L’Osservatorio

Corepla e Legambiente, riciclo plastica è eccellenza italiana

L'economia circolare conviene, fa bene all'ambiente, allo sviluppo dell'occupazione, alla crescita dell'innovazione e alle tasche dei cittadini. Questo il messaggio confermato da Legambiente e Corepla che hanno presentato numeri e storie di successo di riciclo della plastica. Una buona raccolta differenziata, il corretto riciclo, una puntuale sensibilizzazione, sono inoltre elementi fondamentali per affrontare anche il marine litter, per individuarne le cause e trovarne le soluzioni. Le nuove frontiere dell'economia circolare, innovative case histories imprenditoriali nel campo del riciclo della plastica, istituti di ricerca e università, cittadini e istituzioni, dunque oggi a confronto a Roma nel corso del convegno organizzato da Legambiente e Corepla, 'L'economia circolare conviene. L'industria del riciclo della plastica come vantaggio competitivo in Italia e in Europa'. L'incontro, aperto dal presidente di Corepla Antonello Ciotti e dal direttore generale di Legambiente Stefano Ciafani, ha visto la partecipazione di esperti del settore come Michel Loubry (responsabile Marine litter PlasticsEurope), Loris Pietrelli (ricercatore Enea), Giorgio Zampetti (responsabile scientifico Legambiente) e Fabio Fava (Università di Bologna - Strategic Board Bluemed), di rappresentanti di innovative aziende di riciclo, come Palmino Di Giacinto (amministratore unico CIER), Emanuele Rappa (amministratore delegato Revet) e Michele Rasera (direttore generale Contarina). Alla tavola rotonda sulla leadership italiana nel nuovo scenario europeo definito dal pacchetto sull'economia circolare hanno partecipato il Ministro dell'Ambiente e della tutela del territorio e del mare Gian Luca Galletti, il presidente della Commissione Ambiente, territorio e lavori pubblici della Camera Ermete Realacci, il vicepresidente di Anci e sindaco di Parma Federico Pizzarotti, il presidente Conai Roberto De Santis, il presidente Unionplast Giorgio Quagliuolo, il presidente della Fondazione per lo sviluppo sostenibile Edo Ronchi e la presidente nazionale di Legambiente Rossella Muroni.

Un ciclo continuo di sviluppi positivi che ottimizzano l'uso di risorse finite e i flussi rinnovabili, a qualsiasi latitudine. È l'economia circolare, la cui evoluzione più recente vede nel riciclo della plastica la creazione di valore condiviso che comporta positive ricadute industriali, economiche e occupazionali. Driver di competitività per il settore e per l'industria italiana, per la ricerca e innovazione sui nuovi materiali, il riciclo della plastica è un importante contributo al risparmio energetico, alla creazione innovativa di nuova materia prima, alla tutela del territorio. Vantaggi per la collettività che si traducono, in dieci anni (ricerca Althesys 2014), in oltre 7 milioni di tonnellate di CO2 in meno nell'aria, in 3,3 milioni di tonnellate di imballaggi recuperati, una sensibile riduzione del ricorso alla discarica (nel 2015 lo 0,8%), 668 milioni di euro di fatturato derivante da vendita di materia prima recuperata, e infine un indotto industriale stimato in 3 miliardi di euro. Secondo il Final Report 'Marine litter study to support the establishment of an initial quantitative headline' di Arcadis, commissionato da European Commission - DG Environment. (2013), l'economia circolare e lo sviluppo della filiera di riciclo sono fondamentali anche per combattere il fenomeno del marine litter. Con l'adozione degli obiettivi Ue, l'aumento del riciclo dei rifiuti e del packaging, la riduzione e l'eliminazione delle discariche infatti, si avrebbe la massima riduzione del marine litter (-35%) e una sostanziosa riduzione dei costi, che potrebbe arrivare a 168 milioni di euro all'anno. Nello specifico, se si aumentasse nei Comuni la raccolta e dunque il riciclo dei rifiuti, ci sarebbe anche una riduzione di quelli marini del 7,4% e una riduzione dei costi di 35 milioni di euro. Secondo il monitoraggio di Goletta Verde, nei mari italiani buona parte dei rifiuti galleggianti (gli altri vanno a fondo) è costituito da plastiche abbandonate in mare. Tra le cause principali del problema, la cattiva gestione dei rifiuti urbani da parte dei Comuni, a cui si aggiungono l'abbandono consapevole da parte dei cittadini e le attività produttive, tra le quali la pesca risulta essere responsabile del 46% dei rifiuti monitorati.

