L’Osservatorio

Il report del Comando Carabinieri per la Tutela del Lavoro

Mancata sicurezza sui luoghi di lavoro, contratti irregolari e lavoro nero, caporalato, lavoro minorile. Sono le 'malattie' del mercato del lavoro monitorate e contrastate dal Comando Carabinieri per la Tutela del Lavoro, come emerge dal Rapporto Italia 2018 dell'Eurispes. Secondo il Rapporto, nel 2017 il Reparto speciale ha controllato 18.924 aziende lungo tutta la Penisola e verificato la posizione contrattuale di oltre 58mila lavoratori. Il 71% delle aziende e attività commerciali e alberghiere controllate ha evidenziato irregolarità, mentre 125 sono risultate totalmente 'in nero' ovvero non iscritte neanche alla Camera di commercio. Contestate sanzioni amministrative per 28.897.237 euro, denunciate 6.850 persone di cui 57 arrestate. Sono state accertate 81 truffe per un valore di 17.655.955 euro. E la sicurezza sui luoghi di lavoro continua presentare particolari fattori di criticità: i controlli dell'Arma si sono concentrati su 3.328 imprese e hanno messo in luce irregolarità che hanno portato a 389 sospensioni di attività e alla denuncia di 3.742 persone; sono stati sequestrati 19 cantieri, elevate ammende per 8.757.250 euro. Nell'ambito delle attività di contrasto al fenomeno delle truffe ai danni degli Enti, sono stati perseguiti dai Nil, complessivamente, 81 casi di truffa, per un importo accertato, nel semestre di riferimento, pari a 17.655.955 euro. Il 'lavoro nero' è il fenomeno che rimane, dal punto di vista del danno all'economia nazionale, spiega l'Eurispes, il più gravoso, sia per i mancati introiti sia per la minore tutela per i lavoratori sia dal punto di vista previdenziale e pensionistico, che da quello assicurativo in caso di infortuni e malattie professionali.

 Nel periodo di riferimento, 2.154 imprese sono state sospese per posizioni che riguardavano 5.401 lavoratori. La maglia nera spetta al Sud Italia (Campania, Molise, Puglia, Basilicata, Calabria e Sicilia), dove si concentrano il 22% dei lavoratori in nero; al secondo posto, il Nord con il 18,2%, segue il Centro (Toscana, Umbria, Lazio, Abruzzo e Sardegna) con il 17,7%, mentre il comparto geografico del Nord-Est raccoglie l'11,8% delle irregolarità. A braccetto con la piaga del lavoro nero va il dramma del caporalato, una pratica degenerata con il passare del tempo a causa del crescente numero di immigrati in cerca di lavoro, e della crisi economica che ha fatto crollare i prezzi agricoli. I militari dell'Arma hanno controllato nel 2017 14.482 lavoratori extracomunitari: di questi 3.518 sono risultati in nero e 2.074 irregolari; sono stati scoperti 718 clandestini ed espulsi 33 (Comando Carabinieri per la Tutela del Lavoro). E anche quello del lavoro minorile è un tema complesso. Nel 2017, i militari del Comando hanno verificato la posizione lavorativa di 560 minori accertandone lo stato irregolare in 262 casi, ovvero nel 46,6% del totale. In particolare, dei 106 bambini italiani, comunitari e extracomunitari, 37 sono risultati occupati. Dei 454 adolescenti italiani, comunitari e extracomunitari, 225 sono risultati occupati illegalmente. Il dato positivo è che non è stato segnalato alcun caso di 'child labour', ovvero attività lavorative che non consentono di accedere all'istruzione, che ostacolano lo sviluppo psico-fisico, sociale e morale dei bambini, ma che consentono invece di contribuire all'economia familiare.

