L’Osservatorio

Casa, oltre 6 anni di stipendi per comprarla

L'acquisto della casa è una delle spese maggiori che le famiglie italiane devono sostenere. A livello nazionale si evince che sono necessarie 6,2 annualità di stipendio per comprare casa, sostanzialmente tante quante ne servivano l'anno scorso. La Capitale è la città dove occorrono più annualità (9,6) seguita da Milano con 9,2 annualità e Firenze con 8,5 annualità. La città dove servono meno annualità di stipendio è Palermo (3,7) . L'analisi condotta dall'Ufficio Studi del Gruppo Tecnocasa si basa sui dati relativi al prezzo al metro quadro di un immobile medio usato, raccolti dalle agenzie affiliate delle Grandi Città, riferiti al primo semestre 2018 sulle retribuzioni contrattuali annue di cassa per dipendente, (al netto dei dirigenti) a tempo pieno per attività economica e contratto, al lordo delle trattenute fiscali e previdenziali, ricavate dalla banca dati ISTAT. Si è inoltre ipotizzato che il reddito fosse destinato interamente all'acquisto di un'abitazione di 85 mq. In questa analisi il valore finale della retribuzione è stato ottenuto da una stima. Effettuando un confronto a distanza di dieci anni, si evince che a livello nazionale la differenza è stata più consistente: infatti si è passati dalle 9,2 annualità nel 2008 alle 6,2 nel primo semestre del 2018. In questo lasso temporale Roma e Milano (-3,8 annualità) seguite da Bari (-3,7 annualità) e Napoli (-3,6) hanno avuto le variazioni più rilevanti. 

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Turismo, al via cooperazione Stato-Regioni su rilevazione dati

Il Ministero delle Politiche agricole alimentari, forestali e del turismo, Il Coordinamento Tecnico Commissione Turismo della Conferenza Stato Regioni, l’Istat e Il Centro interregionale per i Sistemi Informatici, geografici e statistici, hanno avviato, per la prima volta, un percorso comune e condiviso nell'ambito della raccolta ed elaborazione dei dati turistici sul territorio italiano.E’ stato presentato, infatti, durante il Comitato di Coordinamento Tecnico Commissione Turismo della Conferenza Stato Regioni, un software per l’ottimizzazione dei metodi di raccolta delle informazioni statistiche in materia turistica, che garantirà, attraverso metodologie innovative, una maggiore quantità, qualità e tempistica delle informazioni, cosi da coadiuvare l'orientamento strategico sia del settore pubblico che di quello privato.“La sistematizzazione della gestione dei dati turistici nazionali, la raccolta e la loro elaborazione è una delle nostre priorità” - ha affermato il Ministro delle Politiche agricole alimentari, forestali e del turismo, sen. Gian Marco Centinaio. - “I numeri non devono servire per le classifiche ma per consentire agli operatori ed alle istituzioni, oltre che al Ministero, di poter programmare una politica turistica e di promozione del territorio realmente adeguata alle esigenze del turismo mondiale”.“Un primo ed importante risultato - ha affermato Giovanni Lolli, Coordinatore della Commissione Turismo e Industria Alberghiera della Conferenza delle Regioni e presidente vicario della Regione Abruzzo, - che attraverso una moderna soluzione tecnica e qualificata attività concertativa consentirà, a regime, alle Regioni di disporre di dati più ampi ed in tempo reale. Inoltre anche le strutture recettive, senza aggravi di costi potranno disporre di maggiori dati, facilità di rilevazione e velocità di trasmissione del dato”.

