L’Osservatorio

Studio Svimez sul Pil del Mezzogiorno

Se negli ultimi sei anni, dal 2009 al 2015, fosse stata attivata la clausola del 34%, il Pil del Sud avrebbe praticamente dimezzato la perdita accusata dal 2008, che sarebbe stata pari al -5,4% mentre il calo effettivo è stato del -10,7%. Analoghi effetti si sarebbero avuti per l'occupazione, in quanto la diminuzione sarebbe stata pari a -2,8% invece del -6,8% che c'è stato: ciò significa che si sarebbero persi non mezzo milione di posti di lavoro ma circa 200 mila, salvandone di fatto 300mila. A questi risultati giunge uno studio di impatto realizzato dalla SVIMEZ al quale hanno lavorato il presidente Adriano Giannola e il ricercatore Stefano Prezioso. Lo studio è stato fatto all'indomani dell'approvazione in Parlamento del "Decreto Mezzogiorno", nel quale all'articolo 7 bis è stata inserita, su proposta del Ministro della Coesione Territoriale e del Mezzogiorno Claudio De Vincenti, una norma intitolata significativamente "Principi per il riequilibrio territoriale", in base alla quale le amministrazioni centrali dello Stato destinano alle Regioni del Mezzogiorno, a partire dal 2018, una quota della loro spesa ordinaria in conto capitale proporzionale alla popolazione, secondo quanto sarà definito da una direttiva e da un decreto del Presidente del Consiglio da emanare entro il prossimo 30 giugno. Di qui la scelta fatta dalla SVIMEZ di effettuare lo studio d'impatto, che, però, non riguarda solo le amministrazioni centrali ma anche quelle regionali, prendendo come riferimento il 34% che, in base all'ultimo censimento Istat, corrisponde alla quota di abitanti delle otto regioni meridionali. Secondo la norma di legge, i programmi di spesa in conto capitale delle amministrazioni dovranno essere individuati annualmente, analizzando voce per voce tutte quelle ripartibili nei vari ministeri, un lavoro delicato e complesso, secondo la SVIMEZ, che richiede un adeguato know how per essere svolto.

Già in passato si era posto il problema di destinare una quota specifica della spesa in conto capitale dello Stato a favore del Sud: nei Dpef successivi al ciclo di programmazione dei fondi strutturali 2000-2006, quando tale obiettivo fu fissato al 30% delle risorse ordinarie e al 45% di quelle totali e, successivamente, nella legge Finanziaria del 2005, in cui fu scritto che le amministrazioni centrali si dovevano conformare all'obiettivo di destinare al Mezzogiorno almeno il 30% della spesa ordinaria in conto capitale. Ma poi con il Dpef 2009-2011 tale obiettivo programmatico di una ripartizione territoriale della spesa totale in conto capitale non fu più indicato. Nel corso di un'audizione in Parlamento nel febbraio 2010 la SVIMEZ fece notare che "la quota di spesa pubblica in conto capitale complessivamente effettuata nelle regioni meridionali era passata, con un progressivo declino, dal 40,4% del 2001 al 35,3% nel 2007, e la sola quota di spesa ordinaria destinata alla formazione di capitale nel Mezzogiorno era stata pari nel 2007 ad appena il 21,4% " e metteva in evidenza come gli obiettivi programmatici posti a tal fine erano sistematicamente ignorati fino a scomparire. In conclusione, dallo studio della SVIMEZ si ricava che lo spostamento di risorse a favore delle regioni del Sud, oltre a correggere una deriva penalizzante per le aree deboli del Paese, rappresenta una ottimizzazione nell'uso di un ammontare dato di risorse pubbliche scarse (quelle appunto destinate a investimenti pubblici) il che significa aumentare efficienza ed efficacia della spesa. Dunque, per un ammontare dato di risorse disponibili, il criterio del 34%, rispetto al trend storico recente, aumenta quelle investite al Sud, riduce quelle disponibili al Centro-Nord con effetti espansivi da un lato e depressivi dall'altro.

