L’Osservatorio

Inps: In I semestre saldo assunzioni-cessazioni +945.000

Nel primo semestre del 2017, nel settore privato, si registra un saldo, tra assunzioni e cessazioni, pari a +945.000, superiore a quello del corrispondente periodo sia del 2016 (+719.000) che del 2015 (817.000). Riportato su base annua - spiega l'Osservatorio sul precariato dell'Inps - il saldo consente di misurare la variazione tendenziale delle posizioni di lavoro. Il saldo annualizzato - vale a dire la differenza tra assunzioni e cessazioni negli ultimi dodici mesi - a giugno 2017, risulta positivo, pari a +548.000 e in crescita continua da inizio anno. Tale risultato cumula la crescita tendenziale dei contratti a tempo indeterminato (+22.000), dei contratti di apprendistato (+50.000) e, soprattutto, dei contratti a tempo determinato (+477.000, inclusi i contratti stagionali). Queste tendenze, in linea con le dinamiche osservate nei mesi precedenti, attestano il proseguimento della fase di ripresa occupazionale. 

La piu' forte crescita delle posizioni di lavoro rispetto al 2016 - si legge ancora nell'Osservatorio Inps - e' attribuibile interamente all'aumento delle assunzioni. Le cessazioni sono infatti aumentate rispetto allo stesso periodo dell'anno scorso e anche in questo caso l'incremento e' concentrato sui contratti a tempo determinato, mentre le cessazioni da contratti a tempo indeterminato sono sostanzialmente stabili. Complessivamente le assunzioni, riferite ai soli datori di lavoro privati, nei mesi di gennaio-giugno 2017 sono risultate 3.547.000, in aumento del 19,4% rispetto a gennaio-giugno 2016. Il maggior contributo e' dato dalle assunzioni a tempo determinato (+27,0%) e dall'apprendistato (+27,3%) mentre sono diminuite quelle a tempo indeterminato (-3,8%: questo calo rispetto al 2016 e' interamente imputabile alle assunzioni a part time). Tra le assunzioni a tempo determinato, appare significativo l'incremento dei contratti di somministrazione (+20,7%%) e ancora di piu' quello dei contratti di lavoro a chiamata, che, con riferimento sempre all'arco temporale gennaio-giugno, sono passati da 95.000 (2016) a 214.000 (2017), con un incremento del 126,7%. Questo significativo aumento dei contratti a chiamata - come pure in parte anche l'incremento dei contratti di somministrazione e dei contratti a termine - puo' essere posto in relazione alla necessita' delle imprese di ricorrere a strumenti contrattuali sostitutivi dei voucher, cancellati dal legislatore a partire dalla meta' dello scorso mese di marzo (e riattivati con profonde modifiche normative dal mese di luglio). Questi andamenti hanno portato ad un'ulteriore compressione dell'incidenza dei contratti a tempo indeterminato sul totale delle assunzioni (24,7% nel primo semestre 2017) rispetto ai picchi raggiunti nel 2015, quando era in vigore l'esonero contributivo triennale per i contratti a tempo indeterminato. Le trasformazioni da tempo determinato a tempo indeterminato (ivi incluse le prosecuzioni a tempo indeterminato degli apprendisti) sono risultate 182.000, con un lieve incremento rispetto allo stesso periodo del 2016 (+2.000)

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Confesercenti, meno commercio tradizionale, più ristorazione e turismo

Meno commercio tradizionale, più ristorazione e turismo. La grande recessione - scoppiata a fine agosto di dieci anni fa - ha trasformato profondamente il volto delle nostre città, modificando la composizione delle attività urbane e scambiando le vetrine dei negozi con pub, bar, ristoranti e attività turistiche. Dal 2007 a oggi, infatti, sono scomparse oltre 108mila imprese del commercio in sede fissa, il 15% del totale. Attività che sono state parzialmente 'sostituite' da pubblici esercizi e attività ricettive (+63mila, per un incremento del 16,6%). È quanto emerge da uno studio dell'Ufficio Economico Confesercenti, elaborato a partire dai dati Istat e dalle rilevazioni dell'Osservatorio su Commercio e Turismo dell'associazione.