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Pil, Cgia: crescita nel 2019 a 0,8%

 Per il 2019 la Cgia di Mestre stima crescita del Pil allo 0,8%. L'associazione spiega come "i principali organismi internazionali e nazionali stanno rivedendo al ribasso le stime di crescita in quanto l'economia europea sta rallentando. Con un Pil più basso di quello previsto nella legge di Bilancio 2019, il rapporto deficit/Pil finirebbe per essere più elevato del 2,04% 'impostoci' da Bruxelles". "Uno scenario che - secondo la Cgia - è da scongiurare, visto che entro la fine di quest'anno bisognerà trovare 23 miliardi di euro per evitare l'aumento dell'Iva che, altrimenti, scatterà dal primo gennaio 2020. Va segnalato, infine, che con una crescita del Pil 2019 nettamente inferiore all'1%, nessun altro Paese, come ha avuto modo di segnalare la Commissione europea, farà peggio di noi, anche quest'anno". Rispetto l'anno ante-crisi (2007) l'Italia deve ancora recuperare 4,2 punti percentuali di Pil e ben 19,2 punti di investimenti. A distanza di 10 anni, inoltre, i consumi delle famiglie sono inferiori di 1,9 punti e il reddito disponibile, sempre delle famiglie, è in calo di 6,8. In materia di lavoro, l'occupazione è aumentata dell'1,7%, mentre il tasso di disoccupazione è cresciuto dell'84,4%. Se, infatti, nel 2007 il tasso di coloro che era alla ricerca di un'occupazione si attestava al 6,1%, nel 2018 è salito al 10,5%. 

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Fondi in Ict e ricerca e innovazione, Italia maglia nera in Europa

LItalia è sul fondo della classifica dei Paesi virtuosi dell'Unione Europea per la capacità di spesa dei fondi in Ict e ricerca e innovazione. E' quanto emerge da un'analisi condotta dall'Osservatorio statistico dei consulenti del lavoro. Secondo la ricerca dei consulenti del lavoro, "nonostante le grandi ambizioni del piano nazionale 'Agenda Digitale', finalizzato a rendere più competitive le aziende italiane e le infrastrutture tecnologiche, l'attuazione del programma stenta a decollare". "In totale - sottolinea lo studio - i fondi disponibili a valere sul Fondo europeo di sviluppo regionale (Fesr 2014-2020) per favorire l'innovazione nel nostro Paese sono 8,3 miliardi di euro: 6 miliardi per la ricerca e l'innovazione e 2,3 miliardi per lo sviluppo dell'Ict". "Si tratta di un valore molto alto -spiegano i professionisti- di risorse disponibili, il terzo dopo Polonia e Spagna. Ma, dopo quasi cinque anni dall'avvio dell''Agenda Digitale italiana', se si osserva la quota di investimenti rendicontati e impiegati dal nostro Paese si nota che sono stati spesi solo 828 milioni (pari al 12,3% del totale), collocando l'Italia al quartultimo posto in classifica"

Il report dei consulenti del lavoro si focalizza su alcuni aspetti collegati all'innovazione tecnologica, analizzando in particolare gli open data della Commissione europea, aggiornati a settembre 2018, in merito alla rendicontazione delle risorse previste dai fondi europei. Osservando le voci di spesa relative a ricerca e innovazione e allo sviluppo Ict a livello regionale, Puglia, Campania e Sicilia sono le regioni che hanno programmato investimenti più ingenti (ciascuna superiore ai 600 milioni) ma, mentre la Puglia ha già rendicontato il 12% delle spese effettuate (in linea con la media nazionale), la Sicilia a settembre 2018 non ha rendicontato alcuna spesa e la Campania solo 5 milioni di euro (pari all'1%) della programmazione approvata. La capacità di spesa è invece a uno stadio avanzato per le regioni Liguria (45%), Emilia Romagna (41%), Toscana e Valle d'Aosta (38%), seguite dalla Sardegna (34%). In coda alla classifica troviamo, oltre che Campania e Sicilia, anche l'Abruzzo (3%), il Lazio (4%), il Veneto (6%) e il Piemonte (8%), tutte in forte ritardo rispetto alla rendicontazione delle spese. La scarsa capacità di spesa delle ingenti risorse europee mostra i suoi effetti anche sull'occupazione nei settori ad alta innovazione tecnologica. Dal report emerge come in Italia in questi ambiti sono occupate 775 mila persone e la crescita, dal 2008 ad oggi, è stata di sole 11 mila unità (+1,5%). 