L'esercizio mostra come il saldo netto sia positivo a livello nazionale sia per la dinamica del PIL (+0,2%), e fortemente positivo per quello che riguarda l'occupazione migliorando il saldo di oltre 185 mila unità. E ciò proprio grazie all'impatto del criterio redistributivo sul Mezzogiorno, al quale si contrappone un effetto depressivo molto più contenuto nel Centro-Nord, dove la caduta del PIL sarebbe stata pari a -7,6% a fronte del dato storico del -6,8%, con un sacrificio occupazionale di appena due decimi di punto percentuale, equivalente a +37.600 occupati persi. Ciò anche in conseguenza del fatto che una parte della domanda aggiuntiva che si crea nel Sud in seguito all'attivazione della clausola del 34% è soddisfatta con produzione e occupazione attivata nelle regioni del Centro-Nord. Infine, per una valutazione di costi e benefici di questa "ottimizzazione" nell'uso di date risorse pubbliche, è opportuno considerare che un eventuale minor gettito fiscale (stante che il vantaggio in termini di PIL nazionale è pari allo 0,2%) va confrontato con i minori costi che la riduzione di quasi 190 mila unità di lavoro disoccupate ha per le finanze pubbliche sia in termini di ammortizzatori sociali che di misure di contrasto alla povertà; per non parlare del ritorno, non facilmente monetizzabile, che un'efficace azione di coesione territoriale comporta sul fronte del contrasto alla disgregazione sociale. 

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Industria, a gennaio -3,5% del fatturato, ordinativi -2,9%

A gennaio, rispetto al mese precedente, nell'industria si rileva una flessione sia del fatturato (-3,5%), sia degli ordinativi (-2,9%), dopo tre mesi di crescita congiunturale. Lo rileva l'ISTAT. Il calo del fatturato e' piu' ampio sul mercato estero (-5,4%) rispetto a quanto rilevato sul mercato interno (-2,3%). Gli ordinativi registrano, invece, un incremento sul mercato estero (+2,6%) e una diminuzione su quello interno (-6,6%). La flessione registrata a gennaio non modifica la tendenza alla crescita rilevabile su base trimestrale: nella media degli ultimi tre mesi, l'indice complessivo del fatturato risulta infatti in crescita dell'1,7% rispetto ai tre mesi precedenti, con andamenti simili per il mercato interno ed estero. Corretto per gli effetti di calendario (i giorni lavorativi sono stati 21 contro i 19 di gennaio 2016), il fatturato totale cresce in termini tendenziali dell'1,5% (+1,5% sul mercato interno e +1,3% su quello estero). Gli indici destagionalizzati del fatturato segnano un incremento congiunturale per l'energia (+3,5%), mentre flessioni si registrano per i beni strumentali (-5,1%), per i beni intermedi (-3,5%) e per i beni di consumo (-3,4%). L'indice grezzo del fatturato cresce, in termini tendenziali, dell'8,2%: il contributo piu' ampio a tale incremento viene dalla componente interna dei beni intermedi. Per il fatturato l'incremento tendenziale piu' rilevante si registra nella fabbricazione di coke e prodotti petroliferi raffinati (+18,9%), mentre la maggiore diminuzione nel comparto manifatturiero riguarda le altre industrie manifatturiere, riparazione e installazione di macchine e apparecchiature (-9,6%). Nel confronto con il mese di gennaio 2016, l'indice grezzo degli ordinativi segna un incremento dell'8,6%. L'incremento piu' rilevante si registra nella fabbricazione di mezzi di trasporto (+21,6%), mentre la flessione maggiore si osserva nella fabbricazione di computer, prodotti di elettronica e ottica (-15,8%).

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Commercio estero extra Ue, Istat: -4,7% su mese, +3,6 anno

A febbraio 2017, rispetto al mese precedente, entrambi i flussi commerciali sono in contrazione, con una diminuzione piu' marcata per le esportazioni(-4,7%) che per le importazioni (-0,4%). La flessione congiunturale delle vendite verso i paesi extra Ue e' estesa a tutti i raggruppamenti principali di industrie, a esclusione dei beni di consumo durevoli (+5,1%). L'energia (-17,0%) registra una contrazione molto piu' marcata della media, cosi' come i beni strumentali (-9,0%)il cui calo risente di importanti vendite di mezzi di navigazione marittima nel mese precedente. E' quanto rileva l'Istat. Dal lato dell'import, il calo congiunturale e' il risultato di una flessione dell'energia (-2,6%) e, in misura minore, dei beni di consumo non durevoli (-1,1%) e dei beni strumentali (-0,9%). Al netto della componente energetica si rileva una crescita delle importazioni (+0,4%) che interessa i beni di consumo durevoli (+6,2%) e quelli intermedi (+2,0%). Nell'ultimo trimestre, la dinamica congiunturale dell'export verso i paesi extra Ue risulta comunque ampiamente positiva (+4,9%) ed estesa a tutti i raggruppamenti principali di industrie. L'aumento delle vendite di energia sui mercati extra Ue e' molto marcato (+35,1%).

