L’Osservatorio

Crolla il consumo di pane e pasta

Pane e pasta non fanno piu' la parte del leone sulla tavola degli italiani, mentre a 'volare' e' a sorpresa il riso. Se l'acquisto di riso nel 2016 e' infatti aumentato del 3%, crollano invece quelli di pasta dell'1,3% e di pane del 3%, raggiungendo il minimo storico dall'Unita' d'Italia. A scattare la fotografia delle nuove abitudini alimentari e' la Coldiretti, con un'analisi sulla base dei dati Ismea/Nielsen relativi al 2016, in occasione della campagna 'Abbiamo riso per una cosa seria' con FOCSIV, che in 1000 piazze e mercati vede 4000 volontari offrire pacchi di riso 100% italiano per una donazione con l'obiettivo di difendere chi lavora la terra. I consumi di pane degli italiani, sottolinea Coldiretti, si sono praticamente dimezzati negli ultimi 10 anni ed hanno raggiunto il minimo storico con appena 85 grammi a testa al giorno per persona rispetto a 1,1 chili che ogni cittadino portava quotidianamente in tavola ai tempi dell'Unita' d'Italia nel 1861. Con il taglio dei consumi, si e' verificata una svolta anche nelle abitudini a tavola e sale l'interesse per il pane biologico e quello a chilometri zero, ma sono nati anche nuovi prodotti senza glutine o a base di cereali alternati. Una tendenza che riguarda anche la pasta secca dove in controtendenza al calo generale del 2016 si registra un incremento per quella garantita al 100% con grano italiano e per quella integrale, con un vero e proprio boom per il senza glutine. A pesare nell'andamento di mercato, sottolineaColdiretti, "sono anche le percezioni errate degli effetti sulla bilancia. Pane e pasta sono ricchi di carboidrati complessi, dovrebbero costituire circa il 60% delle calorie quotidiane e non fanno ingrassare se ovviamente si evitano gli eccessi. La ricerca di prodotti senza glutine, invece, e' spesso il risultato della convinzioni sbagliate che aiutino a mantenere la linea". L'Italia si conferma tuttavia leader nel consumo di pasta con 24 chili a testa davanti a Tunisia (16 kg), Venezuela (12 kg), Grecia (11,2 kg), Svizzera (9,2), Usa e Argentina (8,8 kg). Un primato detenuto anche nella produzione, con 3,2 milioni di tonnellate all'anno davanti a Usa, Turchia, Brasile e Russia e che consente di realizzare un fiorente flusso di esportazioni che nel 2016 hanno superato i 2,013 miliardi di chili, in aumento del 3%. Nuovo protagonista e' invece il riso: l'Italia e' il primo produttore europeo di riso per una produzione di 1,58 miliardi di chili, che "sarebbe piu' che sufficiente per coprire i consumi interni", rileva Coldiretti. 

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Istat, segnali ancora positivi sul Pil

L'indicatore anticipatore sull'andamento dell'economia italiana messo a punto dall'Istat nel mese di aprile "rimane positivo ma evidenzia una decelerazione". Secondo quanto si legge nella nota mensile dell'Istituto di statistica, "i segnali di dinamicita' provenienti dal lato dell'offerta e dal commercio estero stentano a rafforzarsi. L'occupazione e' in una fase di stabilizzazione mentre i prezzi registrano un nuovo aumento"

