L’Osservatorio

Lavoro, nel periodo 2008-2018 l’occupazione indipendente si è ridotta del 9,5%

Nel 2018 in Italia i lavoratori indipendenti sono stati circa 5 milioni (il 21,7% degli occupati). Nel periodo 2008-2018 l'occupazione indipendente si è ridotta del 9,5% (558 mila unità in meno) a fronte di un aumento del 4,0% di quella dipendente (+682 mila persone). Malgrado ciò l'Italia si colloca al terzo posto in Europa per la quota di indipendenti, dopo Grecia e Romania, soprattutto per l'elevata presenza di quelli senza dipendenti; i datori di lavoro autonomi con dipendenti mostrano una distribuzione relativamente più equilibrata fra i paesi europei. Lo sottolinea il Rapporto "Il mercato del lavoro 2019", frutto della collaborazione sviluppata nell'ambito dell'Accordo quadro tra Ministero del lavoro e delle politiche sociali, Istat, Inps, Inail e Anpal.

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Agricoltura, il 35,3 per cento delle aziende è guidato da donne

In Abruzzo quasi quattro aziende agricole su dieci (35,3%) sono guidate da donne per un totale di quasi 10mila imprenditrici rosa nel 2019. E’ quanto emerge da un’elaborazione di Coldiretti Abruzzo su dati dell’osservatorio dell’imprenditoria femminile Unioncamere-Infocamere in occasione della Festa delle donne dell’8 marzo. Il protagonismo femminile – sottolinea la Coldiretti Abruzzo – ha rivoluzionato l’attività agricola come dimostra l’impulso dato dalla loro presenza nelle attività di educazione alimentare ed ambientale con le scuole, le agritate, gli agriasili, le fattorie didattiche, i percorsi rurali di pet-therapy, gli orti didattici, ma anche nell’agricoltura di precisione e a basso impatto ambientale, nel recupero delle piante e degli animali in estinzione fino nella presenza nei mercati di vendita diretta di Campagna Amica oltre che nell’agriturismo. Nell’attività imprenditoriale agricola le donne – evidenzia la Coldiretti – hanno dimostrato capacità di coniugare la sfida con il mercato e il rispetto dell’ambiente, la tutela della qualità della vita, l’attenzione al sociale, a contatto con la natura assieme alla valorizzazione dei prodotti tipici locali e della biodiversità. “E’ in crescita anche la “quota giovane” – di Antonella Di Tonno, responsabile regionale di Coldiretti Donne Impresa Abruzzo – sono sempre di più le aziende femminili guidate da ragazze under 35 pronte a salire sul trattore che hanno puntato sull’uso quotidiano della tecnologia per gestire sia il lavoro che lo studio, magari usando lo smartphone per controllare gli animali in stalla nelle pause di studio all’università oppure per gestire on line acquisti e prenotazioni in agriturismo.

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Istat, probabile un forte rallentamento dell’economia

Le prospettive economiche internazionali "rimangono caratterizzate da rischi al ribasso condizionati dall'evoluzione dell'emergenza sanitaria in corso che ha accresciuto le pro-babilita' di un forte rallentamento". Lo scrive l'Istat sulla Nota mensile sull'andamento dell'economia italiana riferita a febbraio spiegando che l'economia italiana "si affaccia a questa fase di forte instabilita' con livelli di attivita' che, nell'ultimo trimestre del 2019, hanno mostrato diffusi segni di flessione. Nel quarto trimestre, il prodotto interno lordo ha registrato una variazione congiunturale negativa pari allo 0,3%.