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Export cibo made Italy da record, 4 miliardi verso Usa

Le esportazioni di cibo e bevande dall'Italia negli Stati Uniti sono aumentare del 6% nel 2017 per un totale che per la prima volta arriva a 4 miliardi di euro, il massimo di sempre. E' quanto emerge da una proiezione della Coldiretti sulla base di una analisi degli ultimi dati Istat relativi al commercio estero. Il vino - precisa la Coldiretti - risulta essere il prodotto più gettonato dagli statunitensi, davanti a olio, formaggi e pasta. Anche se a preoccupare è ora il rafforzamento dell'Euro nei confronti del dollaro la politica di Trump non ha frenato fino ad ora il Made in Italy negli Stati Uniti Gli Usa - sottolinea la Coldiretti - si collocano al terzo posto tra i principali italian food buyer dopo Germania e Francia, ma prima della Gran Bretagna. Il successo sul mercato nordamericano ha trainato dunque le performance del Made in Italy agroalimentare all'estero con le esportazioni che toccano per la prima volta i 41 miliardi di euro nel 2017 per effetto di un incremento del 7% rispetto allo scorso anno. A spingere la crescita - sottolinea la Coldiretti - sono i prodotti base della dieta mediterranea a partire dal vino che è il prodotto italiano piu' esportato e fa segnare un aumento del 7%, seguito dall'ortofrutta che registra un incremento del 2%, ma ottime risultati - continua la Coldiretti - vedono protagonisti i formaggi con un incremento del 9% in valore, grazie anche all'entrata in vigore dell'obbligo dell'etichettatura d'origine, e i salumi (+8%).Arretra, invece - conclude la Coldiretti - la pasta tricolore (-3%) che attende ora l'entrata in vigore dell'obbligo di indicazione dell'origine del grano per ritrovare la fiducia di un mercato che anche a livello europeo è sempre più attento al tema della trasparenz

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Unimpresa, boom dei precari e rischio povertà per 9,3 milioni di italiani 

Meno disoccupazione, compensata da una fabbrica di lavoratori precari. Ora sono oltre 9,3 milioni gli italiani non ce la fanno e sono a rischio povertà: è sempre più estesa l'area di disagio sociale che non accenna a restringersi. Dal 2016 al 2017 altre 128mila persone sono entrate nel bacino dei deboli in Italia. Crescono soprattutto gli occupati-precari: in un anno, dunque, è aumentato il lavoro non stabile per 197mila soggetti che vanno ad allargare la fascia di italiani a rischio. E' quanto rileva il Centro studi di Unimpresa. Ai "semplici" disoccupati - che hanno fatto registrare una diminuzione di 69mila unità - vanno aggiunte ampie fasce di lavoratori, ma con condizioni precarie o economicamente deboli che estendono la platea degli italiani in crisi. Si tratta di un'enorme "area di disagio": ai quasi 3 milioni di persone disoccupate, bisogna sommare anzitutto i contratti di lavoro a tempo determinato, sia quelli part time (900mila persone) sia quelli a orario pieno (2 milioni); vanno poi considerati i lavoratori autonomi part time (722mila), i collaboratori (251mila) e i contratti a tempo indeterminato part time (2,68 milioni). Questo gruppo di persone occupate - ma con prospettive incerte circa la stabilità dell'impiego o con retribuzioni contenute - ammonta complessivamente a 6,55 milioni di unità. Il totale del'area di disagio sociale, calcolata dal Centro studi di Unimpresa sulla base dei dati Istat, a fine 2017 comprendeva dunque 9,29 milioni di persone, in aumento rispetto fine 2016 di 197mila unità (+1,4%). "Le aziende italiane - ha commentato il presidente Giovanna Ferrara - hanno bisogno di risorse e incentivi per crescere e svilupparsi dunque per avere i presupposti necessari a creare nuova occupazione stabile. C'è bisogno di più lavoro per gli italiani: in questo senso, vanno accolti con favore tutti gli strumenti e le misure volte a rendere meno onerose le assunzioni di lavoratori, meglio se si tratta di interventi strutturali e non di aiuti una tantum. Riteniamo sbagliato insistere con forme di sussidio, perché strumenti come il reddito di inclusione alimentano l'assistenzialismo e disincentivano, di fatto, la crescita economica".

