L’Osservatorio

Capodanno, Confesercenti: verso il pienone, prenotato 87% camere online

Un Capodanno da 'tutto esaurito' chiude l'anno record del turismo. Per la prossima notte di San Silvestro (30 dicembre - 1 gennaio) sono state già riservate l'87% delle camere offerte online, con punte del 94% per le località montane, ed è attesa una crescita nei giorni finali.Un dato che conferma il buon andamento delle feste 2017, per le quali si stimano 16,8 milioni di presenze, 380mila in più sullo scorso anno.Feste che sugellano, a loro volta, un 2017 da ricordare: l'anno si avvia infatti a totalizzare oltre 420 milioni di presenze, il 4,2% in più sul già ottimo 2016 e nuovo record storico per il nostro Paese, realizzato soprattutto grazie alla crescita dei flussi di turisti stranieri. È quanto emerge dall'indagine previsionale sui flussi turistici realizzata dal Centro Studi Turistici di Firenze, per conto di Confesercenti Nazionale, su un campione di 1.657 imprenditori ricettivi."Mai come quest'anno - commenta Vittorio Messina, Presidente di Assoturismo Confesercenti - l'Italia ha goduto di un contesto favorevole per il turismo. Il nostro Paese piace, soprattutto ai mercati europei, che l'hanno scelto come meta privilegiata per la qualità e varietà della nostra offerta territoriale e ricettiva. Un successo del nostro comparto turistico, responsabile indirettamente di oltre il 10% del Pil italiano, che però continua a soffrire i problemi di sempre: una pressione fiscale troppo elevata sulle imprese e sui turisti; un abusivismo ormai fuori controllo e la mancanza di collegamenti logistici efficaci, in particolare verso i Paesi extraeuropei, che rappresentano il futuro della domanda. In questi ultimi due anni il turismo ha dimostrato di essere un settore su cui puntare, un volano insostituibile per la ripresa del paese: l'auspicio è che l'attenzione alle imprese del comparto diventi un elemento centrale nell'agenda economica del prossimo Governo".Per il weekend di fine d'anno la tendenza positiva della domanda turistica è attesa in quasi tutte le aree del paese, anche se è la montagna a farla da padrone: il meteo - e la riapertura anticipata di tanti impianti sciistici - hanno dato una spinta al turismo straniero e domestico verso le nostre località montane, che registrano con un tasso di occupazione delle camere disponibili online intorno al 94%.Dati importanti anche per le località lacuali, con percentuali di occupazione per il fine settimana intorno al 92%, cosi come per le città d'arte, già prenotate per l'88% della disponibilità. Tra le regioni, i tassi di occupazione più elevati si registrano in Trentino Alto Adige (97%) e in Val D'Aosta (95%), a conferma dell'appeal esercitato quest'anno dalle località montane; seguono Umbria e Veneto, entrambe al 92%. In quinta posizione la Toscana, al 91%. Per tutto il periodo delle festività il mercato turistico registrerà complessivamente 5,9 milioni di arrivi e 16,8 milioni di presenze, di cui 12,5 milioni concentrate tra Capodanno e l'Epifania. La maggior parte delle presenze sarà di italiani - circa 10,2 milioni, con un incremento del 2,1% rispetto al 2016 (+210mila) - ma è il turismo straniero a crescere di più con 6,6 milioni di presenze, il +2,5% rispetto all'anno precedente (+170mila).Le previsioni sono incoraggianti per tutte le tipologie di strutture, anche se i valori potrebbero ulteriormente migliorare per effetto della domanda last minute. Gli alberghi registreranno aumenti sia dei turisti italiani (+2,4%) sia degli stranieri (+2,2%), a differenza delle strutture extralberghiere dove l'aumento degli italiani si ferma al +1,1% e quello degli stranieri sale al +3,9%.La domanda turistica è in crescita in tutte le aree geografiche, con percentuali più elevate per il Nord Ovest (+2,7%) e per il Sud/Isole (+2,8%); più contenute le stime per le regioni del Nord Est e del Centro Italia, anche se comunque in progresso di circa due punti percentuali. Le performance migliori sono state segnalate dagli imprenditori ricettivi delle città e dei centri d'arte (+2,5% e un incremento degli stranieri del +2,9%) e campagna/collina (+2,3%, con una crescita attesa degli stranieri pari al +4,2%). Ma se l'appeal delle nostre città d'arte è ormai un fatto scontato, il meteo 'da neve' dà una mano anche alle località montane, per le quali si stima un aumento dei flussi del +2,2%. Valori di crescita sono segnalati anche per le località di mare (+2%) e dei laghi (+1,6%). Fortemente dinamico anche il mercato delle aree classificate ad "altro interesse" (+2,6%), mentre valori di stabilità sono attesi per l'offerta termale (+0,1%).Per il consuntivo dell'anno si segnala una crescita sostenuta sia degli arrivi (+5 milioni sul 2016) che delle presenze turistiche (oltre 17 milioni in più), con aumenti che hanno coinvolto tutte le tipologie di prodotto e di strutture ricettive. La stima puntuale della variazione dei flussi per l'anno 2017 indica una crescita complessiva di presenze al 4,2%; per gli italiani si stima un balzo del 4,0%, per gli stranieri del 4,3%.L'aumento migliore, durante l'anno, l'ha messo a segno il comparto alberghiero (+4,3%), anche se l'extralberghiero si attesta al +3,9%.Per i diversi trend territoriali, invece, si registrano valori molto positivi soprattutto per le imprese del Nord Ovest (5,4%) e del Sud/Isole (+5,3%). Anche nel Nord Est la crescita ha toccato valori interessanti (+4,3%), mentre per le aree del Centro la stima si ferma al +1,9%. Una debolezza dovuta, in primo luogo, agli effetti collaterali dei terremoti che hanno colpito, tra il 2016 e l'inizio di quest'anno, diverse località di Lazio, Umbria, Marche e Abruzzo.Complessivamente, tutte le risorse turistiche del nostro Paese hanno beneficiato della situazione del mercato, ma il 2017 è stato particolarmente favorevole per le località di mare (+4,3%), dei laghi (+3,9%) e della campagna/collina (+3,8%). Molto bene anche le città ed i centri d'arte (+3,5%), così come le località della montagna con una stima di aumento del +3,2%. Anche le imprese attive nel comparto del termale dovrebbero conseguire un risultato positivo (+1,7%), sebbene inferiore alla media nazionale.

