Le Idee

Haim Burstin – Un’antropologia della Rivoluzione francese?

 

Haim Burstin – Un’antropologia della Rivoluzione francese?

 

 

(recensione di Daniele Di Bartolomeo - Facoltà di Scienze della Comunicazione - Università degli Studi di Teramo)

 

Haim Burstin, Rivoluzionari. Antropologia della Rivoluzione francese, Laterza, Roma-Bari 2016

pp. 334, 25 euro (ed. orig. Révolutionnaires. Pour une anthropologie politique de la Révolution française, Vendémiaire, Paris 2013)

Haim Burstin, professore di storia moderna all’Università di Milano-Bicocca, è uno studioso noto nel panorama della storiografia internazionale per le sue preziose e innovative ricerche sui luoghi (il faubourg Saint-Marcel) e sui protagonisti (i sanculotti) della Parigi rivoluzionaria. Ed è proprio sulle fondamenta di questi monumentali studi, iniziati negli anni Settanta sotto la guida dello storico marxista A. Soboul, che l’autore si appoggia (qualcuno potrebbe dire, si adagia) per proporre nel suo ultimo libro, Rivoluzionari. Antropologia della Rivoluzione francese (Laterza, 2016), una rilettura ambiziosa e suggestiva della Grande Rivoluzione.

È davvero curiosa la sorte toccata a questo volume, la cui prima edizione francese risale al 2013. È un libro importante, a tratti anche avvincente, concordano i suoi recensori, ma, aggiungono subito dopo all’unisono, non è affatto un’antropologia della Rivoluzione francese (J.P. Jessenne, “RHMC”, gennaio-marzo 2015, n. 62; G. Berta, “L’Espresso”, 25 febbraio 2016). Tutt’al più si tratterebbe di una «fenomenologia di tipi rivoluzionari» scritta alla maniera dei sociologi, hanno chiosato due esperti della Rivoluzione come Francesco Benigno (“Alias”, 7 febbraio 2016) e Sergio Luzzatto (“IlSole24Ore-Domenica”, 27 marzo 2016). Una manchevolezza costata all’autore il rimprovero dell’indomito storico marxista Claude Mazauric: un accigliato e severo decano degli studi rivoluzionari che, tra le altre cose, accusa apertamente Burstin di aver “tradito” la vecchia causa comune (“AHRF”, luglio-settembre 2014, n. 377). Tra una recensione e l’altra, poi, emergono seri dubbi sul fatto che l’autore, in fin dei conti, sia davvero riuscito a spiegare il fenomeno della radicalizzazione rivoluzionaria e, soprattutto, il lato oscuro della Rivoluzione, l’emblema del suo fallimento: il Terrore.

Eppure, nonostante la curiosa e a tratti imbarazzante controversia accademica sul sottotitolo e il rischio di restare insoddisfatti dalle nuove risposte fornite dall’autore all’enigma della violenza e dell’inarrestabilità della Rivoluzione, quello di Burstin è un libro intelligente che merita di essere letto fino in fondo.

Il ragionamento dell’autore parte dalla constatazione che gli eventi più importanti della Rivoluzione hanno avuto come protagonisti personaggi minori, la cui esperienza e il cui contributo sono stati incredibilmente sottovaluti dalla storiografia. A Burstin non interessano le grandi figure di rivoluzionari o contro-rivoluzionari che già conosciamo e neppure coloro che incrociata la Rivoluzione se ne sono presto allontanati o l’hanno vissuta con cinico distacco, magari approfittandone. Lo storico della Bicocca è appassionato alla gente comune, a coloro che inaspettatamente diventano rivoluzionari subendo una vera e propria mutazione antropologica. È il momento magico in cui personaggi minori vivono l’ebrezza ed il tormento di essere rivoluzionari, insieme l’illusione e la possibilità concreta di cambiare sé stessi ed il mondo. È l’attimo in cui «gli individui rimangono impigliati, materialmente o ideologicamente, nell’evento, spesso portati da una sorta di corrente collettiva, senza la capacità, la previdenza o anche solo la forza di disincagliarsi e farsi da parte». La grandezza del libro di Burstin sta proprio qui, nell’essere riuscito a raccontare questa straordinaria esperienza fatta di illusioni e amarezze, atti eroici e meschinità, generosità e sopraffazione, dedizione alla causa comune ed egoismo, e non ultimo di intrighi e violenze.

 

Ma c’è anche un’altra ragione, se si può ancora più suggestiva, per appassionarsi a Rivoluzionari. Ogni pagina del libro, infatti, rinvia a qualcosa di intimo, tale da farlo apparire il frutto di una sorta di esame di coscienza che l’autore ha condotto aprendo la «scatola nera» della sua vita professionale e privata. L’impressione è che quando racconta l’esperienza sconvolgente della rivoluzione, Burstin si riferisca a qualcosa che conosce personalmente, che gli appartiene come uomo che ha vissuto intensamente il secolo scorso. Nel testo c’è, in altre parole, un’analogia con l’esperienza elettrizzante e tragica della rivoluzione nel Novecento: il più delle volte implicita, ma altre volte scoperta come quando l’autore definisce la Rivoluzione francese un «assalto al cielo» e il suo tempo come quello in cui «l’immaginazione era al potere». Ne è uscito fuori un racconto certo appassionante, ma a tratti introspettivo e verboso: una sorta di autobiografia intellettuale e personale dal sapore autoreferenziale (tanto che l’autore non sente neppure l’esigenza di aggiornare l’apparato bibliografico, fermo sostanzialmente agli anni Ottanta).