L'Istat ricorda che a gennaio c'e' stata una diminuzione degli occupati e un aumento dei disoccupati e degli inattivi rispetto a dicembre+. Nel quarto trimestre, le stime preliminari sui posti vacanti si mantengono sui livelli dei tre mesi precedenti. "A febbraio, l'inflazione complessiva ha manifestato un nuovo rallentamento, legato ai movimenti delle componenti volatili. La core inflation e' rimasta stabile e ha continuato a segnare ritmi di crescita dimezzati rispetto a quelli dell'area euro. Gli indici di fiducia di febbraio, che ancora non incorporano le reazioni alla piena manifestazione del contagio di Covid-19 in Italia, spiega l'Istat, hanno registrato per i consumatori un peggioramento diffuso a tutte le componenti con una flessione marcata del clima futuro. L'indice di fiducia delle imprese ha, invece, mostrato un lieve miglioramento dopo il forte calo del mese precedente". "L'indicatore anticipatore - conclude l'Istat - continua a registrare tassi di crescita negativi, evidenziando che lo scenario a breve termine della nostra economia rimane caratterizzato da prospettive di persistente debolezza dei livelli di attivita' economica. Anche questo indicatore non riesce ancora a stimare gli effetti legati all'emergenza sanitaria in corso"

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Cgia, per Reddito di cittadinanza e quota 100 si spendono 12,3 miliardi

Tra il reddito, la pensione di cittadinanza e "quota 100", nel 2020 e' prevista una spesa di 12,3 miliardi, il 64% in piu' della misura economica anticrisi annunciata nei giorni scorsi dal Governo che sara' pari a 7,5 miliardi. Dalla Cgia fanno sapere che l'annuncio dato l'altro ieri dal Governo di portare fino a 7,5 miliardi il decreto per contrastare gli effetti negativi del coronavirus va salutato positivamente, anche se gli interventi che verranno messi in campo sono rivolti solo a contenere la crisi, mentre nulla e' stato previsto per "aggredire" la recessione economica ormai alle porte. "Se da un lato il mondo produttivo chiede a gran voce una importante manovra espansiva - afferma il segretario della Cgia, Renato Mason - in grado di rilanciare i consumi e la domanda interna, dall'altro il Governo affronta la crisi solo con misure di contenimento che sono certamente importanti, anche se bisognerebbe integrarle con un importante piano di investimenti a medio-lungo termine. Per questo invitiamo l'esecutivo a sbloccare le grandi opere pubbliche gia' finanziate o fermate dall' eccessiva burocrazia, mutuando il successo che sta avendo il metodo Genova. Senza dimenticare che e' necessario che la nostra Pubblica Amministrazione torni a pagare i debiti commerciali maturati con i propri fornitori". Dalla Cgia, inoltre, segnalano che per l'anno in corso le politiche attive del mercato del lavoro costeranno 17 miliardi di euro. Risorse che in gran parte sono gestite dalle Regioni. Vista la situazione che si profila da qui a breve, gli artigiani mestrini ritengono che sarebbe forse opportuno dirottare una parte di queste risorse verso interventi che sono in grado di creare nuovi posti di lavoro - attraverso la cantierizzazione delle opere pubbliche - anziche' sostenere iniziative volte a trovare un'occupazione a chi non ce l'ha, che con la crisi in arrivo difficilmente riuscira' a trovare un lavoro. La necessita' di tornare ad investire massicciamente nelle infrastrutture e' una priorita' riconosciuta da tutti. Secondo i dati del Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti (MIT), ad esempio, il deficit di competitivita' del nostro sistema logistico-infrastrutturale ci costa 40 miliardi di euro all'anno. A detta della Sace (gruppo Cassa Depositi e Prestiti), questo gap con gli altri competitori europei ci fa perdere 70 miliardi di euro di export ogni anno. Importi, ovviamente, che non si possono sommare, ma che danno la dimensione dell'arretratezza delle grandi reti di trasporto e di logistica presenti nel nostro Paese. La Cgia tiene comunque a precisare che oltre alla realizzazione delle grandi infrastrutture materiali e immateriali abbiamo bisogno di eseguire anche moltissimi interventi "minori" che sono pero' indispensabili per la messa in sicurezza di tante aree del Paese. L'associazione ricorda, infatti, che: l'88% dei quasi 8.000 Comuni italiani ha almeno un'area classificata a elevato rischio idrogeologico; il 40% circa delle abitazioni di edilizia residenziale pubblica e' ubicato in zone ad elevato rischio sismico; su 6.000 opere monitorate dalle Province (gallerie, ponti, viadotti, etc.) quasi 2.000 necessitano di interventi urgenti; il 38% circa dell'acqua trasportata dal sistema idrico pubblico si perde per strada a causa dell'elevato livello di deterioramento della rete