A febbraio, ricorda l'Istat, il settore manifatturiero ha registrato variazioni positive dell'indice di produzione e di fatturato dopo la caduta segnata a gennaio. Nella media del trimestre dicembre-febbraio la produzione industriale e' aumentata dello 0,7% rispetto al trimestre precedente, trainata dall'andamento positivo dell'energia e dei beni intermedi (+2,7% e +1,3% rispettivamente). Il fatturato dell'industria, misurato a prezzi correnti, nel trimestre dicembre-febbraio e' aumentato (+2,6%) con una intensita' simile sui mercati nazionali ed esteri (+2,5% e +2,9%). Tutti i raggruppamenti hanno registrato variazioni positive ad eccezione dei beni di consumo (-0,2%). Nello stesso periodo si rileva una forte crescita per la componente estera degli ordinativi (+6,1%) e un aumento piu' contenuto di quella interna (+3,5%). Prosegue il miglioramento degli scambi con l'estero. Nel trimestre dicembre-febbraio sono aumentate sia le esportazioni (+3,7%) sia le importazioni (+5,6%) sostenute dalla vivacita' dell'interscambio con i paesi extra-Ue (+4,9% le esportazioni). Le esportazioni nel mese di febbraio sono diminuite dopo quattro mesi di continua espansione. A marzo e' proseguita la crescita dei flussi commerciali con i paesi extra Ue, con un incremento piu' marcato per le esportazioni (+6,5%) rispetto alle importazioni (+0,5%). I beni strumentali hanno mostrato un aumento significativo (+15,1%), caratterizzato dalla vendita di mezzi di navigazione marittima. Il settore delle costruzioni mostra ancora difficolta' nell'avvio della fase di ripresa. A febbraio la produzione nelle costruzioni ha segnato un aumento del 4,6% rispetto al mese precedente in recupero dopo la flessione di gennaio (-4,0%). Nella media del trimestre dicembre-febbraio la produzione e' migliorata rispetto ai tre mesi precedenti (+1,0%).

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Istat, in Italia le prime tre cause di morte legate al cuore

Per la prima volta viene presentata dall'Istat per gli anni 2003-2014 la serie storica completa dei dati di mortalita' per causa, che consente una lettura approfondita della dinamica del fenomeno nel lungo periodo. Nel 2014 , i decessi in Italia sono stati 598.670, con un tasso standardizzato di mortalita' di 85,3 individui per 10mila residenti. Dal 2003 al 2014 il tasso di mortalita' si e' ridotto del 23%, a fronte di un aumento del 1,7% dei decessi (+9.773) dovuto all'invecchiamento della popolazione . Sia nel 2003 che nel 2014 le prime tre cause di morte in Italia sono le malattie ischemiche del cuore, le malattie cerebrovascolari e le altre malattie del cuore (rappresentative del 29,5% di tutti i decessi), anche se i tassi di mortalita' per queste cause si sono ridotti in 11 anni di oltre il 35%. Nel 2014 al quarto posto nella graduatoria delle principali cause di morte figurano i tumori della trachea, dei bronchi e dei polmoni (33.386 decessi). Demenza e Alzheimer risultano in crescita; con i 26.600 decessi rappresentano la sesta causa di morte nel 2014.

Tra i tumori specifici di genere, quelli della prostata sono la decima causa di morte tra gli uomini (7.174 decessi), mentre quelli del seno sono la sesta causa tra le donne (12.201 decessi) e la piu' frequente di natura oncologica. Tra le cause di morte in aumento, la prima e' la setticemia (1,3% del totale dei decessi). Nel 2014 i decessi si sono triplicati rispetto al 2003 soprattutto per effetto della maggiore presenza nella popolazione di anziani multicronici. Per molte delle principali cause, i tassi di mortalita' diminuiscono in tutte le aree geografiche del Paese. Si riducono i differenziali territoriali della mortalita' per malattie cerebrovascolari, altre malattie del cuore, tumori maligni di trachea, bronchi e polmoni e per malattie croniche delle basse vie respiratorie. Permangono, invece, differenze nei livelli di mortalita' tra Nord e Sud per cardiopatie ischemiche, malattie ipertensive e diabete mellito; aumentano per i tumori della prostata. Nel primo anno di vita diminuisce la mortalita' per malformazioni congenite, sofferenza respiratoria del neonato, ipossia e asfissia intrauterina o della nascita; aumenta quella dovuta alle infezioni.