Morta la rivoluzione come evento necessario del divenire storico, restano i rivoluzionari, i suoi reduci, che ne portano addosso i segni indelebili. Tra cui, forse, si annovera anche Burstin. La rivoluzione appare così, ieri come oggi, una nave che salpa per una destinazione sconosciuta ma favolosa e naufraga altrove: un’esperienza amara di cui resta non già la soddisfazione dell’approdo ma il ricordo insieme entusiasmante e malinconico del viaggio. E forse anche la speranza che, con tutti i suoi difetti, alcuni terribili, un giorno questo viaggio possa ricominciare, che la rivoluzione possa tornare.
( da https://www.lindiceonline.com/l-indice/sommario/luglio-agosto-2016/)

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Dalle budella alle corde armoniche, gli ultimi artigiani di un mestiere celestiale

Un mestiere antichissimo, fatto di dettagli, che parte dalla materia più arcaica: le budella di agnello per poi diventare suono e musica celestiale. Che le questioni umane siano complesse, lo rivela in modo chiaro il mestiere di cordaio di corde armoniche. Una tradizione che resiste a Salle, 300 abitanti, piccolo paese alle pendici del Morrone in provincia di Pescara, dove oltre alla piccola fabbrica esiste il "Museo cella corde armoniche", unico al Mondo. Gli ultimi cordai sono loro Pietro e Beniamino Toro.

Quando inizia questa tradizione in paese?

"I documenti parlano del 1600, certo la materia prima, le budella di pecora erano ovunque, ma a Salle si stabilì la loro lavorazione per tutti gli strumenti a corda dell'epoca Barocca: liuto, viola da gamba e violino barocco, violoncello, contrabbasso, chitarra barocca. Le corde venivano spedite in vari posti d'Europa, naturalmente non si realizzavano solo a Salle ma anche a Roma, Firenze, Napoli. A Salle si sviluppò una grande professionalità".

Lei Beniamino, con suo fratello Pietro portate avanti l'ultima azienda di Salle?

"Siamo figli di cordai, a Salle per fare un paragone con il recente passato negli anni 60-70 erano più di cento i cordai in attività, sei-sette fabbriche, mio padre aveva un laboratorio con 8 dipendenti. Poi alcuni si sono spostati altrove, in Abruzzo a Sulmona, ma anche Napoli, Roma, e molti ancora all'estero, tra i personaggi più famosi c'è la D'Addario string in America azienda conosciutissima con mille e 100 dipendenti".

A Salle c'è il museo. Cosa rappresenta per voi?

"È un motivo di grande orgoglio, perché è racchiuso l'universo di questa tradizione che nel mondo è unica. Le posso dire che molti musicisti vengono in paese per visitare il museo,  verificare come costruiamo le corde. Oggi c'è un ritorno alle sonorità originali, si suonano strumenti d'epoca o costruiti con le antiche specifiche e quindi le corde armoniche sono irrinunciabili. I mercati, i negozi e le istituzioni musicali sono ancora molto vive in particolare nel Nord Europa. C'è spazio e mercato, ma non ci facciamo illusioni perché il lavoro è davvero difficile, serve esperienza finissima, abbiamo l'aiuto di nuove macchine ma il lato artigianale è determinate"

Qualche aneddoto singolare da raccontarci?

"Me ne vengono in mente due. Il primo legato al lavoro, molti cordai di Salle andavano negli anni 30 del secolo scorso, a lavorare a Napoli e ci andavano con le biciclette. Un viaggio difficile, lungo salite infinite e discese ripide, su vie senza asfalto. Eppure partivano e arrivavano, compreso nostro padre. Altro aneddoto, è legato ai musicisti, ognuno ha una sua sensibilità, ma una volta una strumentista animalista mi disse: se dovete uccidere un agnellino per me, allora rinuncio alle corde. La rassicurammo, noi non uccidiamo gli animali, ma almeno quando acquistiamo le budella le lavoriamo con sacrificio e anche amore, e poi sugli strumenti questa nostra passione crea un suono e una magia".

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Generazione Millennials

 

Generazione Millennials

“La cosa più importante è lasciare un’impronta forte, dare un impatto deciso, essere appunto protagonisti dal primo momento, essere da subito sulla vetta senza preoccuparsi del percorso per raggiungerla”.

In questo modo, lo scrittore e motivatore americano, Simon Sinek, descrive i ragazzi nati sotto il segno del progresso, i quali si caratterizzano per la voglia di distinguersi e per un forte individualismo, manifestando la volontà di esprimersi e la necessità di essere accettati.

Nell’agosto 1993, la rivista pubblicitaria americana “Ad Age” descriveva la vita dei teenagers americani definendoli come la “Generazione Y” ovvero i nati tra gli anni ottanta e duemila opposti alla più conosciuta Generazione X, successiva alla Seconda Guerra Mondiale.

Questi due gruppi sono spesso identificati come target distinti, bersagliati dalla pubblicità e oggetto di studio di numerose agenzie di marketing; ciò che li distingue è il modo in crescono, si informano e comunicano.

Ci sono quattro elementi attraverso i quali i millennials vengono raccontati: il rapporto con i genitori, la tecnologia, l’impazienza e l’ambiente.

L'infanzia della “Generazione Y” è stata segnata da un approccio educativo tecnologico e neo-liberale, derivato dalle profonde trasformazioni degli anni sessanta e giudicato più volte fallimentare: i genitori hanno insegnato loro che si può avere tutto solo perché lo si desidera, hanno detto ai loro figli che sono speciali, hanno permesso loro di frequentare le scuole e le università migliori.

I millennials sono cresciuti convinti di avere una missione, di poter avere e poter fare di più.