E anche il 2016 ha il segno + per la raccolta differenziata degli imballaggi in plastica. Sono 960.000 le tonnellate raccolte nel 2016 (+6,9% rispetto al 2015) e 550 mila le tonnellate di imballaggi in plastica riciclate da Corepla. Il Veneto si conferma regione capofila con quasi 25 kg di imballaggi in plastica raccolti per abitante all'anno, seguito dalle ottime prestazioni di Sardegna (20,8 kg/ab/anno), Marche (19,7) e Valle d'Aosta (19,5). L'Emilia Romagna (18 kg come il Piemonte) si conferma prima regione del Nord Est, seguita nella classifica generale, dalla Campania (17,7) e dalla Lombardia (17,6). Buone performance anche per la Toscana (17,4), il Friuli Venezia Giulia (17,1) e il Trentino Alto Adige (16,7), seguite dalle regioni del centro sud: Umbria (15,6), Abruzzo (15,1) e Lazio (13,1). La raccolta in Liguria si attesta sui 12,7 kg a persona, poco più della Puglia (11,2) e della Calabria (9,7), seguite dalla Basilicata (7,9), dal Molise (6,8) e dalla Sicilia che rimane ancora fanalino di coda con 4,8 kg di materiale recuperato. In media, sono 15,8 i chilogrammi di imballaggi recuperati per abitante all'anno in Italia. La nuova materia prima derivata dal riciclo degli imballaggi in plastica rappresenta un nuovo e potente fattore di competitività, oltre che un vantaggio in termini di risparmio energetico e di beneficio per l'ambiente, come conferma il Pacchetto sull'economia circolare attualmente in fase di discussione a livello europeo che prevede una serie di misure per facilitare la trasformazione dell'economia europea in senso circolare, che potrebbero portare alla creazione di 867mila posti di lavoro in più, di cui 190mila solo in Italia, entro il 2030.

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Istat, cala la disoccupazione ma meno italiani cercano lavoro

A febbraio cala la disoccupazione, soprattutto tra i giovani, ma aumenta il numero di coloro che non cercano più un lavoro. L'occupazione resta ferma sui livelli degli ultimi quattro mesi e cresce solo tra gli over 50 per effetto dell'aumento dell'età pensionabile. Sale il numero di lavoratori a termine, mentre calano i lavoratori a tempo indeterminato e restano stabili gli indipendenti. E' la fotografia del mercato del lavoro scattata dall'Istat. Soddisfatto il premier Paolo Gentiloni che ha affidato ad un tweet il suo commento: "cala la disoccupazione, anche tra i giovani. L'impegno per le riforme ottiene risultati. E continua". Secondo i dati provvisori diffusi dall'Istituto il tasso di disoccupazione è sceso, a febbraio, all'11,5% (-0,3 punti percentuali) riportandosi così sui livelli di agosto 2016. Per i giovani il calo è stato decisamente più forte: il tasso di disoccupazione è diminuito di 1,7 punti, al 35,2%, toccando il minimo dall'agosto del 2012 quando era al 34,8%. Guardando nel dettaglio i dati si scopre, però, che in un mese si è registrato un calo di 41mila disoccupati giovani a fronte di un aumento di 38mila inattivi e di un'occupazione sostanzialmente stabile. Complessivamente il numero degli inattivi, di coloro cioè che non risultano nè occupati nè in cerca di lavoro, è in crescita, rispetto a gennaio, dello 0,4%, pari a +51 mila unità.

