L’Osservatorio

Istat, nel 2018 la spesa mensile delle famiglie stabile a 2.571 euro

Nel 2018, la stima della spesa media mensile per consumi delle famiglie residenti in Italia e' pari a 2.571 euro in valori correnti, stabile rispetto all'anno precedente. Lo rileva l'Istat nel report 'Le spese per i consumi delle famiglie'. La meta' delle famiglie spende piu' di 2.153 euro al mese. Pur in attenuazione, restano ampi i divari territoriali. Il differenziale maggiore e' tra Nord-ovest e Isole (circa 800 euro). Le famiglie che vivono in una abitazione in affitto destinano oltre un quinto della loro spesa complessiva al pagamento del canone. 

La spesa e' ancora lontana dai livelli del 2011 (2.640 euro mensili), cui avevano fatto seguito due anni di forte Contrazione. Considerando la dinamica inflazionistica, in termini reali la spesa diminuisce dello 0,9%, segnando una contrazione per la prima volta dopo la moderata dinamica positiva registrata dal 2014 al 2017. Se si osserva il valore mediano, il 50% delle famiglie ha speso nel 2018 una cifra non superiore a 2.153 euro, invariata rispetto ai 2.154 euro del 2017. I livelli di spesa piu' elevati si registrano nel Nord-ovest (2.866 euro), nel Nord-est (2.783) e nel Centro (2.723 euro); piu' bassi nel Sud (2.087 euro) e nelle Isole (2.068 euro). La composizione della spesa resta sostanzialmente immutata rispetto al 2017: e' ancora l'abitazione ad assorbire la quota piu' rilevante (35,1% della spesa totale), seguita dalla spesa per prodotti Alimentari e bevande analcoliche (18,0%) e da quella per Trasporti (11,4%). Le famiglie hanno speso per prodotti Alimentari e bevande analcoliche 462 euro mensili, senza differenze significative rispetto ai 457 euro del 2017. Piu' nel dettaglio, aumenti di spesa si registrano per le carni (98 euro mensili, +4%), i pesci e i prodotti ittici (41 euro mensili, +3,4%) e per caffe', te' e cacao (15 euro, +5%). Le carni costituiscono anche la voce di spesa alimentare piu' importante in termini di composizione del carrello, rappresentando il 3,8% della spesa totale; il pesce pesa meno della meta' delle carni (1,6% della spesa complessiva) e caffe', te' e cacao appena lo 0,6%. Solo la spesa per zucchero, confetture, miele, cioccolato e dolciumi (che rappresenta appena lo 0,7% della spesa totale) diminuisce significativamente (19 euro mensili, -2,6% sul 2017). La spesa per beni e servizi non alimentari e' di 2.110 euro mensili, anche questa stabile rispetto al 2017 (2.107 euro). Per Abitazione, acqua, elettricita' e altri combustibili, manutenzione ordinaria e straordinaria la spesa resta invariata rispetto all'anno precedente e pari a 903 euro (il 35,1% del totale), di cui 589 euro di affitti figurativi. Tra le spese non alimentari, la quota piu' rilevante dopo l'abitazione e' destinata ai Trasporti (11,4%, 292 euro); seguono, nell'ordine: Altri beni e servizi (cura della persona, effetti personali, servizi di assistenza sociale, assicurazioni e servizi finanziari; 7,2%); Servizi ricettivi e di ristorazione e Beni e servizi ricreativi, spettacoli e cultura (entrambe le voci pari a circa il 5,0% del totale, approssimativamente 130 euro mensili ciascuna); Servizi sanitari e salute (4,7%, 121 euro mensili); Abbigliamento e calzature (4,6%, 119 euro mensili); Mobili, articoli e servizi per la casa (4,2%, 108 euro). Solo la spesa per Comunicazioni (pari al 2,4% della spesa totale, 62 euro mensili) si contrae in misura significativa rispetto al 2017 (-2,5%), contrariamente a quanto accaduto lo scorso anno (+2,5%).

