Le storie

La rampa petalosa: a Montesilvano l’arte contro le barriere architettoniche

 

Non era stato uno dei migliori approcci quello tra la nuova cartoleria Minerva di Montesilvano ed il Presidente dell’Associazione Carrozzine Determinate  Claudio Ferrante, che a causa della barriera architettonica, non riusciva ad entrare nel locale commerciale. Pronta la risposta di Franca Di Teodoro, nuova nel suo mestiere di esercente commerciale, che si rivolge alla sorella Ergilia Di Teodoro. L’architetto, conosciuta nel mondo dell’arte come Edit presenta al Comune di Montesilvano la richiesta di autorizzazione e pensa di trasformare quello che sarebbe un appesantimento della facciata in un qualcosa di artistico Urban Art, dare bellezza ad un oggetto architettonico funzionale. Forte del contributo del suo collega Arcangelo Carbone, decide di realizzare personalmente e manualmente l’intera rampa con  legno di recupero. Ne parla con il suo caro amico, il poeta Innocente Foglio, sensibile all’argomento in quanto lo tocca da vicino, lui stesso da anni e’ costretto su una sedia a ruote e spesso si ritrova impossibilitato all’accesso di vari luoghi progettati senza rispetto. Ascoltando l’intenzione dei due artisti di realizzare una rampa artistica, il poeta con voce rotta dalla commozione risponde “Si, perché anche noi vogliamo camminare su un prato fiorito!”

Edit allora decide di inspirarsi ad un campo di fiori e chiamando lo scivolo “LA RAMPA PETALOSA”  lo  dipinge come  un prato variopinto,  Arcangelo Carbone  con la sua maestria tecnologica e manualità, ritaglia ed assembla il legname base della rampa.  La performance degli artisti mentre montano la rampa è seguita da clienti e passanti che ad ogni sguardo automaticamente sopraggiunge un sorriso. La rampa petalosa vuole accogliere con un sorriso tutti indistintamente,  eliminare le differenze di trattamento tra persone, mettere a proprio agio senza far sentire intrusi o di troppo alcuni. Il poeta Innocente Foglio vuole omaggiare tale iniziativa con una sua poesia che gli artisti incidono su una targa ricordo posta all’ingresso della rampa. Tanta emozione e tanto calore per i protagonisti di tale progetto,  che si spera voglia essere emulato in ogni parte d’Italia.

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Insieme per migliorare L’Aquila: migranti e volontariato

Insieme per migliorare L'Aquila: migranti e volontariato

I ragazzi in accoglienza presso l'Ape Cooperativa Sociale dell'Aquila accettano di collaborare senza esitazione, assieme alla proloco di Coppito, nei lavori di giardinaggio e pulizia del parchetto alle spalle della chiesa di San Francesco di Pettino.

Armati di pale, rastrelli e sorrisi pieni di energia, la mattina del 21 aprile una decina di ragazzi richiedenti asilo hanno contribuito efficacemente nel ripristino dell'area giochi e del giardino in Via Svizzera. Un gesto, questo, che assume un significato di grande valore in una città che lotta da anni per rinascere. In questo modo Accoglienza diventa sinonimo di altruismo, bontà, gratitudine e scambio reciproco, nei confronti di una terra che non ha esitato ad aprire le porte a chi ha dovuto lasciare la propria casa e la propria famiglia.


<<Ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere; ero forestiero e mi avete ospitato>>, così Don Dante diffonde la sua idea di accoglienza, citando il vangelo di Matteo, e continua: <<Quello che a me interessa è il loro futuro, non mi importa degli aspetti politici. Io sono felice se vengono a mangiare a casa mia, la mia porta è sempre aperta>>.

In un clima di grande collaborazione tra protezione civile, ospiti del centro accoglienza e volontari del Servizio Civile Nazionale, il risultato è stato sicuramente efficiente ma, al di là dell’operato, questo ci insegna che è possibile creare opportunità di miglioramento reciproco e di crescita. Ci auguriamo che questo esempio sia un piccolo passo verso la costruzione di una positiva integrazione.

