Le storie

Il cardinale Tagle e il Volto Santo

IL VOLTO DELLA VERITA’

La diffusione del culto del Volto Santo nelle Filippine e tra i cattolici di altri paesi asiatici nella testimonianza del cardinale Luis Antonio Tagle

di Antonio Bini

Soltanto pochi anni fa la secolare festa di maggio del Volto Santo a Manoppello vedeva l’esclusiva partecipazione di devoti del paese e di quelli provenienti da alcune località della regione, che fino agli anni sessanta raggiungevano a piedi il santuario, organizzati in compagnie, con in testa un crocifero o l’insegna del Volto Santo, che nei restanti giorni dell’anno custodito nelle rispettive chiese.

Quest’anno la festa ha visto la straordinaria partecipazione del cardinale di Manila, Luis Antonio Tagle, che ha presieduto la celebrazione della messa e ha poi partecipato alla processione che conduce la sacra immagine dal Santuario verso la chiesa parrocchiale di San Nicola, nel centro storico di Manoppello, ossia nel luogo dove un misterioso pellegrino la portò nel Cinquecento.

In continuità con la devozione popolare del passato, quest’anno sono arrivate le Compagnie di Vacri e di Contrada Santa Giusta di Lanciano, mentre sono stati in tanti i pellegrini che hanno raggiunto il santuario da ogni parte d’Italia e dall’estero. Tra quest’ultimi anche un gruppo di ortodossi russi. Tutti insieme, accomunati dal desiderio di partecipare ad un rituale che presenta aspetti molto suggestivi e assolutamente unici. Un segno di quanto quel mondo che per secoli aveva nascosto il Volto Santo si sia aperto al mondo.

Nella sua introduzione alla messa, il rettore del Santuario ha ringraziato il cardinale per aver voluto aderire all’invito, nonostante i suoi numerosi impegni internazionali, essendo anche responsabile della Caritas Internazionale. P. Carmine Cucinelli ha voluto ricordare come nell’agosto 2015, nell’imminenza della seconda missione internazionale del Volto Santo nelle Filippine, Canada e Usa, il cardinale di Manila aveva voluto rivolgere un sentito saluto a vescovi, religiosi e devoti delle Filippine e allo stesso p. Carmine, per la sua presenza in occasione dell’ anniversario dell’intronizzazione del Volto Santo a Nampicuan, nella chiesa ora divenuta il primo Santuario del Volto Santo in Asia. Il porporato, accolto da uno spontaneo e prolungato applauso, ha voluto farsi personale interprete e testimone del crescente culto del Volto Santo nelle Filippine e, di conseguenza, anche tra i cattolici di altri paesi asiatici, portando “i suoi saluti e auguri di pace dalle Filippine, dove la devozione al Santo Volto è viva, vibrante e largamente diffusa”.

Iniziando la sua omelia, ha affermato che “con gioia partecipava alla festa del Volto Santo”. Nello sviluppare riflessioni teologiche sul volto umano di Cristo, Tagle – innanzi alla sacra immagine - ha affermato che la stessa rappresenta una grande benedizione concessa a tutti noiLa processione si è poi sviluppata mantenendo il rituale tradizionale di sempre. Al termine della messa, ha raggiunto il Santuario il Santo Patrono di Manoppello, san Pancrazio, venuto “a prendere” il Volto Santo, fermandosi in attesa sul sagrato. Un esempio seguito in passato anche da diversi paesi vicini, con intere comunità in processione al Volto Santo insieme ai loro santi patroni, a testimonianza dell’importanza che la devozione popolare attribuiva all’immagine di Cristo, prima ancora che studi e ricerche negli ultimi anni ne rivelassero l’unicità e l’autenticità, riconoscendola infine nella leggendaria Veronica (vera-ikon), per anni avvolta e forse protetta dall’oblio.

Poi il coro della basilica, diretta dal maestro Nicola Costantini, la banda, una doppia fila di bambini vestiti da angioletti e quindi il cardinale, insieme a p. Carmine Cucinelli, p. Paolo Palombarini, e altri religiosi tra cui don Bonifacio (Ted) Lopez, sacerdote filippino della Diocesi di Roma, che precedono il Volto Santo, con a seguire il sindaco di Manoppello insieme ad altri sindaci dei comuni limitrofi, che indossano la fascia tricolore e quindi da lunga folla di partecipanti. Durante il percorso sono visibili i manifesti di saluto e benvenuto che il Comune ha fatto affiggere sui muri della cittadina.

Al termine della discesa i portatori del Volto Santo si fermano, facendo ruotare il trono sul quale è fissato l’ostensorio per la benedizione, un tempo diretta alle popolazioni e ai territori circostanti. Ma oggi il cardinale Tagle impartisce la sua benedizione sul mondo.

La processione poi riprende lentamente il suo percorso, tra canti, preghiere, pause di meditazione e suoni di banda. Avvicinandosi al paese iniziano vibranti e prolungati spari, il cosi detto “Saluto al Volto Santo”. La processione raggiunge il centro storico tra ali di folla, mentre dai balconi, sui quali sono esposte coperte lavorate a mano, piovono petali di fiori al passaggio del Volto Santo. All’inizio del corso principale, la processione si ferma all’inizio di corso Santarelli, per consentire il rientro della statua di San Pancrazio nell’omonima chiesa, salutato dall’applauso dei presenti.

Il Volto Santo riprende il cammino, raggiungendo la chiesa di San Nicola, dove sarà vegliato tutta la notte, per poi far rientro al santuario nella mattina successiva.