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Indagine manageritalia, in aumento le donne dirigenti

La ripresa dei dirigenti privati è tutta guidata dalle donne, oggi il 17,6% del totale e cresciute del 38% dal 2008 al 2018, a fronte di un calo del 10,1% degli uomini. Tra i quadri le donne sono già al 29,9%, 36% degli under 35. La classifica delle regioni e province più rosa vede prevalere in percentuale Molise (26,9%), Sicilia (25,2%), Lazio (23,2%), Basilicata (21,4%) e Lombardia (19,6%), che è la prima a livello numerico (9.620). Questi i dati dell'ultimo Rapporto donne Manageritalia, atteso e puntuale ogni anno in occasione della festa della donna. La strada è ancora lunga, ma la rincorsa continua. Infatti, nel 2018, ultimo dato disponibile Inps, le donne sono il 17,6% dei dirigenti privati (erano il 17,1% l'anno precedente), ma ben il 31,5% tra gli under 35 e il 28,1% tra gli under 40. La crescita, in atto da anni, è continuata anche nell'ultimo periodo, che ha visto negli anni scorsi i dirigenti in calo per la forte crisi. Infatti, dal 2008 al 2018 i dirigenti privati sono diminuiti del 4,2%, -10,3% gli uomini e +32,7% le donne. Anche nell'ultimo anno, dove i dirigenti sono invece tornati a crescere in modo più sostenuto (+0,8%% 2018/2017) sono aumentate quasi solo le donne (+3,9%), a fronte del +0,2% degli uomini. La rincorsa delle manager rosa continua quindi con forza e il peso che hanno tra i dirigenti under35 (31,5%) e under 40 (28,1%) ben ci rappresenta il prossimo futuro.

 Tra le regioni più 'rosa' spiccano sul podio Molise (26,9%), Sicilia (25,2%) e Lazio (23,2%), seguono Basilicata (21,4%) e Lombardia (19,6%). A fondo classifica troviamo terzultima la Calabria (11,3%) e addirittura sotto il 10% di peso femminile Abruzzo (8,8%) e Trentino-Alto Adige. E, se nelle regioni e province più piccole spesso il limitatissimo numero di dirigenti e le imprese familiari possono incidere non poco, in Lombardia e nel Lazio e nelle province più economicamente avanzate il fenomeno è lampante e incessante. Naturalmente la Lombardia (9.620 donne dirigenti 47,9% del totale nazionale) è trascinata da Milano (7.760, 38,6% del totale nazionale) e insieme sono rispettivamente regione e provincia con la maggiore presenza numerica di donne dirigenti, seguono Lazio (4.095, 20,4%) e Roma (3.961, 19,7%). La crescita delle donne dirigenti è supportata e rafforzata anche dai numeri dei quadri privati, manager a tutti gli effetti e vero serbatoio per la futura dirigenza. Qui oggi le donne sono il 29,9% a livello generale, il 36% tra gli under 35 e il 34,4% tra gli under 40. Lazio (34,2%), Sardegna (33,5%) e Lombardia (31,6%) si confermano le regioni più rosa. In questo caso i quadri, cresciuti del 17% dal 2008 al 2018, vedono le donne al +40 e gli uomini al + 9,3%

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Nel 2018 208 delle 240 regioni dell’UE hanno visto crescere la propria occupazione

Nel 2018, 208 delle 240 regioni dell'UE (87%) hanno visto crescere la propria occupazione, mentre in 5 regioni il numero di persone occupate è rimasto stabile e in altre 27 regioni l'occupazione è diminuita. Lo comunica Eurostat che segnala come il più alto tasso di crescita dell'occupazione è stato registrato a Malta (+ 5,7%), davanti alla regione adriatica della Croazia (+ 4,9%), Irlanda del sud (+ 4,7%), e Marche. All'opposto la maggiore riduzione dell'occupazione è stata registrata nella regione francese di Mayotte (-2,9%), seguita da Centro-Nord (-2,1%) e Centro-Sud (-2,0%) della Bulgaria. L'Italia è l'unico paese a registrare una crescita superiore al 3% in almeno 3 regioni (Oltre a Marche, in Abruzzo e Sardegna) Nell'insieme dell'UE, l'occupazione è cresciuta dell'1,4% nel 2018. Se però si guarda ai dati su base decennale l'occupazione nell'Ue è cresciuta del 2,6% ma in questa classifica dal top della classifica scompaiono le regioni italiane. 