Attanasio Margherita, D'Addario Lisa, Vescovo Emmanuela, Volontarie del Servizio Civile Nazionale, progetto "Ubuntu"

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La stella degli Sharks, Brendon Sherrod, presenta il suo disco Italian journey

E’ stato presentato questa mattina nella sala giunta del Comune, il disco “Italian journey” inciso dal giocatore degli Sharks, Brandon Sherrod (voce), Massimiliano Coclite al piano e alla voce, Morgan Fascioli alla batteria ed Emanuele Di Teodoro al basso.

Il cd ha un obiettivo ambizioso: vendere mille copie a 10 euro ciascuna, per destinare 5.000 euro all’acquisto di strumenti musicali per la scuola media di Montorio al Vomano (città ferita dal terremoto, dove vive Coclite) e 5.000 euro in progetti a sostegno degli studenti poveri di Bridgeport (Connecticut, Stati Uniti d’America), dove vive Sherrod.

Il disco, prodotto da Luca Maggitti, contiene 10 canzoni: 8 in inglese e due chicche come “Lugano addio” di Ivan Graziani e “Prendila così” di Lucio Battisti, cantate insieme da Sherrod e Coclite.

All’incontro con la stampa, oltre ai protagonisti del disco e al produttore, hanno preso parte il sindaco di Roseto, Sabatino Di Girolamo, il vicesindaco, Simone Tacchetti, l’assessore alla Pubblica istruzione, Luciana Di Bartolomeo, il consigliere con delega allo sport, Marco Angelini.

“Il senso del disco è quello dell’amicizia”, ha detto Massimiliano Coclite, “ho incontrato Brandon per caso ed è nata una scintilla che ha dato il via a questo bel progetto”.

“Sono orgoglioso di quello che abbiamo fatto”, ha sottolineato Morgan Fascioli, “è un disco vero, semplice ma diretto, che arriva al cuore”. Felice di essere coinvolto il giovane bassista Emanuele Di Teodoro. Brandon Sherrod, in un impeccabile italiano, nonostante sia a Roseto solo da sei mesi, ha detto: “Per me questo disco è molto importante perché Bridgeport e Roseto diventano una luce per tutto il mondo nel segno della solidarietà”.

“Non posso che esprimere compiacimento”, ha concluso il primo cittadino, “da una disgrazia, come il terremoto, nasce un’amicizia e un sodalizio artistico con un atto di solidarietà in musica che unisce, attraverso Roseto, Bridgeport e Montorio. Questa iniziativa è anche una spinta alla speranza della rinascita e di fiducia nel futuro. E’ il segnale che l’amicizia può produrre molte cose positive”.

 

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Tutela della salute e fisco equo, ecco le l’iniziativa del Cipas in difesa dei cittadini poveri

"Il Centro Italiano di Proposta ed Azione Sociale sarà fortemente impegnato nel 2017, da una parte in iniziative verso le istituzioni locali per un fisco più equo e giusto, e dall'altro al fianco del cittadini con studi medici e legali convenzionati per potersi curare e tutelare ad un costo fortemente calmierato". Ad annunciare le prossime iniziative del Cipas  (Associazione non profit di carattere nazionale per la promozione sociale) è il presidente regionale Donato Fioriti.

Presidente quali gli obiettivi della vostra associazione?
 
"Sappiamo dai dati e dalle richieste che molti cittadini hanno gravi problemi economici e tra questi  quelli della tutela sanitaria e legale, per questo abbiamo organizzato grazie a medici e avvocati di nostra fiducia visite e colloqui a costo calmierato. Un piano di aiuto che riesce a date risposte a problemi molto sentiti"

Come sono stati individuati questi due settori di intervento?

"Sono emersi dalla assemblea e dal direttivo regionale Cris, associazione abruzzese di promozione sociale aderente Cipas. Tra i temi proposti, inoltre, il Progetto Eurasia Assicurazioni, la risoluzione extragiudiziale delle controversie ed il ricalcolo pensionistico , in convenzione con lo studio legale nazionale Emilio Solimando".

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Sui monti per difendere la natura e riflettere su se stessi. Ecco le nuove guide

Una passione per la montagna, in senso ecologico e culturale per far conoscere a quanti lo desiderano, una natura aspra e da difendere. Pietro Santucci, è nato e sempre vissuto a Civitella Alfedena, un  villaggio nel cuore del Parco Nazionale d'Abruzzo. "Amo la natura. Il mio amore per la montagna mi ha portato a diventare Accompagnatore di Media Montagna del Collegio Regionale delle Guide Alpine Abruzzo"

Come è cresciuto l'interesse delle persone verso la montagna?