Incontro tante persone, tra cui lo scrittore Paul Badde, le studiose tedesche s. Blandina Paschalis Scloemer e sr. Petra-Maria Stainer. Mi fermo a salutare sr. Laura. Quando l’anziana suora mi vede si commuove, inizia a piangere. Era ed è legatissima al Volto Santo. E’ tornata a Manoppello per la festa, dopo che il suo convento della Alcantarine, adiacente alla chiesa di S. Nicola, è stato chiuso dal dicembre, scorso dopo oltre un secolo di vita.

Il sindaco, Giorgio De Luca, invita il cardinale nella sede del Comune, a poca distanza, per un saluto ufficiale alla presenza di altri amministratori. Lo seguono molte persone.

Nel corso di una intervista alla domanda su quali fossero state le sue prime impressioni provate nell’incontrare per la prima volta il Volto Santo, il cardinale Tagle ha confessato di possedere una riproduzione dell’immagine ricevuta in dono da parte dall’Ambasciatrice delle Filippine presso la Santa Sede, Mecedes A. Tuason. Ha poi aggiunto che entrando in chiesa e fermandomi in preghiera al primo banco vicino all’altare, si era sono “sentito accolto, raggiunto da uno sguardo di tenerezza da parte di quel Volto che parla, che vive e che non incute timore. Un volto di verità”.

Tornando alla conoscenza e al culto del Volto Santo, il cardinale non ha dimenticato di ricordare il ruolo rivestito da Daisy Neves, devota americana di origini filippine, che da alcuni è impegnata con straordinaria generosità e instancabile dedizione nella divulgazione della sacra immagine, con numerose iniziative, in vari paesi, tra cui Filippine, Canada, Usa, Italia, Libano. Scorrendo le pagine del volumetto “The Holy Face, from Manoppello to the world”, da me pubblicato lo scorso anno – Tagle ha voluto ringraziare dal Santuario del Volto Santo la signora Neves e la crescente rete di amici e religiosi, diffusa in vari paesi del mondo, insieme a quanti sono impegnati nel divulgare la conoscenza del Volto Santo. ”. Il cardinale è tornato ad approfondire alcuni aspetti specifici della teologia del Volto Santo nel corso di una intervista rilasciata a Vittoria Biancardi di TV2000.

Prima di lasciare Manoppello, il porporato ha ringraziato i cappuccini per la fraterna e calorosa accoglienza, affermando che per lui è stata una grazia celebrare la festa del Volto Santo alla presenza di tanti pellegrini, invitando infine a pregare – da Manoppello - per la pace in Siria e Venezuela e per le popolazioni che soffrono la fame in Africa.

Infine una piccola curiosità. In questi ultimi anni sono stati tanti i cardinali a visitare il Volto Santo, prima e dopo l’arrivo di Benedetto XVI, eppure Luis Antonio Tagle è il primo cardinale a presenziare la festa del Volto Santo, guidando e partecipando per intero all’intero percorso della processione, che misura oltre due chilometri. Per registrare la presenza di un cardinale alla festa del Volto Santo bisogna andare indietro nel tempo, al 18 maggio 1947, quando a Manoppello giunse a Manoppello il cardinale Benedetto Aloisi Masella, per benedire il nuovo prezioso reliquario che la popolazione e gli emigranti vollero realizzare in ringraziamento al Volto Santo per essere stati risparmiati dalle distruzioni della guerra. In quell’occasione, il cardinale prese parte alla processione, limitatamente alla parte finale, percorrendo soltanto un centinaio di metri.

 

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Scomparso nel nulla dalla chiesa di S. Maria Paganica dell’Aquila sepolcro funebre del xv secolo

di Fulvio Giustizia (storico-archeologo)

  La scomparsa dell’importante manufatto non è dovuta al terremoto del 1703 e neppure al recente disastroso sisma del 2009, che ha letteralmente decapitata la chiesa, per la quale, purtroppo, dopo otto anni, ancora non si nota un benché mi-nimo cenno di ricostruzione. Esiste un testimone oculare d’eccezione che, intorno agli anni Sessanta del sec. XVIII, attesta la presenza dell’artistico monumento nella collegiata di Santa Maria Paganica. Si tratta dell’illustre cittadino aquilano Antonio Ludovico Anti-nori (1704-1778), benemerito storico di cose abruzzesi, nonché fedele servitore della Chiesa, per essere stato dal 1745 al 1757 arcivescovo di Lanciano e successivamente di Matera ed Acerenza.

Già collaboratore del Muratori nel 1731 per la realizzazione dei Rerum Italicorum Scripto-res, con il suo ritorno all’Aquila dal 1757 al 1778 ebbe modo di dedicarsi con maggior im-pegno agli studi storici, la maggior parte dei quali, conservati nella Biblioteca Salvatore Tommasi, ci sono arrivati 51 manoscritti, e sono: Annali degli Abruzzi (volumi 1-24), Co-rografia storica degli Abruzzi (volumi 25-42), Raccolta delle iscrizioni (volumi 43-47), Mo-numenti, uomini illustri e cose varie. Annali di Aquila (volumi 48-51).