"Mentre il dinamismo del settore turistico e dei pubblici esercizi è evidente - commenta la Presidente della Confesercenti Patrizia De Luise - il commercio continua a soffrire, schiacciato da una parte da una ripresa della spesa delle famiglie che tarda ad arrivare, ma anche da un trasferimento delle quote di mercato dai piccoli alla Grande distribuzione organizzata dovuto in primo luogo alla liberalizzazione, insostenibile per le imprese familiari e che deve essere ripensata. Incide, chiaramente, anche l'evoluzione tecnologica, come dimostra l'aumento di negozi web e di imprese che si occupano di distribuzione commerciale tramite vending machine. Un cambiamento dovuto alle modificate abitudini, ai diversi stili di vita, alla "composizione" dei nuclei famigliari, al lavoro "sempre meno fisso e stabile", ai pasti sempre più consumati al di fuori delle mura domestiche, all'avvento di internet e dell'online, ma anche al fatto che la piccola impresa, quella famigliare, quella che ha reso la nostra rete commerciale la più bella e più varia del pianeta ha subìto e pagato, con l'impossibilità di automantenersi, le politiche di liberalizzazione e la mancanza di una vera politica di sostegno. È il segno che la ripresa del commercio deve passare attraverso il sostegno dell'innovazione: misure vere, inserite nel quadro di Impresa 4.0, che permettano di modernizzare, più che di sanzioni per la mancanza del Pos. Perdere le attività di vicinato sarebbe un danno per tutti, non solo per i commercianti: i negozi sono infatti un elemento fondamentale per la qualità della vita dei cittadini e per il valore turistico e la fruibilità del territorio. Lo diciamo da anni: se vive il commercio, vivono le città"

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Incidenti sul lavoro, Inail, +5,2% morti e +1,3% infortuni nel 2017

Nei primi sette mesi di quest'anno sono aumentati gli incidenti e i morti sul lavoro, il cui numero ha raggiunto quota 591, 29 in piu' rispetto ai 562 decessi dell'analogo periodo del 2016 (+5,2%). E' quanto afferma l'Inail pubblicando i dati provvisori sul 2017. Le denunce d'infortunio pervenute all'istituto sono state 380.236, 4.750 in piu' rispetto allo stesso periodo del 2016 (+1,3%), per effetto di un aumento infortunistico dell'1,2% registrato per i lavoratori (2.832 casi in piu') e dell'1,4% per le lavoratrici (oltre 1.900 in piu'). All'incremento - spiega l'istituto - hanno contribuito soltanto la gestione Industria e servizi (+2,1%) e la gestione Conto Stato dipendenti (+3,6%), mentre Agricoltura e Conto Stato studenti delle scuole pubbliche statali hanno fatto segnare un calo pari, rispettivamente, al 5,0% e all'1,9%. A livello territoriale, le denunce d'infortunio sono aumentate al Nord (oltre 5.800 casi in piu') e, in misura piu' contenuta, al Centro (+245), mentre hanno fatto registrare una diminuzione al Sud (-985) e nelle Isole (-337). Gli aumenti maggiori, in valore assoluto, si sono registrati in Lombardia (+2.821 denunce) ed Emilia Romagna (+1.560), mentre le riduzioni piu' sensibili sono quelle rilevate in Puglia (-672) e Sicilia (-658).