"C'è oggi una attenzione diversa, una richiesta di essere presente, ossia un bisogno di contatto con la natura, un aspetto che è innato in ciascuno di noi, un sentimento profondo che va messo alla prova e valorizzato".

Cosa regala la montagna?

"Il percorrere sentieri, il sentire la fatica e osservare la natura, di certo regala emozioni nuove, di cui fare tesoro. Inoltre c'è un aspetto sociale e uno più personale"

Quali?

"Come prima cosa l'essere assieme nell'affrontare un percorso comune ha il pregio di eliminare le differenze sociali, ossia ci si misura come appartenenti a una comunità che deve essere unita e non per imposizione, ma perché lo richiede la natura e non ci si può sottrarre. La seconda cosa è una partecipazione per così dire privata, ossia, la montagna ci fa riflettere su noi stessi, permette un confronto schietto con sé stessi. Ed oggi è un metodo molto valido per comprendere le proprie capacità e limiti"

C'è competizione tra chi vuole affrontare un percorso montano?

"No, oggi è maturato un nuovo pensiero, la gente non pensa più alla conquista della cima ma ha interesse a conoscere le peculiarità del territorio. Una attenzione che si declina in più modi, geografici, ecologici, storici, estetici, e anche verso la bio diversità di ciascuna area"

Che giudizio da lei, di questa nuova attenzione verso questa passione di percorrere chilometri di montagna, fino ad isolarsi da tutto?

"È aumentata l'attenzione verso la natura, soprattutto verso la sua tutela. C'è una maggiore consapevolezza rispetto al devastante impatto umano sull'ambiente. Sui monti questo è evidente, da profondamente fastidio vedere come la mano dell'uomo possa alterare un'area, un paesaggio"

Ci sono anche i giovani?

"Mostrano interesse ma bisogna invogliati, bisogna unire la montagna con le attività sportive, canoa, Mountain bike, passeggiate a cavallo"


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Jackpot dell’anima: il libro di Roberto Salerni

"Il dolore della dipendenza scritto dall'interno e, mentre il giocatore è in attività, la consapevolezza di sentirsi "invincibile" non per le vittorie ma per le numerose sconfitte, sempre pronto a rialzarsi. La scoperta che la malattia del gioco è essenzialmente la malattia dell'anima, dove per giungere alla risoluzione e alla salvezza, oltre al percorso di terapia psico-terapeutico (importante e fondamentale), occorre un percorso all'interno, in profondità, sulle motivazioni personali. Utile a riempire il vuoto dell'esistenza, il Jackpot dell'anima, perchè rispetto a quello materiale è invece un premio per chi rinasce una seconda volta, dal punto di vista spirituale. Un dono da chi 'subisce' l'azione di Dio nel cuore. Non una gioia qualsiasi, non una felicità di questo mondo ma molto più, perchè non dipende dalle cose materiali".
Così la rilfessione di Roberto Salerni, medico di professione, sul suo libro“Jackpot dell’Anima”, edito dalla casa editrice “IlViandante”.

Il romanzo, con un linguaggio semplice ma efficace, tratta tempi complessi e spinosi. Il tema centrale è il gioco d’azzardo, con una condanna specifica e particolare del gioco online, molto più pericoloso di quello fruibile nei locali specializzati, in quanto praticabile in ogni momento e in ogni luogo; si gioca senza freni inibitori, in isolamento, utilizzando “moneta virtuale”, una modalità ancora più drammatica, in quanto non permette di percepire immediatamente la portata delle perdite. Il gioco d’azzardo, per il protagonista del romanzo, diventa ben presto una vera e propria malattia, che contagia inevitabilmente anche la sua famiglia e i suoi affetti. All’inizio la sofferenza viscerale, definita dall’autore – sulla base della propria esperienza personale - “dolore inutile” viene raccontata dall’interno, con descrizioni minuziose e niente affatto scontate delle sedute di gioco e messa a disposizione del lettore che vi partecipa con inevitabile condivisione.

