L’Osservatorio

Mef, prosegue il calo del contenzioso tributario

Prosegue il calo del contenzioso tributario: diminuiscono dell'11% le nuove controversie e del 10% le pendenze. Lo comunica il Mef nel rapporto trimestrale sul contenzioso tributario ottobre-dicembre 2019 . Al 31 dicembre 2019 le controversie tributarie pendenti, pari a 335.262, sono diminuite del 10,5% rispetto al 31 dicembre 2018. Le controversie instaurate in entrambi i gradi di giudizio nel quarto trimestre 2019, pari a 44.877, hanno registrato una riduzione del 10,8% rispetto all'analogo periodo del 2018. Le controversie definite sono state 71.887, con un calo tendenziale del 3,1% rispetto al medesimo periodo del 2018. In particolare, le nuove controversie presentate in primo grado presso le Commissioni tributarie provinciali sono state pari a 32.580, in diminuzione dell'8,7%; i ricorsi definiti, pari a 55.094, hanno registrato un calo dell'1,3%. Nelle Commissioni tributarie regionali, gli appelli pervenuti nel medesimo periodo, pari a 12.297, sono risultate in calo del 16,0%. Le definizioni, pari a 16.793 provvedimenti, sono state inferiori dell'8,5%. Nelle Commissioni tributarie provinciali la quota di giudizi completamente favorevoli all'Ente impositore si e' attestata al 47%, per un valore complessivo di 2.026,84 milioni di euro, mentre quella dei giudizi completamente favorevoli al contribuente e' stata di circa il 27%, per un valore di 938,82 milioni di euro. La percentuale delle controversie concluse con giudizi intermedi e' stata di circa l'11%, per un valore complessivo di 776,60 milioni di euro. Nelle Commissione tributarie regionali la quota di giudizi completamente favorevoli all'Ente impositore e' stata del 46%, per un valore complessivo di 1.025,12 milioni di euro, quella dei giudizi completamente positivi nei confronti del contribuente e' stata di circa il 31%, per un valore complessivo di 823,06 milioni di euro. Le controversie concluse con giudizi intermedi rappresentano circa l'8%, per un valore complessivo di 396,87 milioni di euro. Nel quarto trimestre, il 95% degli atti processuali riferiti alle controversie pervenute nei due gradi di giudizio e' stato depositato utilizzando il canale telematico. In dettaglio, sono stati inviati telematicamente l'84% degli atti introduttivi, il 95% delle controdeduzioni e il 96% degli altri atti processuali. 

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Coronavirus, dalla Sanità privata 1.300 posti letto di terapia intensiva

Gli ospedali di diritto privato hanno messo a disposizione del Paese 1.300 posti letto di terapia intensiva, che corrispondono al 16% della rete complessiva di questo genere di cure del Sistema sanitario nazionale, e circa 40mila posti per acuti (il 22% del totale dei posti letto italiani) per "decongestionare l'afflusso e la gestione" dei pazienti "che non riescono a trovare assistenza nelle strutture di diritto pubblico". A dirlo e' Barbara Cittadini, presidente di Aiop, l'Associazione italiana ospedalita' privata. "E' con grande serieta' e senso di responsabilita', in quanto parte del Servizio sanitario nazionale - continua Cittadini - che tutte le nostre strutture sanitarie stanno fornendo un pieno e deciso contributo nell'ambito dei Piani di Emergenza predisposti dalle singole Regioni, a seconda dello stato emergenziale e delle specifiche esigenze territoriali, per la gestione dei pazienti Covid e per garantire la continuita' delle cure ed assistenza a tutti quei pazienti non-Covid". Per arrivare a cio', prosegue, "molte delle nostre strutture sanitarie hanno completamente stravolto la propria organizzazione per operare in sinergia con gli ospedali pubblici, accogliendo i pazienti contagiati o non contagiati". Secondo alcuni dati di Aiop, del totale dei posti letto di terapia intensiva, quelli degli ospedali di diritto privato sono il 36,3% nel Lazio, il 32,7% in Molise, il 28,6% in Puglia, il 28,5% in Lombardia, il 17,1% in Liguria, il 15% in Emilia-Romagna, il 14,9% in Campania, il 12,3% in Sicilia, il 91,% in Abruzzo, il 7,9% in Piemonte e Friuli Venezia Giulia, il 7,4% in Calabria, il 7,5% in Veneto, lo 0,7% in Toscana. Per quanto riguarda, invece, i posti letto per acuti, quelli dell'ospedalita' privata sono il 42,4% del totale dei posti letto per acuti nel Lazio, il 33,9% di quelli del Molise, il 32,4% della Campania, il 28% della Lombardia, il 26,8% della Sicilia, il 23,2% della Puglia, il 22,5% della Calabria, il 17,2% dell'Emilia-Romagna, il 15% del Veneto, il 14,9 della Sardegna e dell'Abruzzo, il 14,8 della Provincia autonoma di Trento, il 13,8% della Liguria, l'11,5% del Piemonte, il 10,6% della Toscana, il 9,9% delle Marche, il 9,3% del Friuli-Venezia Giulia, il 9,1% dell'Umbria, il 3% della Valle d'Aosta, l'1,3% della Provincia autonoma di Bolzano