Nel Nord-ovest si spendono mediamente, in termini assoluti, circa 800 euro in piu' che nelle Isole, e cioe' il 38,6% in piu' in termini relativi, ma il divario scende sotto il 40% per la prima volta dal 2009 (nel 2017 era al 45%). A pesare di piu' sulle spese delle famiglie nel Sud e nelle Isole, dove le disponibilita' economiche sono generalmente minori, le voci destinate al soddisfacimento dei bisogni primari, quali ad esempio quelle per i beni alimentari: rispetto alla media nazionale (18,0%), la quota per la spesa alimentare e' il 22,9% nel Sud e il 21,3% nelle Isole, mentre nel Nord-est si ferma al 16,0%. Le regioni con la spesa media mensile piu' elevata sono Lombardia (3.020 euro), Valle d'Aosta (3.018 euro) e Trentino-Alto Adige (2.945 euro); in particolare, nel Trentino-Alto Adige si registrano, rispetto al resto del Paese, le quote piu' elevate di spesa per Servizi ricettivi e di ristorazione (6,2% contro il 5,1% di media nazionale) e per Beni e servizi ricreativi, spettacoli e cultura (6,1% contro il 5,0%). La Calabria si conferma la regione con la spesa piu' contenuta, pari a 1.902 euro (1.118 euro meno della Lombardia), seguita dalla Sicilia (2.036 euro mensili). In Calabria la quota di spesa destinata a prodotti alimentari e bevande analcoliche raggiunge il 23,4%, l'incidenza piu' alta dopo quella registrata in Campania (23,8%). I livelli e la composizione della spesa variano a seconda della tipologia del comune di residenza. Anche nel 2018, nei comuni centro delle aree metropolitane le famiglie spendono di piu': 2.866 euro mensili, +228 euro rispetto alle famiglie residenti nei comuni periferici delle aree metropolitane e in quelli con almeno 50mila abitanti e +417 euro rispetto alle famiglie residenti nei comuni fino a 50mila abitanti che non appartengono alla cerchia periferica delle aree metropolitane. Nei comuni centro di area metropolitana si registra la piu' bassa quota destinata ad Alimentari e bevande analcoliche (15,0%, contro 19,1% dei comuni periferia delle aree metropolitane e fino a 50mila abitanti); lo stesso vale per le quote di spesa destinate ad Abbigliamento e calzature (rispettivamente, 4,0% e 4,8%) e Trasporti (8,7% contro 12,4%). Al contrario, nei comuni centro di area metropolitana le quote piu' elevate di spesa si registrano per Abitazione, acqua, elettricita', gas e altri combustibili (41,2%, molto sopra il dato medio nazionale, contro 33,0% dei comuni periferici delle aree metropolitane e fino a 50mila abitanti) e per Servizi ricettivi e di ristorazione (rispettivamente, 5,6% e 4,8%). Le quote di spesa destinate alle altre tipologie di beni e servizi non registrano, invece, particolari differenze al variare del tipo di comune di residenza.

 La spesa per visite mediche e accertamenti periodici, in larga misura incomprimibile, e' quella sulla quale le famiglie hanno agito meno per provare a limitare l'esborso. Tra quante un anno prima dell'intervista sostenevano gia' questa spesa, soltanto il 16,1% dichiara infatti di aver speso meno, peraltro con forti differenziazioni territoriali: il 10,1% nel Nord, il 17,9% nel Centro e il 24,1% nel Mezzogiorno. Per contro, il 6,1% delle famiglie dichiara di aver aumentato la spesa sanitaria. Inoltre, tra le famiglie che un anno prima non sostenevano spese per sanita', si stima una piccola quota (meno di una su cinque) che dichiara di aver iniziato nel corso del 2018 a spendere per visite mediche e accertamenti periodici di prevenzione. Tra le famiglie che gia' sostenevano spese per carburanti, il 71,8% non ha mutato il proprio comportamento di spesa (77,2% nel Nord, 64,0% nel Mezzogiorno); il 25,1% ha, invece, provato a limitare questa voce. La voce di spesa che le famiglie cercano maggiormente di contenere e', nel 2018, quella per abbigliamento e calzature. Quasi la meta' (48,9%) di quante acquistavano gia' questi beni un anno prima dell'intervista ha infatti modificato le proprie abitudini, provando a limitare la spesa, anche in questo caso con forti differenziazioni territoriali: si prova a risparmiare di piu' nel Mezzogiorno (62,7%) rispetto al Centro (47,6%) e soprattutto al Nord (40,3%). Il 39,3% delle famiglie che gia' sostenevano spese per viaggi e vacanze ha provato a ridurle, con un massimo del 53,9% nel Mezzogiorno. Tale spesa e' comunque, tra le voci considerate, quella con la minore percentuale di famiglie che la sostenevano gia' un anno prima (poco piu' di una famiglia su due). Rispetto a un anno prima dell'intervista, due terzi delle famiglie non hanno modificato le proprie abitudini in fatto di spesa alimentare (il 72,2% nel Nord, il 56,8% nel Mezzogiorno).