 Per fare un confronto è sufficiente pensare che nell'area euro sono 5,7 milioni le persone occupate in tali settori, con una crescita di 362 mila unità dal 2008 (+6,7%). Nel nostro Paese, la quota di occupati nella produzione di beni altamente tecnologici è dello 0,9% (la media europea è pari all'1,1%). Rispetto ai servizi ad alta tecnologia e alta intensità di conoscenza nell'occupazione l'Italia si attesta al 2,5%: un livello inferiore di 0,4 punti percentuali rispetto alla media dell'Eurozona. Nel 2017, inoltre, il 39,8% degli occupati in settori ad alta intensità tecnologica ha conseguito la laurea (rispetto a una media nazionale di occupati laureati pari al 22%). Tuttavia, le donne sono solo il 31,4%, oltre 10 punti percentuali in meno della quota di donne occupate in tutti i settori (42%). La media italiana del 3,4% è trainata da Liguria (4%), Lombardia (4,7%) e Lazio (6,1%), mentre gran parte delle regioni ha una quota di occupati in settori ad alta intensità tecnologica al di sotto del 2,5%

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Istat, a novembre import -2,2% su mese e +3,4% su anno

A novembre 2018 entrambi i flussi commerciali con l'estero registrano una flessione congiunturale, piu' intensa per le importazioni (-2,2%) che per le esportazioni (-0,4%). La diminuzione congiunturale dell'export e' da ascrivere al calo delle vendite verso i mercati Ue (-1,3%) mentre l'area extra Ue registra una contenuta crescita (+0,6%). Lo rende noto l'Istat. Nel trimestre settembre-novembre 2018, rispetto al precedente, si registra una diminuzione per le esportazioni (-0,5%) e un aumento per le importazioni (+1,0%). A novembre 2018 l'aumento dell'export su base annua e' pari a +1% e coinvolge sia l'area Ue (+1,4%) sia i paesi extra Ue (+0,4%). La crescita dell'import (+3,4%) e' trainata dal forte incremento degli acquisti dai paesi extra Ue (+10,1%). Tra i settori che contribuiscono in misura piu' rilevante alla crescita tendenziale dell'export nel mese di novembre, si segnalano articoli farmaceutici, chimico-medicinali e botanici (+16,0%), computer, apparecchi elettronici e ottici (+18,4%) e articoli di abbigliamento, anche in pelle e in pelliccia (+12,8%). In diminuzione, su base annua, le esportazioni di autoveicoli (-16,2%) e di mezzi di trasporto, esclusi autoveicoli (-8,7%).

Su base annua, i paesi che contribuiscono maggiormente all'incremento delle esportazioni sono Stati Uniti (+15,8%), Spagna (+5,1%), Austria (+7,6%), Paesi Bassi (+4,9%) e Cina (+3,3%). Nel periodo gennaio-novembre 2018, la crescita tendenziale dell'export e' pari a +3,5% ed e' sospinta da prodotti tessili e dell'abbigliamento, pelli e accessori (+3,6%), metalli di base e prodotti in metallo, esclusi macchine e impianti (+5,7%), mezzi di trasporto, autoveicoli esclusi (+6,3%), articoli farmaceutici, chimico-medicinali e botanici (+8,0%) e articoli di abbigliamento, anche in pelle e in pelliccia (+3,7%). Il surplus commerciale si riduce di 825 milioni di euro (da +4.668 milioni a novembre 2017 a +3.843 milioni a novembre 2018). Nei primi undici mesi dell'anno l'avanzo commerciale raggiunge +36.143 milioni (+73.672 milioni al netto dei prodotti energetici)