 

immagine di repertorio

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Produzione nelle costruzioni a gennaio +7,9%, su base annua +4,8%

A gennaio l’indice destagionalizzato della produzione nelle costruzioni cresce in modo considerevole rispetto a dicembre 2019, registrando un aumento del 7,9%. E' quanto riferisce Istat in una nota, spiegando che la media del trimestre novembre-gennaio conferma un andamento positivo, seppure molto meno ampio, con un incremento dello 0,5% sul trimestre precedente. Su base annua l’indice grezzo aumenta del 4,8% rispetto a gennaio 2019, mentre l’indice corretto per gli effetti di calendario (i giorni lavorativi sono stati 21 contro i 22 di gennaio 2019) segna una crescita più marcata, pari all’8,4%

"La variazione congiunturale marcatamente positiva osservata a gennaio per l’indice destagionalizzato della produzione nelle costruzioni determina un debole recupero dell’indice su base trimestrale", rileva Istat. "L’ampio incremento congiunturale di gennaio è in parte da imputarsi anche alla particolare disposizione dei giorni lavorativi di calendario in questo mese. Lo stesso fenomeno si rileva, evidentemente, anche per l’indice corretto per gli effetti di calendario che mostra una crescita tendenziale ancora più marcata di quella, comunque significativa, stimata per l’indice grezzo", sottolinea l'istituto di statistica.

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Otto milioni di studenti studiano on line

 Sono 8 milioni gli studenti italiani che da settimane studiano da casa grazie alle classi virtuali attivate dalle scuole e all'interazione su registri elettronici, chat e mail con i professori. Studenti.it ha chiesto a 3.000 studenti attraverso un'indagine sul sito come si studia in questi giorni: il 18% di scuola media e l'82% di scuola superiore di secondo grado. Di questi, il 24,3% sono maturandi. L'indagine testimonia che la situazione non e' la stessa nei diversi gradi di istruzione superiore ne' lo e' in tutte le regioni d' Italia. Tuttavia, da Nord a Sud, ci si attiva per trovare nuovi modi di condivisione. C'e' voglia di fare, di stare insieme. Secondo i dati dell'indagine, la classe virtuale e' decollata nel 48,5% delle scuole medie e nel 70,4% delle scuole superiori. Si tratta tuttavia di una media nazionale dietro la quale si nascondono valori diversi da regione a regione: la piu' virtuosa e' l'Emilia Romagna con una media dell'83,9% di classi virtuali attivate (70% alle medie e 84% alle superiori) seguita, a poca distanza, dall'83% delle Marche (45% alle medie e 82% alle scuole superiori), l'82% del Friuli Venezia Giulia (40% alle medie e 81,5% alle scuole superiori), l'81% dell'Umbria (71% medie, 75% scuole superiori) ed il 77,8% della Lombardia (55% medie e 85% superiori). In coda troviamo il 51% della Calabria (50% medie e 53% scuole superiori), il 50% della Campania (38% medie e 49% superiori), il 46,6% dell'Abruzzo (36% alle medie e 53,5% alle scuole superiori) e, ultimo, il 46% della Sardegna (13% scuole medie e 53,5% superiori). Chi non ha accesso alle lezioni online si organizza diversamente: il 20,5% (media nazionale) trova compiti e materiale didattico nel registro elettronico, mentre l'11,5% li riceve dai professori via chat o via mail. Il 41,5% degli intervistati da Studenti.it si dichiara pienamente soddisfatto di come la sua scuola sta gestendo l'emergenza e organizzando la didattica. Il 46,1% e' mediamente soddisfatto e solo un 12,4% non e' affatto contento. La maggiore preoccupazione dei ragazzi in questo momento e' rappresentata dal rischio di rimanere indietro con il programma e di iniziare il prossimo anno con importanti lacune (30,5%). Il 28% dei rispondenti sono maturandi che temono di non arrivare preparati alla maturita', mentre il 23,9% dei ragazzi teme di ritrovarsi con voti peggiori rispetto a qualche settimana fa, per la mancanza di supporti adeguati. Il 9,4% si dichiara preoccupato di non poter verificare il livello di apprendimento con compiti in classe e verifiche.