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Istat, crescono fatturato e ordini all’industria a novembre

Bene fatturato e ordini all'industria a novembre: salgono rispettivamente su base annua del 5,1% e dell' 8,9%. Lo rileva l'Istat aggiungendo che la crescita congiunturale e' rispettivamente di +1,3% e +0,3%. 

A novembre, per il fatturato dell'industria si rileva, per il secondo mese consecutivo, un incremento congiunturale (+1,3%). L'indice destagionalizzato raggiunge inoltre il livello piu' elevato (106,8) da settembre 2011. Il confronto tra la media degli ultimi tre mesi e i precedenti tre segna una crescita dell'1,2%. Gli ordinativi, a novembre segnano un lieve incremento congiunturale (+0,3%); negli ultimi tre mesi rispetto ai tre precedenti si rileva invece una leggera flessione (-0,1%). La crescita congiunturale del fatturato a novembre e' dovuta soprattutto al mercato interno (+1,9%), mentre per quello estero si registra un aumento piu' contenuto (+0,2%). Gli ordinativi segnano moderati incrementi in entrambi i mercati (+0,2% per il mercato interno e +0,4% per quello estero).

Gli indici destagionalizzati del fatturato mostrano incrementi congiunturali diffusi a tutti i raggruppamenti principali di industrie ma piu' rilevanti per l'energia (+2,4%). Corretto per gli effetti di calendario (i giorni lavorativi sono stati 21 come a novembre 2016) il fatturato totale cresce in termini tendenziali del 5,1%, con incrementi del 3,6% sul mercato interno e del 7,7% su quello estero. L'indice grezzo del fatturato aumenta, in termini tendenziali, del 5,1%: il contributo piu' ampio a tale incremento viene dalla componente interna dei beni intermedi. Per il fatturato l'incremento tendenziale piu' rilevante si rileva nella fabbricazione di prodotti petroliferi (+13,6%), mentre la fabbricazione di mezzi di trasporto mostra l'unico calo del comparto manifatturiero (-4,7%). Nel confronto con il mese di novembre 2016, l'indice grezzo degli ordinativi segna un aumento dell'8,9%. Tutti i settori registrano incrementi, particolarmente significativo risulta quello della metallurgia (+14,0%).

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Libri, mercato 2017 in ripresa