Sul fronte dell'occupazione la situazione rimane stabile. Cresce il numero di donne occupate e cala quello degli uomini. L'occupazione aumenta tra gli ultracinquantenni e diminuisce nelle restanti classi di età: per gli over 50, infatti, l'aumento è di 60mila occupati in un mese e di 402mila in un anno. Su base annua calano sia i disoccupati (-0,6%, pari a -18 mila) sia gli inattivi (-2,7%, pari a -380 mila). Si conferma, poi, la tendenza all'aumento del numero di occupati (+1,3%, pari a +294 mila). Positivo il giudizio del ministro del Lavoro, Giuliano Poletti: "I dati di oggi delineano un quadro del mercato del lavoro complessivamente stabile su base congiunturale e in crescita su base annua. In particolare, gli occupati in un anno sono aumentati di 294mila unità, confermando, anche questo mese, un ritmo

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Demoskopika, in Italia poche donne e giovani negli enti locali

Dati interessanti emergono dall'Aspo, l'Indice di Apertura del Sistema Politico delle regioni italiane realizzato dall'Istituto Demoskopika. Quatto gli indicatori osservati per ciascuna realta' locale: la partecipazione elettorale e politica dei cittadini e la presenza delle donne e dei giovani negli enti locali. Sul versante opposto, i sistemi "piu' chiusi" risultano caratterizzare la realta' politica e istituzionale in Liguria, Campania e Piemonte. Emerge inoltre, che il sistema della rappresentanza sia ancora poco "femminile": poco meno di 38 mila le donne presenti nelle istituzioni locali (Regioni e Comuni), il 30% del dato complessivo italiano. Deludente, infine, anche la presenza dei decisori politici under 40: 3 su 10, pari complessivamente a circa 39 mila policy makers istituzionali. Per la partecipazione elettorale, ai lombardi spetta il primato mentre sono i calabresi i "piu' distratti". Analizzando i dati sulla partecipazione e l'affluenza alle urne al referendum del 4 dicembre e alle ultime elezioni politiche e regionali, Demoskopika rileva che i piu' "attenti" sono i lombardi, la cui media di affluenza e' del 76,8% (+10% sulla media nazionale, 66,7%).

A seguire Trentino Alto Adige (74,5%), Valle d'Aosta (74%), Lazio (72,9%), Piemonte (71,9%), Veneto (71,8%), Umbria (69,5%), Abruzzo (68,8%), Molise (67,9%), Marche (67,5%), Toscana (67,3%) e Friuli Venezia Giulia (66,7%). I piu' "distratti" i calabresi con solo il 53,9%. Distaccati anche siciliani e campani (56,2% e 59,6%). A salire, Basilicata (60%), Puglia (60,9%), Sardegna (61%), Liguria (65,2%) e Emilia Romagna (65,3%). Per quanto riguarda la partecipazione politica, lucani e abruzzesi sono in vetta. Nel 2016 circa 48 mila lucani e 90 mila abruzzesi, (9,4% e 7,7%) hanno partecipato ad un comizio o ad un corteo, ascoltato un dibattito politico, svolto attivita' gratuita per un partito politico o sostenuto finanziariamente una organizzazione politica. Sul podio anche il Trentino Alto Adige con il 7,3% degli over 14 "attivi". Dallo studio Demoskopika emerge poi che malgrado i passi in avanti, l'Italia non e' ancora un paese per donne. Su 125.570 amministratori regionali e comunali si contano appena 37.864 donne. L'amministrazione piu' "rosa" d'Italia e' l'Emilia con il 37% di amministratrici a fronte di 3.774 colleghi. Sul versante opposto la Calabria: 1.267 le amministratrici (23,9%) sul totale di 5.295. La Calabria, invece, e' la regione "piu' giovane", con un'incidenza del 37,5% a fronte di una media nazionale del 31,8%: 1.979 su 5.295 gli under 40 che ricoprono una carica istituzionale all'interno della Regione o dei Comuni. Al secondo posto il Molise (36,8%) e terza la Sardegna (36,5%). Chiude, con il 23,4%, la Liguria.

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Studio Svimez sul Pil del Mezzogiorno