Tuttavia, una volta entrati nella vita reale, questi non ricevono più gratifiche, iniziano a lavorare e si rendono conto che ciò che vogliono non è poi così facile da raggiungere: sembra che ogni azione non sia mai abbastanza, non si sentono pienamente soddisfatti.

In questo modo, la generazione che vuole di più cresce, inconsapevolmente, con un livello di autostima significativamente basso rispetto alla media e sensibile al mondo dei social networks: dimensioni virtuali fatte di filtri che possono modificare la realtà, dove la vita di qualcuno può sembrare sensazionale anche se in verità risulta essere l’esatto opposto.

Ciò che alcuni ragazzi di questa generazione manifestano sembra essere a tutti gli effetti una dipendenza, la quale porta i soggetti interessati a controllare i propri profili social più volte al giorno, a costruirsi un profilo virtuale, ad assegnarsi un valore in base ai “followers” ovvero coloro che seguono la vita del soggetto interessato online e che esercitano un forte peso su di esso, sgretolando il confine tra ciò che è reale e ciò che è virtuale.

La scienza dimostra che le persone che utilizzano i social network più volte al giorno sono più soggette alla depressione di persone che non fanno uso di portali web. Inoltre, molti non riescono a stringere relazioni profonde, ammettono di avere rapporti superficiali, utili solo al divertimento. Questo accade perché le abilità funzionali alla creazione di una relazione profonda vengono sostituite dai mezzi di comunicazione, dai “devices” che costruiscono un muro con la realtà.

Il risultato è una generazione con bassa autostima e incapace di affrontare le situazioni di difficoltà. È qui che entra in gioco l’impazienza in un mondo di gratificazioni istantanee: comprare qualcosa, ascoltare musica, guardare un film, conoscere qualcuno, sono azioni che posso essere svolte rapidamente online. Non occorre per forza uscire e relazionarsi: tutto è in rete, non c’è nessun meccanismo comunicativo da comprendere, nessun errore da fare e dal quale imparare.

Sembra che i millennials siano il frutto di una società che si nutre del progresso e che sembra non potersi fermare. Sembra che non abbiano mai conosciuto l’attesa e la pazienza, che non gli sia stato detto che le cose più importanti richiedono tempo.

Ma è davvero così? È reale l’immagine di una generazione che cresce senza lavoro, senza relazioni profonde, senza una società che li comprenda pienamente?

Il problema non sembra essere internet, la tecnologia o il progresso ma il mancato equilibrio: in alcuni di loro, questi elementi hanno portato alla distruzione di relazioni, allo spreco di tempo e di denaro, rendendo la vita peggiore; in altri gli stessi fattori hanno permesso di aumentare capacità e conoscenze. Ciò avviene poiché il progresso è in grado di livellare la società ma anche di generare diversità.

Di conseguenza, la creazione di un macro gruppo per poter descrivere una generazione sembra non essere sufficiente poiché rischia di sminuire e non comprendere a fondo ogni sua parte.

(di Giorgia Sulli)

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L’otto Marzo è ogni giorno

    L'otto Marzo è ogni giorno 

Ci siamo, è di nuovo l'otto marzo e come ogni anno siamo qui a ragionare di diritti negati alle donne.
Una data simbolo, un giorno universalmente riconosciuto quale momento di riflessione sul livello di civiltà raggiunto da società che ritengono, spesso, di autodefinirsi "evolute.
Discriminare persone in ragione del genere d'appartenenza non può certamente definirsi elemento di civiltà; nasce anche da questa considerazione la necessità forte di coinvolgere gli uomini in una battaglia di civiltà.
Fenomeni allarmanti e gravi quali le violenze di genere e il femminicidio non possono più essere considerate " questioni meramente femminili " ed è essenziale la presa di coscienza: siamo di fronte ad una deriva culturale che investe la società tutta.
Importanti segnali sono giunti da associazioni e cittadini: uomini che, quotidianamente, affiancano le donne per combattere la barbarie: un passo in avanti enorme, una consapevolezza che rappresenta però solo il primo passo di un percorso di civiltà da seguire insieme.

I dati, dal 2014 al 2016, resi pubblici dalla Polizia di Stato

I femminicidi in ambito familiare
sono stati 117 nel 2014, 111 nel 2015, 108 nel 2016.
Le violenze sessuali - oltre il 90% in danno delle donne - sono state 4.257 nel 2014, 4.000 nel 2015, 3.759 nel 2016.
Gli atti persecutori - circa il 76% in danno delle donne - sono stati 12.446 nel 2014, 11.758 nel 2015, 11.400 nel 2016.
I maltrattamenti in famiglia (circa l’81% in danno delle donne) sono stati 13.261 nel 2014, 12.890 nel 2015, 12.829 nel 2016.
Le percosse (circa il 46% in danno delle donne) 15.285 nel 2014, 15.249 nel 2015, 13.146 nel 2016.

Questo lo scenario in Italia, i dati fanno rabbrividire.

Nel mondo

Per quel che concerne una visione globale del fenomeno, impressionanti i dati dell’OMS:
nel mondo,
la prima causa di uccisione delle donne tra i 16 e i 44 anni è il femminicidio.

Problema culturale

Da questi elementi si comprende la vastità e la complessità di una condizione feroce che spesso identifica le donne quali vittime di società misogine ed è quindi ancor più importante l'impegno degli uomini nella lotta per la civiltà; una battaglia che deve vedere ogni cittadina/o e le Istituzioni uniti per sconfiggere, infine, l'orrore del femminicidio - estrema conseguenza di un problema culturale che si esprime attraversotutte le forme di discriminazione e violenza di genere hanno l'obiettivo di annullare la donna nella sua identità e libertà - .