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Cgia: da gennaio termina decontribuzione per 80mila dipendenti

Per gli oltre 80.000 lavoratori dipendenti assunti nel gennaio 2015 con un contratto a tempo indeterminato, dal prossimo mese, ricorda l'Ufficio studi della CGIA, termina il beneficio della decontribuzione totale introdotto dalla legge n° 190/2014. In buona sostanza, per i datori di lavoro di questi dipendenti verrà meno lo sgravio contributivo Inps. Una misura, quella introdotta nel 2015 dal Governo Renzi, che ha consentito agli imprenditori che hanno assunto un lavoratore a tempo indeterminato durante tutto l'arco del 2015 (o trasformato un rapporto di lavoro a termine in uno a tempo indeterminato), di non versare alcun contributo previdenziale per i successivi 36 mesi, con l'impegno, da parte dell'imprenditore, di non licenziare questo neoassunto prima che il rapporto di lavoro compia il terzo anno di vita. "Venuto meno il vantaggio economico - segnala il coordinatore dell'Ufficio studi della CGIA Paolo Zabeo - auspichiamo che una parte di questi lavoratori dipendenti non venga lasciata a casa. Conti alla mano, qualche imprenditore che non ha ancora agganciato la ripresa potrebbe essere tentato di licenziare questi lavoratori. Dopo aver risparmiato nel triennio 2015-2017 fino a 24 mila euro per ciascun lavoratore assunto a tempo indeterminato e facilitato dalla soppressione dell'articolo 18, il licenziamento di un lavoratore che ha beneficiato della decontribuzione totale costerebbe all'impresa, in prima battuta, un ticket di circa 1.500 euro; a questo esborso, nel caso il dipendente impugni il licenziamento e il giudice gli dia ragione, si potrebbe aggiungere un indennizzo per i lavoratori alle dipendenze di imprese con più di 15 addetti fino ad un massimo di 24 mensilità. Ipotesi, quella del ricorso al giudice del lavoro, che nei fatti potrebbe essere evitata attraverso la stipula di un accordo economico tra le parti, meno oneroso per l'impresa ma, comunque, onorevole per il dipendente, che consentirebbe al titolare di chiudere il rapporto con un saldo positivo, tra quanto risparmiato in termini contributivi e quanto erogato in termini di ticket e di ristoro all'ex collaboratore".