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Istat: ad aprile produzione -0,7% mese, -1,5% anno

Ad aprile si stima che l'indice destagionalizzato della produzione industriale diminuisca dello 0,7% rispetto a marzo. Corretto per gli effetti di calendario, ad aprile 2019 l'indice complessivo è diminuito in termini tendenziali dell'1,5% (i giorni lavorativi sono stati 20, contro i 19 di aprile 2018). Lo ha comunicato l'Istat. L'indice destagionalizzato mensile mostra un aumento congiunturale, di rilievo, solo per l'energia (+3,6%); diminuzioni si registrano, invece, per i beni strumentali (-2,5%) e, in misura più lieve, per i beni intermedi (-0,7%) e i beni di consumo (-0,5%). Nella media del trimestre febbraio-aprile, permane una variazione positiva (+0,7%) rispetto al trimestre precedente. Gli indici corretti per gli effetti di calendario registrano ad aprile 2019 un aumento tendenziale esclusivamente per l'energia (+3,6%); al contrario, ampie diminuzioni contraddistinguono i beni strumentali (-3,8%) e i beni intermedi (-2,6%), mentre diminuiscono in misura più contenuta i beni di consumo (-0,6%). I settori di attività economica che registrano variazioni tendenziali positive sono la fornitura di energia elettrica, gas, vapore ed aria (+5,8%) e le industrie alimentari, bevande e tabacco (+4,9%). Le flessioni più ampie si registrano nelle industrie tessili, abbigliamento, pelli e accessori (-8,2%), nella fabbricazione di coke e prodotti petroliferi raffinati (-7,4%) e nella fabbricazione di macchinari e attrezzature n.c.a. (-6,2%). "Ad aprile - è il commento dell'Istat - si rileva, per il secondo mese consecutivo, una flessione congiunturale della produzione industriale, dopo gli aumenti rilevati ad inizio anno. Nonostante la flessione di aprile, la variazione congiunturale su base trimestrale si mantiene positiva. Tra i principali settori di attività solo l'energia registra un incremento congiunturale ad aprile, mentre i rimanenti comparti mostrano una dinamica negativa, particolarmente accentuata per i beni strumentali. Flessioni tendenziali (al netto degli effetti di calendario) contraddistinguono in modo diffuso l'evoluzione dei settori. Solo l'alimentare e la fornitura di energia contrastano la dinamica negativa degli altri settori, risultando entrambi in sostenuta crescita su base annuale".

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Il nuovo regime forfettario aumenta il numero delle partite Iva

Il nuovo regime forfettario è tra le cause dell'aumento del numero delle partite Iva. Emerge dall'analisi effettuata dall'ANCOT, Associazione nazionale consulenti tributari, su dati del ministero delle Finanze, resa nota oggi in occasione del decimo congresso nazionale in corso a San Benedetto del Tronto (Ascoli Piceno). Rieti, Aosta e Fermo occupano i primi tre gradini del podio tenendo conto degli incrementi e solo in undici realtà provinciali si è registrato un decremento. Nell'analisi dell'ANCOT, sono state evidenziate le iscrizioni di partite Iva nel primo trimestre 2019 (indicato tra parentesi l'incremento percentuale rispetto al primo trimestre 2018): Rieti 591 (32,21%); Aosta 429 (27,30%); Fermo 649 (25,05%); Cosenza 2.210 (21,96%); Crotone 600 (21,70%); Alessandria 1.315 (19,98%); Reggio Emilia 1.792 (17,51%); Genova 2.832 (16,02%); Forlì-Cesena 1.212 (15,98%); Lucca 1.414 (15,43%); Lodi 613 (15,01%); Latina 2.002 (14,60%); Cuneo 2.145 (14,46%); Milano 14.165 (13,95%); Vibo Valentia 492 (13,36%); Prato 1.102 (13,03%); Como 1.661 (12,31%); Monza e Brianza 2.672 (12,22%); Oristano 379 (12,13%); Savona 996 (11,78%); Cremona 865 (11,61%); Reggio Calabria 1.550 (11,27%); Grosseto 798 (11,14%); Rovigo 642 (11,07%); Torino 7.781 (10,97%); Campobasso 760 (10,47%). A seguire: Cagliari 1.466 (10,31%); Biella 472 (10,02%); Rimini 1.330 (9,92%); Firenze 3.654 (9,86%); Napoli 10.178 (9,65%); Frosinone 1.629 (9,62%); Barletta-Andria-Trani 1.155 (9,58%); Roma 17.373 (9,38%); Parma 1.409 (9,22%); Pesaro e Urbino 1.056 (9,20%); Siena 841 (9,08%); Bologna 3.389 (9,04%); Belluno 520 (9,01%); Prov. del Sud Sardegna 828 (8,80%); Viterbo 1.172 (8,72%); Nuoro 764 (8,68%); Vercelli 461 (8,47%); Mantova 1.096 (8,41%); Macerata 972 (8,36%); Ravenna 1.094 (8,32%); Agrigento 1.262 (8,14%); Pordenone 805 (8,05%); Trieste 605 (7,84%); Bolzano 1.619 (7,65%); Varese 2.421 (7,65%); Imperia 712 (7,55%); Livorno 1.076 (7,49%); Ancona 1.332 (7,42%); Asti 666 (7,42%); Bergamo 2.988 (7,37%); Vicenza 2.491 (7,32%); Lecco 912 (7,29%); Brescia 3.620 (7,20%); Modena 2.229 (7,16%); Arezzo 1.118 (6,88%); Matera 566 (6,59%); Pavia 1.640 (6,49%).