Nel mese di novembre 2018 si stima che l'indice dei prezzi all'importazione diminuisca dell'1,2% rispetto al mese precedente ed aumenti del 3,1% in termini tendenziali. "A novembre l'export registra una lieve flessione congiunturale che segue l'ampio incremento di ottobre. La flessione delle vendite di beni di consumo e di beni intermedi contribuisce al calo congiunturale - commenta l'Istituto di Statistica -. Le vendite di prodotti dell'industria farmaceutica (+0,9 punti percentuali), con particolare riguardo a quelle realizzate in Francia, e di prodotti dell'elettronica (+0,6 punti percentuali), in particolare verso la Spagna, forniscono il contributo piu' ampio all'aumento dell'export. La crescita su base annua dei prezzi all'importazione e' la piu' bassa da maggio 2018"

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Istat, nel terzo trimestre 2018 in diminuzione del 2% i permessi di costruire

Nel secondo trimestre del 2018 l'Istat ha stimato che i permessi di costruire relativi al comparto residenziale registrino, al netto della stagionalita', una diminuzione congiunturale del 2,0% per il numero di abitazioni e un lieve incremento per la superficie utile abitabile (+0,4%). La superficie in fabbricati non residenziali cala in misura rilevante (-18,6%), confrontandosi tuttavia con il livello destagionalizzato particolarmente elevato raggiunto nel primo trimestre dello scorso anno. I risultati negativi registrati nel secondo trimestre del 2018 collocano la stima del numero di abitazioni dei nuovi fabbricati residenziali, al netto della stagionalita', poco al di sotto della soglia delle 13mila unita', mentre la superficie non residenziale, pur perdendo quasi 0,8 milioni di mq nel trimestre, rimane su livelli relativamente elevati

La superficie utile abitabile, con 1,17 milioni di metri quadri, mantiene nel secondo trimestre 2018 un livello quasi invariato rispetto a quello del trimestre precedente. In termini tendenziali, nel secondo trimestre del 2018 continua la dinamica positiva del numero di abitazioni rilevata per i nuovi fabbricati (+1,3%), anche se in forte rallentamento rispetto al trimestre precedente; un analogo andamento caratterizza la superficie utile abitabile (+5,1%). L'edilizia non residenziale continua, nel secondo trimestre 2018, ad essere caratterizzata da una crescita tendenziale molto robusta (+24,9%), ma in decelerazione rispetto a quella del primo trimestre.

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Confcommercio, 1 consumatore su 3 ha acquistato con il Black friday

Un consumatore su tre (32,6% per l'esattezza) ha acquistato a novembre approfittando degli sconti del Black Friday e del Cyber Monday, iniziative che hanno visto negli ultimi anni una sempre maggiore quota di consumatori che ha effettuato acquisti, passata dal 23% del 2016 al 32,6% del 2018. Il dato emerge da un'analisi dell'Ufficio Studi Confcommercio e dall'indagine "Special Black Friday 2018" realizzata in collaborazione con Format research. Nel "venerdi' nero" la spesa per la quasi totalita' dei consumatori (96%) non ha superato i 300 euro; il 34,9% dei negozi e' stato visitato da nuovi clienti durante queste iniziative, ma per il 57,7% delle imprese non ci sono stati incrementi di vendite; calzature, articoli sportivi e abbigliamento sono risultate le tipologie di negozi maggiormente strutturati piu' frequentate dai consumatori in occasione del Black Friday. Insomma, la storia del Black Friday-Cyber Monday conferma che iniziative come queste, se ben congegnate, cioe' comprensibili, a prezzi competitivi, con sufficienti garanzie per le famiglie consumatrici, che suscitino anche coinvolgimento diffuso, sono destinate al successo. Tuttavia, come confermato anche dai recenti dati Istat, rimane il timore che gli sviluppi delle vendite di novembre, anche per effetto di queste iniziative commerciali, vadano a detrimento di quelle di dicembre, per i beni durevoli, e di gennaio, anche se in quest'ultimo caso l'effetto sui saldi di abbigliamento e calzature dovrebbe essere molto moderato

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Bankitalia: a novembre prestiti +2,3%, a famiglie +2,7%