Ma un giocatore, per definizione, è predisposto alla novità. Ed è così, per effetto di un percorso complesso ma irredimibile, che il protagonista trova la sua occasione di riscatto. A un certo punto vede la malattia del gioco con occhi diversi, ne scopre il tratto più colpito e coinvolto, cioè l’Anima. La rinascita giunge inaspettata per mezzo di un incontro. Con un frate, con Dio, ma essenzialmente con se stesso. I prodigi tutti interiori che ne derivano vengono vissuti come doni più grandi di qualsiasi vincita materiale, carezze al cuore da chi si lascia trovare da Dio, grazie alle quali tutto diventa più chiaro e possibile.

La forza di questo romanzo sta nella conoscenza seria della materia in questione (azzardopatia) e nel trattare in maniera totalmente innovativa una problematica già affrontata da altri, ma mai compresa sino in fondo. È il punto di vista che è diverso: in “Jackpot dell’anima”, infatti, esso è posto nel intimo più nascosto del giocatore e viene presentato al lettore per mezzo della sincera voglia dell’autore di condividere un’esperienza dolorosa ed esaltante al tempo stesso.

 La sinossi del libro

 Filippo è un medico brillante e affermato, con una famiglia unita e una solida posizione economica. Ma il destino, che fino a un certo punto gli ha elargito successo, salute e denaro, ha in serbo per lui un’amara sorpresa. In poco tempo, e quasi senza accorgersene, Filippo si ritrova infatti vittima del vizio del gioco on-line, che lo risucchia in un vortice di dipendenza e disperazione. Filippo si dibatte e cerca di resistere, ben consapevole che la strada sulla quale si è incamminato lo porterà verso la dissoluzione di tutto ciò che è stato e ha costruito nella sua esistenza; ogni strategia messa in campo, tuttavia, sembra destinata a fallire di fronte all’irresistibile richiamo del tappeto verde virtuale del poker o della roulette.

Nulla riesce a tenerlo lontano dal gioco: né i sensi di colpa nei confronti della sua famiglia, né il peso sempre crescente dei debiti, né la perdita della reputazione e dell’autostima. Come posseduto da un’entità oscura e invincibile, Filippo continua imperterrito a frequentare il locale gestito dal suo amico Bruno, perso negli schermi di seducenti slot-machines che sembrano essere state programmate per irretirlo prima, e distruggerlo poi.

Ed è lì, in quel locale, che comincia ad annotare i suoi pensieri tormentosi sul retro dei fogli per le scommesse: rabbia, frustrazione e sconforto restano così impressi nelle poche righe frettolose che, dopo ogni rovinosa perdita, Filippo scrive d’impulso, prima di tornarsene a casa sconfitto e infelice. A sua insaputa, gli altri giocatori se ne impossessano e li leggono tutti insieme con assorta partecipazione, ognuno immerso nelle proprie cupe riflessioni.

Solo l’incontro con un giovane religioso, che si materializza misteriosamente in quel locale fumoso e tentatore, e altrettanto misteriosamente un bel giorno scompare, riuscirà a dare a Filippo la chiave per aprire la porta del suo cuore. Oltre quella porta si snoda la via della Fede, l’unico strumento per poter combattere ad armi pari con il demone del gioco che si è impossessato di lui. Grazie alla fede o all'arma della preghiera, a un certo punto vede la malattia del gioco con occhi diversi, ne scopre il tratto più colpito e coinvolto, cioè l'ANIMA.

Di animo buono e generoso, Filippo non dimenticherà i suoi amici, giocatori compulsivi come lui, cercando di condividere con loro il lungo e difficile percorso che, per mezzo della Parola di Dio, lo condurrà alla salvezza.

 

 

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Torre de Passeri: l’Istituto Comprensivo intitolato ad Alberto Manzi

 

 

 

 

 

 

 

Perché il “maestro” Manzi

La Prof.ssa Antonella Pupillo, Dirigente scolastica dell'Istituto Comprensivo, spiega le motivazione della scelta nell'intitolazione ad Alberto Manzi.