Il trend crescente delle denunce presentate all'Istituto nel periodo gennaio-luglio e' in linea con quello gia' rilevato nel primo semestre 2017 rispetto ai primi sei mesi dell'anno scorso. Nel solo mese di luglio, in particolare, sono state rilevate 46.390 denunce, 1.608 in piu' rispetto a luglio 2016 (+3,6%). Il numero dei giorni lavorativi e' stato identico sia per i mesi di luglio 2016-2017 (21) sia per l'intero periodo gennaio-luglio (146). Sul fronte degli incidenti mortali, spiega l'istituto, l'incremento e' legato principalmente alla componente maschile, i cui casi sono saliti da 506 a 531 (+4,9%), mentre quella femminile ha fatto registrare un aumento di quattro casi, da 56 a 60 decessi (+7,1%). L'aumento di 29 denunce d'infortunio con esito mortale e' la sintesi di andamenti diversi osservati nelle singole gestioni. Quella dell'Industria e servizi, infatti, e' la sola che ha avuto un incremento, decisivo nel saldo negativo finale, da 450 a 497 casi (+10,4%), mentre Agricoltura e Conto Stato presentano entrambe una diminuzione rispettivamente da 80 a 76 casi (-5%) e da 32 a 18 (-43,8%) Dall'analisi territoriale emerge un aumento di 33 casi delle denunce d'infortuni con esito mortale nel Nord-Ovest (Lombardia +15 decessi, Liguria, +10, Piemonte +8), cui si contrappongono i dati del Centro, per il quale si registra un calo di 12 decessi (Marche -6 casi, Toscana -4, Lazio -1, Umbria -1), e quelli del Nord-Est (tre denunce in meno), dove spiccano in particolare i dati del Veneto (-10 casi) e del Friuli Venezia Giulia (+9). Nel Sud (-2 casi mortali per l'intera area geografica), l'incremento dell'Abruzzo (+15 casi) praticamente pareggia la diminuzione delle denunce registrata nelle altre regioni, mentre nelle Isole (+13 denunce), la Sicilia si evidenzia per i suoi 15 casi in piu'.

Nei confronti di periodo, le variazioni percentuali delle denunce di infortuni mortali presentate all'Inail nel 2017 finora hanno sempre avuto segno positivo, con l'unica eccezione del primo quadrimestre che, al contrario, aveva fatto registrare una diminuzione rispetto ai primi quattro mesi del 2016. A fare la differenza nel saldo finale dei primi sette mesi di quest'anno continua a essere soprattutto il dato di gennaio, con 30 denunce mortali in piu' rispetto al primo mese del 2016 (95 contro 65 casi), oltre la meta' delle quali legate alle due tragedie di Rigopiano e Campo Felice. Il confronto tra luglio 2016 e luglio 2017 fa registrare invece un incremento di tre casi. Le denunce di malattia professionale pervenute all'Inail nei primi sette mesi del 2017 e protocollate sono state 36.224, 1.336 in meno rispetto allo stesso periodo 2016 (-3,6%). Dopo anni di continua crescita, il calo delle tecnopatie denunciate conferma per quest'anno l'andamento gia' rilevato nei mesi scorsi. Le malattie del sistema osteo-muscolare e del tessuto connettivo, con quelle del sistema nervoso e dell'orecchio, continuano a rappresentare le tecnopatie piu' denunciate (75,8% del complesso dei casi). 

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Conti pubblici, Unimpresa: 900 miliardi di debito da rinnovare entro il 2022