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Cgia, chiusa una impresa sui due entro 5 anni di vita

Piu' di una impresa su due (55,2%), per la Cgia, ha chiuso entro i primi 5 anni di vita. Un dato che mostra la grave difficolta' che stanno vivendo le imprese, specie quelle guidate da neoimprenditori. In caduta libera l'artigianato: -18.400 unita' nell'ultimo anno e -134.500 dall' inizio della crisi. Se nel 2004 il tasso generale di mortalita' era al 45,4% (la percentuale di imprese ancora in vita dopo 5 anni sul totale di quelle nate nell'anno di riferimento, il 1999), 10 anni dopo la soglia e' salita al 55,2%. A soffrire di piu': costruzioni (62,7%), commercio (54,7%) e servizi (52,9%). Piu' contenuta la crisi nell'industria (48,3%). A livello regionale la situazione piu' pesante e' nel Centro-Sud. La maglia nera spetta alla Calabria (58,5% di chiusure dopo 5 anni di vita), poi Lazio (58,1%), Liguria (57,7%) che e' l'unica regione del nord nelle prime posizioni, Sicilia (57,2%), Sardegna (56,4%) e Campania (56%). Le province autonome di Bolzano (45,8%) e di Trento (49,3%), Basilicata (50,1%) e Veneto (51,9%) sono le realta' meno interessate da questo fenomeno

"Troppe tasse, una burocrazia che non allenta la morsa e la cronica mancanza di liquidita' - dichiara il coordinatore dell'Ufficio studi della Cgia, Paolo Zabeo - sono i principali ostacoli che hanno costretto molti neoimprenditori a gettare la spugna anzitempo. E' vero che molte persone, specie giovani, tentano la via dell'autoimpresa senza avere alcuna esperienza e/o il know how necessario, tuttavia questa percentuale di chiusura cosi' elevata e' molto preoccupante, anche perche' continua ad aumentare di anno in anno". "La crisi economica abbattutasi nel nostro Paese - aggiunge Renato Mason, segretario Cgia - ha sicuramente accelerato questo trend cosi' negativo. Rispetto a qualche decennio fa, infatti, chi ha avviato un'attivita' economica in questi ultimi anni, spesso ha compiuto un salto nel buio. Con il passare del tempo, molti neoimprenditori hanno sperato di poter far breccia nel mercato e di superare lo scotto iniziale senza particolari problemi. Purtroppo, pero', molti non hanno retto l'urto e sono stati costretti ad abbassare definitivamente la saracinesca". Oltre al tasso di mortalita', per la Cgia sono preoccupanti anche i dati dell' Unioncamere riferiti al numero di imprese attive presenti in Italia. Rispetto al 2015, le imprese artigiane presenti nel 2016 nel nostro Paese sono scese di 18.401 unita', attestandosi a quota 1.331.396. Una "caduta" che ormai si verifica ininterrottamente dal 2009. In questi ultimi 7 anni, infatti, lo stock di imprese artigiane e' diminuito di ben 134.553 unita'. Per contro, le imprese non artigiane sono in aumento dal 2014 e l'anno scorso hanno raggiunto quota 3.814.599 (+ 20.013 rispetto al 2015), allineandosi, di fatto, con il dato che avevamo nel 2009 (3.817.582). 

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Istat, gli italiani saranno 53,7 milioni nel 2065