In tutto il 2015, invece, le assunzioni con la decontribuzione totale sono state poco più di 1.444.000 (1 milione e 79 mila in senso stretto a cui vanno sommate 363,6 mila trasformazioni di contratti a termine). Sempre in questi 12 mesi, le assunzioni con lo sgravio contributivo totale (1,44 milioni) hanno riguardato circa il 60 per cento del totale delle assunzioni a tempo indeterminato (quasi 2,5 milioni). A livello territoriale la regione che nel gennaio 2015 ha registrato il maggior numero di assunzioni con il beneficio della decontribuzione totale è stata la Lombardia (15.449), seguono il Lazio (9.391), l'Emilia Romagna (8.486), il Veneto (7.287) e la Campania (6.849). La macro area più interessata da questo fenomeno è stata il Nordovest (23.280), ma altrettanto significativo è stato il risultato ottenuto dal Mezzogiorno (20.450). "Sebbene siano ancora troppo elevate e la riduzione risulti insufficiente - dichiara il Segretario della CGIA Renato Mason - le tasse sul lavoro stanno diminuendo. Ricordo, tuttavia, che i dati Ocse relativi al cuneo fiscale in percentuale del costo del lavoro dei dipendenti senza familiari a carico in Belgio, Francia e Germania sono superiori al nostro. Per appesantire le buste paga dei nostri lavoratori è necessario aumentare la produttività che da noi è molto bassa per il semplice motivo che, rispetto a 40 anni fa, non abbiamo più le grandi imprese". Degli 80.180 dipendenti assunti nel gennaio del 2015 con la legge n° 190/2014, il 61,7 per cento ha riguardato i maschi e il 38,3 per cento le femmine. La fascia di età più interessata è stata quella compresa tra i 30 e i 39 anni: i rapporti di lavoro avviati sono stati 26.672 a cui segue la coorte tra i 40 e 49 anni che ha contribuito per 21.796 assunzioni. Più in generale, ricorda l'Ufficio studi della CGIA, negli ultimi 3 anni il cuneo fiscale è diminuito in misura strutturale di 13,3 miliardi di euro. Grazie all'introduzione del bonus di 80 euro, che grava sulle casse dello Stato per 8,9 miliardi l'anno, e all'eliminazione dell'Irap dal costo del lavoro dei dipendenti in forza all'azienda con un contratto a tempo indeterminato, che consente agli imprenditori di risparmiare 4,3 miliardi l'anno, il peso delle imposte e dei contributi previdenziali sul lavoro è iniziato a scendere

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Aumenta la produzione del latte del 3,1 per cento

La produzione lattiero-casearia nel 2016 registra un aumento nel latte raccolto (+3,1 %) e dei formaggi (+2,1 %), mentre si rileva una contrazione per il burro (-0,5 %). In aumento la produzione di uova (+5,4 %) e in diminuzione quella della lana (-1,2 % ). Lo rileva l'Istat nell'annuario statistico 2017. Nell'ambito della produzione di latte, la distribuzione tra le varie tipologie è sostanzialmente in linea con gli anni precedenti: la quota più rilevante è rappresentata dal latte di vacca (94,6 %), seguito da quello di pecora (3,5 %), di bufala (1,6 %) e, in ultimo, di capra (0,3 %). Lombardia ed Emilia-Romagna si confermano ai primi posti nella raccolta di latte di vacca: insieme coprono il 62,8% della produzione nazionale. Mentre l'82,9% del latte di pecora italiano viene raccolto in Toscana e in Sardegna. La Sardegna rappresenta anche una quota rilevante di latte di pecora all'interno della produzione complessiva di latte nazionale (68,4%). La Campania si conferma la regione con la percentuale maggiore di latte di bufala raccolto: l'84% del latte di bufala nazionale proviene da questa regione. All'interno della produzione di latte campana il latte di bufala continua a crescere, passando dal 43,3% della produzione complessiva di latte del 2015, al 43,4% del 2016, a spese della produzione del latte di vacca, che passa dal 56,2 a 55,9%. 

