Le storie

Olio all’asta: gli studenti di Città Sant’Angelo vendono per beneficenza l’olio che hanno prodotto.

Venderanno all’asta l’olio che hanno prodotto, per imparare come coniugare le leggi del mercato con la beneficenza: gli studenti della Scuola Secondaria di I grado “Nicola Giansante” dell’Istituto Omnicomprensivo di Città Sant’Angelo danno appuntamento domani, martedì 26 novembre, nella sala consigliare del Comune di Città Sant’Angelo dalle ore 15:30 alle ore 17:00, per battere il martelletto. Si tratta dell’ultimo atto di due progetti che li hanno visti coinvolti nelle scorse settimane: “I soldi non piovono dal cielo”, portato avanti in collaborazione con la Banca d’Italia di Pescara per l’educazione finanziaria e “Il nostro olio” che ha impegnato i giovani studenti nella raccolta delle olive in collaborazione con il Comune di Città Sant’Angelo e l’Oleificio D’Agostino Maria. Il ricavato della vendita delle bottiglie di olio sarà devoluto alla Casa Famiglia “Terra Promessa” di Città Sant’Angelo e alla Casa di accoglienze Madri e Profughi di Lampedusa. Si tratta di percorsi di apprendimento significativo: gli studenti sono stimolati, attraverso l’esperienza, a comprendere che tra i fattori produttivi non vi sono solo la disponibilità di forza lavoro, di materie prime e di capitale finanziario, ma anche di capitale sociale. Vale a dire: un tessuto di relazioni che crea una comunità operosa, cooperante, che si identifica con le sorti dell’impresa e ne condivide il bene. Si tratta di un ritorno al territorio e alla società, che trasforma in beni i prodotti del territorio e che alla comunità restituisce valore. Un modello che viene da lontano: il riferimento culturale va ad Adriano Olivetti e alla sua “fabbrica comunità”, fabbrica come bene comune.

 

 

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Difficile conciliare famiglia e lavoro per più di 1 occupato su 3

 La conciliazione dei tempi di lavoro con quelli di vita familiare risulta difficoltosa per più di un terzo degli occupati (35,1%) con responsabilità di cura nei confronti di figli. E' quanto emerge da un report dell'Istat. Quasi la stessa proporzione di padri e madri di bambini sotto i 15 anni ha dichiarato che c'è almeno un aspetto nell'attuale lavoro che rende difficile conciliare la vita familiare e quella professionale (34,6% e 35,9%, rispettivamente), in particolare quando i figli sono più di uno (36,8% dei genitori) o in età prescolare (37,8%). Lamentano maggiori difficoltà i lavoratori indipendenti (39,4%), chi svolge professioni qualificate (39%), gli addetti al commercio e servizi (39,2%). Tra i genitori occupati in professioni impiegatizie e non qualificate tale quota è del 25%. Il regime orario è un fattore rilevante per la conciliazione dei tempi. I genitori che lavorano full-time hanno più difficoltà rispetto a quelli in part-time (37,6% contro 24,6%), in particolare le madri: il 43,3% delle madri a tempo pieno contro il 24,9% di quelle in part-time. Proprio l'orario di lavoro lungo è indicato come l'ostacolo maggiore da più di un quarto dei genitori che lamentano almeno un problema di conciliazione, quota che raggiunge il 43,2% tra chi in generale ha difficoltà e svolge un lavoro indipendente mentre scende al 20,3% tra i dipendenti. Per i lavoratori indipendenti ulteriori difficoltà derivano da un lavoro troppo impegnativo o faticoso o con programmazione complessa o imprevedibile (circa il 20% tra chi lamenta difficoltà in entrambi i casi); i lavoratori dipendenti, invece, riportano che la conciliazione è resa complicata dal lavoro a turni, in orari pomeridiani e serali o nel fine settimana (19,5%) e dal troppo tempo necessario per raggiungere il posto di lavoro (18,1%). Le difficoltà di conciliazione si fanno più evidenti in presenza di bambini molto piccoli, tra 0 e 5 anni. In particolare, tra le donne con bambini in età prescolare (quasi un milione e 300 mila) la quota di quelle che incontrano ostacoli supera il 39%, arrivando al 46,7% tra quelle che lavorano a tempo pieno. Le madri che lavorano part-time hanno problemi di conciliazione in misura minore (27,5% dei casi). Stessa situazione per i padri, ma con percentuali inferiori: fra loro dichiara di avere un problema di conciliazione il 37%, la quota scende al 25,4% tra quelli in part-time. Ha almeno un problema di conciliazione quasi il 42% di coloro che devono prendersi contemporaneamente cura di figli minori di 15 anni e di familiari non autosufficienti, e il 34,4% di coloro che hanno solo responsabilità di cura verso familiari disabili, malati o anziani. 