Ma veniamo all’interessante oggetto della sua testimonianza, che trascriviamo da un suo manoscritto dell’Archivio di S. Maria Paganica, Corografia 48/2. S. Maria di Paganica, pp. 6-7 e p. 9, una copia di quello presente nella Biblioteca Salvatore Tommasi:

«Resta un sepolcro ben elevato in questa Chiesa dalla parte laterale della nave trasversa. Sembra opera del XV secolo, e forse è di Maria Cantelma, che vedova di Giordano Orsini Conte di Manoppel-lo sen venne a L’Aquila, e forse vi morì. La congettura nasce dal trovarsi nell’Archivio di questa Chiesa un real Diploma a lui spedito nel 1438; onde pare che benemerito di questa Chiesa vi eleg-gesse sepoltura, e legasse qualche cosa, di cui poteva disporre, onde restassero le scritture ancora di quella. Il Sepolcro è magnifico, e rilevato affisso in muro nella piegatura della nave riguardante verso l’altar maggiore. Era prima di essere affisso, quel muro dipinto a varie sacre immagini. Intor-no alla cassa di pietra sono scolpite le effigie del Salvatore, e dei SS. Pietro, Giovanni Battista, e Cate-rina martire. Resta essa cassa vuota; e non vi fu messo il Cadavere; o n’è stato poi tolto via. Su la cassa giace la statua di Donna con manto, e quanti ornati; varij libri sparsi; s’innalzano quindi due colonne le quali sostengono padiglione aperto di qua e di là da puttini alati. Niuna iscrizione e arma gentilizia».

L’Antinori, a p.9 dello stesso manoscritto, ha dei dubbi circa l’attribuzione del monumento e avanza un’altra ipotesi: «Il sepolcro esistente in S. Maria di Paganica sembra di Rita di Acquaviva, che nel 1448 rinunziò il Badessato di S. Maria a Graiano» presso Fontecchio. Nella puntuale descrizione del “magnifico sepolcro” confessiamo di aver pensato all’analogo monumento a Maria Pereyra Camponeschi in S. Bernardino, eseguito dallo scultore Silvestro dell’Aquila nel 1496.

Oltre al monumento, composto da varie sculture, è interessante anche la notizia circa il «muro dipinto a varie immagini». In una copia cartacea coeva di testamento del 20 dicem-bre 1454 dell’Archivio della Chiesa, si menziona un certo Iacobus Mactutii che lascia dispo-sizione per la costruzione, presso l’altare maggiore, di una cappella patronale dell’Annunciazione, nella quale si dovranno eseguire delle pitture di santi, secondo le mo-dalità scelte dagli esecutori testamentari. Altre notizie di affreschi, oggi scomparsi, perché distrutti o in parte ricoperti nel corso dei restauri fine Settecento - inizio Ottocento, si menzionano in un contratto del 31 maggio 1493, in cui il pittore Sebastiano di Cola da Cosentino s’impegna a terminare l’opera pittorica per la Cappella di Jacopo di Notar Nanni. Lacerti di questi affreschi (Fig.3), insieme a frammenti scultorei (Fig.4) e architet-

tonici sono riemersi con il crollo delle pareti nel sisma del 2009 e sono stati presentati a L’Aquila, nel luglio del 2010, in una mostra al Palazzo della Regione, una rassegna docu-mentata da un’ottima guida illustrata, Le macerie rivelano, di AAVV, a cura di Vincenzo Torrieri, della Sovrintendenza Archeologica.

La Guida, a pag. 91 riporta la foto di un frammento scultoreo di cm 31,7x 12,8 x 13, 4 spes-sore max (Fig. 4), rinvenuto nel crollo del muro presso il braccio destro del transetto, con la seguente descrizione:

«porzione di bassorilievo su lastra caratterizzato da un drappeggio verticale che avviluppa una cornice con motivo corrente di foglie d’acanto. La tipologia e le caratteristiche icono-grafiche del manufatto scultoreo sembrano ricondurre ad un monumento funerario (…) collocabile in ambiti culturali XV- XVI sec.».

Il luogo preciso del rinvenimento e la tipologia sembrano rimandare alla notizia del “sepol-cro ben rilevato” dell’Antinori. Se così è, che fine hanno fatto l’impalcatura architettonica del monumento e le statue della distesa “donna con manto”, delle statue “del Salvatore e dei SS. Pietro, Giovanni Battista e Caterina martire”, nonché dei “puttini alati”? C’è speranza di un rinvenimento più esauriente, previa indagine termografica, frugando nelle intercape-dini del muro? Lo speriamo, anche se siamo ben consapevoli che nelle ristrutturazione dei monumenti nei secoli passati non si aveva, come si tenta di avere oggi, una sufficiente co-scienza culturale per preservare in essi i segni importanti del loro vissuto.

Nel 1848, Angelo Leosini, nel lamentare la perdita in S. Maria Paganica della tomba di Sal-vatore Massonio e del rilievo del conte Gagliardo di Riparola (oggi rinvenuto in fram-menti, cfr. Fig. 5), esprime con grande amarezza un giudizio che non possiamo non condi-videre:

«Coll’andare de’ tempi e col restaurare i vecchi edifici si sono lasciate perire tante memorie che illustravano la nostra città; ed io per primo griderei la croce contro i nostri concittadini che sì poca cura hanno de’ monumenti antichi quasi che fossero di nessun pregio». (A. LEOSINI, Monumenti storici artistici della città di Aquila e con-torni, L’Aquila, 1848, p. 95).