Nel 2016 si registra un aumento nella macellazione di tutte le specie considerate: ovi-caprini (+5,3%), bovini e bufalini (+4,9%) suini (+4,8%). I suini si confermano la specie più macellata con 11.848 capi abbattuti. Inoltre la produzione ittica totale del 2015 risulta essere aumentata rispetto al 2014 del 7%. In particolar modo risultano in aumento la produzione di tonno (+20%), di alici, sarde e sgombri (+16%) e di crostacei (+12%). La regione con la maggior produzione di alici, sarde e sgombri è il Veneto, in linea con il 2014, con 188.720 quintali di pescato, mentre l'incremento più alto in percentuale rispetto all'anno precedente in questo tipo di pescato si registra in Sardegna. Il valore più alto nella produzione di tonni si registra in Campania con 15.920 quintali di pescato, mentre l'incremento più alto in percentuale rispetto all'anno precedente in questo tipo di pescato si registra in Toscana, seguita da Puglia e da Abruzzo. Alla Sicilia spetta il primato della produzione di crostacei con 91.110 quintali. 

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In Italia, il 17,5% delle famiglie paga un affitto

In Italia, il 17,5% delle famiglie paga un affitto per l'abitazione in cui vive. La percentuale è più bassa nelle Isole (12,7%), mentre vivono in affitto il 16,8% delle famiglie nel Centro, circa il 18% nel Nord e il 19%nel Sud. E' quanto emerge dai dati contenuti nell'Annuario 2017 pubblicato oggi dall'Istat. La spesa media per le famiglie che pagano un affitto è pari a 396,37 euro a livello nazionale ed è più elevata nel Centro-Nord (quasi 450 euro mensili nelle tre ripartizioni) che nel Mezzogiorno (sotto i 300 euro mensili; 274,18 euro nelle Isole). Le famiglie affittuarie sono inoltre più diffuse nelle città metropolitane (22,5%) e nei comuni periferia delle aree metropolitane o con almeno 50mila abitanti (20,9%) rispetto al 14% degli altri comuni fino a 50mila abitanti. Nei comuni centro di area metropolitana si paga mediamente un affitto pari a 481,49 euro mensili, circa 90 euro in più rispetto alla media osservata nei comuni periferia delle aree metropolitane o con almeno 50mila abitanti e 130 euro in più dei comuni fino a 50mila abitanti che non fanno parte delle aree metropolitane Il 17,7% delle famiglie che vivono in abitazioni di proprietà (quasi 3,3 milioni di famiglie) pagano un mutuo. Questa voce di bilancio si configura come un investimento e non rientra quindi nel computo della spesa per consumi; tuttavia, rappresenta un esborso consistente e pari, in media, a 577,21 euro al mese per le famiglie che lo sostengono. Sul territorio, tale spesa varia tra i 597,18 euro del Centro e i 486,04 delle Isole, e raggiunge i 652,07 euro mensili nelle città metropolitane (contro circa 565 euro mensili nelle altre tipologie comunali). 

Fra le altre spese per utenze e servizi dell'abitazione, ad incidere maggiormente sulla spesa totale è la bolletta per il gas e altri combustibili, per la quale le famiglie spendono in media 61,18 euro al mese, con valori superiori ai 70 euro nel Nord, assorbiti in buona misura dalla voce relativa al riscaldamento. La seconda voce per peso sulle spese per utenze e servizi dell'abitazione è quella per l'energia elettrica (con una media di 49,58 euro) che registra il suo valore massimo nelle Isole. La bolletta relativa alla raccolta dei rifiuti è pari, in media nazionale, a poco meno di 20 euro mensili. 

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Istat: calano ancora i lettori, nel 2016 sono 40,5% degli italiani

Cala ancora una volta il numero dei lettori in Italia. A rilevarlo è l'Istat, che segnala come ad aver letto almeno un libro per motivi non strettamente scolastici o professionali nei 12 mesi precedenti l'intervista sia stato nel 2016 solo il 40,5% degli italiani sopra ai sei anni. Nel 2015 il dato si attestava al 42%.

A mostrare una maggiore propensione per la lettura sono le donne, con il 47,1% delle lettrici contro il 33,5% degli uomini. Mentre a livello anagrafico il dato migliore è il 51,1% fatto segnare dai giovani tra gli 11 e i 14 anni. La diffusione dei lettori risente in misura significativa del livello di istruzione: legge il 73,6% dei laureati, ma solo il 48,9% fra chi ha conseguito al più un diploma superiore. Mentre persistono i divari territoriali: al Sud i lettori sono il 27,5% e al Nord il 48,7%. L'eeffetto della familiarità, infine, è forte nell'abitudine alla lettura: legge libri il 66,9% dei ragazzi tra i 6 e i 18 anni con entrambi i genitori lettori, contro il 30,8% tra i figli di genitori che non leggono libri.Interpellati dall'Istat in merito alla scarsa propensione alla lettura degli italiani, gli editori hanno indicato come fattori ritenuti preponderanti il basso livello culturale della popolazione (39,7% delle risposte) e la mancanza di efficaci politiche scolastiche di educazione alla lettura (37,7%).

