dell'amplificazione del suono in progresso del 5,36% e le edizioni con un più 4,53%. A frenare la crescita del mercato, le chitarre elettriche con un meno 13,23%, gli accessori, di solito un comparto "difensivo", che arretrano del 5,59%, male anche gli strumenti a percussione in calo del 4,32%. Buone notizie dalle vendite al dettaglio. Per la prima volta l'Osservatorio ha preso in esame anche la platea dei commercianti, con una indagine che ha coinvolto un ampio campione di 94 rivenditori distribuiti in tutta la Penisola. La maggioranza di loro, pari al 53,76%, ha affermato di aver registrato fatturati stabili o in crescita, mentre il 46,24% ha dichiarato una diminuzione dei ricavi. I loro dati di vendita hanno permesso di produrre una primissima stima del valore complessivo di sell-out del mercato italiano degli strumenti musicali (nuovi e usati), degli accessori e delle edizioni musicali servito dal canale tradizionale di vendita.Si tratta di un dato “grezzo”, certamente passibile di miglioramenti, ma che per la prima volta permette di dare un ordine di grandezza ragionato e verosimile del mercato italiano che nel 2017 è stato pari a circa 550 milioni di euro.«Il settore degli strumenti musicali in Italia conferma di possedere oggi indubbi punti di forza, – osserva il Direttore di CERSI Fabio Antoldi – legati, in particolare, all’attività di produzione artigianale che continua a mostrarsi viva e in sviluppo. Invece, appare critico lo stato di salute del commercio al dettaglio, che mostra una continua emorragia di negozi di strumenti musicali (in cinque anni sono diminuiti in Italia di quasi il 25%). È un dato che non può passare inosservato. Questo Osservatorio rappresenta un’occasione importante di confronto per gli operatori del settore, dal momento che esso offre una rappresentazione integrata dell’intero sistema che ruota attorno allo strumento musicale».Esprime un cauto ottimismo Antonio Monzino, Presidente Dismamusica, che anticipa l'andamento del 2018 «in linea con la crescita del 2017», ed esprime l’auspicio «che la partecipazione dei rivenditori alla ricerca, segni un importante passaggio verso la creazione di “fare sistema” necessario per essere riconosciuti nel contesto Paese, in un mercato, le cui dimensioni sono condizionate dal ritardo dell’introduzione della disciplina “Musica” nella scuola per tutti. Per gli operatori è utile inoltre avere informazioni puntuali sull’economia del settore e dei consumi di strumenti musicali divisi per categoria per orientare le proprie strategie e sviluppare modelli di business della propria attività, dove il commercio online ha conquistato quote importanti».

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Tumori in aumento in Italia, 373mila nuovi casi stimati nel 2018 

Il tumore più frequente in Italia è diventato quello della mammella: nel 2018 sono stimati 52.800 nuovi casi (erano 51.000 nel 2017). Seguono il cancro del colon-retto (51.300, erano 53.000 nel 2017), che lo scorso anno era il più diagnosticato e del polmone (41.500, erano 41.800 nel 2017). Complessivamente, quest'anno nel nostro Paese sono stimati 373.300 nuovi casi di tumore (194.800 uomini e 178.500 donne), con un aumento, in termini assoluti, di 4.300 diagnosi rispetto al 2017. E quasi 3 milioni e quattrocentomila cittadini vivono dopo la scoperta della malattia (3.368.569, erano 2 milioni e 244 mila nel 2006), il 6% dell'intera popolazione: un dato in costante aumento. Ma le percentuali sulla sopravvivenza a 5 anni dalla diagnosi fotografano un Paese spaccato in due: al Nord si registrano i tassi migliori, in particolare nelle prime tre posizioni si collocano Emilia-Romagna, Toscana (56% uomini e 65% donne in entrambe le Regioni) e Veneto (55% e 64%). In coda invece il Sud, con Sicilia (52% uomini e 60% donne), Sardegna (49% e 60%) e Campania (50% e 59%). Differenze che possono essere spiegate soprattutto con la scarsa adesione in queste aree ai programmi di screening che consentono di individuare la malattia in stadio iniziale, quando le possibilità di guarigione sono più alte, e con la preoccupante diffusione in queste Regioni di fattori di rischio come fumo, sedentarietà ed eccesso di peso. È questo il censimento ufficiale, giunto all'ottava edizione, che descrive l'universo cancro in tempo reale grazie al lavoro dell'Associazione Italiana di Oncologia Medica (AIOM), dell'Associazione Italiana Registri Tumori (AIRTUM), di Fondazione AIOM e di PASSI (Progressi delle Aziende Sanitarie per la Salute in Italia) raccolto nel volume "I numeri del cancro in Italia 2018", presentato oggi all'Auditorium del Ministero della Salute in un convegno nazionale (disponibile nella versione per operatori e in quella per pazienti e cittadini). 