L’Istituto Comprensivo di Torre de’ Passeri si compone di tredici scuole dislocate su cinque Comuni diversi. Scuola dell’Infanzia, Primaria e Secondaria di primo grado a Torre de’ Passeri, Scuola dell’Infanzia, Primaria e Secondaria di primo grado a Tocco da Casauria, Scuola dell’Infanzia, Primaria e Secondaria di primo grado a Piano d’Orta, Scuola dell’Infanzia e Primaria a Pescosansonesco, Scuola dell’Infanzia Castiglione a Casauria, Scuola dell’Infanzia a Bolognano.
 
Un Istituto così articolato e complesso non ha una intitolazione unica che lo identifichi e che lo rappresenti attraverso un nome, una figura, un’idea.

A ciò si aggiunga che negli ultimi sette anni l’Istituto ha visto avvicendarsi cinque diverse dirigenze, con le fisiologiche e ovvie discontinuità che ciò può comportare.

Ma non è tutto.

La Scuola, istituzione e presidio dello Stato democratico, agenzia educativa e organo vitale della società, vive oggi il suo ennesimo momento di disorientamento, chiamata com’è a misurarsi quotidianamente con le trasformazioni (vere, virtuali, implicite, esplicite e presunte), le innovazioni, i cambiamenti sociali (quelli che guardano al futuro e quelli che affaticano il presente), il peso dei retaggi e dei condizionamenti, le ambiguità, i ritardi, i tagli, la responsabilità dell’autonomia, la crisi dei valori… Accade perché è viva e per ciò stesso completamente partecipe del divenire delle cose. Ai nostri ragazzi lo ripetiamo spesso: c’è, nella parola crisi (κρίσις), la traccia dell’operazione che anticamente la parola indicava: “crisi” era in origine la trebbiatura, la separazione della granella del frumento dalla paglia e dalla pula, dunque un’operazione di “scelta” che presuppone l’esercizio di un “discernimento”, un atto di osservazione e riflessione per stabilire, cioè per decidere, data una serie di condizioni, un intervento, possibilmente migliorativo. Ai nostri ragazzi, che naturalmente si trasformano continuamente e continuamente entrano “in crisi”, diciamo che “crisi” è anticamera del cambiamento, madre di nuove soluzioni, attività e impegno, non passività.

Ma cosa ha a che vedere tutto ciò con la richiesta di una nuova intitolazione per la nostra scuola e, in particolare, con la scelta del nome del maestro Manzi?

Molto. Anzi moltissimo.

Ripartiamo da capo e riassumiamo le condizioni: l’Istituto Comprensivo manca di intitolazione, si sono avvicendate cinque dirigenze in sette anni, la Scuola, in senso lato, vive l’ennesimo momento di crisi.

Date le condizioni in premessa, ci è parso necessario mettere in moto un processo che ci consentisse di esercitare una nuova scelta e che la scelta fosse identitaria, connotativa, ispiratrice.

Ne è nato un “compito per l’estate” assegnato ai Docenti nell’ultimo Collegio:concorso: “Alla ricerca di una nuova identità: un Nome per la mia scuola”. Fra i tanti nomi presentati al concorso, su tutti ha prevalso il nome di un maestro: il maestro Alberto (o Adalberto, come riportano anche alcuni giornali dell’epoca) Manzi

È una scelta entusiasmante.

Traduce nella figura di un uomo mite e assolutamente rivoluzionario il nostro rinnovato desiderio di valorizzare l’esperienza dell’apprendimento come scoperta quotidiana, di ripartire dalla dimensione della curiosità, di riconoscere in ogni individuo, indipendentemente dalle sue condizioni e dalla sua età, la spinta, il diritto e la volontà di conoscere e capire.

È l’incarnazione dell’invito a fare della scuola la palestra dove imparare ad imparare, dove recuperare il coraggio di sperimentare, domandare, uscire dagli stereotipi, servirsi degli strumenti insieme agli altri per sviluppare e realizzare idee. Il maestro Manzi è l’esempio della possibilità di innovare senza prevaricare, di dare valore ai processi prima che ai risultati, al metodo prima che alle soluzioni, alle persone prima che alle prestazioni, ai tentativi e agli errori prima che alle risposte.

Nella sua ultima intervista (www.youtube.com/watch?v=gKQ7GbworSw) Manzi lo dice con chiarezza: “Come potevo dimostrare che era un concetto sbagliato? … Glielo potevo imporre, però l’imposizione non forma un concetto: ti do un’informazione, ti obbligo a ripeterla, poi quest’informazione o te la dimentichi o rimane lì, però non è una crescita intellettuale…”.