L'importanza delle parole e la cultura del rispetto

Ancora oggi, alcuni titoli di stampa mostrano poca attenzione all'uso di parole adeguate: " dramma della gelosia ", " uomini che amano troppo ", " omicidio passionale " in luogo di " femminicidio ": parole espressione di una cultura maschilista che fatica ad accettare il principio elementare secondo il quale, la violenza, la morte, nulla hanno a che fare con l'amore.
Altri polemizzano sulla necessità d'utilizzo del termine " femminicidio ", ritenendo inutile sottolineare il genere d'appartenenza delle vittime; a coloro sfugge un punto essenziale: l'elemento essenziale della definizione è dettato dalle motivazioni - indissolubilmente correlate al genere d'appartenenza della vittima - che spingono al delitto; è qui la fondamentale differenza che intercorre tra omicidio e femminicidio.

Esaustiva la definizione di Marcela Lagarde, accademica, antropologa e politica messicana.

Femminicidio è " La forma estrema di violenza di genere contro le donne, prodotto della violazione dei diritti umani in ambito pubblico e privato, attraverso varie condotte misogine - maltrattamenti, violenza fisica, psicologica, sessuale, educativa, sul lavoro, economica, patrimoniale, familiare, comunitaria, istituzionale - che comportano l’impunità delle condotte poste in essere tanto a livello sociale quanto dallo Stato e che, ponendo la donna in una posizione indifesa e di rischio, possono culminare con l’uccisione o il tentativo di uccisione della donna stessa, o in altre forme di morte violenta di donne e bambine: suicidi, incidenti, morti o sofferenze fisiche e psichiche comunque evitabili, dovute all’insicurezza, al disinteresse delle Istituzioni e alla esclusione dallo sviluppo e dalla democrazia ".

(Di Gilda Panella)

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Art en plein air: il Campo dei Melograni

 

Art en plein air: il Campo dei Melograni

 

In una valle pianeggiante situata ai piedi del Morrone, con uno sguardo verso la Majella, nasce il Campo dei Melograni, una realtà che già al suo primo apparire sta affascinando il panorama dell’arte contemporanea italiano e internazionale. Arte e Natura sono un connubio indispensabile per “Edit”, acronimo e nome d’arte della poliedrica artista ed architetto pescarese Ergilia Di Teodoro. Ideatrice del progetto, che grazie alla preziosa collaborazione dello scultore toccolano Arcangelo Carbone sta concretizzando un percorso che potremmo chiamare di “Land Art” davvero suggestivo e unico nel suo genere.

Il Campo dei Melograni si estende per oltre 6000 mq con una texture regolare di alberi da frutto il cui cuore ha come protagonista il melograno.

"Come guscio antico,

superbo frutto

in Te racchiudi

gocce di sangue

che profumano di vita”

Questi i versi con i quali l’illustre poeta torinese Innocente Foglio ha voluto celebrare tale progetto, versi incisi da Arcangelo Carbone su di una scultura in radice di ulivo e pietra della Majella eretta l’8 gennaio 2017 giorno della solenne cerimonia inaugurale svoltasi alla presenza delle competenti autorità locali all’ingresso del campo.

Questa realtà museale a cielo aperto, work in progress permanente, art en plein air, futuri Land scape, performance art dove gli stessi artisti ideatori pongono in essere la loro straordinaria creatività, costituisce un’interazione arte-natura esaltando quel concetto di Madre natura su cui recentemente Papa Francesco è intervenuto con la mirabile Enciclica “Laudato si’”. Potremmo definire questa iniziativa la realizzazione della filosofia del Poverello d’Assisi espressa mirabilmente nel “Cantico delle creature” che sappiamo essere stato il manifesto ante litteram dell’Umanesimo. Ed allora qui è possibile godere del concerto che la natura sa offrire ai suoi figli attraverso il fruscio delle foglie, il cinguettio di uccelli, il canto delle cicale e così via.

In Contrada Ceppete si snoda una stradina rurale che funge da raccordo tra la Tiburtina e i paesi dell’entroterra pescarese quali Tocco da Casauria, Musellaro, Salle; un tempo questa piccola arteria era scarsamente frequentata se non dagli agricoltori dei terreni circostanti o da qualche innamorato della natura amante di passeggiate all’aria aperta.

Al contrario oggi grazie proprio all’interesse che si è creato intorno al Campo dei Melograni ricco di sorprendenti colori, la strada del Ceppete è diventata molto più frequentata con visitatori provenienti da ogni dove grandemente entusiasti di questa iniziativa. Nell’intenzione di Edit e del suo collaboratore Arcangelo Carbone quest’oasi naturalistica ove l’arte esalta la natura e viceversa la natura funge da palcoscenico alle opere che negli anni andranno ad arricchire il perimetro, dovrà costituire un richiamo turistico straordinario per la terra d’Abruzzo recentemente martoriata da eventi catastrofici che hanno commosso l’opinione pubblica internazionale.

 

Ci piace immaginare che in tal modo Edit abbia idealmente inteso rendere omaggio alle vittime di quella tragedia, offrendo ai sempre più numerosi visitatori previsti, soprattutto scolaresche, anche ulteriori iniziative di godimento spirituale e culturale come incontri, tavole rotonde, conferenze, presentazioni di libri, mostre di pittura, declamazioni poetiche. Tocco da Casauria da oggi sarà nota al mondo non solo per aver dato i natali al grande pittore Michetti, ma anche perché sul suo territorio, in contrada Ceppete, sorge il Campo dei melograni, il frutto che “dà bei vermigli fior”.