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Ogni famiglia quest’anno spendera’ in media 94 euro per il Natale

Ogni famiglia quest'anno spendera' in media 94 euro per imbandire la tavola di Natale, il 9% in piu' rispetto allo scorso anno: e' quanto emerge da una analisi di Coldiretti/Ixe'. Per la preparazione casalinga del pranzo di Natale, secondo Coldiretti, gli italiani operano una scelta attenta degli ingredienti, con una tendenza elevata alla ricerca di materie prime fresche e genuine direttamente dai produttori per assecondare la crescente voglia di conoscenza sulle caratteristiche del prodotto e sui metodi per ottenerlo. Lo spumante si conferma come il prodotto immancabile per nove italiani su dieci (90%), mentre il panettone con il 76% batte di misura nelle preferenze il pandoro fermo al 70%. Ma le tavole si arricchiscono soprattutto dei prodotti regionali tipici della ricorrenza e tra i piu' gettonati - conclude la Coldiretti - ci sono il panone di Natale in Emilia Romagna, u piccilatiedd in Basilicata, il panpepato in Umbria, la pizza di Franz nel Molise, lu rintrocilio in Abruzzo, le pabassinas con sa sapa in Sardegna, la carbonata con polenta in Valle D'Aosta, il pangiallo nel Lazio, le carteddate in Puglia, i canederli in Trentino, la brovada e muset con polenta in Friuli, i quazuni'elli in Calabria, il pandolce in Liguria, la pizza de Nata' nelle Marche, i buccellati in Sicilia, il brodo di cappone in tazza in Toscana e l'insalata di rinforzo in Campania.

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Pil, Cgia: dal 2000 crescita Italia pari a zero

 Dall'inizio del 2000 fino al 2017 la ricchezza in Italia e' cresciuta mediamente di appena lo 0,15% ogni anno. E' quanto emerge da ricostruzione statistica realizzata dall'Ufficio studi della Cgia di Mestre. Rispetto al 2007, anno pre-crisi, si devono ancora recuperare 5,4 punti percentuali di pil. Tra le componenti che compongono quest'ultimo indicatore economico, nel 2017 la spesa della pubblica amministrazione presenta una dimensione inferiore a quella di 10 anni fa di 1,7 punti percentuali, la spesa delle famiglie di 2,8 punti e gli investimenti addirittura di 24,3 punti percentuali in meno. La crescita registrata dai principali partner economici dell'area dell'euro e' stata molto superiore alla nostra. Se in Italia negli ultimi 17 anni il pil e' aumentato di soli 2,6 punti percentuali (variazione calcolata su valori reali), in Francia l'incremento e' stato del 21,7, in Germania del 23,7 e in Spagna addirittura del 31,3. L'area dell'euro (senza Italia), invece, ha riportato una variazione positiva del 25,9%. Tra i 19 Paesi che hanno adottato la moneta unica solo il Portogallo (-1,2 punti percentuali), l'Italia (-5,4) e la Grecia (-25,2) devono ancora recuperare, in termini di pil, la situazione ante crisi.

Se, pero', sempre in questo arco temporale si analizza l'andamento dei nostri conti pubblici, il rigore non e' mai venuto meno. "Negli ultimi 17 anni - dichiara il segretario della Cgia Renato Mason - solo in un anno, il 2009, il saldo primario, dato dalla differenza tra le entrate totali e la spesa pubblica totale al netto degli interessi sul debito pubblico, e' stato negativo. In tutti gli altri anni, invece, e' stato di segno positivo e, pertanto, la spesa primaria e' stata inferiore alle entrate. A ulteriore dimostrazione che in questi ultimi decenni l'Italia ha mantenuto l'impegno di risanare i propri conti pubblici, nonostante gli effetti della crisi economica siano stati piu' pesanti qui da noi che altrove". Sulla stessa linea il coordinatore dell'Ufficio studi della Cgia Paolo Zabeo: "come sostengono molti esperti, siamo in una fase di stagnazione secolare - dichiara - e sebbene la ripresa si stia consolidando in tutta Europa, anche a seguito di una congiuntura internazionale favorevole, gli effetti positivi non stanno interessando tutte le aree territoriali e le classi sociali del nostro Paese. Il popolo delle partite Iva, ad esempio, continua ad arrancare; schiacciato come e' da un carico fiscale eccessivo, da una burocrazia oppressiva e da una domanda interna che stenta a decollare"