Manzi insegna e ci in-segna che il pensiero unico è un pericolo immanente all’insegnamento, che l’apprendimento è un’esperienza assolutamente interiore e personale che si genera nello scambio, che presuppone la partecipazione di ciascuno, che serve a ri-conoscere e costruire identità e dignità e che è la prima, meravigliosa, occasione per sconfiggere la passività, il conformismo, l’indifferenza, il qualunquismo.

Sentiamo il bisogno di tali esempi di onestà e libertà intellettuale, perché dobbiamo restituire il mondo, la cultura e la storia ai loro legittimi proprietari: i nostri figli.


 

 

Alberto Manzi nasce a Roma nel 1924.

Dopo l’esperienza di guerra come sommergibilista, nel 1946 inizia l’attività scolastica presso il Carcere A. Gabelli di Roma. Nel 1954 lascia la direzione dell’Istituto di Pedagogia della Facoltà di Magistero di Roma per fare l’insegnante elementare e portare avanti, “sul campo”, le sue ricerche di psicologia didattica.

Ha curato sussidiari, libri di letture, diari scolastici. Assai intensa è stata la sua attività di scrittore, con oltre 30 titoli tra racconti, romanzi, fiabe, traduzioni e testi di divulgazione scientifica tradotti in tutte le lingue (Orzowei, scritto da Manzi, è uno dei libri di letteratura italiana più tradotti nel mondo), che gli sono valsi riconoscimenti e premi internazionali.

Dal 1954 al ‘77 si è recato in Sud America ogni estate per tenere corsi di scolarizzazione agli indigeni e svolgere attività sociali.

Non è mai troppo tardi”, corso per gli adulti analfabeti che successivamente verrà imitata in ben 72 Paesi, è solo la più nota di una lunga serie, tra il 1951 e il ‘96, di trasmissioni e collaborazioni con la televisione e la radio.

Nel 1981 viene sospeso dall'insegnamento per essersi rifiutato di compilare le schede di valutazione degli alunni richieste dal Ministero. La sua posizione è chiara: non vuole compiere un'azione che ritiene avversa agli interessi del fanciullo non posso bollare un ragazzo con un giudizio, perché il ragazzo cambia, è in movimento; se il prossimo anno uno legge il giudizio che ho dato quest'anno, l'abbiamo bollato per i prossimi anni»). La "disobbedienza" gli costa la sospensione dall'insegnamento e dalla retribuzione. L'anno dopo il Ministero della Pubblica Istruzione preme per convincerlo a scrivere le attese valutazioni e Manzi fa intendere di non aver cambiato opinione, ma si mostra disponibile a redigere una valutazione riepilogativa uguale per tutti tramite un timbro. Il giudizio è: "fa quel che può, quel che non può non fa". Il Ministero si dichiara contrario

alla valutazione timbrata, al che Manzi ribatte: «Non c'è problema, posso scriverlo anche a penna». Secondo il maestro Manzi, il ragionamento, le parole, i colori, la musica, il gioco stesso possono diventare strumenti di cambiamento rivoluzionario, a scuola come nei libri e nella realtà, quando favoriscano la conoscenza di un sé che arriva a coincidere con l'altro: «Ogni altro sono io, capite? Ogni Altro sono io.» Sapere inteso come educare al pensare, libertà e liberazione per sé e gli altri, insegnamento comportamentale, tensione cognitiva e rivolta contro le abitudini che generano passività, stupidità ed egoismo sono solo alcune delle parole d'ordine che riassumono le sue strategie di insegnamento.

Nel 1993 ha fatto parte della Commissione per la legge quadro in difesa dei minori. Nel 1994 è stato eletto sindaco di Pitigliano (Grosseto), dove risiedeva. Qui si è spento il 4 dicembre 1997.