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Le esportazioni a gennaio tornano positive con una crescita del 2,7 %

Le esportazioni a gennaio tornano positive, dopo due mesi in calo, segnando un rialzo su dicembre del 2,7%. Lo rileva l'Istat. In crescita anche il dato annuo (+2,3%). Le importazioni salgono dell'1,7% sia nel confronto mensile che annuo

La ripresa congiunturale, spiega l'Istat, e' "diffusa a tutti i raggruppamenti principali di industrie" ed "e' trainata" dai beni strumentali "che segnano un marcato incremento dovuto a movimentazioni occasionali di elevato impatto (cantieristica navale) verso i mercati extra Ue". Nel dettaglio, tra i settori che contribuiscono maggiormente alla crescita tendenziale dell'export nel mese di gennaio si segnalano prodotti alimentari, bevande e tabacco (+11,3%), altri mezzi di trasporto, autoveicoli esclusi (+12,3%), prodotti petroliferi raffinati (+24,2%), articoli di abbigliamento, anche in pelle e in pelliccia (+6,5%) e computer, apparecchi elettronici e ottici (+10,8%). In diminuzione, su base annua, le esportazioni di macchinari e apparecchi (-4,2%) e apparecchi elettrici (-8,3%). I paesi che influiscono in misura piu' ampia all'incremento sono Stati Uniti (+9,6%), Belgio (+16,8%), Turchia (+35,1%), Giappone (+33,0%) e paesi Opec (+16,0%). Si registra, invece, flessioni delle vendite verso Germania (-2,5%), Cina (-11,9%) e Spagna (-4,1%). A gennaio si stima che il saldo commerciale aumenti di 217 milioni di euro (da +325 milioni di gennaio 2019 a +542 milioni). Sempre a gennaio i prezzi all'importazione risultano in diminuzione dello 0,4% su dicembre 2019 e dello 0,3% su base annua

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Inflazione decelera a febbraio, -0,1%

Nel mese di febbraio, si stima che l'indice nazionale dei prezzi al consumo per l'intera collettivita' (Nic), al lordo dei tabacchi, registri una diminuzione dello 0,1% su base mensile e un aumento dello 0,3% su base annua (da +0,5% di gennaio); la stima preliminare era +0,4%. Lo rende noto l'Istat diffondendo i dati definitivi. "Sono le componenti piu' volatili (Beni energetici non regolamentati e Beni alimentari non lavorati cui si aggiungono i Servizi relativi ai trasporti) a spiegare la decelerazione registrata a febbraio dall'inflazione, che quindi si conferma debole. - commenta l'Istat - La crescita dei prezzi della componente di fondo e' infatti piu' che doppia di quella riferita all'intero paniere, mentre i Beni energetici regolamentati, che registrano per l'ottavo mese consecutivo una flessione tendenziale ampia, si confermano come la componente merceologica che contribuisce di piu' a frenare l'inflazione nel nostro paese".