Seguono ancora: Potenza 1.020 (6,36%); Venezia 2.461 (6,31%); Perugia 2.055 (6,26%); Massa Carrara 641 (6,13%); Treviso 2.694 (5,98%); La Spezia 707 (5,68%); Trento 1.595 (5,42%); Pistoia 965 (5,23%); Bari 3.831 (4,93%); Foggia 2.066 (4,87%); Verona 2.998 (4,53%); Pisa 1.435 (4,44%); Catanzaro 1.065 (3,80%); Caserta 3.048 (3,67%); Ragusa 1.051 (3,65%); Sondrio 453 (3,42%); Padova 3.015 (3,22%); Ferrara 873 (3,19%); Udine 1.428 (3,10%); L'Aquila 948 (3,04%); Trapani 1.331 (2,94%); Pescara 1.252 (2,88%); Verbano-Cusio-Ossola 414 (2,73%); Palermo 3.336 (2,61%); Catania 3.547 (2,57%); Isernia 295 (2,08%); Taranto 1.520 (1,60%); Piacenza 789 (1,15%); Terni 662 (0,76%); Siracusa 1.211 (0,67%); Messina 1.856 (0,65%); Sassari 1.596 (0,19%); Lecce 2.523 (0,00%); Brindisi 1.206 (-0,08%); Caltanissetta 769 (-0,52%); Enna 450 (-2,17%); Novara 941 (-2,28%); Teramo 1.016 (-5,49%); Avellino 1.351 (-6,31%); Salerno 3.494 (-6,38%); Chieti 1.201 (-7,12%); Ascoli Piceno 635 (-8,37%); Gorizia 274 (-17,47%); Benevento 865 (-24,72%). "Nel primo trimestre del 2019 che abbiamo analizzato - ha detto Arvedo Marinelli, presidente nazionale dell'ANCOT - abbiamo rilevato che ben 104.456 soggetti hanno aderito al regime forfetario, pari a più della metà del totale delle nuove aperture (53,3%), con un aumento di adesioni di ben il 40% rispetto allo stesso periodo dell'anno precedente. L'andamento è ovviamente condizionato dalle modifiche normative introdotte con la legge di bilancio 2019, che ha elevato a 65.000 euro il limite di ricavi per fruire del regime forfetario con l'introduzione anche di alcune agevolazioni contributive per coloro che aderiscono. Tali modifiche hanno quindi avuto un duplice effetto, da un lato hanno determinato un aumento complessivo delle aperture di partita Iva, dall'altro una ricomposizione delle aperture a favore della natura giuridica 'persona fisica' e a sfavore delle forme societarie"

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Oltre un milione di famiglie famiglie senza lavoro né pensione

In Italia ci sono oltre 1,1 milioni di famiglie con due o piu' componenti dei quali almeno uno in eta' da lavoro che non hanno redditi da occupazione ne' possono contare su una pensione da lavoro: il dato emerge da un Report dell'Istat su famiglie e mercato del Lavoro riferito al 2018 secondo il quale le famiglie senza redditi si concentrano al Sud (778.000) mentre sono 213.000 al Nord e 161.000 al Centro. L'Istat fotografa un Paese nel quale sono prevalenti le famiglie monoreddito. Tra i nuclei con due o piu' componenti quelle con un solo occupato sono 5,7 milioni. Se si guarda solo alle coppie con figli la tipologia prevalente e' quella del solo padre occupato (32,7%) mentre quella con entrambi i genitori impegnati fuori casa a tempo pieno rappresenta il 27,5%. Le famiglie prive di redditi da lavoro e di pensione sono sempre piu' frequentemente quelle in cui e' presente un solo genitore con i figli con una percentuale in crescita dal 2004 da una su sette a una su cinque (circa 400.000 nuclei). Quasi l'80% delle famiglie senza redditi ha almeno un componente in cerca di lavoro o comunque disponibile anche se non impegnato in una ricerca attiva (quindi compreso nella forza di lavoro potenziale). Cresce il divario tra Nord e Sud nelle percentuali delle famiglie che hanno una doppia entrata. Le famiglie con due o piu' occupati al Nord sono il 54,3% del totale (recuperando i livelli del periodo pre crisi), al Centro il 48,9% mentre nelle Regioni del Mezzogiorno la media crolla al 29,3%. Nel complesso l'81,7% delle famiglie con almeno un 15-64enne ha almeno un occupato ma se in Trentino la percentuale e' del 90% in Calabria e' del 67,6% con un nucleo su tre con componenti in eta' da lavoro che non ha redditi da lavoro. Tra il 2004 e il 2018 e' aumentato il numero delle famiglie ed e' diminuito il numero medio di componenti. In particolare sono cresciuti i nuclei "unipersonali" (single, vedovi o separati) con un forte aumento sia per quelli di anziani sia per quelli con persone di meno di 65 anni. Su 25,9 milioni di famiglie totali quelle con un solo componente sono 8,66 milioni (oltre un terzo del totale). Le famiglie con un solo componente con meno di 65 anni sono 4,28 milioni con una prevalenza di uomini (2,47 milioni contro 1,81 di donne), dato in controtendenza rispetto a quello totale dove le donne sono la maggioranza grazie all'alto numero di anziane sole.