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La spesa assistenziale tocca il livello record di 118 miliardi

La spesa assistenziale continua a correre toccando nel 2018 il livello record di 118 miliardi, il 58,9% in piu' dell'importo speso nel 2008, anno di inizio della crisi economica. L'allarme arriva dal Centro di ricerca "Itinerari previdenziali" guidato da Alberto Brambilla che oggi al Cnel ha ricordato come la spesa assistenziale a carico della fiscalita' generale sia aumentata in media annua del 5,3% mentre la spesa previdenziale pura e' cresciuta in media dello 0,7% ogni anno nell'ultimo quinquennio. I richiami dell'Unione europea, dell'Ocse e del Fondo monetario sui conti pubblici - ha spiegato Brambilla - "se si possono considerare comprensibili nel caso di una spesa assistenziale fuori controllo (116 miliardi nel 2018 a fronte dei 73 spesi nel 2008) e di un eccessivo debito pubblico (nel 2018, gli interessi sul debito sono costati 62,5 miliardi) non sono invece giustificabili nel caso della spesa pensionistica "pura" che, al netto dei trasferimenti di natura assistenziale, ha fatto segnare nell'ultimo quinquennio un incremento annuale dello 0,7%, uno dei piu' bassi dalla meta' degli anni Novanta in poi". Intanto la ministra del Lavoro, Nunzia Catalfo ha ribadito che sono "esclusi del tutto" ritocchi in manovra alla misura Quota 100 e ha chiesto che eventuali risorse aggiuntive in manovra vadano alla rivalutazione delle pensioni. In pratica mentre negli ultimi anni c'e' stata una stretta sulla previdenza (con regole piu' rigide per l'accesso alla pensione), ad esclusione dell'intervento sulla cosiddetta Quota 100, sull'assistenza non c'e' stata la stessa rigidita' (anche per le difficolta' nelle quali si sono trovate molte famiglie a causa della crisi). Ci sono pero' anche segnali positivi: dalla meta' del 2014 fino alla prima parte del 2018, l'Italia "ha vissuto una fase di crescita positiva evidenziata sia da buoni dati sul fronte dell'occupazione, che ha toccato uno dei tassi piu' elevati di sempre (il 58,7%, con circa 23,223 milioni di occupati tra i 15 e i 64 anni), sia da segnali positivi per quanto riguarda la tenuta del sistema pensionistico. Nel 2018 il rapporto occupati/pensionati si e' infatti attestato intorno all'1,45, valore piu' alto degli ultimi 22 anni e molto prossimo a quell'1,5 occupati individuabile come traguardo cui tendere per la stabilita' di medio-lungo termine del sistema". Brambilla ricorda che in sede europea e' presentato un valore che, ricomprendendo anche voci di spesa non strettamente correlate alle pensioni, "finisce con l'aggravare di molto il giudizio, e la pressione nei confronti del sistema pensionistico italiano". Ci vorrebbe - sottolinea - una riclassificazione della spesa previdenziale al netto dell'assistenza" e la messa a punto di un'anagrafe dell'assistenza per razionalizzare l'erogazione di tutte le prestazioni anche se "sarebbe comunque sbagliato . far cadere tutta la responsabilita' dei richiami sulla sola presentazione dei dati". "Molti degli ultimi governi - conclude - hanno alimentato eccessivamente quel capitolo di spesa, sia per imperizia sia per convenienza elettorale". 

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Sonno, bisogna dormire 7-8 ore al giorno

Ogni notte bisognerebbe dormire dalle 7 alle 8 ore. Come minimo. Se dormiamo di meno è facile sentirne gli effetti sulla giornata seguente: stanchezza, irritabilità, malumore, difficoltà di concentrazione, aumento della fame. Ma per recuperare il sonno perso, può essere utile il pisolino pomeridiano? Il sonnellino "può anche essere efficace, soprattutto nel pomeriggio. E' bene però che non sia un'abitudine, ma che ce lo si conceda nel momento del bisogno". Lo raccomanda Lara Fratticci, neurologa in Humanitas, analizzando gli effetti della mancanza di sonno sulla newsletter 'Humanits Salute'. "Per essere davvero ristoratore, il pisolino deve durare da mezz'ora a massimo un'ora, in modo da raggiungere la fase Rem e permettere così il recupero delle energie". Occorre distinguere "tra chi è in temporaneo debito di sonno, perché magari ha passato una notte sveglio o ha dormito poco o male, e chi invece vive una deprivazione di sonno cronica - sottolinea la specialista - A questo proposito, uno studio del Medical Center di Boston, condotto da Daniel Cohen, ha paragonato alcuni soggetti svegli per 24 ore di seguito ad altri che per tre settimane avevano dormito circa cinque ore a notte, e dunque poco. Coloro che erano svegli da 24 ore hanno recuperato con una dormita di dieci ore, per gli altri invece il recupero è stato molto più difficile. Ne consegue che più il debito di sonno è cronico, tanto più il recupero è arduo". 