Il debito pubblico da rinnovare nella prossima legislatura ammonta complessivamente a 900 miliardi di euro. Tra gennaio 2018 e la fine del 2022, arrivano a scadenza, nel dettaglio: 47 miliardi di bot, 734 miliardi di btp, 85 miliardi di cct e 32 miliardi di ctz. Il totale dei titoli di Stato attualmente in circolazione e' di 1.879 miliardi: 163 miliardi scadono entro la fine del 2017, 236 miliardi entro il prossimo anno, 187 miliardi nel 2019, 162 miliardi nel 2020, 162 miliardi nel 2021, 152 miliardi nel 2022, 141 miliardi nel 2023, 128 miliardi nel 2024, 62 miliardi nel 2025, 79 miliardi nel 2026, 48 miliardi nel 2027; altri 355 miliardi poi arrivano a fine corsa tra il 2028 e il 2067. Questi i principali dati di un'analisi del Centro studi di Unimpresa in base alla quale, considerando i circa 100 miliardi annui di bot emessi e rinnovati, l'ammontare complessivo di debito da rifinanziare nella prossima legislatura e' ampiamente superiore a 1.000 miliardi. "In attesa dei tanti numeri che ascolteremo dai leader politici nella prossima campagna elettorale, mettiamo a disposizione dell'opinione pubblica un dato che, a nostro giudizio, e' sottovalutato e invece e' centrale: il peso del debito pubblico, che supera quota 2mila miliardi, ci sta schiacciando, e le scadenze dei titoli di Stato sono il cappio al collo del nostro Paese con il quale gli investitori, le case d'affari internazionali e le banche italiane ci tengono sotto schiaffo", commenta il vicepresidente di Unimpresa, Claudio Pucci. 

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Studio Ancot, Lombardia prima regione per le detrazioni universitarie

 La Lombardia è la regione con la media più elevata di somme portate in detrazione nelle dichiarazioni per le spese per l'istruzione accademica, la più bassa in Sardegna. A dirlo, l'Ancot, Associazione nazionale consulenti tributari, che ha analizzato i dati diffusi dal ministero dell'Economia e delle Finanze relative a quanto mediamente ammontano nelle diverse regioni italiane gli oneri detraibili per le spese per istruzione universitaria. La media più rilevante è appunto quella registrata in Lombardia dove è pari a 1.480 euro e a seguire nelle altre regioni la media è pari a: Trentino Alto Adige (Pa Trento) 1.360 euro; Veneto 1.340 euro; Emilia Romagna 1.300 euro; Valle d'Aosta 1.260 euro; Friuli Venezia Giulia 1.250 euro; Liguria 1.230 euro; Piemonte 1.200 euro; Trentino Alto Adige (PA Bolzano) 1.180 euro. E ancora: Lazio 1.150 euro; Toscana 1.120 euro; Campania 1.080 euro; Umbria 1.070 euro; Marche 1.070 euro; Sicilia 1.050 euro; Molise 1.040 euro; Abruzzo 1.000; Puglia 990 euro; Calabria 980 euro; Basilicata 970 euro e Sardegna 890 euro. 

"Dall'analisi dei dati delle dichiarazioni del 2016 -commenta Arvedo Marinelli- sono stati complessivamente 1.533.514 i contribuenti italiani che si sono portati in detrazione le spese per istruzione universitaria per un ammontare complessivo pari a 1.808.436 e una media di 1.180 euro".

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Un italiano su 2 durante le vacanze ha pensato almeno una volta di cambiare lavoro

Le vacanze volgono al termine ed il pensiero di rientrare al lavoro inizia a martellare nelle menti di chi è ancora in spiaggia per godersi gli ultimi attimi di relax, per non parlare di chi è già rientrato in ufficio e le ferie sono solo un ricordo lontano ed affievolito. Un sondaggio Groupon ha indagato come affrontano gli italiani il rientro alla routine quotidiana. Il primo dato che emerge dai risultati è che 1 italiano su 2 durante le vacanze ha pensato almeno una volta di cambiare lavoro, mollare tutto e probabilmente cambiare vita. Ma quali sono le motivazioni che si celano dietro a questa risposta? Il 50% degli utenti si sente stressato dalla fatica mentale causata dagli impegni lavorativi, seguito dal 29% che sente la pressione delle scadenze strette. Inaspettatamente competizione sul lavoro e i problemi con il capo incidono solo rispettivamente per l'11% ed il 10%.