La popolazione in Italia nei prossimi anni, e' destinata a diminuire, soprattutto al sud, mentre continuera' crescere l'eta' media dei residenti. E' quanto certifica l'Istat nel report "Il futuro demografico del Paese". In particolare, la popolazione residente e' prevista in lieve decrescita nel prossimo decennio: da 60,7 milioni al primo gennaio 2016 a 60,4 milioni nel 2025. In una prospettiva di medio termine, invece, la diminuzione della popolazione risulterebbe gia' molto piu' accentuata: da 60,4 milioni a 58,6 milioni tra il 2025 e il 2045. E' nel lungo termine, tuttavia, che le conseguenze della dinamica demografica si fanno piu' importanti. Tra il 2045 e il 2065, infatti, la popolazione diminuirebbe di ulteriori 4,9 milioni, registrando una riduzione medio annua del 4,4 per mille. In questa ipotesi la popolazione totale ammonterebbe a 53,7 milioni nel 2065, con una perdita complessiva di 7 milioni di residenti rispetto a oggi. Lo studio evidenzia poi uno spostamento del peso della popolazione dal Mezzogiorno al Centro-nord del Paese: nel 2065 il Centro-nord accoglierebbe il 71% di residenti contro il 66% di oggi; il Mezzogiorno invece arriverebbe ad accoglierne il 29% contro il 34% attuale. La fecondita' e' prevista in rialzo ma la prospettiva di un pur parziale - da 1,34 figli per donna nel 2016 a 1,59 entro il 2065 - non bastera' a determinare un numero di nati che risulti, anno dopo anno, sufficiente a compensare l'aumentato numero di defunti. Nel breve termine le nascite dovrebbero diminuire fino a 458mila unita' annue entro il 2025 mentre parallelamente i decessi tendono a salire fino a 671mila. Nella parte centrale delle previsioni le nascite si stabilizzano intorno al valore medio annuo di 459mila, con un lieve picco di risalita nel 2035-2039 intorno alle 463mila unita', periodo dopo il quale ridiscenderebbero fino a 449mila entro il 2045. Nel medesimo periodo i decessi, sotto la spinta del progressivo invecchiamento della popolazione, continuerebbero a crescere da 671 nel 2025 a 768mila nel 2045. Nel lungo termine, infine, le nascite continuerebbero a scendere per poi assestarsi attorno a una media di 422mila annue nel 2055-2065. Per i decessi, invece, continuerebbe a registrarsi una costante crescita fino a un massimo di 852mila unita' nel 2058. Dopo questo anno, via via che andranno a estinguersi le generazioni del baby boom nazionale, il numero di decessi diminuirebbe fino a 821mila entro il 2065. Nella futura dinamica demografica del Paese un contributo determinante sara' quello esercitato dalle migrazioni con l'estero. La quota annua di immigrati dall'estero dovrebbe mantenersi a lungo poco sotto il livello delle 300mila unita', per poi gradualmente scendere fino al livello delle 270mila unita' annue entro il 2065. Secondo questa ipotesi - spiega Istat - si prevede che nell'intervallo temporale fino al 2065 immigrino complessivamente in Italia 14,4 milioni d'individui. In totale sarebbero invece 6,7 milioni gli emigrati dall'Italia nell'intero arco di proiezione. L'eta' media della popolazione passera' dagli attuali 44,7 a oltre50 anni del 2065. A subire maggiormente le conseguenze dell'invecchiamento della popolazione, dovrebbero essere soprattutto il Sud e le Isole, dove la popolazione passerebbe da un'eta' media iniziale compresa tra i 43 e i 44 anni, quindi piu' bassa di quella registrata nel Centro-nord, a una vicina ai 46 anni entro il 2025 e quindi a una superiore ai 50 entro il 2045 fino ad arrivare a 51,6 anni entro il 2065. Parte del processo di invecchiamento - spiega l'Istituto di statistica - e' spiegato dal transito delle coorti del baby boom (1961-75) tra la tarda eta' attiva (40-64 anni) e l'eta' senile (65 e piu'). Il picco di invecchiamento colpira' l'Italia nel 2045-50, quando si riscontrera' una quota di ultrasessantacinquenni vicina al 34%. La sopravvivenza e' prevista infine in aumento. Entro il 2065 la vita media crescerebbe fino a 86,1 anni e fino a 90,2 anni, rispettivamente per uomini e donne (80,1 e 84,6 anni nel 2015).