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Un anno con le Nazioni Unite in Nigeria per Stefano De Angelis

Una collaborazione con il governo della Nigeria che ha portato al sequestro di 72 milioni di dollari su conti correnti riconducibili a Boko Haram, quasi 500 terroristi assicurati alla giustizia dai caschi blu dell’Onu in collaborazione con le forze armate americane. Sono questi i risultati principali della collaborazione di Stefano De Angelis come Osservatore della Comunità internazionale nella Commissione speciale antiterrorismo istituita dalle Nazioni Unite in Nigeria.

Lo studioso teatino, ormai da tempo residente negli Stati Uniti, traccia un bilancio del lavoro svolto: «Indubbiamente è stata un’esperienza positiva, un anno molto intenso. Tanto è stato fatto e probabilmente ancor di più bisogna fare, specie nella lotta al riciclaggio di capitali e al traffico di esseri umani. La Commissione, di cui sono onorato di far parte, ha raccolto importanti risultati, seppur troppo spesso si è trovata a dover fare i conti con una burocrazia mostruosa e mesi d’impasse dovuti a fattori terzi. Due regioni del Nord-Est della Nigeria a breve avranno regolari elezioni dopo anni di predominio jihadista e un’intera area sub-sahariana sta reagendo ai diktat fondamentalisti, allacciando importanti relazioni economiche e militari con le potenze democratiche regionali».

Nel futuro, secondo De Angelis, si dovrà puntare sul contrasto all’human trafficking che spopola nel Paese e che riversa, specie in Europa, un fiume di uomini dal background criminale ignoto e migliaia di donne, spesso destinate al mercato della prostituzione. Ma serviranno anni per far fronte a questa drammatica emergenza che, è bene ricordare, sta creando il caos soprattutto nel Vecchio Continente, distruggendo i già fragili equilibri sociali e di cui pochissimi hanno capito le potenziali nefaste conseguenze.

Nelle prossime settimane De Angelis sarà ricevuto dalle più alte cariche del governo nigeriano al Palazzo di vetro di New York, sede delle Nazioni unite, per i formali passaggi di consegne.

«Mi è stato chiesto di mantenere il mio ruolo per altri dodici mesi, ma ho declinato il pur gradito invito», aggiunge l’esperto di antiterrorismo, «È un incarico che monopolizza tempo ed energie, dopo un anno in prima linea credo sia giusto lasciare spazio a forze fresche e concentrarsi su nuovi obiettivi».

 

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Un pernottamento gratuito in cambio di un pezzo d’arte

Un pernottamento gratis, una volta al mese, in cambio di un simbolico obolo artistico per gli artisti che vogliono conoscere Pescara: l'iniziativa si chiama "Auà", espressione dialettale che diventa l'acronimo di "Alloggia un Artista", è del bed and breakfast 'Le stanze di Bruno'. Bruno è in realtà il gatto di Barbara Giuliani e Matteo Catucci che gestiscono, in compagnia dell'altro felino Marisa, la struttura situata nella centrale via Piave. Con "Auà" si vuole aprire le porte agli artisti: cantanti, musicisti, attori, ballerini, scrittori o "portatori sani di qualsiasi attività umana, votata alla creatività o all'espressione estetica".