 

 

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La rampa petalosa: a Montesilvano l’arte contro le barriere architettoniche

 

Non era stato uno dei migliori approcci quello tra la nuova cartoleria Minerva di Montesilvano ed il Presidente dell’Associazione Carrozzine Determinate  Claudio Ferrante, che a causa della barriera architettonica, non riusciva ad entrare nel locale commerciale. Pronta la risposta di Franca Di Teodoro, nuova nel suo mestiere di esercente commerciale, che si rivolge alla sorella Ergilia Di Teodoro. L’architetto, conosciuta nel mondo dell’arte come Edit presenta al Comune di Montesilvano la richiesta di autorizzazione e pensa di trasformare quello che sarebbe un appesantimento della facciata in un qualcosa di artistico Urban Art, dare bellezza ad un oggetto architettonico funzionale. Forte del contributo del suo collega Arcangelo Carbone, decide di realizzare personalmente e manualmente l’intera rampa con  legno di recupero. Ne parla con il suo caro amico, il poeta Innocente Foglio, sensibile all’argomento in quanto lo tocca da vicino, lui stesso da anni e’ costretto su una sedia a ruote e spesso si ritrova impossibilitato all’accesso di vari luoghi progettati senza rispetto. Ascoltando l’intenzione dei due artisti di realizzare una rampa artistica, il poeta con voce rotta dalla commozione risponde “Si, perché anche noi vogliamo camminare su un prato fiorito!”

Edit allora decide di inspirarsi ad un campo di fiori e chiamando lo scivolo “LA RAMPA PETALOSA”  lo  dipinge come  un prato variopinto,  Arcangelo Carbone  con la sua maestria tecnologica e manualità, ritaglia ed assembla il legname base della rampa.  La performance degli artisti mentre montano la rampa è seguita da clienti e passanti che ad ogni sguardo automaticamente sopraggiunge un sorriso. La rampa petalosa vuole accogliere con un sorriso tutti indistintamente,  eliminare le differenze di trattamento tra persone, mettere a proprio agio senza far sentire intrusi o di troppo alcuni. Il poeta Innocente Foglio vuole omaggiare tale iniziativa con una sua poesia che gli artisti incidono su una targa ricordo posta all’ingresso della rampa. Tanta emozione e tanto calore per i protagonisti di tale progetto,  che si spera voglia essere emulato in ogni parte d’Italia.

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Insieme per migliorare L’Aquila: migranti e volontariato

Insieme per migliorare L'Aquila: migranti e volontariato

I ragazzi in accoglienza presso l'Ape Cooperativa Sociale dell'Aquila accettano di collaborare senza esitazione, assieme alla proloco di Coppito, nei lavori di giardinaggio e pulizia del parchetto alle spalle della chiesa di San Francesco di Pettino.

Armati di pale, rastrelli e sorrisi pieni di energia, la mattina del 21 aprile una decina di ragazzi richiedenti asilo hanno contribuito efficacemente nel ripristino dell'area giochi e del giardino in Via Svizzera. Un gesto, questo, che assume un significato di grande valore in una città che lotta da anni per rinascere. In questo modo Accoglienza diventa sinonimo di altruismo, bontà, gratitudine e scambio reciproco, nei confronti di una terra che non ha esitato ad aprire le porte a chi ha dovuto lasciare la propria casa e la propria famiglia.


<<Ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere; ero forestiero e mi avete ospitato>>, così Don Dante diffonde la sua idea di accoglienza, citando il vangelo di Matteo, e continua: <<Quello che a me interessa è il loro futuro, non mi importa degli aspetti politici. Io sono felice se vengono a mangiare a casa mia, la mia porta è sempre aperta>>.

In un clima di grande collaborazione tra protezione civile, ospiti del centro accoglienza e volontari del Servizio Civile Nazionale, il risultato è stato sicuramente efficiente ma, al di là dell’operato, questo ci insegna che è possibile creare opportunità di miglioramento reciproco e di crescita. Ci auguriamo che questo esempio sia un piccolo passo verso la costruzione di una positiva integrazione.

Attanasio Margherita, D'Addario Lisa, Vescovo Emmanuela, Volontarie del Servizio Civile Nazionale, progetto "Ubuntu"

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La stella degli Sharks, Brendon Sherrod, presenta il suo disco Italian journey

E’ stato presentato questa mattina nella sala giunta del Comune, il disco “Italian journey” inciso dal giocatore degli Sharks, Brandon Sherrod (voce), Massimiliano Coclite al piano e alla voce, Morgan Fascioli alla batteria ed Emanuele Di Teodoro al basso.

Il cd ha un obiettivo ambizioso: vendere mille copie a 10 euro ciascuna, per destinare 5.000 euro all’acquisto di strumenti musicali per la scuola media di Montorio al Vomano (città ferita dal terremoto, dove vive Coclite) e 5.000 euro in progetti a sostegno degli studenti poveri di Bridgeport (Connecticut, Stati Uniti d’America), dove vive Sherrod.

Il disco, prodotto da Luca Maggitti, contiene 10 canzoni: 8 in inglese e due chicche come “Lugano addio” di Ivan Graziani e “Prendila così” di Lucio Battisti, cantate insieme da Sherrod e Coclite.

All’incontro con la stampa, oltre ai protagonisti del disco e al produttore, hanno preso parte il sindaco di Roseto, Sabatino Di Girolamo, il vicesindaco, Simone Tacchetti, l’assessore alla Pubblica istruzione, Luciana Di Bartolomeo, il consigliere con delega allo sport, Marco Angelini.

“Il senso del disco è quello dell’amicizia”, ha detto Massimiliano Coclite, “ho incontrato Brandon per caso ed è nata una scintilla che ha dato il via a questo bel progetto”.