Nello stesso periodo si rileva una sostenuta espansione delle importazioni (+10,4%) particolarmente ampia per l'energia (+29,8%). A febbraio 2017 le esportazioni sono in aumento su base annua (+3,6%, che si amplia a +5,7% eliminando l'effetto prodotto dal diverso numero di giorni lavorativi). La crescita e' ascrivibile per oltre la meta' all'energia (+74,8%) e, in misura minore, ai beni di consumo non durevoli (+6,1%) e ai beni strumentali (+0,9%). Le importazioni registrano una piu' sostenuta crescita tendenziale (+11,9%), determinata in gran parte dall'energia (+65,4%).Gli acquisti di beni di consumo non durevoli (-2,0%) e di beni intermedi (-0,4%) sono in calo. Il surplus commerciale (+1.717 milioni) e' inferiore a quello dello stesso mese del 2016 (+2.607 milioni).Il surplus nell'interscambio di prodotti non energetici (+4.488 milioni) e' invece in lieve aumento rispetto a febbraio2016 (+4.303 milioni).

A febbraio 2017, rispetto allo stesso mese del 2016, le vendite di beni verso Cina (+31,6%), Russia (+25,6%), paesi MERCOSUR (+9,2%) e paesi ASEAN (+6,4%) aumentano in misura marcata. Gli Stati Uniti (+3,7%) conseguono invece un incremento piu' contenuto. Paesi OPEC (-20,6%) e Turchia (-9,3%) sono in forte flessione. Le importazioni dai paesi OPEC (+54,9%) India (+38,5%), Russia (+33,2%) e Turchia (+19,3%) conseguono una crescita piu' sostenuta della media. In misura minore aumentano anche gli acquisti da paesi ASEAN (+10,7%), Svizzera (+5,8%) e paesi MERCOSUR (+1,9%). Infine, Stati Uniti (-3,9%) e Cina(-0,8%) registrano una flessione

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Dimezzate le presenze dei turisti stranieri nelle aree colpite dal sisma

A sette mesi dalle prime scosse sono praticamente dimezzate le presenze dei turisti stranieri nelle aree colpite dal sisma con effetti disastrosi sull'economia locale. E' quanto emerge da un monitoraggio della Coldiretti che esprime apprezzamento per la riunione a Norcia della presidenza del Parlamento europeo (presidente, vicepresidenti e presidenti del gruppo politici) nell'ambito delle cerimonie per il 60 anniversario dei Trattati di Roma promossa dal presidente Antonio Tajani. Insieme agli aiuti materiali diretti - sottolinea la Coldiretti - è un segnale importante per incentivare le presenze sul territorio soprattutto in vista della Pasqua in luoghi caratterizzati tradizionalmente da un grande afflusso dall'estero. Il terremoto ha colpito un territorio a prevalente economia agricola che occorre ora sostenere concretamente per non rassegnarsi all'abbandono e allo spopolamento", ha affermato il presidente della Coldiretti Roberto Moncalvo nel sottolineare l'esigenza che "la ricostruzione vada di pari passo con la ripresa dell'economia che in queste zone significa soprattutto cibo e turismo". L'agriturismo secondo la Coldiretti è il settore turistico piu' danneggiato dal terremoto con le presenze praticamente azzerate per un crollo di oltre il 90% degli arrivi nelle aziende agricole situate nelle aree del cratere tradizionalmente vocate per vacanze, picnic e gite fuori porta in campagna, grazie alla bellezza dei paesaggi e alla qualità dell'offerta gastronomica. Nei 131 comuni del cratere colpito dai terremoti del 24 agosto e del 26 e 30 Ottobre secondo le elaborazioni Coldiretti su dati Istat, operano 444 agriturismi dei quali 42 in Abruzzo, 40 nel Lazio, 247 nelle Marche e 115 in Umbria dove la momento le uniche presenze residuali si riferiscono a quanti sono impegnati nell'opera di ricostruzione. Ma gli effetti del terremoto sulle presenze - continua la Coldiretti - si sono sentiti anche su tutti i 3400 agriturismi complessivamente attivi nelle quatto regioni, dove i turisti sono piu' che dimezzati. (SEGUE) 241255 MAR 17