"Il riposo notturno - aggiunge Fratticci - dovrebbe durare 7-8 ore. Dormire di meno, ma anche dormire di più, ha delle ripercussioni negative sul benessere e sulla salute", sottolinea. Non solo: riposare bene aiuta la memoria, la concentrazione e l'attenzione. Riducendo anche il colesterolo e il rischio di patologie cerebrovascolari, e aiutando a mangiare correttamente, contrastando il sovrappeso. La leptina (piccolo ormone proteico) infatti segue il ritmo circadiano e aumenta nel corso della notte, conferendo un senso di sazietà ed evitando che insorgano attacchi di fame notturni. Ecco perché dormire bene contrasta il diabete, mentre dormire poco, ricordano dall'Humanitas, aumenta l'ormone dello stress, il colesterolo e gli zuccheri e facilita lo sviluppo di insulino-resistenza. 

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Alberta Campitelli, quando la storia è Bellezza

Competente, elegante, energica, attenta ai dettagli che danno luce e vita ad una opera d’arte, ad uno stile architettonico. Alberta Campitelli è la signora delle profondità
della storia, di quelle energie creative che prendono poi forma e luce in gioielli architettonici, palazzi, giardini, in sculture, quadri, palazzi, oggetti dal volere inestimabili. Lei studia, indaga , veglia recupera i tesori Nazionali, quindi su un patrimonio vastissimo fiore all’occhiello dell’Italia nel mondo. Grazie alla sua esperienza, lo studio, la dedizione è stata nei giorni scorsi nominata dal Ministero dell’Istruzione, la Presidente dell’”Accademia delle belle arti di Roma”. Un titolo che é un punto di onore per una vita trascorsa in sintonia con le cose eleganti, perché ha saputo mettere in campo tutte le sue risorse intellettuali e d’intuito femminile nel come preservare in favore di tutti i cittadini le straordinarie e fragili bellezze di Ville, Palazzi, Dimore, Giardini di geometrie divine.
Alberta Campitelli, oggi ha un volto luminoso, il tempo ha reso più vivi i lineamenti di una donna che è entrata in sintonia con le cose che ha studiato, un sorriso delicato, sulle labbra un filo di rossetto rosa, indossa una giacca di colore fucsia, e una elegantissima maglia a collo alto. Gli orecchini sono due ricercatissime perle che giocano di rimando di luce, con una collana che alterna perle e oro.
Alberta è nata a Lanciano, l’antica Frentania d’Abruzzo, un luogo mitico, carico di vicende e leggende, storiche, religiose, e da questa terra ha preso un coriaceo spirito di iniziativa. Nel suo ricordo di bimba, non fa mistero di come il sodalizio con lo studio e l’impegno siano presenti in lei fin dalla prima adolescenza. ”Ho sempre dedicato allo studio una grande parte del mio tempo”, racconta, “a sei anni già sapevo leggere e scrivere ho frequentato il liceo a Lanciano. I miei genitori scelsero una scuola pubblica, ed oggi mi sento di consigliare, a chi me lo chiede, le scuole pubbliche". Poi il grande salto nella capitale mondiale dell’arte, del bello, del Rinascimento, una gioventù a Firenze dove ha affinato gli studi di specializzazione in storia dell' arte, poi terminata l’università Fiorentina eccola a Roma a seguire architettura e paleografia.
La presidente Campitelli nella sua carriera ha inanellato decine di ricerche, studi, scritto libri, partecipato e promosso convegni internazionali. La sua cultura ha ottenuto negli studi di Storia dell’arte e dei Giardini, i più importanti riconoscenti di Stato
“Nel 2013”, racconta, “ho ricevuto dalla Repubblica Francese l’onorificenza di Chevalier des Arts et des Lettres per la collaborazione culturale tra Italia e Francia".
È stata per 30 anni direttrice dei Musei e Ville storiche del Comune di Roma. Ha progettato e diretto, importanti interventi di restauro e di ripristino di giardini ed edifici nelle ville Borghese e Torlonia, solo per citarne alcuni lavori. C’è un aspetto di Alberta Campitelli che è particolarmente interessante, la sua vitalità e la franchezza delle sue riflessioni.
"Credo nella qualità della scuola pubblica”, rivela, “essere insegnante e stare con i ragazzi è qualcosa di meraviglioso". La sua caratura professionale è nota, e non fa mistero dei riconoscenti che le sono stati tributati. “Ritengo di essere stata nominata per competenza e tecnica, per questo dico sempre ai giovani di aver fiducia nelle proprie capacità e dare il giusto tempo allo studio". Il suo talento sarà ancora una volta dedicato a dar vita a progetti di rilievo internazionale. Ci promette, infine, un nuovo incontro, e ci lascia con questa idea, che siano certi realizzerà con la passione e l’impegno di sempre.
“Faremo”, annuncia Alberta Campitelli nel suo nuovo ruolo di presidente dell’Accademia delle belle arti di Roma, “progetti importanti che vedranno storia, bellezza e turismo fondersi”. Allora a presto e buon lavoro.