“Sono orgoglioso di quello che abbiamo fatto”, ha sottolineato Morgan Fascioli, “è un disco vero, semplice ma diretto, che arriva al cuore”. Felice di essere coinvolto il giovane bassista Emanuele Di Teodoro. Brandon Sherrod, in un impeccabile italiano, nonostante sia a Roseto solo da sei mesi, ha detto: “Per me questo disco è molto importante perché Bridgeport e Roseto diventano una luce per tutto il mondo nel segno della solidarietà”.

“Non posso che esprimere compiacimento”, ha concluso il primo cittadino, “da una disgrazia, come il terremoto, nasce un’amicizia e un sodalizio artistico con un atto di solidarietà in musica che unisce, attraverso Roseto, Bridgeport e Montorio. Questa iniziativa è anche una spinta alla speranza della rinascita e di fiducia nel futuro. E’ il segnale che l’amicizia può produrre molte cose positive”.

 

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Tutela della salute e fisco equo, ecco le l’iniziativa del Cipas in difesa dei cittadini poveri

"Il Centro Italiano di Proposta ed Azione Sociale sarà fortemente impegnato nel 2017, da una parte in iniziative verso le istituzioni locali per un fisco più equo e giusto, e dall'altro al fianco del cittadini con studi medici e legali convenzionati per potersi curare e tutelare ad un costo fortemente calmierato". Ad annunciare le prossime iniziative del Cipas  (Associazione non profit di carattere nazionale per la promozione sociale) è il presidente regionale Donato Fioriti.

Presidente quali gli obiettivi della vostra associazione?
 
"Sappiamo dai dati e dalle richieste che molti cittadini hanno gravi problemi economici e tra questi  quelli della tutela sanitaria e legale, per questo abbiamo organizzato grazie a medici e avvocati di nostra fiducia visite e colloqui a costo calmierato. Un piano di aiuto che riesce a date risposte a problemi molto sentiti"

Come sono stati individuati questi due settori di intervento?

"Sono emersi dalla assemblea e dal direttivo regionale Cris, associazione abruzzese di promozione sociale aderente Cipas. Tra i temi proposti, inoltre, il Progetto Eurasia Assicurazioni, la risoluzione extragiudiziale delle controversie ed il ricalcolo pensionistico , in convenzione con lo studio legale nazionale Emilio Solimando".

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Sui monti per difendere la natura e riflettere su se stessi. Ecco le nuove guide

Una passione per la montagna, in senso ecologico e culturale per far conoscere a quanti lo desiderano, una natura aspra e da difendere. Pietro Santucci, è nato e sempre vissuto a Civitella Alfedena, un  villaggio nel cuore del Parco Nazionale d'Abruzzo. "Amo la natura. Il mio amore per la montagna mi ha portato a diventare Accompagnatore di Media Montagna del Collegio Regionale delle Guide Alpine Abruzzo"

Come è cresciuto l'interesse delle persone verso la montagna?

"C'è oggi una attenzione diversa, una richiesta di essere presente, ossia un bisogno di contatto con la natura, un aspetto che è innato in ciascuno di noi, un sentimento profondo che va messo alla prova e valorizzato".

Cosa regala la montagna?

"Il percorrere sentieri, il sentire la fatica e osservare la natura, di certo regala emozioni nuove, di cui fare tesoro. Inoltre c'è un aspetto sociale e uno più personale"

Quali?

"Come prima cosa l'essere assieme nell'affrontare un percorso comune ha il pregio di eliminare le differenze sociali, ossia ci si misura come appartenenti a una comunità che deve essere unita e non per imposizione, ma perché lo richiede la natura e non ci si può sottrarre. La seconda cosa è una partecipazione per così dire privata, ossia, la montagna ci fa riflettere su noi stessi, permette un confronto schietto con sé stessi. Ed oggi è un metodo molto valido per comprendere le proprie capacità e limiti"

C'è competizione tra chi vuole affrontare un percorso montano?

"No, oggi è maturato un nuovo pensiero, la gente non pensa più alla conquista della cima ma ha interesse a conoscere le peculiarità del territorio. Una attenzione che si declina in più modi, geografici, ecologici, storici, estetici, e anche verso la bio diversità di ciascuna area"

Che giudizio da lei, di questa nuova attenzione verso questa passione di percorrere chilometri di montagna, fino ad isolarsi da tutto?

"È aumentata l'attenzione verso la natura, soprattutto verso la sua tutela. C'è una maggiore consapevolezza rispetto al devastante impatto umano sull'ambiente. Sui monti questo è evidente, da profondamente fastidio vedere come la mano dell'uomo possa alterare un'area, un paesaggio"

Ci sono anche i giovani?

"Mostrano interesse ma bisogna invogliati, bisogna unire la montagna con le attività sportive, canoa, Mountain bike, passeggiate a cavallo"


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Jackpot dell’anima: il libro di Roberto Salerni

"Il dolore della dipendenza scritto dall'interno e, mentre il giocatore è in attività, la consapevolezza di sentirsi "invincibile" non per le vittorie ma per le numerose sconfitte, sempre pronto a rialzarsi. La scoperta che la malattia del gioco è essenzialmente la malattia dell'anima, dove per giungere alla risoluzione e alla salvezza, oltre al percorso di terapia psico-terapeutico (importante e fondamentale), occorre un percorso all'interno, in profondità, sulle motivazioni personali. Utile a riempire il vuoto dell'esistenza, il Jackpot dell'anima, perchè rispetto a quello materiale è invece un premio per chi rinasce una seconda volta, dal punto di vista spirituale. Un dono da chi 'subisce' l'azione di Dio nel cuore. Non una gioia qualsiasi, non una felicità di questo mondo ma molto più, perchè non dipende dalle cose materiali".
Così la rilfessione di Roberto Salerni, medico di professione, sul suo libro“Jackpot dell’Anima”, edito dalla casa editrice “IlViandante”.