(Di Edit, con la collaborazione di Leo Strozzieri)

 

 

 

 

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Bande musicali: basta declino, pensiamo al futuro

 Bande musicali: basta declino, pensiamo al futuro

Le bande musicali sono una parte importante della storia culturale della regione Abruzzo, basti pensare che su 305 comuni abruzzesi, ben 103 fra comuni e frazioni hanno avuto una o più bande musicali. Il primo documento che ci parla di banda, risalente alla fine del XVIII secolo, è stato ritrovato presso il comune di Introdacqua (AQ), ed è un atto di matrimonio in cui si attesta che il lavoro dello sposo era quello del bandista. Probabilmente però questo giovane sposo doveva essere un musicista delle così dette “paranzelle”. Queste non erano delle vere e proprie bande musicali ma più che altro dei gruppi dall'organico variegato di cui facevano parte: strumenti a pizzico, percussioni, flauti di canne e chi più ne ha più ne metta.

Le prime bande vere e proprie di cui si ha notizia sulla data della formazione sono quelle di Pescina (che continua a svolgere ancora oggi le proprie attività bandistiche) e Città Sant'Angelo (che invece non esiste più). Negli anni a seguire sono nate molte altre bande: Spoltore (1808, non più in attività), Alanno(1809, non più in attività) e tante altre ancora. Le bande abruzzesi in quel tempo erano annoverate fra le migliori del mondo.
Le prime a portare lustro all'Abruzzo furono quella di Lanciano diretta dal M°Augusto Centofanti (capostipite di una famiglia importantissima per la storia della banda abruzzese e italiana) e quella dei “Diavoli Rossi” di Pianella, seguite poi da quelle di Chieti, Teramo, Introdacqua, Pescara e Pescina.Con il fascismo la qualità delle bande dei centri più importanti aumentò e con essa anche il numero degli elementi arrivando addirittura ad 80/90 musicanti. Le migliori bande di quel periodo furono indubbiamente quella di Pescara diretta dal Maestro Giustino Scassa, ma sopratutto quella di Chieti diretta dal Maestro Domenico Valenti che conquistò la fama di “più grande banda del mondo” in Italia e ancor di più all'estero, ma questo che fu l'apice del fenomeno banda in Abruzzo, divenne anche l'inizio del declino.

I grandi personaggi delle bande abruzzesi.

Premettendo che sicuramente mi scorderò di qualcuno assolutamente quando si parla di banda e di Abruzzo, non si può non parlare della grande famiglia lancianese dei Centofanti. L'ultimo grande personaggio di questa famiglia che ha fatto la storia della banda in Abruzzo è in Italia, fu il M° Nicola Centofanti. Un altro lancianese che scrisse importanti composizioni per banda fu Pietro Marincola.
Eccezionali artisti e compositori celebri non solo nell'ambito bandistico furono l'orsognese Camillo De Nardiis, le cui esebizioni per banda sono eseguite in tutto il mondo ancora oggi, e l'atessano Antonio Di Iorio che fra tutti questi è l'unico ad essere ricordato ed onorato dalla propria città di origine con un concorso musicale per bande musicali. Oltre a grandi compositori, l'Abruzzo ha dato i natali anche a grandi direttori per banda come Paris Terra, Giustino Scassa ed ha accolto fra le sue braccia maestri come Michele Lufrano e Domenico Valenti e Giovanni Orsomando.

Tutti questi direttori fanno parte di un glorioso passato. Tutt'oggi però l'Abruzzo ha dato i natali o ospita grandi maestri banda come i maestri Fiorangelo Orsini (attualmente direttore della banda di Rutigliano), Michele Marvulli (attualmente senza banda, ultima banda diretta Pescara alcune stagioni fa), Donato Di Martile (direttore della banda musicale del corpo nazionale dei vigili del fuoco) e il maestro Danilo Di Silvestro (direttore della fanfara della legione allievi carabinieri di
Roma)

Le bande musicali in Abruzzo oggi

La banda in Abruzzo oggi è in crisi. Il numero di persone che decide di intraprendere lo studio di uno strumento a fiato è sempre in calo; inoltre non sempre chi suona uno strumento a fiato decide di suonare in banda a causa delle numerose difficoltà di questo lavoro. In questo momento si può asserire senza alcune possibilità di essere smentiti, che le bande abruzzesi vivono un forte periodo di transizione e sono schiacciate fra la riforma del repertorio e dell'organico
che è in corso in Europa e nel nord Italia già da molto tempo e la tradizione ancora viva nel sud Italia. Il problema maggiore non è nemmeno questa crisi di identità ma sopratutto una crisi economica e di professionalità che attanaglia il mondo bandistico. Al momento è difficile che le bande in Abruzzo ricevano fondi da enti o addirittura dai comuni che rappresentano, e gli unici introiti che le bande musicali hanno per continuare ad esistere sono quelli guadagnati con le prestazioni musicali. Ma se un tempo la banda era il fiore all'occhiello di chi organizzava la festa in onore del patrono del proprio paese, oggi, a causa della crisi economica e sopratutto culturale che ci attanaglia, si tende a risparmiare, perchè c'è chi pensa che la banda serva solo a fare rumore. Fortunatamente però non sono tutti così, ed esistono organizzatori di feste che amano l'incarico e che apprezzano la banda e la buona musica. “Dulcis in fundo”, all'ignoranza di chi organizza una festa spesso senza cognizione di causa, si aggiunge l'ignoranza di chi è il responsabile artistico della banda o di un'associazione culturale.
Come si può pretendere che la banda torni ad essere un prodotto artistico rispettato se spesso e
volentieri sassofonisti si improvvisano insegnanti di tromba e altri strumenti ad ottoni o viceversa trombettisti si improvvisano insegnati di clarinetto e sax?
Come si può pretendere di venire considerati artisticamente se molti “capobanda” o in genere organizzatori di banda non hanno neppure il diploma di conservatorio o almeno la licenza di solfeggio? La banda è sempre stata aperta ad artigiani o dopo lavoristi, ma questi certo non si mettevano al timone di questa. Il bollettino medico sulla salute delle bande in Abruzzo oggi è molto grave; basti pensare che ad oggi dei grandi complessi bandistici storici, sono attivi solo tre: Pescara, Lanciano e Chieti. Le prime due formazioni seppure con presidenti abruzzesi che investono tempo, energie e denaro per far continuare la storia di questi grandi complessi, sono formate quasi interamente (se non interamente) da musicisti non abruzzesi. Mentre Chieti ,nella recente formazione, è l'unica ad essere formata interamente da elementi abruzzesi.