Il 2017 e' l'anno della ripresa per il mercato del libro. E si chiude con un risultato importante per il settore nel suo complesso: +5,8% sul 2016, pari a 1,485 miliardi di euro nei canali trade (librerie, librerie online e grande distribuzione organizzata). Lo rivela l'analisi dell'Ufficio studi dell'Associazione Italiana Editori. "La piu' grande industria culturale del Paese - dice il presidente Aie Ricardo Franco Levi - sta ricominciando a camminare. Ci auguriamo che libro e lettura siano centrali nei programmi di queste elezioni e del nuovo Governo" I dati, anticipati dall'Aie, saranno presentati domani dal presidente Levi nella giornata conclusiva del XXXV Seminario di Perfezionamento della Scuola per Librai Umberto e Elisabetta Mauri in programma a Venezia. Il risultato, per la prima volta dopo 7 anni, e' positivo anche a copie, pari a 88,6 milioni (al netto di quelle vendute da Amazon), +1,2% sull'anno precedente. Cresce anche il mercato e-book e audiolibri, che ha raggiunto quota 64 milioni di euro nel 2017 (+3,2% sul 2016). DOVE SI COMPRANO I LIBRI? - In base all'analisi Aie, in libreria prima di tutto, ma avanza in modo importante l'e-commerce, in difficolta' il supermercato. Le librerie fisiche, indipendenti o di catena, restano il canale principale per l'acquisto di libri di varia nuovi, tanto da intercettare quasi tre quarti degli acquisti (il 69,6%). Diminuiscono gli acquisti in librerie indipendenti (che pesano il 25,2%) e di catena (44,4%) a vantaggio dell'e-commerce, che nel 2017 ha fatto un vero e proprio balzo in avanti (oggi pesa il 21,3% dei libri venduti, era il 16,5% nel 2016). Proseguono le difficolta' per la grande distribuzione organizzata, che oggi pesa per il 9,1% del totale (solo lo scorso anno era il 10,7%). LA PRODUZIONE - E' sempre piu' ricca e articolata. Nel 2017 gli editori hanno pubblicato 66.757 titoli: la narrativa (italiana e straniera) oggi conta 19.860 titoli, nel 1980 si fermava a 1.087 titoli. I libri per bambini, oggi stimati in 9.923 (erano 6.457 lo scorso anno), costituiscono un numero piu' che decuplicato rispetto a 17 anni fa. LA LETTURA - E' scarsa ma ben piu' alta di quanto si e' detto finora. Istat, nella sua indagine quinquennale, inserendo nelle sue indagini la lettura di narrativa di genere, guide e manuali (per la casa, collaterali, ecc.), evidenziava come i lettori fossero il 59,4% della popolazione italiana. Ben di piu' di quel 40,5% che la stessa Istat ha stimato nella sua ultima analisi annuale, che esclude una quota importante di libri dal perimetro considerato. Questo dato del 59,4% trova conferma nell'Osservatorio Aie sui comportamenti di lettura (sui 15-75enni) che registra oggi come i lettori negli ultimi 12 mesi (anche solo in parte) di romanzi, saggi, gialli, fantasy, manuali e guide abbiano raggiunto quota 62%. I comportamenti di lettura si fanno infatti oggi sempre piu' articolati: legge libri di carta il 62% degli italiani, ma legge anche ebook il 27% e legge audiolibri l'11%. Considerate tutte queste modalita', legge il 65% popolazione italiana con piu' di 15 anni.

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Alimentare, crescita record Dop e Igp (+6%)

Si rafforza il primato mondiale dell'Italia agroalimentare per numero di prodotti Dop e Igp, con 818 Indicazioni Geografiche registrate nel 2017 a livello europeo. Un patrimonio che batte ogni record anche a livello economico, con 14,8 miliardi di valore alla produzione e 8,4 miliardi di export (dati 2016). Queste cifre testimoniano una crescita del 6% su base annua e un aumento dei consumi nella Grande distribuzione del 5,6% per le vendite e dell'1,8% per il vino. E' quanto emerge dal 15/mo Rapporto Ismea-Qualivita 2017 presentato oggi, secondo il quale a trainare questo sistema sono per il food formaggi, prodotti a base di carne e aceti balsamici, mentre nel vino il Prosecco. Anche il trend degli ultimi 10 anni mostra una crescita costante del sistema Dop-Igp che rappresenta un peso economico dell'11% nell'industria alimentare e il 22% dell'export agroalimentare. Il settore food con 83.695 operatori (+5% sul 2015), vale 6,6 miliardi di euro alla produzione e 13,6 miliardi al consumo (+3%), l'export continua a crescere (+4,4%) come anche il trend che nella Grande Distribuzione supera il 5,6% per il secondo anno consecutivo. Il comparto vino, oltre 3 miliardi di bottiglie, vale 8,2 miliardi alla produzione (+7,8%) e sfiora i 5 miliardi di valore all'export su un totale di 5,6 miliardi del settore. Altro tassello del sistema Dop Igp che garantisce qualita' e sicurezza e' la rete dei 264 Consorzi di tutela riconosciuti dal Mipaaf e gli oltre 10 mila interventi annui effettuati dagli Organismi di controllo pubblici