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Crescono del 6,1 per cento le compravendite di immobili in Italia

Crescono del 6,1 per cento le compravendite di immobili in Italia nel 2018 rispetto al 2017, con performance positive in quasi tutte le province italiane, solo sette hanno segno negativo. Piu' marcata nel Nord Italia, la crescita riguarda anche il Mezzogiorno in cui, considerando le prime 10 province per numero di compravendite, le crescite maggiori si registrano in quelle di Catania (+9,5%), Sassari (+7,9%) e Bari (+7,4%), seguite da Foggia (+6,9%), Palermo (+6,5%) e Napoli (+6%). In controtendenza le province di Matera (-6,2%), Potenza e Vibo Valentia (entrambe -4,3%). Tra le 10 province col maggior numero di compravendite a livello nazionale, sono quelle di Bologna (+12,3%), Venezia (+9,1%) e Bergamo (+8,8%) a segnare le performance migliori. Sono i dati che emergono dalla nota economica di sintesi sul mercato immobiliare condotta dall'osservatorio di Economia e finanza, nato a Bari nel 1996 e impegnato in attivita' di studio, ricerca e divulgazione per favorire lo sviluppo del Mezzogiorno. 

A spingere al rialzo l'intero mercato sono soprattutto le compravendite delle abitazioni a uso residenziale: il numero delle compravendite di abitazioni e', infatti, aumentato a livello nazionale nel 2018 del 6,7% (da 542.480 a 578.647) con le province di Napoli (+5,7%) e Bari (+7,6%) prime in classifica nel Mezzogiorno per numero delle transazioni, ma superate in termini di crescita percentuale sul 2017 da quelle di Sassari (+8,6%) e Palermo (+8%). Meno positiva e' la situazione del mercato degli immobili con destinazione non residenziale, con il numero delle compravendite aumentato in Italia del 5% (da 164.222 a 172.325). Nel Mezzogiorno, tra le province col maggior numero di transazioni, notevole la crescita per Catania (+ 20,4%), Foggia (+8,8%), Lecce (+7,9%), Napoli (+7,5%) e Bari (+6,2%). Al contrario, decisamente diminuite le compravendite di tipo non residenziale nelle province di Pescara (-7,9%) e Benevento (-6%). 

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Imprese, Istat: frena la delocalizzazione delle attività all’estero

Rallenta la tendenza delle imprese italiane a delocalizzare. Nel periodo 2015-2017, rileva l'Istat in un suo report, soltanto il 3,3% delle medie e grandi imprese ha trasferito all'estero attività o funzioni svolte in Italia, contro il 13,4% del periodo 2001-2006. Analogo trend in Europa.Tra le imprese che hanno delocalizzato, il 69,3% ha trasferito all'estero attività o funzioni di supporto dell'attività principale, il 43,4% l’attività principale.Riduzione della pressione fiscale (84,5% delle imprese), politiche per il mercato del lavoro (79%) e incentivi per Innovazione, Ricerca e Sviluppo (70,9%) sono tra i fattori indicati da medie e grandi imprese per scegliere di riportare in Italia attività o funzioni svolte all'estero

Più nel dettaglio sottolinea l'Istat, nel periodo 2015-2017, circa 700 imprese (pari al 3,3% delle grandi e medie imprese industriali e dei servizi) hanno trasferito all'estero attività o funzioni aziendali precedentemente svolte in Italia. Tale percentuale è nettamente inferiore a quella registrata nella precedente indagine (riferita al periodo 2001-2006) quando era pari al 13,4%. La tendenza al ridimensionamento del fenomeno è confermata a livello europeo. Infatti la percentuale di imprese della Ue che trasferiscono oltre i confini nazionali attività o funzioni aziendali è passata dal 16,0% del 2001-2006 al 3,0% del 2015 – 2017.L'internazionalizzazione ha interessato più diffusamente le imprese industriali (4,2%) rispetto a quelle operanti nel settore dei servizi (2,3%). In particolare, nel settore manifatturiero sono le industrie ad alta e medio-alta tecnologia a trasferire all'estero, con percentuali pari rispettivamente all’8,5% e al 6,6%. La dimensione aziendale e l'appartenenza a gruppi di impresa rappresentano fattori importanti per tale scelta. Delocalizza all'estero il 5,6,% delle grandi imprese contro il 2,9% delle medie e il 4,6% delle imprese appartenenti a gruppi contro lo 0,6% delle imprese indipendenti.I fattori che più incidono sulla scelta di trasferire all'estero attività o funzioni aziendali sono la riduzione del costo del lavoro (fattore considerato 'abbastanza importante' o 'molto importante' dal 62,2% delle imprese), la riduzione di altri costi d'impresa (48,8%) e la necessità di concentrare in Italia le attività strategiche di 'core business' (40,2%). La riduzione dei costi incide in modo significativo nelle scelte delle imprese industriali per il trasferimento all'estero. In particolare le industrie manifatturiere ad alta tecnologia ritengono fondamentale la riduzione del costo del lavoro (81,4%) e la riduzione degli altri costi d'impresa (67,7%). Nei servizi, in particolare nelle imprese attive nelle attività professionali scientifiche e tecniche è ritenuto importante l'aumento della qualità e lo sviluppo di nuovi prodotti (47,1%).I principali fattori di ostacolo all'internazionalizzazione indicati da oltre il 30% delle imprese riguardano la difficoltà a trasferire personale all'estero. Seguono gli ostacoli legali o amministrativi (29,7%) e la necessità di operare a stretto contatto con i clienti (29,2%)