(notizie estrapolate da https://www.centroalbertomanzi.it )

 

 

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Il basket come laboratorio sociale

"Sul sociale possiamo rivendicare una iniziativa unica a livello europeo, siamo la sola associazione ad aver realizzato un sussidio di disoccupazione a sostegno degli atleti infortunati o che non hanno più una squadra e sono in condizioni di indigenza. Un sussidio che è un aiuto a superare i momenti difficili, sosteniamo le loro famiglie e siamo presi come esempio, da tutte le associazioni europee". Alessandro Marzoli, avvocato, 33 anni, Teatino, presidente nazionale della Associazione italiana giocatori di basket che raccoglie oltre 100 mila praticanti e seicento professionisti, si mostra soddisfatto del ruolo sociale della sua associazione.

Come Associazione cosa fate a sostegno del sociale?

"Come dicevo abbiamo messo in campo il sostegno economico per chi ha necessità, ma siamo molto attivi nelle politiche adolescenziali e giovanili, abbiamo molti iscritti in questa fascia di età, ed è una soddisfazione perché riusciamo a sottrarre i ragazzi dalla overdose di Internet e dei video games, un giovane che fa sport deve relazionarsi con altri, deve fare pratica e sacrifici, deve mantenere una disciplina, deve avere fantasia".

Ai genitori cosa raccomanda?

"Non tutti i figli diventeranno campioni e quindi è eccessivo coltivare grandi aspettative, l'importante è fare sport in età adolescenziale, lo è dal punto di vista della crescita e della socializzazione, inoltre alla attività sportiva incentiviamo, uno stile di vita sano ad iniziare dalla alimentazione".

Veniamo allo sport, come sta il basket?

"Direi bene, i tesserati alla federazione pallacanestro che rappresentiamo sono circa 600 tra atleti e atlete, ma a noi si rivolge tutto il mondo della pallacanestro che conta oltre 100 mila tra praticanti e utenti. Come associazione nazionale, ci battiamo a livello legislativo per una legge che riconosca lo stato di atleta professionista; oggi abbiamo una stortura, ossia solo quelli iscritti alla seria A1, sono considerati professionisti, quindi solo gli altleti, mentre la A1 femminile e a scendere, sono tutti considerati dilettanti anche se sono in realtà professionisti. Questo comporta che una atleta se incinta le viene subito rescisso il contratto, la maternità non ha tutele, stiamo insistendo con i parlamentari affinché venga fatta una legge per la tutela della maternità per tutto lo sport femminile".

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Negli anni ’60 io emigrato in Germania: facevo il musicista

#LeStorie
Negli anni '60 io emigrato in Germania: facevo il musicista

UnaUn Una storia comune a molti abruzzesi quelle dell'emigrazione negli anni '60 e '70, ma Dino Passante parte da Salle (paese di 300 abitanti alle pendici del Morrone) e arriva in Germania per fare il musicista

Da Salle a Luedenscheid (di Dino Passante)

Era il novembre del 1961 e, come tanti altri giovani emigranti, anche io con una valigia con pochi indumenti e poco altro, ma con tante speranze, lasciai il mio paese. Lavorai in fabbrica come verniciatore per due anni, non con poca difficoltà. Abitavo insieme ad un altro ragazzo di Salle, Nicolino Di Bartolomeo. Vivevamo in un piccolo appartamentino, con due buste paga che al massimo si arrivava al 15 del mese: gli altri giorni era fame assoluta! Quando la situazione si faceva “davvero difficile” Nicolino mi diceva: “Dino passiamo a ora di pranzo da tuo fratello. Tua cognata magari sta facendo una bella pastasciutta”. L'abbiamo fatto per due volte ma, essendo io orgoglioso e sapendo che mio fratello mi avrebbe rinfacciato che spendevo tutto in divertimenti e bella vita, appena arrivati a casa loro mia cognata felicissima disse " Giusto, giusto il sugo c'è metto piu' pasta per voi e mangiate qui', e io risposi: “Abbiamo appena mangiato”, questa fu la mia risposta e non sto qui a raccontare cosa e quante parolacce mi sono arrivate da parte di Nicolino. Arrivò l'ultima domenica del mese e la mattina ci eravamo ripromessi di far visita a mio fratello, avendo cura di arrivare per tempo per il pranzo, ma questa volta con una minaccia da parte di Nicolino,"Non ti azzardare a dire che abbiamo mangiato, se apri bocca “gna riscemme fore te spacche la facce”; naturalmente uscimmo da un ottimo pranzo sazi e appagati.
Un giorno ricordai che sapevo “strimpellare” la chitarra e così, un pò per gioco, con altri due amici italiani formai il mio primo gruppo musicale. Inizia così la “vita da musicista” io, un ragazzo partito da Salle, il piccolo paese alle pendici del Morrone. Un vita dura quella del musicista; cosi con i “The Flippers” lavoravamo molto girando in lungo e largo la Germania, questo ci porto ad incontrare il signor Schumann, manager della famosa band tedesca The Lords, il quale ci scelse come gruppo spalla per la loro tournée. Occasione che sfruttammo al meglio proponendo un repertorio che spaziava dalle cover dei Bee Gees, i Rolling Stones, Bob Dylan, e molti altri artisti allora in voga, ma fu la musica italiana, e in partciolare Piccola Katy dei Pooh, il brano che divenne il nostro cavallo di battaglia, che portava il pubblico alle richieste del bis e raccoglieva applausi e ovazioni tanto che i ragazzi del band The Lords iniziavamo quasi ad essere gelosi. Al pubblico tedesco piaceva la musica italiana visto anche che molti di loro venivano in Italia in vacanza e avevano modo di acoltare i grandi successi dell'epoca.