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Il 3 novembre del 1706 il terremoto della Maiella

 

Il 3 novembre del 1706 un violento sisma sconvolse l'Abruzzo. Tra il 1702 ed il 1706 molti i terremoti che colpitrono l'Italia centrale, il sisma della Maiella fu uno dei piu' disastrosi raggiungendo un magnitudo 6.8 della scala Richter. L'epicentro è stato localizzato sul versante aquilano della Maiella, a circa 15 km ad est di Sulmona

Gravemente danneggiati la Valle Peligna ed il versante in provincia di Chieti della Maiella. I centri colpiti furono: Lama dei Peligni, Manoppello, Palena, Cansano, Sulmona, Prezza, Raiano, Vittorito, Roccacasale, Salle, Tocco da Casauria, Rivisondoli, Roccaraso, Palena, Lettopalena, Lama dei Peligni, Fara San Martino.

A Palena i morti furono 300 su una popolazione di 450 persone, a Sulmona, che perdette la maggiore parte degli edifici e buona parte del suo centro storico medievale, morirono 1150 persone. Alla prima scossa ne seguì una seconda la notte del 4 novembre portando ulteriore distruzione e morte. Le vittime accertate del sisma furono circa 2400.

Il sisma avvenne a soli 3 anni di distanza dalla crisi sismica del 1703 che aveva duramente colpito L'Aquila, praticamente rasa al suolo, con danni gravissimi per ciò che riguarda il suo patrimonio artistico e architettonico.


Un censimento dei danni riportato su https://it.wikipedia.org/ :

I danni maggiori li patì l'Abruzzo, specialmente come già detto la Valle Peligna. Danni gravi si registrarono comunque anche nel Lazio, nel Molise e parzialmente anche nella Capitanata (nord della Puglia).