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Crisi, nei primi 3 mesi del 2017 calo del 16,8% annuale dei fallimenti

Fallimenti delle imprese italiane in continuo calo. Nei primi tre mesi del 2017 sono state infatti 2.998 le aziende italiane che hanno portato i libri in tribunale, il 16,8% in meno rispetto ad un anno fa, il 20,2% rispetto al 2015, il 20,3% rispetto al 2014. Un buon segnale dal mercato che dà continuità alle buone notizie emerse dall’anno appena concluso e che conferma il consolidamento dell’inversione di tendenza positiva dopo gli ultimi anni caratterizzati da un costante aumento dei fallimenti, che aveva toccato il suo picco nel 2014, con un totale di 15.336 casi, 3.760 solo nel primo trimestre dell’anno. E' quanto emerge dall’ultimo aggiornamento dell'Analisi dei fallimenti in Italiarealizzata da Cribis, la società del gruppo Crif specializzata nella business information. Complessivamente, nel primo trimestre dell’anno sono fallite in media 47 imprese al giorno, circa 2 ogni ora. Malgrado il progressivo ripiegamento del fenomeno va però sottolineato come il numero dei fallimenti registrati risulti ancora decisamente più elevato rispetto al 2009, quando i riflessi dell’incipiente Crisi non erano ancora così evidenti. Rispetto a otto anni fa, quando i fallimenti erano 2.200, i fallimenti registrano un + 36,3%.

“Nei primi mesi del 2017 il nostro studio ha evidenziato un forte e costante calo dei fallimenti delle imprese italiane - commenta Marco Preti, Amministratore Delegato di Cribis - dopo anni in cui si sono registrati continui aumenti di casi di fallimenti delle nostre imprese, questa prima parte del 2017 è stata caratterizzata da buone notizie derivanti da un ulteriore calo delle imprese che hanno portato i libri in tribunale. I dati emersi parlano chiaro. Se paragoniamo i dati di fine marzo 2017 con quelli del 2016 emerge infatti una diminuzione del 16,8% del numero dei fallimenti. Percentuale che sale al 20,3% se paragonata a fine 2014”. La distribuzione sul territorio nazionale dei fallimenti è correlata alla densità di imprese attive nelle diverse aree del Paese. La Lombardia, con 641 casi nel corso del 2017 e una incidenza sul totale Italia del 21,4%, si conferma la regione con il maggior numero di fallimenti. Dal 2009 ad oggi si contano 22.883 imprese lombarde fallite. La seconda regione più colpita è stata il Lazio, con 386casi e un’incidenza sul totale Italia del 12,9%,seguita dalla Campania, con 275 casi e relativa incidenza del 9,2%. Nelle prime dieci posizioni della graduatoria si trovano anche il Veneto(con 261 fallimenti), la Toscana (242), l’Emilia Romagna (205), il Piemonte (173), la Sicilia (164), la Puglia (148) e le Marche (84). Entrando maggiormente nel dettaglio, dall’analisi di Cribis emerge che il settore che nel corso del 2017 ha fatto registrare il maggior numero di casi è stato, ancora una volta, quello del commercio, con 1.020 fallimenti. Rispetto all’anno precedente però si registra un calo del 13,7% di imprese che hanno portato i libri in tribunale. Seguono il comparto dell’industria (con 759 casi complessivi), l’edilizia (611) e i servizi (210). Tutti i restanti settori hanno fatto complessivamente registrare 398 casi.

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Boom di incassi grazie alle multe pagate da automobilisti

Boom di incassi grazie alle multe pagate da automobilisti, motociclisti e tutti coloro che devono rispettare il codice della strada. Il gettito dei comuni, nel 2015, è arrivato a 1,7 miliardi di euro, con un incremento del 45,6% rispetto all'anno precedente. Un terzo delle sanzioni vanno ai comuni del Lazio, che da solo ha incassato 563 milioni (33,5%). Il secondo posto va alla Campania con 182 milioni (10,8% del totale) e il terzo al Piemonte con 179 milioni (10,7%). I dati sono contenuti nella relazione sulla gestione finanziaria degli enti locali della Corte dei conti, elaborati dall'Adnkronos. Nell'ultimo anno rilevato dalla magistratura contabile si registra un dato ''in controtendenza'' rispetto agli anni precedenti, quando era stato registra ''un trend in riduzione, con una variazione negativa tra gli anni 2014 e 2011 pari al 10%''.