"Abbiamo deciso - spiega la Giuliani - di far alloggiare, in cambio di un simbolico obolo artistico, (un cd, un disegno, un libro o qualunque altra forma di proprietà intellettiva), una volta al mese per un sola notte nei giorni che vanno dal lunedì al giovedì, un artista che vuole conoscere Pescara, o che è di passaggio per il suo tour, o che vuole venire solo a trovarci".

"Abbiamo già ospitato Lorenzo Kruger dei Nobraino in house concert - continua con in braccio Bruno - e Davide Galipò, poeta performer torinese, di origini siciliane, durante la mostra 'Per un abbecedario della poesia contemporanea', svoltasi presso la nostra struttura. Il 29 settembre ospiteremo Emanuele Galoni accompagnato da Emanuele Colandrea (ex Eva Mon Amour) per il release party dell'uscita del mio libro 'L'aria rancida', edito da Gli Elefanti Edizioni di Roma. Non siamo pazzi, siamo solo gli ultimi dei romantici".

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Banco Alimentare, oltre 17mila euro per 250mila pasti

Per il secondo anno consecutivo, "gli abruzzesi si sono dimostrati generosi con chi vive nel bisogno. Grazie alla campagna 'Aggiungi 14 posti a tavola: basta 1 euro' promossa dagli ipermercati 'Iper, La grande i' di Città Sant'Angelo, Colonnella e Ortona dal 6 luglio al 5 agosto sono stati raccolti ben 17.694 euro, interamente devoluti al Banco Alimentare dell'Abruzzo, la realtà che recupera cibo e lo distribuisce ai poveri mediante un'articolata rete di enti caritatevoli convenzionati". Lo riferiscono gli organizzatori sottolineando che "anche grazie alla semplicità del meccanismo, con l'aggiunta di 1 euro al conto della spesa, in tanti hanno contribuito ad un risultato finale che, in termini di cibo, equivale a ben 247.548 pasti: 1 euro è infatti quanto serve al Banco Alimentare per il recupero e la distribuzione di 7 kg di cibo, equivalenti a 14 pasti (secondo la stima della Fédération Européenne des Banques Alimentaires, 1 pasto corrisponde a 500 grammi di alimenti). Beneficeranno di questo aiuto ben 36.000 persone indigenti, di cui 3.066 bambini, assistiti quotidianamente dal Banco Alimentare dell'Abruzzo mediante 213 enti convenzionati". I fondi raccolti sono stati ufficialmente consegnati nella sede del Banco Alimentare dell'Abruzzo, nel corso di una cerimonia alla quale hanno partecipato i direttori dei tre supermercati. Come nel 2017, anche in questa edizione sono state premiate le tre cassiere che hanno ottenuto i migliori risultati nel corso della campagna. "Questi fondi - annuncia il presidente del Banco Alimentare dell'Abruzzo, Luigi Nigliato - contribuiranno all'acquisto di alcuni beni strumentali come ad esempio il nuovo camion: si tratta di strumenti indispensabili per la nostra attività, a tutto vantaggio dei tanti poveri della nostra regione. Per questo, ringraziamo di cuore gli amici del gruppo 'Iper, la grande i' che ancora una volta hanno voluto realizzare un' iniziativa sociale tanto semplice quanto coinvolgente. La stima e la gratitudine nei loro confronti è davvero grande: così, dal basso e con passione e creatività, si costruisce il bene di tutti. Lieti di poter collaborare con così belle realtà economiche del territorio". 

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Una impresa commerciale su 5 in Italia è ambulante