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Tra il 2012 e il 2018 i pensionati sono diminuiti del 3,6%

Tra il 2012 e il 2018 i pensionati sono diminuiti del 3,6% (a circa 16 milioni) mentre la spesa complessiva per le pensioni e' aumentata dell'8,5% e il reddito medio e' cresciuto del 12,5%. Lo si legge nel documento che l'Istat ha presentato oggi in una audizione sulla Commissione Welfare e previdenza del Cnel. Grazie agli interventi sulla previdenza che hanno portato molti lavoratori a posticipare il momento della quiescenza il numero dei percettori delle pensioni Ivs (invalidita', vecchiaia e superstiti) e' diminuito del 5,7% mentre il loro reddito e' aumentato del 15,2%. I pensionati con trattamenti esclusivamente assistenziali sono cresciuti del 15,1% mentre il loro reddito e' aumentato solo del 4,8%. Nel 2018 i pensionati erano 16 milioni con un trasferimento monetario di 293 miliardi e un reddito medio di 18.000 euro (21.450 gli uomini, 15.474 le donne).

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Lavoro, prosegue il calo degli occupati

Diminuiscono gli occupati, la disoccupazione resta stabile mentre aumenta lievemente l'inattività. Questa la sintesi a gennaio dell'ultima rilevazione Istat nella quale "si confermano gli andamenti negativi sull'occupazione gia' registrati a dicembre" su base congiunturale mentre rallenta l'avanzamento su base annua.

Si registrano 76.000 occupati in piu' a fronte dei 136.000 in piu' registrati su base tendenziale a dicembre e i 285.000 in piu' registrati a novembre rispetto a gennaio 2019. Gli occupati a gennaio sono 23.312.000. La disoccupazione resta stabile al 9,8% rispetto a dicembre e in calo di 0,6 punti rispetto a gennaio 2019 mentre l'inattivita' aumenta di 0,1 punti rispetto a dicembre e resta stabile rispetto a un anno prima.

I senza lavoro sono 2.528.000 in lieve avanzamento su dicembre (+5.000 unita') e in calo su gennaio 2019 (-166.000). Le difficolta' del mercato del lavoro hanno riguardato soprattutto le donne con 30.000 posti in meno a fronte della diminuzione di 10.000 occupati tra gli uomini. Su base annua le occupate donne sono cresciute di 17.000 unita' a fronte di una crescita di 59-000 unita' tra gli uomini. Il calo della disoccupazione ha riguardato soprattutto gli uomini (138.000 senza lavoro in meno con un -9,7%) mentre le donne hanno segnato solo 28.000 disoccupate in meno. Gennaio e' stato un mese negativo anche per la disoccupazione giovanile (tra i 15 e i 24 anni) con un tasso che risale al 29,3%). Si registra una crescita di 0,6 punti sul mese e una riduzione di 2,4 punti sull'anno. Il tasso di occupazione tra i 15 e i 64 anni complessivo e' al 59,1% in calo di 0,1 punti su dicembre e in aumento di 0,6 punti su gennaio 2019. Del calo dell'occupazione risentono soprattutto gli indipendenti (-25.000 unita' sul mese, -80.000 sull'anno) scendendo al minimo storico con 5.226.000 unita'. Il tasso di disoccupazione nell'area euro e' stabile al 7,4% restando al livello piu' basso da maggio 2008 mentre nell'Ue a 27 si fissa al 6,6% (stabile su dicembre). L'Italia ha il livello di disoccupazione piu' alto dopo la Grecia (al 16,5% con con la piu' alta riduzione annuale) e la Spagna. Sull'occupazione hanno espresso preoccupazione le associazioni di imprese del commercio Confcommercio e Confesercenti sottolineando che la situazione degli autonomi e' di grande difficolta' e che la situazione rischia di peggiorare a breve con la chiusura di migliaia di aziende a causa del calo dei consumi dovuti all'emergenza Coronavirus. Il Centro studi Confindustria nella sua indagine rapida sulla produzione industriale ha parlato di prospettive per la produzione "in netto peggioramento" nel secondo trimestre dell'anno a causa dell'emergenza Coronavirus. Se nel primo bimestre dell'anno l'effetto Covid-19 e' ancora modesto nel secondo trimestre "si faranno sentire sull'industria gli effetti della caduta della domanda nel terziario".