Il romanzo, con un linguaggio semplice ma efficace, tratta tempi complessi e spinosi. Il tema centrale è il gioco d’azzardo, con una condanna specifica e particolare del gioco online, molto più pericoloso di quello fruibile nei locali specializzati, in quanto praticabile in ogni momento e in ogni luogo; si gioca senza freni inibitori, in isolamento, utilizzando “moneta virtuale”, una modalità ancora più drammatica, in quanto non permette di percepire immediatamente la portata delle perdite. Il gioco d’azzardo, per il protagonista del romanzo, diventa ben presto una vera e propria malattia, che contagia inevitabilmente anche la sua famiglia e i suoi affetti. All’inizio la sofferenza viscerale, definita dall’autore – sulla base della propria esperienza personale - “dolore inutile” viene raccontata dall’interno, con descrizioni minuziose e niente affatto scontate delle sedute di gioco e messa a disposizione del lettore che vi partecipa con inevitabile condivisione.

Ma un giocatore, per definizione, è predisposto alla novità. Ed è così, per effetto di un percorso complesso ma irredimibile, che il protagonista trova la sua occasione di riscatto. A un certo punto vede la malattia del gioco con occhi diversi, ne scopre il tratto più colpito e coinvolto, cioè l’Anima. La rinascita giunge inaspettata per mezzo di un incontro. Con un frate, con Dio, ma essenzialmente con se stesso. I prodigi tutti interiori che ne derivano vengono vissuti come doni più grandi di qualsiasi vincita materiale, carezze al cuore da chi si lascia trovare da Dio, grazie alle quali tutto diventa più chiaro e possibile.

La forza di questo romanzo sta nella conoscenza seria della materia in questione (azzardopatia) e nel trattare in maniera totalmente innovativa una problematica già affrontata da altri, ma mai compresa sino in fondo. È il punto di vista che è diverso: in “Jackpot dell’anima”, infatti, esso è posto nel intimo più nascosto del giocatore e viene presentato al lettore per mezzo della sincera voglia dell’autore di condividere un’esperienza dolorosa ed esaltante al tempo stesso.

 La sinossi del libro

 Filippo è un medico brillante e affermato, con una famiglia unita e una solida posizione economica. Ma il destino, che fino a un certo punto gli ha elargito successo, salute e denaro, ha in serbo per lui un’amara sorpresa. In poco tempo, e quasi senza accorgersene, Filippo si ritrova infatti vittima del vizio del gioco on-line, che lo risucchia in un vortice di dipendenza e disperazione. Filippo si dibatte e cerca di resistere, ben consapevole che la strada sulla quale si è incamminato lo porterà verso la dissoluzione di tutto ciò che è stato e ha costruito nella sua esistenza; ogni strategia messa in campo, tuttavia, sembra destinata a fallire di fronte all’irresistibile richiamo del tappeto verde virtuale del poker o della roulette.

Nulla riesce a tenerlo lontano dal gioco: né i sensi di colpa nei confronti della sua famiglia, né il peso sempre crescente dei debiti, né la perdita della reputazione e dell’autostima. Come posseduto da un’entità oscura e invincibile, Filippo continua imperterrito a frequentare il locale gestito dal suo amico Bruno, perso negli schermi di seducenti slot-machines che sembrano essere state programmate per irretirlo prima, e distruggerlo poi.

Ed è lì, in quel locale, che comincia ad annotare i suoi pensieri tormentosi sul retro dei fogli per le scommesse: rabbia, frustrazione e sconforto restano così impressi nelle poche righe frettolose che, dopo ogni rovinosa perdita, Filippo scrive d’impulso, prima di tornarsene a casa sconfitto e infelice. A sua insaputa, gli altri giocatori se ne impossessano e li leggono tutti insieme con assorta partecipazione, ognuno immerso nelle proprie cupe riflessioni.

Solo l’incontro con un giovane religioso, che si materializza misteriosamente in quel locale fumoso e tentatore, e altrettanto misteriosamente un bel giorno scompare, riuscirà a dare a Filippo la chiave per aprire la porta del suo cuore. Oltre quella porta si snoda la via della Fede, l’unico strumento per poter combattere ad armi pari con il demone del gioco che si è impossessato di lui. Grazie alla fede o all'arma della preghiera, a un certo punto vede la malattia del gioco con occhi diversi, ne scopre il tratto più colpito e coinvolto, cioè l'ANIMA.

Di animo buono e generoso, Filippo non dimenticherà i suoi amici, giocatori compulsivi come lui, cercando di condividere con loro il lungo e difficile percorso che, per mezzo della Parola di Dio, lo condurrà alla salvezza.

 

 

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Torre de Passeri: l’Istituto Comprensivo intitolato ad Alberto Manzi

 

 

 

 

 

 

 

Perché il “maestro” Manzi

La Prof.ssa Antonella Pupillo, Dirigente scolastica dell'Istituto Comprensivo, spiega le motivazione della scelta nell'intitolazione ad Alberto Manzi.