Parma si conferma la capitale dell'agroalimentare, con un valore della produzione di 1,45 miliardi di euro (+28%), seguita da Modena con 583 mln (-6%) e Mantova con 437 milioni (+8%). Nel comparto del vino, invece, spicca Verona con 392 milioni di euro, seguita da Treviso con 324 milioni di euro e Siena con 250 milioni di euro. E' la classifica delle province per impatto economico del sistema delle Dop-Igp, stilata nel rapporto Ismea-Qualivita 2017. Seguono nell'ordine le province di Reggio nell'Emilia, Brescia e Udine. Caserta e' la prima provincia del Mezzogiorno con i suoi 186 milioni di euro. Per quanto riguarda le variazioni di impatto economico rispetto al 2015 sono da segnalare le province di Novara (+296%), Pavia (+119%), Bergamo (+112%), Bologna (+40%) e Salerno (+23%). Nel comparto Wine una buona posizione spetta anche ad altre province venete, con Vicenza (194 mln) e Padova (166 mln), che salgono rispettivamente di quattro e dieci posizioni nella graduatoria nazionale. Una posizione piu' in alto, si conferma, nella 'top five', Cuneo con 189 milioni di euro. Sopra i cento milioni di euro anche le province di Udine e Belluno e Trento, cui seguono Bolzano (95 mln) e Asti con (85 mln). Lecce e' la prima provincia del Sud Italia con 42 milioni di euro di impatto economico del vino sfuso, seguita da Chieti con 36 milioni di euro

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Auto usate, mercato in crescita del 4,7 per cento

Il mercato delle auto usate ha registrato nel 2017, rispetto all'anno precedente, un incremento delle vendite del +4,7%. Il prezzo medio delle vetture offerte sul mercato, pari a 12.150 euro, è in leggero calo (-2,1%) rispetto al 2016, ma con un valore al di sotto di Paesi come Francia, Germania e Spagna, mentre l'età media delle auto in vendita è di 7,4 anni. Si fa più attenzione all'aspetto 'green', anche se il prezzo medio per le vetture ibride ed elettriche usate si attesti a 19.930 euro. Questo il quadro che emerge dall'osservatorio di AutoScout24 sul mercato delle auto usate in Italia nel 2017. Secondo l'elaborazione del centro studi di AutoScout24 su base dati Aci, nel 2017, rispetto all'anno precedente, i passaggi di proprietà sono infatti aumentati del +4,7%, raggiungendo quasi 2.950.500 atti. Tra i capoluoghi di regione ai primi posti per numerosità troviamo Roma (224.811 passaggi), Napoli (137.193) e Milano (134.403), ma se si confrontano i dati con la popolazione residente (oltre i 18 anni), si vede come il podio passi a Trento con 748,4 passaggi di proprietà ogni 10mila abitanti, Aosta (692) e Perugia (663,6). Nel 2017, rispetto all'anno precedente, si rileva un leggero calo dei prezzi (-2,1%), con un prezzo medio di vendita che si attesta a circa 12.170 euro. Un dato inferiore ad altri Paesi europei come Francia (18.470 euro), Germania (14.150 euro) e Spagna (14.850 euro).

Per acquistare una vettura sul mercato italiano, tra le province capoluogo di regione 'più care' troviamo al primo posto Trieste con un prezzo medio di 16.010 euro, seguita da Bologna con 15.140 euro, Milano con 14.810 euro, Venezia con 14.580 euro e Roma con 13.320 euro. Nettamente più economica l'offerta a Genova e L'Aquila, dove gli acquirenti devono prevedere rispettivamente 9.400 e 9.830 euro. Qual è l'età media delle vetture proposte a livello nazionale? L'età media è di 7,4 anni, un segno evidente che sono tanti gli italiani che pianificano la sostituzione della propria vettura per necessità più che per 'sfizio' e voglia di cambiare. Aumenta l'attenzione nei confronti di vetture usate ecologiche e orientate ai bassi consumi, con una crescita delle richieste nel 2017, rispetto allo stesso periodo dell'anno precedente, del +38%. Questo nonostante il prezzo medio per le vetture ibride ed elettriche usate si attesti a 19.930 euro. Per quanto riguarda i modelli green più ricercati, ai primi posti troviamo le Toyota Auris e Yaris.