Le tabelle contenute nel dossier mostrano che in alcune regioni gli incrementi in termini percentuali, rispetto agli incassi del 2014, sono arrivati anche al 75,4%. E' il caso delle Marche, dove le sanzioni riscosse sono passate da 18,6 milioni a 32,7 milioni. Anche il Lazio ha registrato un notevole incremento (+54,7%), partendo però da numeri molto più consistenti: 364 milioni di gettito nel 2014. Considerevole anche la crescita delle entrate da sanzioni per violazioni del codice della strada registrata in altre regioni come: in Lombardia, dove si passa da 122 milioni a 179 milioni (+53,1%); in Sicilia, che da 75,7 milioni si arriva 115 milioni (+51,3%); in Veneto dove da 67 milioni le entrate sono salite fino a 101 milioni. Non mancano delle eccezioni, dove si è registrato un calo anche considerevole delle multe incassate; nel Molise si è passati da 2 milioni di euro a 947.000 euro (-23,9%). Con incassi inferiori al milione di euro il Molise è anche la regione che si classifica all'ultimo posto per entrate da violazione del codice della strada. Penultima è la Basilicata, dove nel 2015 sono state riscosse multe per 2,4 milioni di euro, in aumento del 21% rispetto all'anno precedente.

Nella tabella che segue vengono riportate le entrate da violazione del codice della strada nel 2015, divise per regione, e la differenza percentuale rispetto all'anno precedente.

Regione...........................mln...................diff. annua %

Piemonte.......................179,4...................+46,6

Lombardia.....................156,1...................+53,1

Liguria............................21,9...................+35,6

Trentino A.A...................12,9...................+22,1

Veneto..........................101.....................+51

Friuli V.G........................13,8...................+28,8

Emilia R.........................78,7...................+36

Toscana.......................125,6..................+26,4

Umbria..........................11,1..................+35,3

Marche..........................32,7..................+75,4

Lazio............................563,2.................+54,6

Abruzzo...........................9,3.................+13,6

Molise.............................0,9...................-23,9

Campania.....................181,9.................+36,2

Puglia............................42....................+35

Basilicata........................2,4..................+21

Calabria........................14,3..................+31,2

Sicilia..........................114,6..................+51,3

Sardegna......................17,6..................+27

Italia........................1.679,9..................+45,6

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Studio Cgia, in 3 anni il cuneo fiscale è sceso di 13,3 miliardi

Negli ultimi 3 anni il cuneo fiscale è diminuito in misura strutturale di 13,3 miliardi di euro. Grazie all'introduzione del bonus di 80 euro, che grava sulle casse dello Stato per 8,9 miliardi l'anno, e all'eliminazione dell'Irap dal costo del lavoro dei dipendenti in forza all'azienda con un contratto a tempo indeterminato, che consente agli imprenditori di risparmiare 4,3 miliardi l'anno, il peso delle imposte e dei contributi previdenziali sul lavoro è iniziato a scendere. Lo dice l'ufficio studi della Cgia. Se teniamo conto anche degli sgravi contributivi introdotti per il 2015 e il 2016 dal Governo Renzi, misure comunque temporanee che si esauriranno entro dicembre 2018 e a beneficio delle imprese che hanno assunto dipendenti con un contratto a tempo indeterminato, la sforbiciata aumenta di altri 15 miliardi di euro. Questi dati, secondo la Cgia, consentono di chiarire meglio la discussione avvenuta in questi ultimi giorni sulla necessità, suggeritaci dalla commissione europea, di diminuire il cuneo fiscale in cambio di un ritocco all'insù delle aliquote Iva.