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Cgia, debiti commerciali della Pubblica Amministrazione per 53 miliardi di euro

Secondo la stima della "Relazione annuale 2018", presentata ieri dal Governatore della Banca d' Italia, Ignazio Visco, l'ammontare complessivo dei debiti commerciali della nostra Pubblica Amministrazione (Pa) sarebbe pari a 53 miliardi di euro. In calo, rispetto al 2017, di 4 mld. Lo rileva la Cgia secondo la quale l'uso del condizionale e' d'obbligo, visto che la periodica indagine si basa su indagini statistiche, condotte sulle imprese, e dalle segnalazioni di vigilanza da cui emergono dei risultati che, secondo gli stessi estensori delle stime, sono caratterizzati da un elevato grado di incertezza. l'Italia ha il debito di parte corrente piu' alto d'Europa e a Napoli la situazione e' disastrosa. Per la Cgia e' intollerabile che il Mef non riesca ancora adesso a quantificare con esattezza l'ammontare complessivo del debito commerciale contratto dalla Pa italiana con i propri fornitori. I casi limite sono molti, specie nel Mezzogiorno. Il Comune di Napoli, ad esempio, paga mediamente i fornitori con 320 giorni di ritardo (dato riferito al 2018), l'Asl Napoli 1 con 167 (dato I trim. 2019) e l'Azienda Sanitaria Provinciale di Reggio Calabria con 163 (dato medio 2018). "Pur riconoscendo l' impegno profuso negli ultimi anni,- osserva Paolo Zabeo - in Europa nessun altro Paese puo' contare su un debito commerciale cosi' smisurato. Secondo i dati Eurostat, la Grecia, ad esempio, ha un'incidenza dei mancati pagamenti di parte corrente sul Pil dell'1,4%, mentre da noi e' al 2,9%, praticamente il doppio. Una situazione inaccettabile per un Paese civile che continua a produrre effetti molto negativi sui bilanci di migliaia e migliaia di imprese fornitrici della nostra Pa". Con l'obbligo della fattura elettronica le cose sono un po' migliorate. "Anche se l'introduzione della fattura elettronica non ha consentito al Mef di dimensionare lo stock dei debiti accumulati - afferma Renato Mason, segretario Cgia - negli ultimi anni i tempi medi di pagamento sono leggermente scesi". 

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Pil, Istat: nel 2019 crescita acquisita pari a zero

 La variazione acquisita per il 2019 del Pil risulta pari a zero. La crescita acquisita è la crescita annuale che si otterrebbe in presenza di una variazione congiunturale nulla nei restanti trimestri dell'anno. Lo ha reso noto l'Istat che ha rivisto al ribasso le stime del Pil del primo trimestre (in aumento dello 0,1% rispetto al trimestre precedente e in calo dello 0,1% nei confronti del primo trimestre del 2018)

Anche se si conferma la fine della recessione dopo i due cali del Pil degli ultimi due trimestri del 2018, la flessione del Pil su base annua è la prima dal quarto trimestre del 2013, quando la caduta era stata dello 0,8%. Il primo trimestre del 2019, precisa l'Istat, ha avuto una giornata lavorativa in meno del trimestre precedente e due in meno rispetto al primo trimestre del 2018. Rispetto al trimestre precedente, tutti i principali aggregati della domanda interna registrano aumenti, con una crescita dello 0,2% dei consumi finali nazionali e dello 0,6% degli investimenti fissi lordi. Le esportazioni sono cresciute dello 0,2%, mentre le importazioni sono diminuite dell’1,5%.La domanda nazionale al netto delle scorte ha contribuito per +0,2 punti percentuali alla crescita del Pil: +0,1 punti i consumi delle famiglie e delle Istituzioni Sociali Private Isp, +0,1 punti gli investimenti fissi lordi e un contributo nullo la spesa delle Amministrazioni Pubbliche (Ap). L’apporto della domanda estera netta è risultato positivo per 0,5 punti percentuali. Per contro, la variazione delle scorte ha contribuito negativamente alla variazione del Pil per 0,6 punti percentuali. Si registrano andamenti congiunturali positivi per il valore aggiunto dell’agricoltura e dell’industria, cresciute rispettivamente del 2,9% e dello 0,9%, mentre il valore aggiunto dei servizi è diminuito dello 0,2%.