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Sondaggio Barometro Demopolis, M5s primo partito con il 29% 

Il Movimento 5 Stelle è oggi con il 29% primo partito, con un vantaggio di 4 punti sul Partito Democratico, in calo al 25%: sono i dati del Barometro Politico di dicembre dell'Istituto Demopolis. Se si votasse oggi per la Camera, Forza Italia avrebbe il 15%, un punto in più della Lega, stabile al 14%. Liberi e Uguali, la nuova lista unitaria di Sinistra guidata da Pietro Grasso, si attesta per il momento al 7%; Fratelli d'Italia al 5%. Sotto la soglia del 2%, resterebbero le altre liste minori. Nell'ultimo anno, come emerge dal trend dell'Istituto diretto da Pietro Vento, il Pd è passato dal 32% del novembre 2016 al 25% di oggi, il dato più basso della segreteria Renzi. Nello stesso periodo, il Movimento di Grillo, guidato oggi da Luigi Di Maio, ha consolidato il proprio consenso guadagnando circa 2 punti in un anno. Prosegue intanto da mesi, costante, la crescita complessiva dell'area di centrodestra, che sembra non risentire delle distanze tra Berlusconi e Salvini. Secondo i dati Demopolis per il programma Otto e Mezzo, la coalizione, che si fermava al 27% alla vigilia del referendum costituzionale, raggiungerebbe oggi, con le forze minori, il 36%: 9 punti in più in 12 mesi. "Con la nuova legge elettorale - spiega il direttore di Demopolis Pietro Vento - torna rilevante nei collegi, per l'assegnazione dei seggi nella quota uninominale, anche il peso delle coalizioni. I partiti di Centro Destra otterrebbero nel complesso il 36%, superando il Movimento 5 Stelle che, come sempre, corre da solo. In difficoltà appare oggi, al 28%, la coalizione di Centro Sinistra, costituita dal Pd e dagli alleati minori; la Sinistra è al 7%. Tutti gli schieramenti politici sarebbero oggi lontani, con il "Rosatellum", dai numeri necessari per dar vita ad un nuovo Governo dopo la chiusura delle urne. Ed è uno scenario del quale l'opinione pubblica appare consapevole: appena il 33% dei cittadini - conclude Pietro Vento - immagina che le prossime elezioni di marzo avranno un vincitore". Secondo i due terzi degli italiani intervistati da Demopolis nessuna delle tre aree politiche avrà una maggioranza in Parlamento. 

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Terzo settore, sono 5,5 milioni i volontari in Italia

Le onlus attive in Italia sono 336.275 al 31 dicembre 2015: l'11,6% in piu' rispetto al 2011. Complessivamente impiegano 5 milioni 529mila volontari e 788mila dipendenti. E' quanto rileva l'Istat nel primo 'Censimento permanente delle istituzioni non profit', sottolineando che rispetto al censimento del 2011 il numero di volontari cresce del 16,2% mentre i lavoratori dipendenti aumentano del 15,8%. Si tratta quindi di" un settore in espansione in un contesto economico caratterizzato da una fase recessiva profonda e prolungata (2011-2013) e da una successiva ripresa (2014-15)".