  • Sulmona: non fu completamente distrutta, ma risultò il centro maggiormente colpito: fu perduto più di 3/4 del patrimonio edilizio, facendo scomparire anche quegli edifici che avevano fatto meritare alla città l'appellativo di Siena degli Abruzzi o Siena d'Abruzzo[5] per aver avuto uno sviluppo culturale pari a quello di Siena. A causa della gran polvere che si alzò, all'inizio non ci si rese conto dell'immane disastro che segnò profondamente la storia della città. Solo dopo ci si accorse che Sulmona era ridotta a cumuli di macerie, con qualche edificio scampato miracolosamente ma comunque sempre danneggiato. Crollarono la Cattedrale di San Panfilo, di cui rimase solo la facciata, il Palazzo Vescovile, la chiesa del Complesso della Santissima Annunziata, le chiese di San Francesco della Scarpa, San Filippo Neri, Sant'Agostino, Santa Chiara, Santa Caterina, Santissima Trinità, Santa Maria del Carmine, Badia Morronese, l'oratorio di san Rocco. Inoltre crollarono anche alcuni palazzi, principalmente affacciati lungo Corso Ovidio e l'attuale Piazza Garibaldi, le mura furono sbrecciate mentre le porte in larga parte riuscirono a rimanere in piedi, pur presentando notevoli danni (tranne Porta Napoli); crollarono anche il campanile di Santa Maria della Tomba, l'annessa Cappella della Madonna di Loreto e la Casa della Confraternita Lauretana (i cui resti si ammirano tuttora). Solo pochi edifici, che riportarono comunque danni come già detto, rimasero in piedi: la chiesa di Santa Maria della Tomba, il campanile dell'Annunziata, il palazzo del Complesso della Santissima Annunziata, la facciata e il campanile di San Francesco della Scarpa, il campanile della Badia Morronese, il portale di Sant'Agostino (trasferito nel 1883 in San Filippo), la facciata della Cattedrale, la cripta di quest'ultimo, l'Acquedotto Svevo, Porta Napoli, la chiesa dell'Incoronata, la chiesa di San Giovanni e la chiesa di San Gaetano. Inoltre, rimasero in piedi anche alcuni palazzetti medievali e rinascimentali che si trovavano nel cuore del centro storico e la Fontana del Vecchio (1478). I morti furono 1000 circa, i feriti e i senzatetto incalcolabili.
  • Campo di Giove: forse epicentro del sisma, fu letteralmente distrutto: rimase in piedi solo una parte di Palazzo Nanni. Si dice che alcuni massi si staccarono dalla montagna sovrastante. Molti feriti (numero non disponibile).
  • Cansano: quasi del tutto raso al suolo, rimasero in piedi, seppur danneggiati, Palazzo Teseo, il torrione del castello e le porte del centro fortificato (crollate poi col sisma del 1933). La maggior parte degli edifici dovette essere ricostruita ex novo, compresa la chiesa di San Salvatore, come recita l'iscrizione A TERREMOTU CORRUIT ET UN[IVERSI]TAS A PLANTA REDEGIT - A.D. 1739.
  • Pratola Peligna: i danni non furono molti, forse perché durante quel periodo la città era un "cantiere aperto" visto che si stava procedendo alla ricostruzione o alla ristrutturazione di alcuni edifici. Risultarono comunque danneggiati, inagibili e in parte crollati, il primitivo Santuario della Madonna della Libera, diversi oratori e alcuni palazzi. Non riuscirono a reggere invece le case popolari dove viveva buona parte della popolazione. Morti e feriti (numero non disponibile).
  • Prezza: crollano la chiesa di S.Lucia e quella di san Giuseppe (di cui comunque rimane in parte in piedi l'interno). Rimane intatta la statua di S.Lucia, miracolosa, nonostante le macerie che le cadono addosso. Il 90% dell'abitato crolla, il resto è inagibile. Rimane in piedi e intatta solo la Chiesa di Santa Maria del Colle. Morti e feriti (numero non disponibile).
  • Raiano: quasi tutto il paese crolla, anche le chiese. L'eremo di San Venanzio rimase in piedi ma risultò inagibile. Morti e feriti (numero non disponibile).
  • Vittorito: il paese risultò quasi del tutto inagibile; alcuni crolli, i maggiori nella parrocchiale. I morti forse non ci furono, ma qualcuno rimase ferito.
  • Castelvecchio Subequo: crolla la chiesa di san Francesco (rimangono in piedi solo la facciata, la cappella di S.Maria e gli altari laterali). Crollano anche alcuni piccole case; per il resto crepe e caduta di calcinacci. Morti e feriti (numero non disponibile).
  • Corfinio: danni alla Chiesa di San Pelino, detta Basilica Valvense e prima cattedrale della Diocesi di Sulmona-Valva. Crolla la chiesa di S.Martino, inagibile e devastata all'interno la chiesa di S.Maria del Soccorso. Danni più o meno gravi alle abitazioni. Feriti (e morti?) (numero non disponibile).
  • Roccacasale: a breve distanza da Sulmona, il centro risulta devastato e inagibile; il Castello crolla in buona parte e la sua decadenza si accentua. Annientate le chiese.
  • Salle: la situazione del centro fu gravissima, e sembra che ancora nel '900 portasse i danni di quella sciagura. Crollarono le chiese. Morti e feriti (numero non disponibile).
  • Pacentro: crollano le chiese, alcune abitazioni. Crolla in parte anche il Castello. Morti e feriti (numero non disponibile).
  • Pettorano sul Gizio: il centro è in buona parte distrutto, ma una parte rimane anche se inagibile. Sopravvive, seppur danneggiato, il Castello. Morti e feriti (numero non disponibile).
  • Scanno: le chiese risultano fortemente danneggiate, soprattutto quella di S.Maria in Valle. Crolli nella Chiesa della Madonna del Lago.
  • Tocco da Casauria: il paese risulta gravemente danneggiato, la periferia dell'abitato crolla. Danni ingenti e crolli nella chiesa di S.Eustachio, nel Castello e in modo più lieve alle altre chiese. Morti e feriti (numero non disponibile).
  • Popoli: crollano le chiese della Trinità e San Lorenzo. Viene giù quasi tutta la parte alta della facciata della chiesa di San Francesco, mentre il Castello (abbandonato da tempo) presenta crolli molto diffusi. Crollano anche alcuni abitazioni; i cronisti popolesi riportarono il decesso di 120 persone, mentre altre 130 furono ferite.