Il mercato del lavoro a gennaio "mostra ulteriori segni di sofferenza" dopo quelli registrati a dicembre e penalizza soprattutto le donne, afferma la segretaria confederale della Uil, Silvana Veronese, in una nota di commento dei dati Istat sul lavoro. A gennaio, sottolinea, si e' registrata una flessione di 40 mila occupati rispetto a dicembre 2019. La componente femminile e' quella maggiormente colpita poiche', oltre a una riduzione del numero delle donne occupate, assistiamo anche a un aumento di coloro che sono alla ricerca di un lavoro, con un tasso di disoccupazione che arriva a coinvolgere 11 donne su 100 (rispetto all'8,7% degli uomini). 

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Rapporto sull’economia del Mediterraneo con l’impatto dei cambiamenti climatici

L'ambiente e le sue interrelazioni con le dinamiche economiche e sociali nei paesi che si affacciano sul Mediterraneo, i cambiamenti climatici e il loro impatto sui territori, i costi in termini di mortalità, morbilità e qualità della vita dell'inquinamento ambientale sono i temi al centro del "Rapporto sulle economie del Mediterraneo 2019" (REM19) curato dall'Istituto di studi sul Mediterraneo del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr-Ismed), che viene presentato il oggi a Napoli, presso il Circolo Ufficiali della Marina Militare. All'evento, che si svolge nell'ambito della giornata di studi su "Clima, economia e ambiente", prenderanno parte diversi studiosim il ministro dell'Ambiente Sergio Costa ed il segretario generale dell'Assemblea parlamentare del Mediterraneo Sergio Piazzi. REM19 - edito da Il Mulino e giunto alla 15ma edizione - parte dai risultati del convegno "Mutamenti climatici, crisi socio-economiche e (in)sicurezza alimentare: un Mediterraneo in transizione", organizzato dall'Istituto di studi sul Mediterraneo (Cnr-Ismed) in memoria di Eugenia Ferragina, ricercatrice e curatrice del Rapporto per diversi anni. "I cambiamenti climatici sono un fatto eclatante il cui impatto sull'ambiente e sui territori si manifesta attraverso fenomeni estremi, che generano ingenti costi e difficoltà per la crescita sostenibile dell'ecosistema", "al crescere dello sviluppo, i paesi possono infatti permettersi tecniche di produzione più efficienti, virare la struttura economica verso settori meno inquinanti, cambiare attitudini culturali e aumentare il valore della qualità ambientale nel paniere dei consumatori. Anche le pressioni demografiche e il grado di urbanizzazione sfavoriscono le economie meno sviluppate della sponda sud" spiega Salvatore Capasso, curatore del volume e ricercatore associato Cnr-Ismed.

"Le anomalie climatiche hanno agito da acceleratore delle tensioni sfociate in conflitti e rivolte che a partire dal 2011 hanno infiammato il Nord Africa e la Siria", sottolinea Grammenos Mastrojeni, vicesegretario generale dell'Unione del Mediterraneo (UfM) incaricato per il settore clima ed energia. "Anche se non si possono etichettare le rivolte del Mediterraneo come conflitti ambientali, non vi è dubbio che il cambiamento climatico risulta spesso il fattore scatenante dei conflitti". "L'elevata sensibilità al degrado ambientale dell'area mediterranea impatta negativamente sulle condizioni ambientali e socio-economiche, e sul livello di sicurezza umana. Questi fattori, combinati con altri, sono spesso alla base di processi migratori molto complessi. A partire dal 2011, fattori quali le primavere arabe, le crisi alimentari e lo scoppio della guerra in Siria hanno contribuito a creare un'emergenza migratoria che pone sotto pressione la frontiera euro-mediterranea" sostiene Alfonso Giordano, docente di Geografia politica alla Luiss Guido Carli di Roma. "Chiaramente, il cambiamento climatico non porta automaticamente a situazioni di insicurezza o conflitti, ma esistono relazioni complesse tra climate change e fattori politici, sociali, economici, ambientali che possono minare la sicurezza o innescare/esacerbare i conflitti. La maggioranza degli studi scientifici indica, non a caso, che la vulnerabilità ai cambiamenti climatici nel Mediterraneo e nell'Africa sub-sahariana risulta tra le principali determinanti delle dinamiche migratorie". "Il bacino è particolarmente sensibile alle vicissitudini climatiche in quanto collocato in un'area di transizione tra i climi aridi e caldi del Nord Africa e quelli piovosi e temperati dell'Europa centrale. Il clima del Mediterraneo si distingue per la forte variabilità spaziale, con differenze marcate tra il Nord e l'area meridionale, nella stagione sia invernale che estiva", prosegue Giorgio Budillon, ordinario di Oceanografia e fisica dell'atmosfera alla Parthenope di Napoli. 