Questa vita sempre “on the road” però non spegneva l'entusiamo e per questo partecipavamo volentieri alle tante trasmissioni radiofoniche alle quali venivamo invitati. Insomma eravamo pronti al grande passo. Poi il colpo di scena. Gianni Pettinati, con il suo brano Bandiera Gialla era il al top delle classifiche, era venuto il tour in Germania. Dall momento che sia il nostro chitarrista solista, sia il bassista, prima di unirsi a noi avevano già collaborato in passato con lui, decisero si seguirlo e rientrare in Italia. Putroppo il successo di Pettinati non prosegui, ma nello stesso tempo questo passaggio portò la nostra band a sciogliersi. Triste momento per noi che eravamo all'apice di una promettente carriera musicale. Ho suonato un po' tutti gli strumenti musicali in quegli anni: chitarra, organo e la batteria, che è rimasta sempre il mio strumento preferito. Anche oggi l'Italia purtroppo non offre le giuste opportunità di lavoro per i giovani ai quali però mi sento di dire che, anche se con rammarico, provare anche all'estero, armandosi di passione e tenacia per realizzare i loro sogni.

 

 

 

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Un plastico per scoprire come funziona l’acquedotto romano ipogeo

 Il Museo civico "Porta della Terra" di San Salvo arricchisce i contenuti archeologici con una nuova installazione didattica. Si tratta di un plastico realizzato in scala 1:1, e quindi a grandezza reale, di una parte del condotto dell'acquedotto romano ipogeo che, ancora funzionante, attualmente alimenta la Fontana vecchia di San Salvo. L'acquedotto, realizzato attorno al II - III secolo d.C., nella sua parte terminale corre a circa 10 metri sotto Piazza San Vitale e sinora e' stato esplorato per circa 150 metri. L'installazione e' stata ideata e realizzata dagli archeospeleologi Marco Rapino e Fabio Sasso e mostra chiaramente come fu realizzato il condotto che ha la funzione di trasportare l'acqua: all'interno di una galleria scavata nella roccia venivano costruiti due muri veri a propri, addossati ai lati della galleria stessa, paralleli tra loro a una distanza di circa 40 cm e collegati in alto da un "tetto" costituito da una serie continua di tegoloni di terracotta (ciascuno di circa cm 46 x 65) disposti accoppiati a cuspide. Su questo "tetto" veniva poi disposto un consistente strato di malta e la parte alta della galleria, soprastante il manufatto, veniva riempita con grossi ciottoli. Nell'istallazione realizzata i muri sono stati ricostruiti, nella loro geometria, con materiali moderni. I tegoloni di copertura, invece, sono quelli autentici recuperati nella zona del crollo e riportati in superficie (non senza difficolta') nel dicembre 2014 dagli archeospeleologi della Parsifal, Rapino e Sasso che negli ultimi anni stanno portando avanti l'esplorazione dell'acquedotto coadiuvati dall'archeologo Davide Aquilano e grazie ai piccoli finanziamenti messi a disposizione dall'Assessorato alla Cultura del Comune di San Salvo.

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