Una impresa commerciale su 5 in Italia è ambulante e praticamente la metà delle bancarelle, in tutto quasi 200 mila, hanno titolari stranieri ma tra gli italiani, vince il radicamento al territorio con il 78% degli ambulanti che esercita nella provincia di nascita. E' questo il panorama del comparto, una realtà sempre rilevante nel nostro paese, stilata da Unioncamere. Lo stretto legame col territorio che, in generale, caratterizza tutto il Mezzogiorno, si evidenzia soprattutto a Bari, Palermo e Napoli . Il 97,4% delle imprese individuali del capoluogo pugliese ha infatti un titolare nato in uno dei comuni della provincia . Seguono Palermo e Napoli - a pari merito - dove il 95% degli ambulanti proviene dal rispettivo territorio comunale. Ad accezione di Bolzano in settima posizione, con un ragguardevole 92,6% di ambulanti autoctoni, per trovare una provincia del centro-nord bisogna scorrere la classifica fino al 20° posto, dove si colloca Padova (83,5%). All'opposto, la classifica dei territori in cui l'esercizio del commercio ambulante appare poco attrattivo per i locali vede al primo posto la provincia di Asti, dove solo il 43,8% degli operatori vanta radici nella provincia. Fra i territori al disotto della soglia del 50% di imprenditoria autoctona del commercio ambulante si incontrano poi le province di Aosta (44,2%), Vercelli (46,3%), Alessandria (48%) e Savona (48,8%). 

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A tavola un italiano su tre sperimenta nuove cucine

Avanzano sulle tavole degli italiani gli sperimentatori di cibo e gli innovatori anche se i tradizionalisti continuano a guidare le scelte dei menù. A segnalare le nuove abitudini alimentari nel Paese è uno studio di Italiani Coop curato dall'Ufficio Studi Coop che ha realizzato un'indagine su un campione di popolazione: circa 7000 persone tra i 18-65 anni interpellate nel periodo maggio-giugno 2018. Dal rapporto è emerso che un italiano su tre sperimenta nuove cucine mentre quasi uno su dieci sceglie che cosa mangiare condizionato da vincoli economici. Il risultato del sondaggio ha permesso invece di dividere il campione in tre tribù alimentari: i "tradizionalisti puri" con una percentuale del 38%, gli "innovatori" (31%) e i low cost (9%). La ricerca spiega infine nel dettaglio che i "tradizionalisti" sono quelli che adorano le vecchie ricette di famiglia, gli "innovatori" sono gli sperimentatori, mentre i "low cost" sono invece i consumatori la cui scelta alimentare deriva da un vincolo di reddito.

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Fax, abolito dalla Pubblica Amministrazione ma non scompare

Ufficialmente è 'morto' il 9 agosto del 2013 con la conversione del 'Decreto fare' ma in realta' ancora sopravvive in alcune realta'. E' il fax, nella sua versione 'moderna' nato nel 1924 ma 'esploso' negli anni 80 prima di essere 'superato' dallo sviluppo di internet. La Pubblica Amministrazione ha escluso "la trasmissione di documenti" con questo sistema in favore di quella digitale. Ma qual'e' la situazione nelle Regioni, Province, Comuni, ospedali, tribunali e Prefetture? Da Nord a Sud la direttiva sembra essere ormai stata 'digerita' anche se emergono 'sacche di resistenza'. "C'e' ancora qualche singola abitudine che non riesce a scrollarsi di dosso un tipo di comunicazione antidigitale" conferma Paolo Lo Moro, segretario generale nel Catanzarese con grande esperienza alle spalle. "Ovviamente dal punto di vista normativo la comunicazione non ha alcun valore, eppure le richieste di comunicare con il fax arrivano spesso anche da enti superiori, ma prevalentemente per comunicazioni e atti informali". "Oggi tutte le comunicazioni formali avvengono attraverso il sistema di protocollo centralizzato, dotato di sistema di firma digitale ed integrato con PEC, sia per le comunicazioni interne che esterne. Nessuna comunicazione viaggia piu' su carta" assicura Idelfo Borgo, della Direzione ICT e Agenda Digitale della Regione del Veneto. Tutti i dipendenti all'atto dell'assunzione vengono infatti dotati di credenziali per l'accesso ai sistemi, posta elettronica e badge con certificato di firma digitale. Ma le iniziative sono molte - aggiunge - a cominciare dall'attuale gara appena aggiudicata per l'acquisizione di una suite di posta elettronica e collaboration in cloud di cui saranno dotati tutti i dipendenti della PA Regionale e la Sanita' per un totale di 85.000 utenti connessi".