 In particolare, sottolinea l'Istat, le istituzioni che operano grazie all'apporto di volontari sono 267.529, pari al 79,6% delle unita' attive (+9,9% rispetto al 2011); quelle che dispongono di dipendenti sono 55.196, pari al 16,4% delle istituzioni attive (+32,2% rispetto al 2011). Nel confronto con i dati rilevati nel 2011, tra le istituzioni con dipendenti diminuisce la dimensione media in termini di dipendenti, passando da 16 dipendenti per istituzione non profit a 14 nel 2015; tra le istituzioni con volontari aumenta invece lievemente la dimensione media in termini di volontari (21 per istituzione nel 2015 a fronte dei 20 del 2011). Sul fronte della distribuzione territoriale, si conferma una elevata concentrazione di onlus nell'Italia settentrionale (171.419, pari al 51% del totale) rispetto al Centro (75.751, pari al 22,5%) e al Mezzogiorno (89.105, il 26,5%). La Lombardia e il Lazio sono sempre le regioni con la presenza piu' consistente di istituzioni non profit (con quote rispettivamente pari al 15,7 e al 9,2%), seguite da Veneto (8,9%), Piemonte (8,5%), Emilia-Romagna (8%) e Toscana (7,9%). Le regioni con la minore presenza di istituzioni sono la Valle d'Aosta (0,4%), il Molise (0,5%) e la Basilicata (1%). - LE RISORSE UMANE Le istituzioni non profit attive al 31 dicembre 2015 contano sul contributo di 5.528.760 volontari e 788.126 lavoratori dipendenti. In media, l'organico e' composto da 16 volontari e 2 dipendenti ma la composizione interna delle diverse tipologie di risorse impiegate varia notevolmente in relazione alle attivita' svolte, ai settori d'intervento, alla struttura organizzativa adottata e alla localizzazione. In particolare, nei settori della Sanita' e dello Sviluppo economico e coesione sociale si riscontra, in media, una presenza molto piu' elevata di dipendenti pari rispettivamente a 15 e 14 unita' di personale. A livello territoriale, le aree che presentano una maggiore concentrazione di dipendenti nelle istituzioni non profit registrano anche una maggiore intensita' di risorse umane impiegate nel settore rispetto alla popolazione residente. Nel Nord-est e nel Centro si rilevano i rapporti piu' elevati di volontari (pari rispettivamente a 1.221 e 1.050 persone per 10 mila abitanti) mentre in termini di dipendenti sono il Nord-ovest e il Nord-est a presentare il rapporto piu' elevato (pari rispettivamente a 169 e 156 addetti ogni 10 mila abitanti). Rispetto al 2011, si rileva per le regioni del Sud una crescita particolarmente sostenuta in termini sia di dipendenti (+36,1%) sia di volontari (+31,4%).  LE FORME GIURIDICHE Nel 2015 il settore non profit si conferma essere principalmente costituito da associazioni riconosciute e non riconosciute (286.942 unita' pari all'85,3% del totale); seguono le cooperative sociali (16.125, pari al 4,8%), le fondazioni (6.451, pari al 1,9%) e le istituzioni con altra forma giuridica (26.756, pari all'8%), queste ultime rappresentate prevalentemente da enti ecclesiastici civilmente riconosciuti, comitati, societa' di mutuo soccorso, istituzioni sanitarie o educative, imprese sociali con forma giuridica di impresa . Rispetto al 2011 le cooperative sociali registrano una decisa crescita (+43,2%) mentre per le fondazioni il tasso di incremento e' molto piu' contenuto (+3,7%). L'aumento piu' elevato si rileva comunque tra le istituzioni con altra forma giuridica (+86,4%). Rispetto alla distribuzione geografica, le associazioni riconosciute e non riconosciute hanno un peso piu' rilevante in Friuli-Venezia Giulia (90,7%), in Abruzzo (89,0%), nella Provincia Autonoma di Bolzano (88,6%), in Toscana (87,8%) in Calabria, nella Provincia Autonoma di Trento (87,4%) e in Basilicata (87,3%). Le cooperative sociali sono presenti in misura sensibilmente superiore alla media in quasi tutte le regioni meridionali e nelle Isole, in particolare in Sardegna (8,8%), Puglia (8,5%), Sicilia (8,4%) e Campania (8,3%). Le fondazioni sono invece relativamente piu' diffuse in Lombardia (3,6%), Lazio (2,2%), Liguria (2,1%) e Emilia-Romagna (2,0%). Le istituzioni con altra forma giuridica sono piu' presenti in Liguria e in Toscana (12,2%), in Emilia Romagna (9,9%), Piemonte (9,7%), nella Provincia Autonoma di Trento (9,3%), nelle Marche (9,2%) e in Veneto (9,1%). LE ATTIVITA' In base alla classificazione internazionale delle attivita' svolte dalle organizzazioni non profit, l'area Cultura, sport e ricreazione e' il settore di attivita' prevalente nel quale si concentra il numero piu' elevato di istituzioni: quasi 220mila, pari al 65% del totale nazionale. L'Assistenza sociale (che include anche le attivita' di protezione civile), con quasi 31mila istituzioni (pari al 9,2% del totale), si distingue come secondo ambito di attivita' prevalente, seguito dai settori Relazioni sindacali e rappresentanza di interessi (20.614 istituzioni, pari al 6,1%), Religione (14.380 istituzioni, 4,3%), Istruzione e ricerca (13.481 istituzioni, 4,0%) e Sanita' (11.590 istituzioni, pari al 3,4%). I restanti sei settori raccolgono l'8,0% delle istituzioni non profit. Osservando la distribuzione delle risorse umane per settore di attivita' prevalente, si nota che i dipendenti delle istituzioni non profit sono concentrati in quattro ambiti che raccolgono l'86,1% dei lavoratori del settore: Assistenza sociale e protezione civile (36%), Sanita' (22,6%), Istruzione e ricerca (15,8%) e Sviluppo economico e coesione sociale (11,8%). Ancora piu' marcata e' la concentrazione dei volontari nel settore prevalente: oltre 3 milioni, pari al 56,6%, svolgono la propria attivita' nelle istituzioni attive nella Cultura, sport e ricreazione. I settori dell'Assistenza sociale e protezione civile e della Sanita' catalizzano rispettivamente il 16,1% e il 7,8% dei volontari. - ORIENTAMENTO E MISSION Le istituzioni non profit rilevate nel 2015 sono nel 63,3% dei casi di pubblica utilita' (+1,5% rispetto al 2011) e mutualistiche per il restante 36,7%. L'orientamento e' legato all'attivita' svolta, come emerso gia' nel 2011, le istituzioni solidaristiche sono presenti in misura nettamente superiore alla media nazionale nei settori della Cooperazione e solidarieta' internazionale (100%), della Religione (92%), dell'Assistenza sociale e protezione civile (91,1%), dello Sviluppo economico e coesione sociale (90,2%), della Filantropia e promozione del volontariato (89,0%), della Sanita' (88,7%). Le istituzioni mutualistiche invece sono piu' presenti, in quota nettamente superiore al valore medio nazionale, nei settori delle Relazioni sindacali e rappresentanza di interessi (52,6%) e della Cultura, sport e ricreazione (46,4%), dove la finalita' dell'organizzazione e' orientata alla tutela degli interessi degli aderenti da una parte e al soddisfacimento dei bisogni di relazionalita', espressione e socializzazione dall'altra. Riguardo alla mission, a livello nazionale il 34,4% delle istituzioni non profit ha come finalita' il sostegno e il supporto a soggetti deboli e/o in difficolta', il 20,4% la promozione e tutela dei diritti, il 13,8% la cura dei beni collettivi