L'inflazione acquisita per il 2020 e' pari a -0,1% per l'indice generale e per la componente di fondo. La decelerazione dell'inflazione, spiega l'Istat, e' imputabile prevalentemente alla dinamica dei prezzi dei Beni energetici non regolamentati (la cui crescita passa da +3,2% a +1,2%), dei Servizi relativi ai trasporti (da +2,6% a +1,5%) e, in misura minore, dei Tabacchi (da +2,9% a +1,5%) e dei Beni alimentari non lavorati (da +0,8% a +0,1%); tali andamenti sono stati solo in minima parte compensati dal ridursi dell'ampiezza della flessione dei prezzi dei Servizi relativi alle comunicazioni (da -5,2% a -2,8%) L'"inflazione di fondo", al netto degli energetici e degli alimentari freschi, e quella al netto dei soli beni energetici rallentano entrambe di un decimo di punto (da +0,8% del mese precedente a +0,7%). Il calo congiunturale dell'indice generale e' dovuto principalmente dalla diminuzione dei prezzi dei Beni energetici non regolamentati (-1,4%) e dei Servizi relativi ai trasporti (-0,8%), solo in parte bilanciata dall'aumento dei prezzi dei Beni alimentari non lavorati (+0,6%). L'inflazione rallenta per i beni (da +0,1% di gennaio a -0,3%), mentre e' stabile per i servizi (+1,0%); il differenziale inflazionistico, pertanto, rimane positivo e si amplia (+1,3 punti percentuali da +0,9 a gennaio). L'indice armonizzato dei prezzi al consumo (Ipca) diminuisce dello 0,5% su base mensile, a causa principalmente delle ulteriori riduzioni di prezzo registrate per i saldi invernali di abbigliamento e calzature, di cui l'indice Nic non tiene conto. L'Ipca aumenta dello 0,2% su base annua, da +0,4% del mese precedente. La stima preliminare era +0,3%. L'indice nazionale dei prezzi al consumo per le famiglie di operai e impiegati (Foi), al netto dei tabacchi, registra una diminuzione dello 0,2% su base mensile e un aumento dello 0,2% rispetto a febbraio 2019. 

A febbraio l'inflazione rallenta in tutte le ripartizioni geografiche: rimane al di sopra della media della penisola al Sud (dove passa da +0,7% di gennaio a +0,5%) e nelle Isole (da +0,6% a +0,4%), e' pari a quella nazionale nel Nord-Est (da +0,5% a +0,3%), mentre e' al di sotto nel Nord-Ovest (da +0,4% a +0,2%) e nel Centro (da +0,4% a +0,1%). Nei capoluoghi delle regioni e delle province autonome e nei comuni non capoluoghi di regione con piu' di 150mila abitanti l'inflazione piu' elevata si osserva a Bolzano (+1,4%), Napoli (+1,0%) e Bari (+0,9%), mentre Aosta registra la flessione piu' ampia (pari a -0,5%). 

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Studio Cgia, bisogna ridare liquidita’ alle pmi

Tra il 2018 e il 2019 gli impieghi vivi erogati dalle banche all'intero sistema imprenditoriale italiano sono diminuiti di 33,4 miliardi di euro (-4,9 per cento). Una caduta, osservano dalla Cgia, che ormai dura ininterrottamente dal 2011. "In un momento di emergenza nazionale non è il caso di fare polemiche. Tuttavia, è necessario consentire alle Pmi di accedere con più facilità al credito, mettendo le banche nelle condizioni di farlo. A parità di costi, o quasi, ma con fatturati in caduta libera, se nelle prossime settimane le aziende non avranno a disposizione la liquidità per far fronte alle esigenze di ogni giorno, nel giro di qualche mese molte di queste rischiano di chiudere definitivamente i battenti", afferma il coordinatore dell'Ufficio studi Paolo Zabeo. "Nel decreto anticrisi che dovrebbe essere approvato ci saranno delle novità. Purtroppo, dalle indiscrezioni uscite in questi giorni pare di capire che solo in parte il Governo riuscirà a dare una risposta esaustiva alla necessità delle Pmi di risolvere questo problema. Staremo a vedere, anche se va salutato positivamente l'accordo sottoscritto nei giorni scorsi tra le banche e il mondo delle imprese sulla moratoria sui debiti. Ma la situazione, secondo la Cgia, va affrontata anche su scala europea