Quale sarà il futuro della banda in Abruzzo?

Sicuramente la banda sopravviverà sempre dove c'è passione ma sopratutto dove c'è formazione. Dunque in primis i maestri, capobanda, organizzatori ecc dovranno cercare di migliorare loro stessi. Al momento purtroppo nella nostra regione, nonostante la storica e gloriosa tradizione bandistica,
non esistono nei conservatori corsi di “strumentazione per banda” o “direzione per banda” e altri corsi dedicati a questo mondo. Quindi i primi a dover aiutare questo mondo ad uscire dalla crisi devono essere i conservatori con la nascita di questi corsi accademici. Inoltre sarà indispensabile tentare con tutte le forze di far innamorare i bambini degli strumenti usati in banda. Inoltre questi strumenti dovranno essere insegnati da docenti validi in quel determinato
strumento. Un plauso in questo senso si deve fare sopratutto ad associazione culturali della Marsica
e della provincia di Chieti. Da musicista nato in banda e da attuale maestro di banda spero mi auguro con tutto il cuore che questo mondo possa non finire mai e che si liberi da tutte le zavorre che al momento lo stanno spingendo verso il fondo di un baratro senza fine.

Da ascoltare:

CAMILLO DE NARDIS- IL GIUDIZIO UNIVERSALE
https://www.youtube.com/watch?v=_B97hZP_O7A   
CAMILLO DE NARDIS- SCENE ABRUZZESI
https://www.youtube.com/watch?v=EFkNaUkBiwY  
NICOLA CENTOFANTI- ARMONIE D'ABRUZZO
https://www.youtube.com/watch?v=R6SH0W5qEw4  
NICOLA CENTOFANTI- MATTINATA PRIMAVERILE
https://www.youtube.com/watch?v=B5nYAinKw1Y  
PIETRO MARINCOLA- A PIACERE
https://www.youtube.com/watch?v=99n4hSIE21A 
PIETRO MARINCOLA- NON VI PREOCCUPATE
https://www.youtube.com/watch?v=TpzIfGxdv_M 
GIOVANNI ORSOMANDO- CUORE ABRUZZESE
https://www.youtube.com/watch?v=KdQHNp51LAg 
MICHELE LUFRANO- REGIONE ABRUZZO
https://www.youtube.com/watch?v=45Yqy7X0tMA  
FIORANGELO ORSINI- CARATTERISTICA
https://www.youtube.com/watch?v=3AWi-0AdhRw 

 

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Se gli orti urbani arrivano in città

Un luogo simbolico: alle porte dell’ex discarica di Fosso Grande, a valle di un grande insediamento edilizio che a cavallo fra gli anni Ottanta e Novanta ha portato alla costruzione di 800 appartamenti in cooperativa. Pescara avrà i suoi primi orti urbani promossi dal Comune nel cuore di cemento del quartiere Colli, fra via Santina Campana e via Remo Ronchitelli. Ci sarà spazio per 16 orti urbani, dove altrettante famiglie – selezionate attraverso un regolamento in fase di redazione – potranno coltivare un piccolo appezzamento e condividere un luogo di socialità. La sfida è impegnativa, anche perché non più di quattro anni fa i residenti avevano chiesto una presenza più massiccia di forze dell’ordine perché gli spacciatori del quartiere avevano scelto quel luogo come ritrovo. La battaglia per ridare vita sociale ad un rione – quello delle cooperative – troppo grande anche per Pescara Colli era nata in realtà con l’idea di un parco pubblico. Era il 1994 e il parco aveva giù un nome: Giardino dei popoli, in omaggio agli abitanti del quartiere che in più di una occasione avevano dimostrato spirito di accoglienza e grande apertura mentale, nonostante fosse stato pensato senza negozi, senza spazi pubblici, senza scuole. Il parco non si è mai fatto, al suo posto sono arrivati gli spacciatori, le erbacce e il degrado. Ora la città si riprenderà i suoi spazi, dandoli in gestione alla cittadinanza attiva del quartiere, mescolando ecologia e senso di appartenenza, in una nuova sfida che se coglierà il suo obiettivo, potrà essere esportata anche in altri luoghi dove gli anni Ottanta e i primi anni Novanta, quelli delle città da bere, hanno lasciato in eredità solo cemento e zero spazi di socialità. Una sfida appena iniziata.

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Il coraggio della convivenza

La nostra società viene definita come “multiculturale” ovvero uno spazio all’interno del quale coesistono più culture.

Molti hanno definito questa situazione come positiva, sinonimo di integrazione e tolleranza.