Il calo degli arrivi di turisti, con il conseguente danno economico, allunga - rileva Coldiretti - il conto dei problemi provocati dal terremoto alle strutture, con molti agriturismi che hanno avuto stanze per gli ospiti inagibili, cucine e sale ristoranti lesionate, laboratori di trasformazione crollati, piscine e arredi danneggiati, tettoie e gazebo pericolanti. A ciò vanno aggiunti i disagi legati al la conseguente difficoltà ad approvvigionarsi di prodotti come per le semine della lenticchia di Castelluccio ostacolata dalla difficile viabilità. Le vendite di tipicità ai turisti si sono ovviamente azzerate sia per il blocco dell'attività di trasformazione e sia per la stessa mancanza di clienti a cui si aggiunge l'assenza dei residenti, trasferiti negli hotel sulla costa. In difficoltà - sostiene la Coldiretti - è l'intera offerta turistica delle zone terremotate che fondava il suo successo sulle sinergie tra cultura, ambiente e qualità alimentare che rappresentano il valore aggiunto di quei territori. Per risollevare il turismo occorre anche - sottolinea Coldiretti - un impegno a livello di promozione per riportare le persone in queste aree. Un esempio è l'iniziativa "Fai Pasqua da noi!" promossa da Campagna Amica in vista delle prossime vacanze pasquali per favorire una prima ripresa delle presenze. Ma la sfida più importante è quella di far ripartire le attività produttive a livello generale, iniziando dal garantire in tempi stretti l'arrivo di stalle mobili e moduli abitativi a tutte le aziende e gli allevamenti danneggiati, superando i pesanti ritardi accumulati. Solo così - conclude la Coldiretti - sarà possibile risollevare l'economia dei territori terremotati cui l'agricoltura, tra manodopera familiare ed esterna, contribuisce in modo importante.

 

immagine di repertorio

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Eurostat,in Italia solo 28,6% under 30 è occupato

Per diventare autonomi i giovani italiani ci mettono sempre di piu'. "Se un giovane di vent'anni nel 2004 aveva impiegato 10 anni per costruirsi una vita autonoma, nel 2020 ne impieghera' 18 (arrivando quindi a 38 anni), e nel 2030 addirittura 28: diventerebbe, in sostanza, 'grande' a cinquant'anni". Lo si legge in uno studio della Fondazione Visentini presentato alla Luiss.

In Italia poco piu' di un quarto delle persone con meno di 30 anni lavora (il 28,6% di coloro che hanno tra i 15 e i 29 anni) contro il 47,2% nell'Ue a 28 e il 57,7% in Germania: il dato contenuto nelle statistiche Eurostat riferite al 2015 conferma il quadro descritto dallo studio della Fondazione Visentinipresentato oggi alla Luiss secondo il quale i giovani in Italia ormai si rendono indipendenti dalla famiglia di origine alla soglia dei quaranta anni. Tra i 20 e i 29 anni la percentuale di chi lavora cresce con il 40,3% in Italia a fronte del 61,4% nell'Ue a 28 ma resta molto piu' basso sia rispetto al dato italiano del 2007 (53,5%) sia di quello di paesi come la Francia (60,9%) e il Regno Unito (74,2%). Tra i 25 e i 29 anni lavora appena il 52,2% dei giovani italiani a fronte del 72% in Ue (80% in Uk, 78,1% in Germania). Il divario e' consistente soprattutto a causa della scarsa occupazione tra le donne: tra i 25 e i 29 anni lavora il 45,7% delle italiane (67,3% in Ue, 75,5% in Germania) mentre tra i 15 e i 29 anni la percentuale si ferma al 24,4%, venti punti in meno rispetto all'Ue a 28. Se si guarda alla fascia tra i 20 e i 29 anni il dato italiano (34,5%) e' il peggiore in Europa e quasi in linea con quello della Turchia (34,1%). La regione che ha l'occupazione femminile piu' bassa e' la Calabria con appena il 12% di occupate tra le under 30 (44,4% la media Ue), tra le aree peggiori in Ue. 

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Istat, una famiglia su tre non si fida a bere dal rubinetto

Una famiglia su tre non si fida a bere dal rubinetto, così compra acqua minerale spendendo circa 10 euro al mese. Dall'inizio del nuovo secolo la diffidenza nei confronti del servizio idrico nazionale era costantemente diminuito, passando dal 40,1% del 2002 al 28% del 2014. L'anno scorso si è registrata l'inversione di tendenza, con il numero di famiglie che non è sicura della qualità dell'acqua risalito al 29,9%. I dati sono diffusi dall'Istat in occasione della giornata mondiale dell'acqua.