 

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Coronavirus, il 58 per cento degli italiani preoccupato secondo un sondaggio

Un popolo preoccupato ma disposto a fare sacrifici e fiducioso di poter tornare alla normalità in tempi contenuti. E' il quadro che emerge dal sondaggio condotto da Nielsen Global Connect in Italia con l'obiettivo di verificare l'effettivo impatto del'emergenza Coronavirus sei cittadini del nostro Paese. La quasi totalità degli italiani (98%) si informa almeno una volta al giorno sulla situazione sanitaria, un dato in linea con quanto rilevato nelle ultime tre settimane. Cresce però chi si informa attivamente più di una volta al giorno: sono l'86% degli italiani, il 18% in più rispetto alla settimana scorsa. Al contempo, se appena due settimane fa solo il 17% si dichiarava preoccupato per l'emergenza e una settimana fa lo era il 25%, adesso è il 58% degli italiani a nutrire timori. Le apprensioni crescono soprattutto al Nord Ovest (57%, +37pp) che ora sono in linea con la media nazionale. Il Sud (64%) e in particolare la Campania (66%) si confermano le aree con maggior numero di italiani preoccupati Le misure restrittive del Dpcm dell'8 marzo sono condivise dagli italiani: ben il 58% della popolazione ritiene i provvedimenti governativi corretti e solo il 5% li giudica esagerati. Per il 73% giudica intrapresi dagli altri Paesi. Per quanto riguarda le fonti di informazione, i notiziari programmi TV sono il principale veicolo di notizie sul per l'80% degli italiani (il +6% in più della scorsa settimana) mentre i siti istituzionali risultano la fonte con la crescita maggiore (li consulta il 48%, con un incremento di 13punti percentuali nel giro di due settimane). Sul fronte delle aspettative per il futuro, nonostante il boom di contagi registrato nell'ultima settimana, resta stabile la percentuale degli ottimisti (il 37% della popolazione) che auspica un recupero entro le 4 settimane in linea con le manovre restrittive imposte dal governo. Ulteriore segnale positivo arriva dal ridimensionamento dei pessimisti (sono solo il 9%, in calo del 5%), ovvero di chi ritiene che serviranno più di 5 mesi. Cresce, invece, la percentuale di italiani che ipotizza tempi di recupero per il resto del mondo superiori ai 2 mesi: sono l'88%, il 6% di 7 giorni fa. Il sondaggio affronta anche il capitolo delle contromisure necessarie per evitare il contagio. L'88% degli italiani evita luoghi pubblici e affollati (con un boom di 32 punti percentuali rispetto alla scorsa settimana), il 72% evita di viaggiare (+37%) e il 69% evita l'uso di mezzi pubblici (+31%). Continua a crescere anche l'adozione di misure di "protezione" come l'utilizzo di disinfettanti (sono 65%, il 17% in più di settimana scorsa) mentre l'utilizzo di mascherine è ancora limitato a meno di 1 italiano su 4 (il 24% della popolazione, in crescita del 19%). Infine, sul fronte della spesa alimentare, sale la percentuale di coloro che dichiarano di aver ridotto la frequenza di visita nei supermercati (40%, +26pp), negozi di alimentari (38%, +25pp) e mercati rionali (63%, +36pp), ma allo stesso tempo aumenta la propensione a fare scorte di (28%, +12pp). 