A proposito di capo, l'indagine Groupon svela che il 57% dei nostri connazionali vorrebbe trovarsi un capo più rilassato e più flessibile, il 19% vorrebbe che fosse meno accentratore e meno egocentrico, ma c'è un ottimo 24% che risponde che il suo capo è perfetto così com'è. Per quanto riguarda i colleghi, invece, il 48% delle persone vorrebbe che fossero più collaborativi, seguito naturalmente dal 24% che li vorrebbe più amichevoli e dal 18% che li vorrebbe più competenti. Solo il 10% vorrebbe dei colleghi meno competitivi, forse perché in fondo la competizione aiuta ad essere più stimolati e a dare il meglio. Se proprio non si può fare a meno di rientrare al lavoro, quali sono le molle che spingono i vacanzieri al ritorno? Il 57% degli utenti Groupon rientrerebbe in ufficio solo se non ci fosse il rischio di venire travolto dal lavoro e riuscire a mantenere un po' di tempo per sé stessi…. Vana speranza! Al secondo posto i più concreti: il 31% degli italiani rientra solo a fronte di un aumento di stipendio. Terzo gradino del podio per gli amanti della solitudine e del silenzio: il 7% odia l'open space ed il caos che vi regna sovrano e sogna un ufficio tutto per sé per il rientro. Solo il 5% vota per un cambio di capo

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Coldiretti: Vendemmia piu’ scarsa dal dopoguerra

Se per effetto delle condizioni climatiche anomale quest'anno la vendemmia sara' tra le piu' scarse del dopoguerra, vola la domanda del vino italiano all'estero che per effetto di un aumento del 6,3 % in valore fa registrare il record storico rispetto allo scorso anno quanto erano stati raggiunti su base annuale i 5,6 miliardi di euro. E' quanto afferma la Coldiretti sulla base dei dati Istat relativi al commercio estero nel commentare le ultime stime previsioni di Assoenologi che prevede un calo dei raccolti record del 24% per una produzione che superera' a malapena i 41,1 milioni di ettolitri, tra le piu' scarse dal 1947.

 La vendemmia del 2017 per effetto del caldo e della siccita' si classifica - sottolinea la Coldiretti - come la piu' precoce dell'ultimo decennio con un anticipo di circa dieci giorni rispetto allo scorso anno e' dunque in forte calo per il bizzarro andamento climatico con un inverno asciutto e piu' mite, un precoce germogliamento della vite che ha favorito danni da gelate tardive ma anche siccita' persistente e episodi localizzati di grandinate. Si mantiene comunque il primato produttivo mondiale davanti alla Francia dove - conclude la Coldiretti - le prime stime per il 2017 danno una produzione in forte calo sul 2016, per un totale stimato attualmente tra i 36-37 milioni di ettolitri a causa delle gelate tardive. E non va meglio neanche in Spagna dove a ridurre la produzione oltre ad alcune zone colpite dalle gelate tardive e' la siccita' che sta mettendo a dura prova i viticoltori. 

La situazione produttiva in Italia e' variegata a livello regionale con cali del 40% previsto in Lazio e Umbria, del 35% in Sicilia, del 30% in Toscana, Puglia, Abruzzo, Molise, Liguria, Basilicata, Calabria e Valle d'Aosta, del 25% nelle Marche e in Lombardia, In Sardegna del 20% mentre in Piemonte, Friuli Venezia Giulia e Veneto la riduzione e' del 15% e in Trentino Alto Adige del 10%. In controtendenza la Campania dove si stima un aumento del 5%. Dal punto di vista qualitativo se non ci saranno sconvolgimenti si prevede che la produzione Made in Italy sara' destinata per oltre il 40 per cento - precisa la Coldiretti - ai 332 vini a denominazione di origine controllata (Doc) e ai 73 vini a denominazione di origine controllata e garantita (Docg), il 30 per cento ai 118 vini a indicazione geografica tipica (Igt) riconosciuti in Italia e il restante 30 per cento a vini da tavola. 