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Rapporto Oxfam, 1% popolazione piu’ ricca possiede piu’ del restante 99%

L'1% piu' ricco della popolazione mondiale detiene piu' ricchezza del restante 99%. E' uno degli allarmanti risultati che emergono dal rapporto Oxfam "Ricompensare il lavoro, non la ricchezza", riferiti al primo semestre del 2017 e diramato alla vigilia dell'Annual Meeting del World Economic Forum e che fotografa un mondo in cui le crescenti disuguaglianze socio-economiche stanno diventando sempre di piu' il tema centrale del nostro tempo. I dati sono inquietanti: l'82% dell'incremento della ricchezza globale, che e' stata registrata nel 2017, e' stata appannaggio dell'1% piu' ricco mentre il 50% piu' povero della popolazione mondiale non ha beneficiato di alcuna porzione di tale incremento. Dal rapporto emerge inoltre che i 2/3 della ricchezza dei piu' facoltosi miliardi del mondo non e' frutto del loro lavoro ma e' ereditato o e' frutto di rendita monopolistica ovvero il risultato di rapporti clientelari. E questo e' ancora piu' significativo se si considera che nel 2016 erano 40 milioni le persone schiavizzate nel mercato del lavoro, tra cui 4 milioni di bambini. 

Il rapporto evidenzia inoltre che siamo ben lontani dal colmare queste disuguaglianze e anzi il trend e' in peggioramento visto che 7 cittadini au 10 vivono in un paese in cui la disuguaglianza e' aumentata negli ultimi 30 anni. Se si considera poi il reddito, Oxfam riferendosi al World Inequality Report 2018, riferisce che tra il 1980 e il 2016 circa il 27% dell'incremento del reddito globale sia stato appannaggio dell'1% piu' ricco in termini di reddito della popolazione mondiale. Il 50% piu' povero ha beneficiato di una porzione del 12%, inferiore alla meta' di quanto e' fluito verso il vertice della piramide globale dei redditi. In termini assoluti, nei 24 anni intercorsi tra il 1988 e il 2013 il 10% dei percettori piu' poveri di reddito ha visto le proprie entrate aumentare in media di 217 dollari contro i ben 4.887 dollari del 10% piu' ricco. Le disuguaglianze sono ben percepite: in un sondaggio che ha visto coinvolte 70 mila persone in 10 paesi di 5 continenti, Oxfam ha rilevato che oltre il 75% ritiene che il gap tra ricchi e poveri nel proprio Paese sia eccessivo. Oxfam chiede quindi alle istituzioni nazionali di porsi come obiettivo che entro il 2030 il reddito complessivo del 10% piu' ricco non sia superiore al reddito del 40% piu' povero e che per far questo bisogna agire su numerosi fronti, dal garantire dei salari dignitosi all'incremento della spesa per i servizi essenziali passando ovviamente ad una maggiore equita' e progressivita' delle politiche fiscali nazionali. 