  • Cocullo: danni gravi alla chiesa di S.Maria delle Grazie. Inagibile la chiesa di S.Domenico Abate e piccoli crolli nell'abitato.
  • Villalago: il centro fu gravemente danneggiato. In buona parte, però, i vari edifici riescono a resistere alla scossa.
  • Anversa degli Abruzzi: crolla il Castello (ne rimangono pochissimi ruderi); danni in tutto l'abitato.
  • Castiglione a Casauria: danni all'Abbazia di San Clemente a Casauria.
  • Rivisondoli: crolla tutto il paese. Morti e feriti (numero non disponibile).
  • Roccaraso: crolla mentre era ancora in costruzione dopo che il Terremoto dell'Aquila del 1703 l'aveva distrutta. Crolla parzialmente anche la chiesa di San Bernardino. Morti e feriti (numero non disponibile).
  • Pescocostanzo: crolla il soffitto della Collegiata, cancellando così quasi tutte le testimonianze medievali della chiesa. Crollano anche alcuni palazzi, mentre altri sono inagibili. Piccoli crolli e inagibilità anche nella chiesa del Suffragio. Reggono bene, invece, gli altri palazzi e chiese, pur riportando a volte delle crepe. Morti e feriti (numero non disponibile).
  • Bugnara: gravemente danneggiato.
  • Fara San Martino: per questo borgo, come anche per quelli del versante chietino e pescarese, la scossa più distruttiva fu la seconda. A Fara la metà del paese crollò, l'altra metà era inagibile. La chiesa di San Remigio era inagibile e con piccoli crolli, quella dell'Annunziata si era sbriciolata, mentre quella di San Rocco riuscì a rimanere in piedi pur presentando crepe. Furono danneggiati anche alcuni palazzi e locali sede di attività. Crolla buona parte dell'Abbazia di San Martino. I morti furono 5 e i feriti 120.
  • Palena: gravi danni, i morti furono 300 e i feriti 100, e su una popolazione di circa 450 abitanti.
  • Lettopalena: danni. 60 morti e alcuni feriti.
  • Taranta Peligna: crollò la chiesa di san Biagio, di cui rimase la facciata, e vi furono gravi danni. 100 morti e poco più di 100 feriti.
  • Lama dei Peligni: danni gravissimi, solo pochi edifici rimasero in piedi. Inoltre vi fu uno smottamento che fece crollare altri edifici, rimasti in piedi. I morti furono 130 e i feriti 120.
  • Guardiagrele: già gravemente danneggiato nel 1703, il terremoto del 1706 provocò il crollo di alcuni edifici: andarono giù l'interno del Duomo, delle chiese di San Francesco, Sant'Antonio, dei Cappuccini. Crollarono completamente la chiesa di San Nicola e il Palazzo Vitacolonna. Crepe nella chiesa di san Silvestro.
  • Chieti: alcuni edifici, seppur pochi, risultarono inagibili; crolla la parte superiore del campanile della Cattedrale di San Giustino, che presenta evidenti crepe all'esterno. Pericolante il campanile di Santa Trinità. Alcuni edifici si inclinarono ma non caddero giù. La tradizione vuole che il terremoto non provocò altri danni per il tempestivo interno di San Giustino, apparso sopra Chieti.
  • Fossacesia: fu l'unico centro della costa danneggiato. Nel piccolo paese l'Abbazia di San Giovanni in Venere risulta inagibile e ciò ne accentua la decadenza.
  • Città Sant'Angelo: fu un caso sorprendente di come Città Sant'Angelo subì danni molto gravi dal sisma mentre la vicinissima Atri non patì nulla. A Città Sant'Angelo crollò la cuspide del campanile della Collegiata e la navata sinistra della suddetta chiesa; vennero giù anche le chiese di San Francesco e San Bernardo. Quasi tutte le abitazioni risultarono fortemente danneggiate, mentre le altre chiese furono inagibili.
  • Venafro: anche a Venafro, in Molise, la scossa più devastante fu la seconda. Crollarono parte della facciata della chiesa dell'Annunziata e risultarono gravemente danneggiati la Chiesa di San Nicandro, il Convento dei Cappuccini, e alcune sale al piano terra del Castello Pandone. Inagibile, con piccoli crolli, la chiesa del Cristo.
  • Acquaviva d'Isernia: inagibile il Castello.
  • Agnone: la chiesa di Santa Croce è inagibile, mentre sono pericolanti il campanile e l'annesso ospedale; la chiesa di S.Emidio ha il crollo parziale del soffitto, quelle dell'Assunta e di San Nicola inagibili.
  • Isernia: danneggiata la Cattedrale, crepe in alcuni edifici.
  • Capracotta: inagibile il Palazzo Baronale. Devastata e con dei crolli la chiesa di S.Maria di Loreto.
  • Ferrazzano: crepe nella chiesa dell'Assunta.
  • Guglionesi: inagibilità per la chiesa di S.Maria Maggiore.
  • Isernia: crolla l'interno della chiesa di San Francesco e inagibile il convento di S.Maria delle Monache.
  • Larino: inaigibili le chiese di Santo Stefano e San Francesco. Semicrollato il Palazzo Ducale.
  • Limosano: semicrollate le chiese di S.Maria e S.Francesco.
  • Lucito: inagibile la chiesa di San Nicola, dove vi sono alcuni crolli.
  • Morrone del Sannio: inaigibile la chiesa di S.Maria in Casalpiano.
  • Campodipietra: crolla la chiesa di San Martino.
  • Petrella Tifernina: gravemente danneggiata la chiesa di San Giorgio.
  • Rocchetta a Volturno: distrutta l'Abbazia di San Vincenzo al Volturno; la chiesa era stata già distrutta tre volte dai terremoti, e tutto ciò ne accentua la decadenza.
  • San Giuliano di Puglia: crolla quasi del tutto la chiesa di S.Giuliano, che da tempo era ormai in completo abbandono.
  • Santa Croce di Magliano: gravissimi danni alla torre medievale.
  • Sepino: crolla la parte superiore del campanile della chiesa di Santa Cristina.
  • Termoli: crolli all'interno del Duomo.
  • Torella del Sannio: inagibile, con piccoli crolli, il Castello.
  • Trivento: crolla buona parte del Duomo.
  • Capitanata: alcuni centri della Capitanata, quelli al confine con il Molise, avvertirono la scossa, riportando crepe e piccole cadute di intonaco.
  • Abbazia di Montecassino: distintamente avvertito, vi fu comunque qualche piccola caduta di intonaco e qualche crepa.
  • Sora: avvertito, provocò crepe, caduta di intonaci e spesso di alcuni elementi decorativi nelle facciate di edifici.