"Abbiamo un archivio informatico per tutto il protocollo" sottolinea la responsabile dell'informatizzazione della regione, Lucia Di Nucci. Anche Regione Abruzzo e Comune di Pescara hanno messo in soffitta il fax da tempo: "usiamo la posta elettronica - afferma Fabrizio Bernardini, direttore Dipartimento Risorse e Organizzazione - comunichiamo tramite Pec. Andiamo avanti anche internamente con le scansioni. Non abbiamo piu' in esercizio neanche le attrezzature fax". Da parte sua, il Comune di Pescara non solo ha recepito il Decreto del Fare, ma alla sua entrata in vigore "era gia' a regime", sottolinea il sindaco Marco Alessandrini. "Abbiamo riscontrato un po' di difficolta' perche' non tutti gli enti, ancora oggi, applicano il Decreto. Ad una Pec c'e', infatti, chi risponde ancora con il fax". In Umbria l'uso e' sempre piu' marginale, anche se non del tutto sparito. Dall'inizio del 2018 ad oggi, i documenti in arrivo acquisiti al protocollo generale sono stati circa 97mila: circa 2900 arrivati tramite fax, il 2,9%. Tra i circa 70mila documenti in partenza dal Comune verso l'esterno, invece, dal primo gennaio sono stati inviati solo 182 fax, lo 0,2% del totale. "Le pa mantengono alcuni di questi apparecchi, anche se sono molto diminuiti, perche' il privato ha ancora la possibilita' di inviarli - spiega la responsabile del servizio Gabriela Masini - ma anche le societa' e i liberi professionisti preferiscono ormai la pec". Negli uffici del Consiglio regionale, secondo il responsabile dell'Economato, Luca Dottorini, "sono rimaste circa 3-4 linee fax, le altre sono state tutte dismesse". Nelle Marche le pubbliche amministrazioni parlando tra loro attraverso pec: "l'ultima ad adeguarsi e' stata la protezione civile, ma solo a garanzia totale dei destinatari del messaggio", osserva Filippo Gasperi, sindaco di Gradara, che ammette "di avere qualche fax negli uffici comunali, ma come cimeli". Anche in Sardegna non ha scatenato particolari problemi o disguidi il passaggio alla comunicazione digitale anche se, negli uffici pubblici, qualche numero e' ancora attivo e viene utilizzato dai pochissimi cittadini, soprattutto anziani. "Da un paio d'anni", sottolinea Alessandro De Martini, direttore generale della presidenza della Regione Sardegna, "la nostra amministrazione utilizza esclusivamente la Pec nelle varie procedure amministrative e si avvia alla totale digitalizzazione dei processi: a breve avremo gli archivi cartacei azzerati. Tuttavia", spiega De Martini, "non sono stati ancora disattivati i numeri dei fax, perche' alcuni utenti privati continuano a prediligere quel sistema. Pero' ormai parliamo di cifre esigue". Dall'ufficio stampa del Comune di Cagliari chiariscono che "resta attivo qualche numero per i cittadini, i quali sempre meno, utilizzano questo strumento: la ricezione e' comunque per via informatica". La Regione Lombardia non usa piu' il fax salvo emergenze o casi limite che comunque non riguardano comunicazioni tra le pubbliche amministrazioni. A Palazzo Lombardia si trova ormai in pochissimi uffici. Il Consiglio regionale, ad esempio, non ha un centralino con un numero di fax e anche sui documenti ufficiali dell'assemblea lombarda non appare alcun contatto di questo tipo. Esiste ancora al Corecom (Comitato regionale per le comunicazioni) e in segreteria generale, ma e' attivo solo per i privati. Non e' ancora andato definitivamente in pensione invece in alcuni enti pubblici della Basilicata. Mentre negli uffici della Regione la posta elettronica ed in particolare la "pec" sono ormai una consuetudine, in alcuni Comuni, sia piccoli che grandi, e' ancora utilizzato. E' il caso in particolare degli uffici del protocollo, dove "oltre ad alcuni cittadini che chiedono documenti anagrafici - spiegano i responsabili - ci sono altre pubbliche amministrazioni, per fortuna in numero sempre minore, che utilizzano ancora i fax". "Negli uffici ormai non gira piu' carta" anche in Emilia Romagna. La Regione e' dotata di oltre 169 caselle Pec. Abilitati alla comunicazione 'digitale' tutti i dipendenti che hanno rapporti 'formali' con l'esterno: dal massimo dirigente (ad esempio il direttore generale), ai funzionari di alta fascia fino ai dipendenti amministrativi. Unica eccezione al divieto e' lo scambio di 'carteggi' con il singolo cittadino sprovvisto appunto di un 'domicilio digitale'. In rete insieme alla Regione anche i Comuni emiliano-romagnoli, l'Inps e Poste Italiane attraverso un sistema informativo creato ad hoc per la gestione delle domande dei cittadini. 