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Inail, in aumento le denunce di infortunio

Le denunce di infortunio presentate all'Inail entro lo scorso mese di aprile sono state 210.720, in aumento di circa 4.900 casi (+2,4%) rispetto alle 205.826 del primo quadrimestre del 2018. I dati rilevati al 30 aprile di ciascun anno evidenziano a livello nazionale un incremento sia dei casi avvenuti in occasione di lavoro, passati da 177.216 a 180.311 (+1,7%), sia di quelli in itinere, occorsi cioe' nel tragitto di andata e ritorno tra l'abitazione e il posto di lavoro, che hanno fatto registrare un incremento pari al 6,3%, da 28.610 a 30.409. Ad aprile 2019 il numero degli infortuni sul lavoro denunciati e' aumentato dell'1,2% nella gestione Industria e servizi (dai 153.737 casi del 2018 ai 155.588 del 2019), del 5,8% in Agricoltura (da 9.641 a 10.199) e del 5,9% nel Conto Stato (da 42.448 a 44.933). L'analisi a livello territoriale evidenzia un aumento delle denunce di infortunio in tutte le ripartizioni geografiche: Nord-Ovest (+2,0%), Nord-Est (+3,2%), Centro (+3,1%), Sud (+0,9%) e Isole (+1,1%).

Tra le regioni che hanno fatto registrare gli incrementi percentuali maggiori spiccano l'Umbria (+8,6%), la provincia autonoma di Bolzano (+5,3%), il Veneto (+4,4%) e la Sardegna (+4,2%), mentre i decrementi riguardano la Valle d'Aosta (-5,3%), la provincia autonoma di Trento (-4,5%) e, con cali inferiori, Abruzzo, Calabria e Sicilia. L'aumento che emerge dal confronto dei primi quadrimestri del 2018 e del 2019 e' legato sia alla componente maschile, che registra un +2,2% (da 129.998 a 132.811 denunce), sia a quella femminile, con un +2,7% (da 75.828 a 77.909). L'incremento percentuale e' stato maggiore per i lavoratori extracomunitari (+6,2%, da 23.695 a 25.167 infortuni denunciati), seguiti da quelli italiani (+1,9%, da 174.449 a 177.766) e comunitari (+1,3%, da 7.681 a 7.784). Dall'analisi per classi di eta' emergono aumenti generalizzati in tutte le fasce, con l'unica eccezione di quella centrale, compresa tra i 35 e i 49 anni, che registra una flessione dell'1,7%.

Le denunce di incidente mortale sul lavoro presentate all'Istituto entro il mese di aprile sono state 303, 17 in piu' rispetto al primo quadrimestre 2018 (+5,9%). A livello nazionale, i dati rilevati al 30 aprile di ciascun anno evidenziano 14 denunce in piu' di casi mortali avvenuti in occasione di lavoro (da 190 a 204) e tre in piu' di quelli occorsi in itinere (da 96 a 99). L'Agricoltura ha registrato un aumento di 12 denunce (da 21 a 33) e l'Industria e servizi di nove (da 259 a 268), a fronte di quattro casi in meno nel Conto Stato (da 6 a 2). Dall'analisi territoriale emerge un aumento dei casi mortali solo al Centro e nel Meridione del Paese: 15 in piu' al Centro (da 54 a 69), 17 in piu' al Sud (da 47 a 64) e nove in piu' nelle Isole (da 21 a 30). Nel Settentrione si rileva invece una diminuzione sia nel Nord-Est (da 80 a 61) che nel Nord-Ovest (da 84 a 79). A livello regionale, spiccano i 10 casi mortali in piu' denunciati in Puglia e Sicilia e gli 11 in meno in Veneto. L'analisi di genere ha mostrato, tra il primo quadrimestre del 2019 e del 2018, un andamento opposto tra i due sessi: 29 casi mortali in piu' per gli uomini (da 248 a 277) e 12 in meno per le donne (da 38 a 26). In aumento le denunce di infortuni con esito mortale sia dei lavoratori italiani (da 241 a 247), sia di quelli comunitari (da 16 a 24) ed extracomunitari (da 29 a 32).