 

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Internet compie 50 anni

Internet compie 50 anni. La rete non si chiamava internet ma Arpanet, ed era un progetto voluto da un'agenzia del dipartimento della Difesa Usa, l'Arpa (Advanced research projects agency), quando il 29 ottobre del 1969 quando fu effettuata la trasmissione di un primo pacchetto di dati tra due computer, uno all'università di a Los Angeles - sotto la supervisione dell'informatico Leonard Kleinrock - e l'altro al Research Institute di Stanford.


A far decollare internet è stato, 20 anni dopo, il papà del Web Tim Berners-Lee: nel 1989 presentò un saggio al Cern di Ginevra che rappresentava la base teorica del World wide web, mentre nel 1991 fu online il primo sito web. Con la crescita del web e di servizi come la posta elettronica, internet è diventato la rete di telecomunicazioni globale che oggi connette miliardi di persone e oggetti, anche se quasi la metà della popolazione mondiale è ancora tagliata fuori.

Nonostante siano passati 50 anni dalla sua nascita, infatti, internet non è ancora alla portata di tutti. Secondo l'Unione internazionale delle telecomunicazioni (Itu), alla fine del 2018 gli utenti di internet erano 3,9 miliardi, pari al 51,2% della popolazione mondiale. In altre parole, poco meno della metà degli abitanti del pianeta non ha ancora accesso a internet.
   

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Imprese culturali, Tiboni: una risorsa per l’occupazione.

"Tutte le realtà culturali abruzzesi attendevano il bando per i grandi eventi annunciato dalla Regione e lo stanziamento dei soldi per la cultura, che è ormai il fanalino di coda di tutte le amministrazioni, qualsiasi sia l’orientamento politico. Ma di questo ci se n’è fatta una ragione". Lo afferma Carla Tiboni, Presidente Premi Internazionali Flaiano.
"Ciò che non è condivisibile è affermare che la cultura deve tornare a fare economia. Per chi conosce profondamente le realtà culturali abruzzesi, questo fattore è da sempre riscontrabile, non con manifestazioni occasionali nè festaiole, ma organizzate in modo da costituire un patrimonio ed un giacimento per il lavoro e per il territorio. La cultura fa economia da sempre, con un indotto che è insito nell’attività stessa, crea posti di lavoro per maestranze qualificate ed in continuo sviluppo e, soprattutto, consente alle nuove generazioni di ricercare occupazione con particolare professionalità e in ambiti nuovi. Il punto è un altro: avere la giusta considerazione e il riconoscimento per il lavoro svolto da decenni, con maggiori certezze nel tempo per le attività culturali esistenti, in questo modo dando stabilità lavorativa alle maestranze del settore e all‘imprese cultura".

 

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Migranti, per gli italiani sono il 31 per cento ma in realtà sono il 9