L’Istituto Comprensivo di Torre de’ Passeri si compone di tredici scuole dislocate su cinque Comuni diversi. Scuola dell’Infanzia, Primaria e Secondaria di primo grado a Torre de’ Passeri, Scuola dell’Infanzia, Primaria e Secondaria di primo grado a Tocco da Casauria, Scuola dell’Infanzia, Primaria e Secondaria di primo grado a Piano d’Orta, Scuola dell’Infanzia e Primaria a Pescosansonesco, Scuola dell’Infanzia Castiglione a Casauria, Scuola dell’Infanzia a Bolognano.
 
Un Istituto così articolato e complesso non ha una intitolazione unica che lo identifichi e che lo rappresenti attraverso un nome, una figura, un’idea.

A ciò si aggiunga che negli ultimi sette anni l’Istituto ha visto avvicendarsi cinque diverse dirigenze, con le fisiologiche e ovvie discontinuità che ciò può comportare.

Ma non è tutto.

La Scuola, istituzione e presidio dello Stato democratico, agenzia educativa e organo vitale della società, vive oggi il suo ennesimo momento di disorientamento, chiamata com’è a misurarsi quotidianamente con le trasformazioni (vere, virtuali, implicite, esplicite e presunte), le innovazioni, i cambiamenti sociali (quelli che guardano al futuro e quelli che affaticano il presente), il peso dei retaggi e dei condizionamenti, le ambiguità, i ritardi, i tagli, la responsabilità dell’autonomia, la crisi dei valori… Accade perché è viva e per ciò stesso completamente partecipe del divenire delle cose. Ai nostri ragazzi lo ripetiamo spesso: c’è, nella parola crisi (κρίσις), la traccia dell’operazione che anticamente la parola indicava: “crisi” era in origine la trebbiatura, la separazione della granella del frumento dalla paglia e dalla pula, dunque un’operazione di “scelta” che presuppone l’esercizio di un “discernimento”, un atto di osservazione e riflessione per stabilire, cioè per decidere, data una serie di condizioni, un intervento, possibilmente migliorativo. Ai nostri ragazzi, che naturalmente si trasformano continuamente e continuamente entrano “in crisi”, diciamo che “crisi” è anticamera del cambiamento, madre di nuove soluzioni, attività e impegno, non passività.

Ma cosa ha a che vedere tutto ciò con la richiesta di una nuova intitolazione per la nostra scuola e, in particolare, con la scelta del nome del maestro Manzi?

Molto. Anzi moltissimo.

Ripartiamo da capo e riassumiamo le condizioni: l’Istituto Comprensivo manca di intitolazione, si sono avvicendate cinque dirigenze in sette anni, la Scuola, in senso lato, vive l’ennesimo momento di crisi.

Date le condizioni in premessa, ci è parso necessario mettere in moto un processo che ci consentisse di esercitare una nuova scelta e che la scelta fosse identitaria, connotativa, ispiratrice.

Ne è nato un “compito per l’estate” assegnato ai Docenti nell’ultimo Collegio:concorso: “Alla ricerca di una nuova identità: un Nome per la mia scuola”. Fra i tanti nomi presentati al concorso, su tutti ha prevalso il nome di un maestro: il maestro Alberto (o Adalberto, come riportano anche alcuni giornali dell’epoca) Manzi

È una scelta entusiasmante.

Traduce nella figura di un uomo mite e assolutamente rivoluzionario il nostro rinnovato desiderio di valorizzare l’esperienza dell’apprendimento come scoperta quotidiana, di ripartire dalla dimensione della curiosità, di riconoscere in ogni individuo, indipendentemente dalle sue condizioni e dalla sua età, la spinta, il diritto e la volontà di conoscere e capire.

È l’incarnazione dell’invito a fare della scuola la palestra dove imparare ad imparare, dove recuperare il coraggio di sperimentare, domandare, uscire dagli stereotipi, servirsi degli strumenti insieme agli altri per sviluppare e realizzare idee. Il maestro Manzi è l’esempio della possibilità di innovare senza prevaricare, di dare valore ai processi prima che ai risultati, al metodo prima che alle soluzioni, alle persone prima che alle prestazioni, ai tentativi e agli errori prima che alle risposte.

Nella sua ultima intervista (www.youtube.com/watch?v=gKQ7GbworSw) Manzi lo dice con chiarezza: “Come potevo dimostrare che era un concetto sbagliato? … Glielo potevo imporre, però l’imposizione non forma un concetto: ti do un’informazione, ti obbligo a ripeterla, poi quest’informazione o te la dimentichi o rimane lì, però non è una crescita intellettuale…”.

Manzi insegna e ci in-segna che il pensiero unico è un pericolo immanente all’insegnamento, che l’apprendimento è un’esperienza assolutamente interiore e personale che si genera nello scambio, che presuppone la partecipazione di ciascuno, che serve a ri-conoscere e costruire identità e dignità e che è la prima, meravigliosa, occasione per sconfiggere la passività, il conformismo, l’indifferenza, il qualunquismo.

Sentiamo il bisogno di tali esempi di onestà e libertà intellettuale, perché dobbiamo restituire il mondo, la cultura e la storia ai loro legittimi proprietari: i nostri figli.


 

 

Alberto Manzi nasce a Roma nel 1924.