 Dalla vendemmia in Italia si attiva un motore economico che genera oltre 10,5 miliardi di fatturato solo dalla vendita del vino e che da opportunita' di lavoro nella filiera a 1,3 milioni di persone, La ricaduta occupazionale riguarda sia per le persone impegnate direttamente in vigne, cantine e nella distribuzione commerciale, sia per quelle impiegate in attivita' connesse e di servizio. Secondo una ricerca di Coldiretti, per ogni grappolo di uva raccolta si attivano ben diciotto settori di lavoro dall'industria di trasformazione al commercio, dal vetro per bicchieri e bottiglie alla lavorazione del sughero per tappi, continuando con trasporti, accessori, enoturismo, cosmetica, bioenergie e molto altro.

 

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Cgia,123mila nuovi posti nell’ultima parte dell’anno

Nell'ultima parte dell'anno si potra' contare su 123 mila nuovi occupati e 36 mila disoccupati in meno. Lo stima l'Ufficio studi della Cgia di Mestre sulla base dei dati previsionali Istat e Prometeia. Nonostante le previsioni siano positive, nel confronto con il secondo semestre del 2016, il gap, rispetto al 2007 (anno pre-crisi), rimane ancora importante. Rispetto a 10 anni fa, infatti, lo stock medio degli occupati nel secondo semestre di quest'anno sara' inferiore di 142.000 unita' mentre i disoccupati saranno 1.447.000 in piu'. 

Se, ad esempio, nel 2007 il tasso di disoccupazione era al 6,1 per cento, quest'anno si attestera' all'11,4 per cento: una quota quasi doppia al dato pre-crisi. Trainata da una congiuntura internazionale favorevole, la ripresa economica in atto comincia a dare qualche segnale positivo, secondo gli Artigiani di Mestre, anche sul fronte del mercato del lavoro. "Se dal prossimo 1 gennaio terminera' la politica monetaria espansiva, cioe' il Quantitative Easing introdotto dalla Bce in questi ultimi anni, molto probabilmente assisteremo a un progressivo aumento dei tassi di interesse che innalzera' il costo del nostro debito pubblico, mentre gli investimenti saranno meno convenienti. Per un Paese come il nostro che ha uno dei debiti pubblici in rapporto al Pil tra i piu' elevati al mondo - afferma il segretario della Cgia Renato Mason - lo scenario prossimo futuro rischia di risultare, in termini di principali indicatori economici, ancora troppo lontano rispetto all'apice economico di 10 anni fa". Dalla Cgia, infatti, ricordano che rispetto al 2007 si devono recuperare un differenziale di 3,4 punti percentuali di consumi delle famiglie, di 5,9 punti di Pil, di 7,3 punti di reddito disponibile delle famiglie e di 24,8 punti di investimenti (pubblici e privati). Nonostante nell'ultima parte dell'anno il mercato del lavoro dara' luogo ad alcuni effetti positivi, a giugno 2017 erano circa 145 i tavoli di crisi aperti presso il Ministero dell'Economia e dello Sviluppo Economico: 26 interessavano l'industria pesante, 14 il settore delle telecomunicazioni/software, undici la componentistica elettrica/elettronica e altrettanti nel tessile-abbigliamento-calzature e arredo. A livello regionale, invece, gli stabilimenti (non le aziende) in stato di crisi erano 37 in Lombardia, 29 nel Lazio e sia in Campania che in Veneto 24. Dei 145 tavoli, nove riguardano aziende presenti sull'intero territorio nazionale. "Senza contare - prosegue Paolo Zabeo dell'ufficio studi Cgia - le migliaia di piccolissime imprese e di artigiani che sempre piu' a corto di liquidita', a causa della stretta creditizia praticata dalle banche e dai ritardati pagamenti decisi dai committenti, rischiano, nel silenzio piu' totale, di chiudere definitivamente i battenti". In merito all'ipotesi avanzata dal Governo di introdurre un nuovo provvedimento che dal 2018 agevoli l'assunzione dei giovani attraverso una forte decontribuzione previdenziale, gli Artigiani di Mestre ricordano che negli ultimi anni il cuneo fiscale e' stato "tagliato" in misura strutturale di 13,3 miliardi di euro l'anno (di cui 8,9 attraverso il bonus Renzi e di altri 4,3 miliardi con l'eliminazione dell'Irap dal costo del lavoro per i dipendenti assunti con un contratto a tempo indeterminato). Oltre a cio', il cuneo e' stato ulteriormente alleggerito in via temporanea di altri 15 miliardi di euro grazie agli sgravi contributivi a carico delle aziende che hanno dato luogo ad assunzioni a tempo indeterminato nel 2015 e nel 2016. "Forse - conclude Zabeo - sarebbe piu' opportuno intervenire tagliando l'Irpef. I posti di lavoro si creano se riparte l'economia, se con piu' soldi in tasca le famiglie tornano a sostenere la domanda interna e non attraverso misure artificiose. Intervenendo sull'imposta sui redditi delle persone fisiche, inoltre, ne trarrebbero vantaggio anche i pensionati e i lavoratori autonomi che, purtroppo, in questi ultimi anni non hanno beneficiato di alcun vantaggio fiscale"