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L’occupazione migliora nel 2019, ma è in arrivo la frenata

Cresce il numero degli occupati, scende al 19% il tasso di disoccupazione, ma cresce molto il part-time rispetto a chi ha un lavoro a tempo pieno. L'Istat disegna un quadro ottimista per l'occupazione in Italia nel 2019, ma mette subito in guardia rispetto al futuro: il quadro occupazionale ha mostrato un progressivo indebolimento nella seconda metà dell'anno che potrebbe trascinarsi pesantemente nell'anno in corso su cui pesa con forza lo spettro del coronavirus.Nel dettaglio l'Istat sottolinea che nel 2019 è proseguita la crescita del numero di occupati (+0,9%, +207 mila in un anno) per effetto dell'aumento dei lavoratori dipendenti, sia permanenti sia a termine, a fronte del calo degli indipendenti; al contempo l'incidenza dei dipendenti a termine sul totale dei dipendenti sale al 17,2% (+0,1 punti in un anno). In più dopo aver subito un rallentamento della crescita fino a registrare un calo nel terzo trimestre, gli occupati a tempo pieno aumentano lievemente, mentre gli occupati a tempo parziale continuano a crescere a ritmo sostenuto ma per il 63,9% di questi lavoratori si tratta di part time involontario. Inoltre, tra i giovani di 15-34 anni continua a crescere l'occupazione e il relativo tasso, sia in termini tendenziali sia congiunturali.Su base annua poi continua la riduzione del numero dei disoccupati (-174 mila, -6,3%), in misura più intensa rispetto al 2018. A ciò corrisponde un calo del tasso di disoccupazione che nel 2019 scende al 10,0% (-0,7 punti in un anno). La diminuzione dei disoccupati riguarda sia quelli di breve durata, sia, in misura maggiore, coloro che cercano lavoro da almeno 12 mesi (-155 mila, -9,7%) la cui incidenza sul totale dei disoccupati scende al 56,0% (-2,1 punti). Il 2020 si apre però con segnali di fragilità. Nel quarto trimestre 2019 il tasso di occupazione è pari al 59,2%, con una variazione nulla rispetto al terzo trimestre. Inoltre, nei dati mensili più recenti (gennaio 2020) e al netto della stagionalità, il tasso di occupazione e il numero di occupati mostrano un calo rispetto al mese precedente. Resta il fatto che nel complesso, il 2019 è stato caratterizzato da un nuovo aumento dell'occupazione e da un calo della disoccupazione che si associa alla diminuzione del numero di inattivi. 

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Industria, rimbalzo atteso della produzione

Il rimbalzo della produzione industriale in gennaio (+3,7%) era atteso, seppure non con questa ampiezza e non cambia la situazione di estrema fragilità congiunturale. Questo il commento del Centro studi di Confindustria al dato Istat. "Avevamo stimato un incremento dell'1,9% - scrive il Csc - mentre la previsione di consenso era per una crescita dell'1,6%". Nell'ultima Indagine rapida del Csc, l'incremento della produzione in gennaio era attribuita a due fattori principali: ricostituzione delle scorte di magazzino, un dato che è confermato anche dalle risposte degli imprenditori manifatturieri all'indagine Istat sulla fiducia nelle imprese; effetto base, ovvero i livelli di produzione in gennaio si confrontano con quelli molto bassi raggiunti a dicembre, quando l'attività era diminuita del 2,6% su novembre. "Il dato positivo di gennaio - prosegue il Csc - non cambia la sostanza dell'attuale fase congiunturale: siamo in una condizione di estrema fragilità, in particolare nell'industria, che negli ultimi mesi ha risentito di una dinamica molto debole di entrambe le componenti della domanda". "Se si osserva l'andamento della produzione industriale nella media del bimestre dicembre-gennaio, in modo da ridurre la distorsione delle forti oscillazioni nei due mesi, l'attività risulta in diminuzione dello 0,8% rispetto al bimestre ottobre-novembre - aggiunge il Centro studi degli industriali -. Dunque bisogna prendere con prudenza il dato di gennaio".

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