Dopo l’esperienza di guerra come sommergibilista, nel 1946 inizia l’attività scolastica presso il Carcere A. Gabelli di Roma. Nel 1954 lascia la direzione dell’Istituto di Pedagogia della Facoltà di Magistero di Roma per fare l’insegnante elementare e portare avanti, “sul campo”, le sue ricerche di psicologia didattica.

Ha curato sussidiari, libri di letture, diari scolastici. Assai intensa è stata la sua attività di scrittore, con oltre 30 titoli tra racconti, romanzi, fiabe, traduzioni e testi di divulgazione scientifica tradotti in tutte le lingue (Orzowei, scritto da Manzi, è uno dei libri di letteratura italiana più tradotti nel mondo), che gli sono valsi riconoscimenti e premi internazionali.

Dal 1954 al ‘77 si è recato in Sud America ogni estate per tenere corsi di scolarizzazione agli indigeni e svolgere attività sociali.

Non è mai troppo tardi”, corso per gli adulti analfabeti che successivamente verrà imitata in ben 72 Paesi, è solo la più nota di una lunga serie, tra il 1951 e il ‘96, di trasmissioni e collaborazioni con la televisione e la radio.

Nel 1981 viene sospeso dall'insegnamento per essersi rifiutato di compilare le schede di valutazione degli alunni richieste dal Ministero. La sua posizione è chiara: non vuole compiere un'azione che ritiene avversa agli interessi del fanciullo non posso bollare un ragazzo con un giudizio, perché il ragazzo cambia, è in movimento; se il prossimo anno uno legge il giudizio che ho dato quest'anno, l'abbiamo bollato per i prossimi anni»). La "disobbedienza" gli costa la sospensione dall'insegnamento e dalla retribuzione. L'anno dopo il Ministero della Pubblica Istruzione preme per convincerlo a scrivere le attese valutazioni e Manzi fa intendere di non aver cambiato opinione, ma si mostra disponibile a redigere una valutazione riepilogativa uguale per tutti tramite un timbro. Il giudizio è: "fa quel che può, quel che non può non fa". Il Ministero si dichiara contrario

alla valutazione timbrata, al che Manzi ribatte: «Non c'è problema, posso scriverlo anche a penna». Secondo il maestro Manzi, il ragionamento, le parole, i colori, la musica, il gioco stesso possono diventare strumenti di cambiamento rivoluzionario, a scuola come nei libri e nella realtà, quando favoriscano la conoscenza di un sé che arriva a coincidere con l'altro: «Ogni altro sono io, capite? Ogni Altro sono io.» Sapere inteso come educare al pensare, libertà e liberazione per sé e gli altri, insegnamento comportamentale, tensione cognitiva e rivolta contro le abitudini che generano passività, stupidità ed egoismo sono solo alcune delle parole d'ordine che riassumono le sue strategie di insegnamento.

Nel 1993 ha fatto parte della Commissione per la legge quadro in difesa dei minori. Nel 1994 è stato eletto sindaco di Pitigliano (Grosseto), dove risiedeva. Qui si è spento il 4 dicembre 1997.

(notizie estrapolate da https://www.centroalbertomanzi.it )

 

 

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Il basket come laboratorio sociale

"Sul sociale possiamo rivendicare una iniziativa unica a livello europeo, siamo la sola associazione ad aver realizzato un sussidio di disoccupazione a sostegno degli atleti infortunati o che non hanno più una squadra e sono in condizioni di indigenza. Un sussidio che è un aiuto a superare i momenti difficili, sosteniamo le loro famiglie e siamo presi come esempio, da tutte le associazioni europee". Alessandro Marzoli, avvocato, 33 anni, Teatino, presidente nazionale della Associazione italiana giocatori di basket che raccoglie oltre 100 mila praticanti e seicento professionisti, si mostra soddisfatto del ruolo sociale della sua associazione.

Come Associazione cosa fate a sostegno del sociale?

"Come dicevo abbiamo messo in campo il sostegno economico per chi ha necessità, ma siamo molto attivi nelle politiche adolescenziali e giovanili, abbiamo molti iscritti in questa fascia di età, ed è una soddisfazione perché riusciamo a sottrarre i ragazzi dalla overdose di Internet e dei video games, un giovane che fa sport deve relazionarsi con altri, deve fare pratica e sacrifici, deve mantenere una disciplina, deve avere fantasia".

Ai genitori cosa raccomanda?

"Non tutti i figli diventeranno campioni e quindi è eccessivo coltivare grandi aspettative, l'importante è fare sport in età adolescenziale, lo è dal punto di vista della crescita e della socializzazione, inoltre alla attività sportiva incentiviamo, uno stile di vita sano ad iniziare dalla alimentazione".

Veniamo allo sport, come sta il basket?

"Direi bene, i tesserati alla federazione pallacanestro che rappresentiamo sono circa 600 tra atleti e atlete, ma a noi si rivolge tutto il mondo della pallacanestro che conta oltre 100 mila tra praticanti e utenti. Come associazione nazionale, ci battiamo a livello legislativo per una legge che riconosca lo stato di atleta professionista; oggi abbiamo una stortura, ossia solo quelli iscritti alla seria A1, sono considerati professionisti, quindi solo gli altleti, mentre la A1 femminile e a scendere, sono tutti considerati dilettanti anche se sono in realtà professionisti. Questo comporta che una atleta se incinta le viene subito rescisso il contratto, la maternità non ha tutele, stiamo insistendo con i parlamentari affinché venga fatta una legge per la tutela della maternità per tutto lo sport femminile".

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