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Bankitalia: a giugno debito di 2.281 miliardi

A giugno il debito delle amministrazioni pubbliche e' stato pari a 2.281,4 miliardi, in aumento di 2,2 miliardi rispetto al mese precedente. E' quanto emerge dal fascicolo "Finanza pubblica, fabbisogno e debito" della Banca d'Italia. L'aumento riflette il fabbisogno delle amministrazioni pubbliche (8,4 miliardi), in parte compensato dalla diminuzione delle disponibilita' liquide del Tesoro (per 6,3 miliardi, a 52,6; erano pari a 92,5 miliardi alla fine di giugno 2016); l'effetto complessivo degli scarti e dei premi all'emissione e al rimborso, della rivalutazione dei titoli indicizzati all'inflazione e della variazione del tasso di cambio ha incrementato il debito di 0,1 miliardi. 

Con riferimento ai sottosettori, il debito delle amministrazioni centrali e' aumentato di 4,0 miliardi, quello delle amministrazioni locali e' diminuito di 1,9 miliardi; il debito degli enti di previdenza e' rimasto pressoche' invariato. A giugno, le entrate tributarie contabilizzate nel bilancio dello Stato sono state pari a 31,6 miliardi (inferiori di 13,5 miliardi a quelle rilevate nello stesso mese del 2016); nei primi sei mesi del 2017 esse sono state pari a 186,0 miliardi, in diminuzione del 5,8 per cento rispetto al corrispondente periodo del 2016. Il peggioramento e' principalmente imputabile allo slittamento delle scadenze per il versamento di alcune imposte.

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Dieci milioni di italiani sotto l’ombrellone per Ferragosto

Dieci milioni di vacanzieri si riverseranno sulle spiagge italiane dal 12 al 16 agosto, il 16% in piu' rispetto allo stesso periodo del 2016. A registrarlo una indagine di Cna Balneatori condotta tra 432 titolari di stabilimenti balneari, in 55 localita' costiere italiane, che aderiscono alla Confederazione. Gli stabilimenti si attendono "dopo un sorprendente luglio, quindi, un agosto ancora piu' spumeggiante" con oltre 200 milioni di fatturato nei cinque giorni clou dell'estate tra servizi di spiaggia, pasti e bevande. Sara' importante il contributo degli stranieri che sono un bagnante su cinque e si fermano in media cinque giorni, preferendo l'Italia alle mete turistiche della sponda Sud del Mediterraneo anche per ragioni di sicurezza . Va all'Emilia Romagna la medaglia d'oro per la crescita da un anno all'altro (+24%) seguita dalla Toscana (+23%) e dalla Puglia (+22%). A seguire ci sono Liguria (+19%), Sardegna (+18%) e Veneto (+17%), quindi Friuli Venezia Giulia, Lazio, Marche e Sicilia (+15%), Campania (+14%), Abruzzo (+13%) e Calabria (+12%).

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