Tuttavia, il multiculturalismo non ha come fine la convivenza bensì la semplice coesistenza, la presenza appunto di culture diverse sullo stesso territorio che non instaurano nessun tipo di relazione.

Fenomeni come la globalizzazione, lo sviluppo della tecnologia, l’abbattimento di barriere fisiche e culturali, sembrano rispondere alle linee guida di una “cultura dominante”. Protagonista indiscusso è l’Occidente, che da sempre rivendica il ruolo di civilizzatore del mondo; tuttavia la tolleranza che vanta appare come una mascherata imposizione di un progetto che non ha come obiettivo l’armonia ma il predominio, espressione di una mentalità individualistica e capitalistica.

Se la molteplicità è ormai diventata una realtà del nostro mondo, siamo davvero civili quando trasformiamo l’integrazione in assimilazione, l’equità in uguaglianza?

L’Occidente ha sempre risposto al problema della diversità con l’assorbimento delle componenti minoritarie, ma questa non è l’unica strada.

A partire dagli anni settanta si è affermato il concetto di interculturalità, il quale nasce inizialmente per rispondere agli scambi culturali tra studenti della nascente generazione Erasmus.

Questa è solo una parte di un approccio che non risponde solo all’esigenza di creare un “ponte tra culture” ma ha il potere di modificare il concetto stesso di cultura, la quale, fino ad oggi è stata definita come un qualcosa di statico, immutabile.

È necessario educare all’interculturalità eliminando la convinzione che la pluralità sia una minaccia, che esistano culture di “serie a” e culture di “serie b”, che la conoscenza sia un strumento per dominare il diverso, violando qualsiasi equilibrio.  

Ma se gli Occidentali sono in “posizione di vantaggio” perché devono preoccuparsi?

La nostra società non è in difficoltà solo per l’emergenza immigrazione ma per altre problematiche che provengono dall’interno: lo scontro tra vecchie e nuove generazioni, le disparità tra Nord e Sud, l’omosessualità e le lotte per la parità di genere.

Ci vuole coraggio per convivere, per accettare il diverso, per comprenderlo, per fare in modo che non si parli di cultura come un macigno che pesa su ogni individuo ma come pratica culturale nella quale è presente la solidarietà, intesa come rispetto dei ritmi di vita di ogni società, come un dialogo sempre aperto con noi stessi e con gli altri.

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L’allenatore formatore (o l’allenatore del futuro)

 

Costruire un atleta è un'operazione artigianale che confina e sconfina nella produzione artistica. Le riflessioni e le conoscenze, necessarie ad acquisire ed elaborare competenze tecniche, pedagogiche e didattiche, devono contribuire alla definizione strutturale dell'allenatore formatore, ma non possono e non devono emergere nel processo di costruzione dell'atleta. È necessario un atteggiamento non intellettualistico che, fortunatamente, è un privilegio di tale mestiere, permeato da una fisicità preclusa o molto più nascosta in altre professioni artistiche, si pensi alla poesia o alla scrittura.

Bisogna immaginare l'allenatore come se fosse un cuoco che aggiunge del sale quando sa che ce n'è bisogno. Non lo fa a caso o per fortuna, ma grazie alla propria "struttura" consolidata. Quando cucina è un cuoco, non pensa, non recita il ruolo del cuoco. Può spiegarti dopo per quale motivo ha fatto una scelta oppure un'altra, ma a posteriori, non prima, perché quando prende una decisione, questa è immediata, si tratta di un'operazione mentale complessa i cui elementi costituenti si coordinano in modo sintetico.

Creare un nuotatore è assimilabile alla realizzazione di un quadro, di una scultura, con la necessità di scegliere i materiali e sapientemente mescolarli. O mettere a punto una macchina da corsa con le sue complesse regolazioni ingegneristiche. Ma è molto più ricco e stimolante, perché si lavora con un materiale che interagisce, che evolve, che si trasforma reagendo alle manipolazioni del formatore. E lo scopo finale è l'autonomia dell'opera d'arte che deve prendere vita e assumere significati che non dipendono più dall'artista. Niente di più bello, come scopo, che portare un materiale alle sue massime potenzialità espressive. E nessun materiale dà più soddisfazione o risultati che l'essere umano e la sua personalità, che viene plasmata e liberata, nelle sue componenti motorie, affettive e cognitive, per conquistare uno spazio proprio e imprevedibile nell'ambito sociale.

Una conseguenza diretta di questo assioma è che la dimensione fondamentale che caratterizza un artista è quella culturale, la sua capacità di conoscere i materiali che utilizza e le leggi che ne regolano i funzionamenti. Quello che differenzia l'artista dall'artigiano è la consapevolezza di tali funzionamenti, la capacità di ottenere determinate risposte e risultati previsti non per mera riproduzione empirica di procedure già adottate da altri, ma per una profonda e precisa conoscenza dei processi. In definitiva si potrebbe dire la capacità di innovare.

Un ulteriore grado poi di qualità sta nella capacità di allontanarsi dall'opera, di renderla viva, autonoma, indipendente da chi la produce. L'estensione della personalità del maestro, che è conseguenza immediata del suo bagaglio culturale, da intendersi in questo caso in senso molto ampio come prodotto di una feconda e continua dialettica tra esperienza e riflessione, costituisce un elemento indispensabile per non imporre limiti alla dimensione evolutiva della personalità dell'allievo.

Allora, nel caso di chi lavora in ambito sportivo, competenze anatomiche, biomeccaniche, psicologiche, pedagogiche, conoscenza delle leggi fisiche, dei materiali con cui interagisce l'atleta e altre ancora, sono tutte al servizio dello sviluppo dell'individuo. La componente legata alla motricità rappresenta solo una delle parti della personalità e nel caso della pedagogia dell'attività motoria la via privilegiata d'accesso perché questa possa essere stimolata, si evolva e diventi sempre più autonoma.