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Pil per abitante nel 2016, la graduatoria delle regioni italiane

Il Pil per abitante nel 2016 risulta pari a 34,2mila euro nel Nord-ovest, a 33,3mila euro nel Nord-est e a 29,9mila euro nel Centro. Lo rileva l'Istat nel rapporto sui 'Conti economici territoriali - anno 2016'. Il differenziale negativo del Mezzogiorno e' molto ampio: il livello del Pil pro capite e' di 18,2mila euro, inferiore del 44,2% rispetto a quello del Centro-Nord (del 44,1% nel 2015). In termini di reddito disponibile per abitante il divario scende al 34,5%. La spesa pro capite per consumi finali delle famiglie a prezzi correnti nel 2016 e' di 19,9mila euro nel Nord-ovest, 19,6mila euro nel Nord-est, 17,8mila euro al Centro e 12,9mila euro nel Mezzogiorno. Il divario negativo tra Mezzogiorno e Centro-nord e' del 32,6%. Nel 2016 il Pil in volume, a fronte di una crescita a livello nazionale dello 0,9% rispetto all'anno precedente, ha registrato un incremento dell'1,3% nel Nord-est, dello 0,9% nel Nord-ovest e dello 0,8% sia al Centro che nel Mezzogiorno. Tra il 2011 e il 2016 le aree che hanno registrato i piu' marcati cali del Pil sono il Centro (-0,8%) e il Mezzogiorno (-0,6%). La flessione e' stata piu' contenuta nel Nord-ovest (-0,5%) mentre per il Nord-est si registra una sostanziale stabilita' (-0,1%)

La graduatoria regionale vede in testa la Provincia Autonoma di Bolzano-Bozen, con un Pil per abitante di 42,5mila euro, seguita da Lombardia, Provincia Autonoma di Trento e Valle d'Aosta. Il Lazio risulta, con 31,6mila euro, la prima regione del Centro in termini di Pil per abitante, ma registra un calo di 2mila euro rispetto al 2011. Nel Mezzogiorno la prima regione per livello di Pil pro capite e' l'Abruzzo con circa 24mila euro. L'ultimo posto della graduatoria e' occupato dalla Calabria, con 16,6mila euro, al di sotto dei 16,9mila euro del 2011, ma in recupero rispetto al 2015 (16,3mila euro).

 

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