"Sebbene siano ancora troppo elevate e la riduzione sia insufficiente - spiega il coordinatore dell'ufficio studi dellaCgia, Paolo Zabeo - le tasse sul lavoro stanno diminuendo. Ricordo, tuttavia, che i dati Ocse relativi al cuneo fiscale in percentuale del costo del lavoro dei dipendenti senza familiari a carico in Belgio, Francia e Germania sono superiori al nostro. Tagliare le imposte è sempre auspicabile, ma farlo attraverso uno scambio con un corrispondente aumento dell'Iva sarebbe sbagliato. Per appesantire le buste paga dei lavoratori è necessario aumentare la produttività che da noi è molto bassa per il semplice motivo che, rispetto a 40 anni fa, non abbiamo più le grandi imprese che altrove, invece, continuano a garantire, grazie al ricorso su larga scala all'innovazione, alla ricerca e a processi produttivi più moderni, stipendi più elevati".

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Istat, 11,9% degli italiani vive in famiglie con disagi

"Nonostante il miglioramento delle condizioni economiche delle famiglie, nel 2016 non si e' osservata una riduzione dell'indicatore di grave deprivazione materiale, corrispondente alla quota di persone in famiglie che sperimentano sintomi di disagio. Secondo i dati provvisori del 2016, tale quota si attesta all'11,9%, sostanzialmente stabile rispetto al 2015". Cosi' il direttore del dipartimento per la produzione statistica dell'Istat, Roberto Monducci, in audizione sul Def davanti alle commissioni Bilancio del Parlamento.

"Tra il 2015 e il 2016 l'indice peggiora per le persone anziane (65 anni e piu') (da 8,4% a 11,1%), pur rimanendo al di sotto del dato riferito all'insieme della popolazione, e per chi vive in famiglie con persona di riferimento in cerca di occupazione (da 32,1% a 35,8%)", spiega Monducci. Si confermano poi "gli elevati valori di disagio economico per le famiglie residenti nel Mezzogiorno (la quota delle persone gravemente deprivate e' oltre tre volte quella del Nord), per le famiglie monogenitore con figli minori (17,5%) e tra i membri delle famiglie con a capo una persona in cerca di occupazione (35,8%), in altra condizione non professionale (a esclusione dei ritirati dal lavoro) o con occupazione part time (22,8% e 16,9% rispettivamente)". Nel 2016 resta sopra la media la quota di bambini e ragazzi in serio disagio ma si registra una "lieve diminuzione rispetto agli anni precedenti". Sono, specifica l'Istat, "in condizione di grave deprivazione 1 milione 250 mila minori, pari al 12,3% della popolazione con meno di 18 anni". Di certo, conclude Monducci, i dati confermano "l'urgenza

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Occupazione, in Italia è bassa tra gli under 35

''L'italia è tra i paesi europei con un tasso di occupazione tra gli under 35 tra i più bassi''. Nel 2016 era pari al 39,9%; ''siamo 14 punti sotto l'area dell'euro e quasi 17 rispetto alla media Ue''. ''E' un dato quasi impressionante''. Lo afferma il direttore del dipartimento per la produzione statistica dell'Istat, Roberto Monducci, nel corso dell'audizione nelle commissioni Bilancio di Camera e Senato. Nella fascia tra 25 e 34 anni il tasso di occupazione, che si ferma al 60,3%, ''costituisce una criticità non solo per le persone che sono in condizioni di non occupazione ma anche per l'impatto che c'è sulla crescita del paese'', osserva il direttore. ''E' un elemento di spreco su cui lavorare, perché è in quella zona che c'è il motore'' per la crescita dell'economia. Le differenze di genere pesano in modo rilevante sul tasso di occupazione per i giovani che hanno almeno 25 anni: sono il 51,5% delle donne contro il 68,9% degli uomini. Quando si passa a esaminare la situazione delle giovani donne in coppia con figli, rispetto ai coetanei maschi, il divario è di ben 40 punti percentuali rispetto ai coetanei: 42,8% contro 83,7%

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