Essere messi in condizione di affrontare e risolvere problemi motori costituisce un percorso obbligato per il progresso individuale, ma è solo la competizione, il confronto con gli altri, che aggiunge la dimensione sociale e consente, attraverso il gioco continuo dell'assegnazione dei ruoli e della ricerca degli status, una reale ridefinizione autonoma della personalità che vada oltre il rapporto castrante con l'allenatore, quando questi vuole restare padrone di un'opera che ritiene inopinatamente sua.

 

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Inverno 2017 in Abruzzo

Inverno 1943. Gli inglesi erano rimasti sconvolti dall’inverno abruzzese. Le truppe alleate provenienti dall’Africa si erano impantanate nel fango e nelle neve, nella pioggia e nel freddo. Fin allora avevano risalito l’Italia con una certa facilità e con una certa velocità. Poi in Abruzzo era cambiato tutto. La sorpresa era stata totale perché gli esperti meteorologi dell’Ottava Armata di Bernard Montgomery avevano fornito tutti i dati in loro possesso. Ma erano quelli della costa. Con incredibile leggerezza mancavano i dati dell’interno, dell’inferno di neve e di ghiaccio che in Abruzzo era la regola, non l’eccezione. I contadini e i montanari sapevano tutto, perché loro contro gli elementi ci lottavano ogni anno, da sempre; e i tedeschi pure, perché avevano studiato il territorio e avevano imparato a conoscerne le insidie, persino a sfruttarle a proprio vantaggio. Gli inglesi no. E avevano pagato carissimo quella sottovalutazione, in vite umane.

 

Inverno 2017.  Gli italiani rimangono sconvolti dall’inverno abruzzese. I più anziani ricordano un altro inverno, quello del 1956, entrato nella storia prima ancora di diventare leggenda, con mura di neve, paesi isolati, primi e secondi piani delle abitazioni che sembravano pianterreni. Era stata un’ondata di maltempo definita eccezionale, ma nei canoni del 1943, del 1944, di tanti altri inverni prima e dopo. Neve, neve, e ancora neve. Strano che ci sia chi scopre solo adesso che in Abruzzo la cattiva stagione è veramente cattiva, non è un’eccezione. Il prezzo pagato è stato carissimo, in vite umane.

 

Inverno 2017. Un quarto della popolazione abruzzese senza energia elettrica e senza riscaldamento. Come nel 1956. Con la differenza, rispetto ad allora, che la tecnologia ha portato in tutte le case illuminate e riscaldate la voce di chi ha pagato in prima persona l’improvviso ritorno nel buio e nel freddo del Medioevo. Merito dei telefonini, di Whatsapp, di Facebook: finché c’è stata una stilla di energia nelle batterie sono state veicolate informazioni su una situazione talmente paradossale da non sembrare vera.  Era vero anche il primo allarme partito dall’Hotel Rigopiano, sull’apocalisse bianco che l’aveva spazzato via e sepolto, con tutti gli ospiti, villeggianti e personale. Il paradiso naturalistico diventato inferno, con due miracolati che piangono di rabbia e di speranza.

 

Inverno 2017. Nell’era di gatti delle nevi col turbo, spazzaneve biturbo e turbine fantascientifiche, l’Hotel Rigopiano viene raggiunto a forza di braccia e di gambe, con gli sci e le ciaspole e le pelli di foca, nella notte, nella tormenta, come nel 1943. Sono dieci militari della Guardia di finanza che sfidano le avversità, il destino e la burocrazia: sono l’ingranaggio più scorrevole della farraginosa macchina dei soccorsi, tra mezzi che non ci sono o non funzionano o devono arrivare da lontano, come lo spazzaneve che all’hotel aspettavano per andare via, prima della maledetta valanga. I dieci diventano subito eroi, e lo sono davvero. Si spingono «Più là che Abruzzi», come ammoniva Calandrino nella giornata ottava (novella terza) del “Decamerone” di Boccaccio. Lo sapeva già Boccaccio quanto fosse impervio e impraticabile l’Abruzzo, abbarbicato alle montagne più alte dell’Appennino, la Majella madre e il Gran Sasso che di tanto in tanto regalano spaventosi sussulti sismici. La Natura non fa sconti.

 

Inverno 2017. Il circo mediatico innescato dalla valanga di Rigopiano riporta alla mente la tarda primavera del 1981, quando l’Italia trepidò per la prima tragedia della tv del dolore, quella del pozzo di Vermicino e del piccolo Alfredino Rampi. Ricorda anche l’autunno del 2002, col terremoto che fa crollare la scuola di San Giuliano di Puglia seppellendo maestre e bambini. Anche adesso la tv, in competizione con i social, scava, viviseziona, lancia allarmi e speranze, tra finestre e speciali, aggiornamenti ed edizioni straordinarie. Dietro ai microfoni, a corredo di interviste e interventi, c’è sempre una strana corona di persone in divisa di tutti i tipi, fanno scena, si affacciano ai dieci secondi di effimera celebrità, e viene da chiedersi perché sono lì e non sono a scavare, a coordinare, a predisporre, come nella zona dell’hotel sepolto fanno i loro colleghi, come nei paesi isolati e abbandonati fanno tanti altri. Ce ne sono anche nei salotti tv, con giubboni da Antartide a fronte di temperature da studio che  ricordano l’Africa. Scena.

 

Inverno 2017. Abruzzo.

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