 A novembre i prestiti al settore privato, corretti per tener conto delle cartolarizzazioni e degli altri crediti ceduti e cancellati dai bilanci bancari, sono cresciuti del 2,3% su base annua (2,7% in ottobre). I prestiti alle famiglie sono cresciuti del 2,7% (2,8% nel mese precedente), mentre quelli alle società non finanziarie sono cresciuti dell'1,1% (1,5% in ottobre). Lo afferma la Banca d'Italia nella pubblicazione "Banche e moneta: serie nazionali". I depositi del settore privato sono cresciuti del 3,3% su base annua (3,6% nel mese precedente); la raccolta obbligazionaria è diminuita del 17,2% (era diminuita del 17,3% nel mese precedente)

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La spesa per interessi è cresciuta di circa 1,7 miliardi

Nel terzo trimestre 2018, tra luglio e settembre, la spesa per interessi è cresciuta di circa 1,7 miliardi rispetto allo stesso periodo del 2017, pari ad un aumento del 12%. Lo comunica l'Istat. L'incidenza del deficit delle amministrazioni pubbliche sul Pil, spiega l'Istat, ha segnato nel terzo trimestre "un miglioramento marginale" (pari a 0,1 punti percentuali rispetto al corrispondente trimestre del 2017), poiché l'aumento dell'avanzo primario è stato quasi completamente bilanciato dalla crescita della spesa per interessi, salita di circa 1,7 miliardi rispetto al terzo trimestre 2017, da 14,376 miliardi del 2017 a 16,103 miliardi (+12%). Il saldo primario delle amministrazioni pubbliche (indebitamento al netto degli interessi passivi) è risultato positivo, con un'incidenza sul Pil del 2,0%, a fronte dell'1,6% nel terzo trimestre del 2017. Il saldo corrente è stato anch'esso positivo, con un'incidenza sul Pil dell'1,1% (1,6% nel terzo trimestre del 2017).

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Reddito di cittadinanza, Studio Cgia: 3 miliardi potrebbero andare a chi lavora in nero

La metà della spesa per il reddito di cittadinanza, circa 3 su 6 miliardi di euro previsti, potrebbe finire nelle tasche di persone che lavorano in maniera irregolare, i cosiddetti "lavoratori in nero" e in quelle delle loro famiglie. Lo sostiene l'Ufficio studia della Cgia di Mestre, sulla base delle anticipazioni apparse nei giorni scorsi sulla misura, che valuta in poco più di 4 milioni di persone la platea potenziale, in 1.375.000 nuclei familiari. Citando l'Istat, la Cgiaricorda che in Italia ci sono poco meno di 3,3 milioni di occupati che svolgono un'attività irregolare. Se da questo numero rimuoviamo i dipendenti che lavorano anche irregolarmente ma non potranno chiedere il reddito e i pensionati che non hanno i requisiti per accedere al reddito di cittadinanza - pari, in linea di massima, a 1,3 milioni di unità - coloro che svolgendo un'attività irregolare potrebbero, in linea teorica, percepire questa misura sarebbero 2 milioni (tra i quali casalinghe, formalmente inattivi, studenti ecc); vale a dire la metà dei potenziali aventi diritto. 

La regione più "a rischio" è la Calabria che, secondo gli ultimi dati disponibili (anno 2016), presenta 140.700 lavoratori in nero e un'incidenza del valore aggiunto da lavoro irregolare sul Pil regionale pari al 9,4%, quasi doppio rispetto al dato medio nazionale (5,1%). Segue la Campania con 372.600 unità e un Pil in "nero" dell'8,6%. Al terzo posto la Sicilia, con 303.700 irregolari e un peso dell'8,1%. Le realtà meno interessate dalla presenza dell'economia sommersa sono Friuli Venezia Giulia, con 56.400 irregolari e il 4,1% del Pil regionale; Lombardia, con 485.600 e 3,9%, Veneto con 197.600 lavoratori in nero e 3,8% del Pil regionale. 

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