Se negli ultimi sei anni, dal 2009 al 2015, fosse stata attivata la clausola del 34%, il Pil del Sud avrebbe praticamente dimezzato la perdita accusata dal 2008, che sarebbe stata pari al -5,4% mentre il calo effettivo è stato del -10,7%. Analoghi effetti si sarebbero avuti per l'occupazione, in quanto la diminuzione sarebbe stata pari a -2,8% invece del -6,8% che c'è stato: ciò significa che si sarebbero persi non mezzo milione di posti di lavoro ma circa 200 mila, salvandone di fatto 300mila. A questi risultati giunge uno studio di impatto realizzato dalla SVIMEZ al quale hanno lavorato il presidente Adriano Giannola e il ricercatore Stefano Prezioso. Lo studio è stato fatto all'indomani dell'approvazione in Parlamento del "Decreto Mezzogiorno", nel quale all'articolo 7 bis è stata inserita, su proposta del Ministro della Coesione Territoriale e del Mezzogiorno Claudio De Vincenti, una norma intitolata significativamente "Principi per il riequilibrio territoriale", in base alla quale le amministrazioni centrali dello Stato destinano alle Regioni del Mezzogiorno, a partire dal 2018, una quota della loro spesa ordinaria in conto capitale proporzionale alla popolazione, secondo quanto sarà definito da una direttiva e da un decreto del Presidente del Consiglio da emanare entro il prossimo 30 giugno. Di qui la scelta fatta dalla SVIMEZ di effettuare lo studio d'impatto, che, però, non riguarda solo le amministrazioni centrali ma anche quelle regionali, prendendo come riferimento il 34% che, in base all'ultimo censimento Istat, corrisponde alla quota di abitanti delle otto regioni meridionali. Secondo la norma di legge, i programmi di spesa in conto capitale delle amministrazioni dovranno essere individuati annualmente, analizzando voce per voce tutte quelle ripartibili nei vari ministeri, un lavoro delicato e complesso, secondo la SVIMEZ, che richiede un adeguato know how per essere svolto.

Già in passato si era posto il problema di destinare una quota specifica della spesa in conto capitale dello Stato a favore del Sud: nei Dpef successivi al ciclo di programmazione dei fondi strutturali 2000-2006, quando tale obiettivo fu fissato al 30% delle risorse ordinarie e al 45% di quelle totali e, successivamente, nella legge Finanziaria del 2005, in cui fu scritto che le amministrazioni centrali si dovevano conformare all'obiettivo di destinare al Mezzogiorno almeno il 30% della spesa ordinaria in conto capitale. Ma poi con il Dpef 2009-2011 tale obiettivo programmatico di una ripartizione territoriale della spesa totale in conto capitale non fu più indicato. Nel corso di un'audizione in Parlamento nel febbraio 2010 la SVIMEZ fece notare che "la quota di spesa pubblica in conto capitale complessivamente effettuata nelle regioni meridionali era passata, con un progressivo declino, dal 40,4% del 2001 al 35,3% nel 2007, e la sola quota di spesa ordinaria destinata alla formazione di capitale nel Mezzogiorno era stata pari nel 2007 ad appena il 21,4% " e metteva in evidenza come gli obiettivi programmatici posti a tal fine erano sistematicamente ignorati fino a scomparire. In conclusione, dallo studio della SVIMEZ si ricava che lo spostamento di risorse a favore delle regioni del Sud, oltre a correggere una deriva penalizzante per le aree deboli del Paese, rappresenta una ottimizzazione nell'uso di un ammontare dato di risorse pubbliche scarse (quelle appunto destinate a investimenti pubblici) il che significa aumentare efficienza ed efficacia della spesa. Dunque, per un ammontare dato di risorse disponibili, il criterio del 34%, rispetto al trend storico recente, aumenta quelle investite al Sud, riduce quelle disponibili al Centro-Nord con effetti espansivi da un lato e depressivi dall'altro.

L'esercizio mostra come il saldo netto sia positivo a livello nazionale sia per la dinamica del PIL (+0,2%), e fortemente positivo per quello che riguarda l'occupazione migliorando il saldo di oltre 185 mila unità. E ciò proprio grazie all'impatto del criterio redistributivo sul Mezzogiorno, al quale si contrappone un effetto depressivo molto più contenuto nel Centro-Nord, dove la caduta del PIL sarebbe stata pari a -7,6% a fronte del dato storico del -6,8%, con un sacrificio occupazionale di appena due decimi di punto percentuale, equivalente a +37.600 occupati persi. Ciò anche in conseguenza del fatto che una parte della domanda aggiuntiva che si crea nel Sud in seguito all'attivazione della clausola del 34% è soddisfatta con produzione e occupazione attivata nelle regioni del Centro-Nord. Infine, per una valutazione di costi e benefici di questa "ottimizzazione" nell'uso di date risorse pubbliche, è opportuno considerare che un eventuale minor gettito fiscale (stante che il vantaggio in termini di PIL nazionale è pari allo 0,2%) va confrontato con i minori costi che la riduzione di quasi 190 mila unità di lavoro disoccupate ha per le finanze pubbliche sia in termini di ammortizzatori sociali che di misure di contrasto alla povertà; per non parlare del ritorno, non facilmente monetizzabile, che un'efficace azione di coesione territoriale comporta sul fronte del contrasto alla disgregazione sociale. 