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Cgia, la spesa per attivita’ illegali e’ di 19 miliardi l’anno

La spesa degli italiani in attivita' illegali ammonta a 19 miliardi di euro all'anno. Il calcolo e' dell'Ufficio studi della Cgia, secondo cui per l'uso di sostanze stupefacenti si spendono 14,3 miliardi, per i servizi di prostituzione 4 miliardi e per il contrabbando di sigarette 600 milioni di euro. Un'economia, quella ascrivibile alle attivita' illegali, che non conosce crisi: l'ultimo dato disponibile (2015) segnala che il valore aggiunto di queste attivita' fuorilegge, pari a 17,1 miliardi di euro, e' aumentato negli ultimi 4 anni di oltre 4 punti percentuali. L'elevata dimensione economica generata dalle attivita' controllate dalle organizzazioni criminali trova una conferma indiretta - secondo la Cgia - dal numero di segnalazioni pervenute in questi ultimi anni all'Unita' di informazione finanziaria (Uif) della Banca d'Italia: operazioni sospette "denunciate" da intermediari finanziari (per circa l'80 per cento banche e uffici postali, ma anche liberi professionisti, societa' finanziarie o assicurazioni). Una volta ricevuti questi "avvisi" - spiega la Cgia- la Uif effettua degli approfondimenti sulle operazioni ritenute piu' a rischio e le trasmette, arricchite da una accurata analisi finanziaria, al Nucleo speciale di Polizia valutaria della Guardia di Finanza e alla Direzione investigativa antimafia. Solo nel caso le segnalazioni siano ritenute infondate, la Uif le archivia. Tra il 2009 e il 2016 (ultimo dato annuale disponibile), le segnalazioni sono aumentate di quasi il 380 per cento. Se nel 2009 erano poco piu' di 21 mila, nel 2016 hanno raggiunto la quota record di 101.065. La tipologia piu' segnalata e' stata quella del riciclaggio di denaro che per l'anno 2016 ha inciso per il 78,5 per cento del totale delle segnalazioni. Sempre secondo la Uif, nel 2016 la totalita' delle operazioni sospette ammontava a 88 miliardi di euro, a fronte dei 97 miliardi di euro circa registrati nel 2015. 

"Lungi dall'esprimere alcun giudizio etico - afferma il coordinatore dell'Ufficio studi della Cgia Paolo Zabeo - e' comunque deplorevole che gli italiani spendano per beni e servizi illegali piu' di un punto di Pil all'anno. L'ingente giro d'affari che questa economia produce, costringe tutta la comunita' a farsi carico di un costo sociale altrettanto elevato. Senza contare che il degrado urbano, l'insicurezza, il disagio sociale e i problemi di ordine pubblico provocati da queste attivita' hanno effetti molto negativi sulla qualita' della vita dei cittadini e degli operatori economici che vivono e operano nelle zone interessate dalla presenza di queste manifestazioni criminali". La Cgia ricorda che dal settembre del 2014 il valore aggiunto "prodotto" dalle attivita' illecite e' stato addirittura inserito nel calcolo del Pil in molti paesi europei, tra cui l'Italia. "Tra le attivita' illegali - asserisce il segretario della Cgia Renato Mason - l'Istat include solo le transazioni illecite in cui c'e' un accordo volontario tra le parti, come il traffico di droga, la prostituzione e il contrabbando di sigarette e non, ad esempio, i proventi da furti, rapine, estorsioni, usura, etc. Una metodologia, quest'ultima, molto discutibile che e' stata suggerita dall'agenzia statistica della Comunita' europea che, infatti, ha scatenato durissime contestazioni da parte di molti economisti che, giustamente, ritengono sia stato inopportuno aumentare il reddito nazionale attraverso l'inclusione del giro di affari delle organizzazioni criminali". "I gruppi criminali - conclude Zabeo - hanno la necessita' di reinvestire i proventi delle loro attivita' nell'economia legale, anche per consolidare il proprio consenso sociale. E il boom di denunce avvenute tra il 2009 e il 2016 costituisce un segnale molto preoccupante. Tra l'altro, dal momento che negli ultimi 2 anni si registra una diminuzione delle segnalazioni archiviate, abbiamo il forte sospetto che l'aumento delle denunce registrato negli ultimi tempi evidenzi come questa parte dell'economia sia forse l'unica a non aver risentito della crisi". A livello regionale la Lombardia (253,5), la Liguria (185,3) e la Campania (167) sono le realta' che nel 2016 hanno fatto pervenire il piu' elevato numero di segnalazioni (ogni 100 mila abitanti). Su base provinciale, infine, le situazioni piu' a rischio (oltre 200 segnalazioni ogni 100.000 abitanti) si registrano nelle province di confine di Como, Varese, Imperia e Verbano-Cusio-Ossola. Altrettanto critica la situazione a Rimini, Milano, Napoli e Prato. Piu' sotto (range tra 170 e 199 segnalazioni ogni 100 mila abitanti) scorgiamo le province di Treviso, Vicenza, Verona, Bergamo, Brescia, Novara, Genova, Parma, Firenze, Macerata, Roma, Caserta e Crotone. 