Dall'analisi per classi di eta' emergono incrementi nella fascia 45-54 anni (+35 casi) e in quella 20-29 anni (+14), a fronte di cali generalizzati nelle altre fasce. In entrambi i primi quadrimestri del 2018 e del 2019 sono avvenuti sette incidenti "plurimi", espressione che indica gli eventi che causano la morte di almeno due lavoratori, con 18 vittime tra gennaio e aprile dell'anno scorso e 14 nei primi quattro mesi del 2019. In particolare, i sette incidenti plurimi avvenuti quest'anno - tre dei quali in Emilia Romagna - sono stati tutti stradali. Le denunce di malattia professionale protocollate dall'INAIL nel primo quadrimestre del 2019 sono state 21.224, 164 in piu' rispetto allo stesso periodo del 2018 (+0,8%). Le patologie denunciate sono aumentate solo nella gestione Industria e servizi, da 16.526 a 16.830 (+1,8%), mentre sono diminuite in Agricoltura, da 4.275 a 4.172 (-2,4%), e nel Conto Stato, da 259 a 222 (-14,3%). A livello territoriale, l'aumento ha riguardato solo il Centro e il Sud (+1,9% per entrambi) e le Isole (+1,8%). Nel Nord-Est e Nord-Ovest, invece, i cali sono stati pari, rispettivamente, all'1,8% e all'1.

In ottica di genere si rilevano 212 denunce di malattia professionale in piu' per le lavoratrici, da 5.563 a 5.775 (+3,8%), e 48 in meno per i lavoratori, da 15.497 a 15.449 (-0,3%). In diminuzione anche le denunce dei lavoratori italiani, che sono passate da 19.762 a 19.732 (-0,2%), mentre sono aumentate quelle dei comunitari, da 424 a 514 (+21,2%), e dei lavoratori extracomunitari, da 874 a 978 (+11,9%). Le patologie del sistema osteo-muscolare e del tessuto connettivo (11.658 casi), del sistema nervoso (2.102, con una prevalenza della sindrome del tunnel carpale) e dell'orecchio (1.382) continuano a rappresentare le prime tre malattie professionali denunciate, seguite dalle patologie del sistema respiratorio (811) e dai tumori (792).

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In calo il valore del mercato immobiliare non residenziale

Torna a contrarsi il valore del mercato immobiliare non residenziale, dopo una una fase positiva che durava dal 2014. Nel 2018 il valore di scambio di negozi, uffici e capannoni e' di 15,6 miliardi di euro, in leggero calo rispetto al 2017 (-0,4%), secondo il Rapporto sugli immobili non residenziali dell'Osservatorio del Mercato Immobiliare dell'Agenzia delle Entrate e di Assilea, l'Associazione Italiana Leasing. Crescono le compravendite dei negozi (+4,6%) e dei capannoni (+0,6%) mentre sono in flessione quelle degli uffici (-3,7%). Le compravendite dei negozi, che valgono circa 6 miliardi di euro, sono 29.463 con una quotazione media nazionale di 1.540 euro al metro quadro, in calo dell'1,7%. I valori oscillano dai quasi mille euro della Basilicata e della Calabria agli oltre 2 mila del Lazio. Tra le grandi citta', i maggiori incrementi delle compravendite sono a Bologna (+31,2%), Catania (+14,0%) e Palermo (+11,0%). Segno meno, invece, a Torino (-1,7%), a Roma (-3,6%) e a Genova (-11,9%)

"I negozi hanno perso il 20% dei valori dal 2008 ma anche per uffici e capannoni la quotazione e' in discesa", spiega il coordinatore della redazione del rapporto dell'Omi Agenzie delle Entrate, Maurizio Festa, spiegando che ancora non sono stati recuperati i valori pre-crisi: per le tre categorie di immobili non residenziali analizzate dal rapporto, "il valore era di oltre 25 miliardi di euro nel 2018 e nel 2012 si era dimezzato a 12 miliardi". Il mercato immobiliare produttivo segna un leggero incremento degli scambi pari allo 0,6% raggiungendo quota 12.120 transazioni e un valore di 6,5 miliardi di euro. L'unica area che chiude l'anno col segno meno e' quella delle Isole, con un -38%. La quotazione media dei capannoni industriali si attesta sui 484 euro al metro quadro, in calo dell'1,9%. Le compravendite di uffici, dopo due anni di espansione, subiscono una battuta di arresto, con 9.988 transazioni (-3,7%) e un valore di poco piu' di 3 miliardi di euro. Per acquistare un ufficio si spendono, in media, 1.366 euro al metro quadro, quotazione in calo dell'1,1% rispetto al 2017. La Liguria e' l'unica regione con una quotazione media superiore a 2 mila euro al metro quadro, seguita dal Lazio (1.963 euro). Le regioni piu' economiche, con una quotazione media inferiore ai mille euro sono Friuli Venezia Giulia, Abruzzo, Basilicata, Calabria e Sicilia. Tra le grandi citta', crescono le compravendite a Venezia (+25,9%), a Verona (20,9%), a Catania (13,2%) e a Milano (12,7%).

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