Secondo l'Istituto di statistica gli italiani nel 2015 hanno consumato 245 litri d'acqua al giorno, spendendo 10 euro al mese a famiglia per la fornitura di uso domestico. Altro tema affrontato dall'Istat è quello delle perdite idriche, che possono arrivare fino al 68,8% a Potenza e fermarsi al 16,7% a Milano. A perdere oltre la media dell'acqua potabile a causa delle perdite nelle reti di distribuzione sono anche altri capoluoghi di regione, come Campobasso (67,9%), Cagliari (59,3%), Palermo (54,6%) e Bari (52,3%). Poco meno della metà dell'acqua potabile si perde nelle tubature della capitale (44,1%), a Firenze (47,1%) e Catanzaro (49,2%). Scendendo nell'elenco si trova Trieste, dove le perdite idriche delle reti di distribuzione dell'acqua potabile arrivano a 46,8%; seguono Perugia (41,4%), Napoli (35,7%), Trento (32,6%), Venezia (31,7). Anche gli ultimi capoluoghi classificati si tengono comunque a perdite che si aggirano a un quarto dell'acqua trasportata e sono: L'aquila (29,9%), Torino (27,9%), Ancona (27,9%), Bologna (27,9%), Genova (27,4%) e Aosta (24,5%). Infine, ricorda l'Istat, il 3% del volume dell'acqua potabile immesso in rete viene sottratto senza autorizzazione o non misurato (per imprecisione o malfunzionamento dei contatori)

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Istat, oltre un milione di famiglie senza lavoro

Resta stabilmente sopra quota un milione il numero delle famiglie senza redditi da lavoro. E' quanto emerge dalla tabelle dell'Istat aggiornate al 2016. Rispetto allo scorso anno non cambia pressoche' nulla: si passa da 1 milione 92 mila a 1 milione 85 mila (-0,7%). Si tratta di 'case' dove tutti i componenti attivi, che partecipano al mercato del lavoro, sono disoccupati. Quindi se reddito c'e' arriva da altre fonti e non dall'impiego (rendite o pensioni). 

Si tratta del 6,6% delle famiglie presenti sul mercato del lavoro (16,5 milioni). Per un milione di famiglie a zero occupazione ci sono, infatti, 13,9 milioni in cui tutte le forze lavoro sono impiegate. Tornando a concentrare l'attenzione sui nuclei senza lavoro: 448 mila sono coppie con figli e 290 mila sono famiglie con un solo componente, single, piu' spesso uomo che donna, 178 mila contro 113 mila), Seguono 222 mila nuclei mono-genitore (e stavolta sono piu' donne, 192 mila) e 80 mila coppie senza figli. Come ormai di tradizione a fare il pieno di famiglie senza redditi da lavoro e' il Mezzogiorno (587 mila), che precede sia il Nord (300 mila) che il Centro (198 mila). Analizzando il tasso di disoccupazione delle persone tra i 25 e i 64 anni e incastrando i dati con il loro ruolo in famiglia, si nota come i valori piu' alti si registrino per i mono-genitori (12%), stanno invece decisamente meglio i single (8,4%). Accendendo un faro su chi fa parte di coppie con figli, si sottolinea come all'aumentare della prole salga anche il tasso di disoccupazione (7,3% se c'e' solo un figlio, 7,7% se due e 10% per tre o piu'). I coniugi o conviventi senza bambini si fermano al 7,6%.

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Cgia: persi 70mila addetti nel comparto dei Tir nel periodo della crisi

Dall'inizio della crisi (2009) a oggi si contano quasi 21.000 attività in meno, lasciando senza occupazione almeno 70.000 addetti. Sono i numeri diffusi dalla Cgia in unio studio sull'autrasporto nazionale. Assieme alle costruzioni, l'autotrasporto ha subito i contraccolpi più negativi di questo momento così difficile: il crollo della domanda, i costi di esercizio record, la concorrenza sleale praticata dai vettori stranieri e i pagamenti sempre più dilatati nel tempo ne hanno fiaccato la tenuta. Un mix di criticità che, da quest'oggi, ha fatto scattare lo stato di agitazione della categoria. La Cgia ricorda che le 84.500 imprese del settore distribuiscono l'85,4 per cento delle merci che viaggiano in Italia, contro una media dell'Ue a 28 di 10 punti inferiore. E a queste 84.500 realtà presenti sul territorio vanno aggiunte almeno altre 40.000 imprese prive di automezzi che svolgono quasi esclusivamente attività di intermediazione avvalendosi sempre più spesso a vettori stranieri. "Abbiamo i costi di esercizio più elevati d'Europa a causa di troppe tasse e di un deficit infrastrutturale che costa all'intero sistema economico oltre 40 miliardi di euro l'anno Pur di lavorare, sempre più frequentemente i nostri viaggiano sottocosto con tariffe che mediamente si aggirano attorno a 1,10-1,20 euro al chilometro, mentre i trasportatori dell'Est - spesso in violazione delle norme sui tempi di guida, delle disposizioni sul cabotaggio e con costi fissi molto inferiori - corrono a 80-90 centesimi. E' evidente che con questa disparità di prezzo molti autotrasportatori italiani sono stati costretti a gettare la spugna", spiega il coordinatore dell'Ufficio studi Cgia Paolo Zabeo. 