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Un italiano vince la medaglia Fields, il Nobel della matematica

L'italiano Alessio Figalli ha vinto il più prestigioso premio internazionale per la matematica, la medaglia Fields, 44 anni dopo l'ultimo connazionale che ottenne il prestigioso riconoscimento. Il premio, importante come il Nobel, è dedicato ai ricercatori che non abbiano compiuto 40 anni. L'annuncio è arrivato da Rio de Janeiro, dove il Congresso internazionale dei matematici si è aperto oggi con una coloratissima cerimonia a ritmo di samba, e a dare l'annuncio è stato il presidente dell'Unione Matematica Internazionale, Shigefumi Mori. 

A 34 anni Figalli ha al suo attivo 140 pubblicazioni e per il mondo scientifico italiano la sua medaglia Fields è la conferma di come sia viva e in buona salute la grande tradizione matematica italiana, da Vito Volterra, Mauro Picone e Guido Stampacchia, fino a Camillo De Lellis che oggi insegna a Princeton, e Luigi Ambrosio, che ha seguito Figalli nei suoi studi alla Normale di Pisa. Nato a Roma il 2 aprile 1984, ha studiato al liceo classico Vivona. Lì è nata la sua passione per la matematica e se ne è reso conto negli ultimi due anni, partecipando alle Olimpiadi della Matematica. Così nel 2002 è stato ammesso alla Scuola Normale di Pisa. Tanta la fatica iniziale per adeguare le sue conoscenze matematiche, da studente del classico e stare al passo con i programmi dei corsi, ma poi tutto ha cominciato a scorrere con una rapidità straordinaria: si è laureato alla Normale in meno di quattro anni, contro i cinque previsti; poi il dottorato nell'ottobre 2007, in un solo anno, svolgendo il secondo semestre del corso di perfezionamento presso l'École Normale Supérieure di Lione. Nel 2008 ha avuto la docenza all'École Polytechnique di Parigi e nel 2009 nell'Università del Texas ad Austin, dove nel 2011 è diventato professore ordinario. Dal 2016 insegna nel Politecnico di Zurigo, dove porta avanti le sue ricerche anche grazie a un importante finanziamento del Consiglio Europeo della Ricerca (Erc). La medaglia Fields è anche il coronamento di una serie di importanti riconoscimenti scientifici, come quello della Società Europea di Matematica (2012), la Stampacchia Gold Medal (2015), l'O'Donnel Award in Science conferito dall'Accademia di Medicina, Ingegneria e Scienza del Texas (2016), il Premio Feltrinelli Giovani dell'Accademia dei Lincei (2017). Dai libri di greco e latino alle più complesse delle equazioni il passo è stato meno difficile del previsto perché il filo rosso della carriera rapida e brillante di Figalli è stata la creatività. Uno dei suoi principali campi di ricerca è la teoria del trasporto ottimale, che riguarda il modo più economico per trasportare oggetti da un luogo a un altro. E' un problema che si studia da oltre due secoli, ma solo negli anni '40 le ricerche in questo campo sono state applicate all'economia e a Figalli va il merito di averle studiate in nuovi contesti. Le sue equazioni promettono infatti di essere cruciali per avere previsioni meteo più precise e progettare nuovi materiali. 

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