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La dieta mediterranea allunga la vita

Dopo i recenti studi pubblicati sulla rivista scientifica "The Lancet", nell'ambito del progetto Prospective Urban Rural Epidemiology (Pure), gli esperti dell'Osservatorio Grana Padano hanno valutato le abitudini alimentari di 4500 italiani adulti (57% donne 43% maschi di età media 52 anni), rivelando abitudini alimentari che forniscono la quantità di macronutrienti che gli studi in questione associano ad una minore mortalità. Secondo un primo studio pubblicato da Lancet un'alimentazione con un apporto moderato di frutta, verdura e legumi, e un basso contenuto di carboidrati, è associata a un rischio inferiore di morte e un alto consumo di vegetali non è necessario perché non diminuisce ulteriormente il rischio. Invece, secondo l'altro studio pubblicato da Lancet, un più alto contenuto di grassi nell'alimentazione, pari a circa il 35% dell'apporto energetico, è associato a un rischio inferiore di morte. Una dieta ricca di carboidrati, fino a rappresentare oltre il 60% dell'apporto energetico, è legata invece a una mortalità più alta. Dallo studio fatto dall'Osservatorio Grana Padano, è emerso che il consumo calorico medio giornaliero è di 2000 Kcal per le donne e 2200 Kcal per gli uomini. Non vi è nessuna differenza significativa tra uomini e donne nella ridistribuzione dei macronutrienti e mediamente gli intervistati introducono 16,2 % di energia proveniente da proteine, 1.15 gkg di peso corporeo per le donne 1gkg di peso corporeo per gli uomini, 49.3% dell'energia da carboidrati e il 34.5% da lipidi. 

Dai dati Istat 2016 si evidenzia che la vita media in Italia per le donne è di circa 85 anni mentre per gli uomini è di circa 80 anni. Le percentuali di macronutrienti associate a un minor rischio di mortalità dello studio Pure sono molto simili alle percentuali consigliate secondo i LARN (livelli di assunzione di riferimento di Nutrienti ed energia per la popolazione italiana) che raccomandano di trarre dai carboidrati un rapporto medio tra i 50-55% di energia e dai lipidi tra 20-35% dell'energia totale introdotta. I LARN suddividono i vari tipi di lipidi e consigliano una quota di grassi saturi inferiori al 10% del totale e i PUFA (grassi polinsaturi tra i quali omega 3 e omega 6) compresi tra 5-10%. Dallo studio OGP emerge che gli intervistati introducono l'11% di energia proveniente da grassi saturi e il 4.9% dell'energia totale deriva dai PUFA. I dati sul consumo di lipidi saturi e PUFA del campione dello studio OGP si discostano dai valori consigliati dai LARN, ma il totale dei lipidi consumato è praticamente identico (34,5 vs. 35%) ai dati emersi dallo studio americano che ha coinvolto, diciotto Paesi e più di 135.000 persone, il quale afferma che è l'apporto totale di grassi: saturi, monoinsaturi e polinsaturi, indipendentemente dal rapporto tra loro, a essere associato a un minore rischio di malattie come infarto, o morte per malattie cardiovascolari. 

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