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Coldiretti, gli agriturismi fanno segnare un -90% negli arrivi

E' l'agriturismo il settore turistico piu' danneggiato dal terremoto con le presenze praticamente azzerate per un crollo di oltre il 90% degli arrivi nelle aziende agricole situate nelle aree del cratere tradizionalmente vocate per vacanze, picnic e gite fuori porta in campagna, grazie alla bellezza dei paesaggi e alla qualita' dell'offerta gastronomica. E' quanto emerge dalla prima analisi diffusa da Coldiretti sull'impatto del sisma sulle vacanze in campagna in occasione dell'iniziativa #nonsoloamatriciana con venti agrichef giunti nelle Marche da tutta Italia, all'agriturismo Fiorenire di Castignano (Ascoli Piceno), uno de comuni del cratere, per imparare le ricette con i prodotti salvati dalle macerie e portarle nelle altre regioni, dando cosi' uno sbocco di mercato alle tipicita' oggi a rischio estinzione. Nei 131 comuni del cratere colpito dai terremoti del 24 agosto e del 26 e 30 Ottobre, operano 444 agriturismi dei quali 42 in Abruzzo, 40 nel Lazio, 247 nelle Marche e 115 in Umbria dove la momento le uniche presenze residuali si riferiscono a quanti sono impegnati nell'opera di ricostruzione. Ma gli effetti del terremoto sulle presenze si sono sentiti anche su tutti i 3400 agriturismi complessivamente attivi nelle quatto regioni, dove i turisti sono piu' che dimezzati.

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Nove milioni di italiani alle prese con problemi del sonno

Notti sempre più insonni perse dietro a smartphone e pc o ancora stress, o altri disturbi medici. Ne soffrono 9 milioni di italiani che pagano la mancanza di riposo con ripercussioni su salute, produttività lavorativa, qualità della vita e spese sanitarie tra visite e ricoveri. A dimostrarlo uno studio condotto in 5 Paesi europei, tra cui l'Italia, su 62 mila persone insonni e sane: l'impatto negativo sul lavoro raddoppia per i pazienti con insonnia (38,74%) rispetto a chi non è affetto dal disturbo (14,86%). Inoltre, nell'arco di 6 mesi è stato calcolato un numero di visite mediche più alto (9,10) rispetto ai non insonni (4,08). E' proprio per combattere il disturbo che nasce il progetto Sonno&Salute, grazie al contributo di Fidia Farmaceutici che - nell'ambito delle attività previste nella Giornata mondiale del sonno, che si celebrerà domani 17 marzo - da aprile a settembre farà tappa in Veneto, Lombardia, Piemonte, Liguria, Friuli Venezia Giulia, Emilia Romagna, Toscana, Lazio, Abruzzo, Puglia, Calabria, Sardegna e Sicilia. Il progetto è curato dagli specialisti esperti del sonno e dedicato a sensibilizzare i medici di medicina generale sui disturbi del sonno, con l'obiettivo di offrire una diagnosi corretta e precoce ai pazienti e avviarli così a un percorso terapeutico idoneo. "Per il nostro organismo dormire bene è importante quanto nutrirsi o dissetarsi - spiega Lino Nobili, neurofisiopatologo e neuropsichiatra, coordinatore scientifico del progetto Sonno&Salute - Qualsiasi situazione che interferisca con la qualità e quantità del sonno, particolarmente se duratura, può contribuire ad alimentare problemi di natura psicologica e cognitiva così come di natura endocrina, immunologica e cardio-vascolare. Intervenire precocemente sui disturbi del sonno può essere, quindi, determinante per migliorare lo stato di salute complessivo della persona"

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