Rosaria Battarra, ricercatrice Cnr-Ismed, e Carmela Gargiulo, ordinario di Tecnica e pianificazione urbanistica dell'università di Napoli Federico II, si concentrano sugli effetti sulle aree costiere dovuti all'innalzamento del livello del mare, con l'obiettivo di fornire indicazioni di policy utili. "Circa 150 milioni di persone vivono sulle coste del Mediterraneo, 1/3 della popolazione totale degli Stati che vi si affacciano, quota che raddoppia al 65 per cento sulla riva Sud. Forte aumento demografico, progressivo inurbamento e crescita della pressione demografica nelle aree costiere caratterizzano quasi tutta la regione. In tale contesto, il principale rischio per le aree costiere è costituito dall'innalzamento del livello del mare e dall'erosione. Diversi organismi sovranazionali stanno mettendo in campo iniziative per supportare i paesi rivieraschi nella messa a punto di strategie comuni ma diversificate. Per esempio, l'Ue finanzia iniziative volte a migliorare l'efficienza energetica quale strategia di mitigazione e la politica europea sottolinea la necessità di implementare strategie di adattamento transfrontaliere utilizzando strumenti come l'Enpi (European Neighbourhood and Partnership Instrument). L'obiettivo è rendere l'Europa più resiliente". "Esplorando il nesso tra acqua, cibo ed energia", osserva Desireé Quagliarotti, ricercatrice Cnr-Ismed, "la tendenza verso un uso più intenso delle fonti rinnovabili nei paesi euro-mediterranei potrà favorire un duplice obiettivo: diminuire la dipendenza da paesi politicamente instabili e ridurre le emissioni di gas serra". Purtroppo, conclude Silvana Bartoletto, professore associato di Storia economica all'università Parthenope di Napoli, "sebbene l'area sia particolarmente esposta agli effetti del cambiamento climatico, la quota delle rinnovabili dal 1971 al 2016 è aumentata di soli due punti percentuali. Oltretutto, pur possedendo il Mediterraneo un notevole potenziale per la produzione di elettricità da energia solare, almeno la metà del consumo rinnovabile in quest'area è rappresentato da biocombustibili, legna in primis. È necessario uno sforzo maggiore in tal senso".

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Scendono del 7,3% i prezzi dei vegetali freschi

 Scendono del 7,3% i prezzi dei vegetali freschi rispetto allo scorso anno, in un febbraio segnato dal caldo anomalo fuori stagione che ha anticipato le primizie e provocato la maturazione contemporanea delle colture con un aumento dell’offerta. E’ quanto emerge da un'analisi della Coldiretti sui dati Istat relativi al mese di febbraio 2020, in un inverno caldo e senza precipitazioni con l’allarme siccità nelle campagne. Sui banchi - sottolinea la Coldiretti - sono arrivate con oltre un mese di anticipo le primizie per effetto di un inverno anomalo segnato da temperature bollenti che hanno mandato in tilt le colture lungo tutta la penisola, con la raccolta delle fave nel Lazio avviata molto prima del tradizionale appuntamento del primo maggio, l’arrivo delle fragole in Puglia e dei primi asparagi in Veneto.

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