Secondo gli italiani gli stranieri residenti in Italia sono il 31 per cento della popolazione totale. Secondo l'Istat la percentuale si ferma al 9 per cento. È questo il dato principale che emerge dal sondaggio condotto da Ipsos sulla "Percezione del fenomeno migratorio" all'interno del progetto europeo Ciak MigraAction promosso da WeWorld-Gvc onlus in collaborazione con il Comune di Bologna e la cooperativa Dedalus di Napoli per aumentare la consapevolezza dei cittadini sul contributo dei migranti nelle societa' europee promuovendo una narrazione dei processi migratori basata su dati e fatti reali. Quattro gli Stati europei coinvolti: Italia, Grecia, Austria e Ungheria. Il sondaggio e' stato presentato dal presidente di Ipsos, Nando Pagnoncelli, in occasione della conferenza nazionale di Ciak MigrAction dal titolo "Le migrazioni tra realta', narrazione e percezione" organizzato nell'ambito del Terra di Tutti Film Festival, al via oggi a Bologna. L'impatto dell'immigrazione Secondo gli intervistati, il fenomeno migratorio e' la quarta priorita' nazionale, dietro a disoccupazione, situazione economica e tasse. A livello individuale occupa il decimo posto nella scala delle preoccupazioni degli italiani. Per quello che riguarda l'impatto dell'immigrazione sul paese, il 12 per cento esprime un voto positivo, il 28 per cento ritiene non abbia avuto alcun effetto e il 57 per cento esprime un giudizio negativo. Questo dato fa il paio con quello che riguarda "l'altro" nella societa' ideale. Per il 59 per cento del campione e' importante che siano tutelati i diritti delle minoranze, per il 29 per cento, invece, e' fondamentale che ci siano sempre meno migranti che arrivano in Italia. Lavoro e welfare Il 75 per cento degli intervistati ritiene che i migranti siano spesso sfruttati nel mercato del lavoro. Allo stesso tempo, il 46 per cento sostiene che i datori di lavoro dovrebbero prioritariamente assumere persone italiane prima dei migranti. Per quello che riguarda il welfare, il 46 per cento degli intervistati pensa che l'immigrazione incida sui costi dei servizi dio welfare e consuma risorse che potrebbero essere spese per gli italiani. Di contro, c'e' un 38 per cento che considera necessario il lavoro dei migranti per colmare alcune lacune lasciate dallo stato (per esempio nel campo dell'assistenza familiare). Sicurezza e ius soli Un italiano su 3 e' convinto che la maggior parte dei crimini in Italia sia commessa da migranti. Un italiano su 2 sostiene che l'Italia debba proteggersi di piu' dal resto del mondo rispetto al passato. Il 40 per cento pensa che sia troppo pericoloso accogliere migranti e rifugiati perche' rappresentano una grave minaccia terroristica. Alla voce ius soli, 6 italiani su 10 ritengono che chi e' nato in Italia, indipendentemente dalla nazionalita' dei propri genitori, sia da considerare un "vero italiano". Il ruolo dell'Unione Europea Secondo l'84 per cento degli italiani l'UE dovrebbe fare di piu' per supportare l'Italia nella gestione dei movimenti migratori. Il 63 per cento ritiene che l'Europa dovrebbe essere la principale responsabile del processo di integrazione dei migranti. Solo il 7 per cento promuove l'Unione e sostiene che stia rispondendo in modo efficace all'arrivo dei rifugiati. Media e fake news Il 63 per cento degli italiani dichiara di essere stato esposto a fake news riguardo al tema immigrazione. Secondo il 30 per cento degli intervistati, i mass media hanno timore di descrivere negativamente i migranti; mentre per il 34 per cento esagerano nel descrivere negativamente i migranti. 

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In Italia un bimbo su tre sovrappeso o obeso, è record europeo

Un bambino su tre nella fascia 6-9 anni in Italia e' sovrappeso o obeso, il tasso maggiore di tutta l'Europa. Lo afferma il secondo rapporto sulla malnutrizione infantile della Ong Helpcode, pubblicato in vista delle Giornate mondiali contro l'obesita' del 10 ottobre e dell'alimentazione del 16 ottobre. Secondo il documento sono circa 100mila i bambini obesi o sovrappeso nel nostro Paese, con una prevalenza dei maschi (21%) sulle femmine (14%). A livello globale d'altra parte il numero di bambini di eta' inferiore ai cinque anni obesi o sovrappeso risulta in costante aumento e ha ormai superato quota 40 milioni, 10 milioni in piu' rispetto al 2000. Le famiglie del Centro e del Sud d'Italia, con livelli di istruzione e di reddito piu' bassi rispetto alla media nazionale, registrano un'incidenza maggiore del fenomeno. La maglia nera va ai bambini campani (oltre il 40% sono sovrappeso e obesi), seguiti dai coetanei di Molise, Calabria, Sicilia, Basilicata e Puglia.

"Le ricerche piu' recenti ci dicono che e' necessario intervenire nei primi tre anni di vita - osserva Mohamad Maghnie, responsabile dell'UOC Clinica Pediatrica dell'Ospedale Gaslini di Genova -. E per farlo dobbiamo conoscere abitudini alimentari e stili di vita dei pazienti a cominciare dalla gravidanza. Ma non basta. Dobbiamo investire nell'educazione alimentare delle famiglie e nella formazione mirata dei medici"

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