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Industria, a gennaio -3,5% del fatturato, ordinativi -2,9%

A gennaio, rispetto al mese precedente, nell'industria si rileva una flessione sia del fatturato (-3,5%), sia degli ordinativi (-2,9%), dopo tre mesi di crescita congiunturale. Lo rileva l'ISTAT. Il calo del fatturato e' piu' ampio sul mercato estero (-5,4%) rispetto a quanto rilevato sul mercato interno (-2,3%). Gli ordinativi registrano, invece, un incremento sul mercato estero (+2,6%) e una diminuzione su quello interno (-6,6%). La flessione registrata a gennaio non modifica la tendenza alla crescita rilevabile su base trimestrale: nella media degli ultimi tre mesi, l'indice complessivo del fatturato risulta infatti in crescita dell'1,7% rispetto ai tre mesi precedenti, con andamenti simili per il mercato interno ed estero. Corretto per gli effetti di calendario (i giorni lavorativi sono stati 21 contro i 19 di gennaio 2016), il fatturato totale cresce in termini tendenziali dell'1,5% (+1,5% sul mercato interno e +1,3% su quello estero). Gli indici destagionalizzati del fatturato segnano un incremento congiunturale per l'energia (+3,5%), mentre flessioni si registrano per i beni strumentali (-5,1%), per i beni intermedi (-3,5%) e per i beni di consumo (-3,4%). L'indice grezzo del fatturato cresce, in termini tendenziali, dell'8,2%: il contributo piu' ampio a tale incremento viene dalla componente interna dei beni intermedi. Per il fatturato l'incremento tendenziale piu' rilevante si registra nella fabbricazione di coke e prodotti petroliferi raffinati (+18,9%), mentre la maggiore diminuzione nel comparto manifatturiero riguarda le altre industrie manifatturiere, riparazione e installazione di macchine e apparecchiature (-9,6%). Nel confronto con il mese di gennaio 2016, l'indice grezzo degli ordinativi segna un incremento dell'8,6%. L'incremento piu' rilevante si registra nella fabbricazione di mezzi di trasporto (+21,6%), mentre la flessione maggiore si osserva nella fabbricazione di computer, prodotti di elettronica e ottica (-15,8%).

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Commercio estero extra Ue, Istat: -4,7% su mese, +3,6 anno

A febbraio 2017, rispetto al mese precedente, entrambi i flussi commerciali sono in contrazione, con una diminuzione piu' marcata per le esportazioni(-4,7%) che per le importazioni (-0,4%). La flessione congiunturale delle vendite verso i paesi extra Ue e' estesa a tutti i raggruppamenti principali di industrie, a esclusione dei beni di consumo durevoli (+5,1%). L'energia (-17,0%) registra una contrazione molto piu' marcata della media, cosi' come i beni strumentali (-9,0%)il cui calo risente di importanti vendite di mezzi di navigazione marittima nel mese precedente. E' quanto rileva l'Istat. Dal lato dell'import, il calo congiunturale e' il risultato di una flessione dell'energia (-2,6%) e, in misura minore, dei beni di consumo non durevoli (-1,1%) e dei beni strumentali (-0,9%). Al netto della componente energetica si rileva una crescita delle importazioni (+0,4%) che interessa i beni di consumo durevoli (+6,2%) e quelli intermedi (+2,0%). Nell'ultimo trimestre, la dinamica congiunturale dell'export verso i paesi extra Ue risulta comunque ampiamente positiva (+4,9%) ed estesa a tutti i raggruppamenti principali di industrie. L'aumento delle vendite di energia sui mercati extra Ue e' molto marcato (+35,1%).

Nello stesso periodo si rileva una sostenuta espansione delle importazioni (+10,4%) particolarmente ampia per l'energia (+29,8%). A febbraio 2017 le esportazioni sono in aumento su base annua (+3,6%, che si amplia a +5,7% eliminando l'effetto prodotto dal diverso numero di giorni lavorativi). La crescita e' ascrivibile per oltre la meta' all'energia (+74,8%) e, in misura minore, ai beni di consumo non durevoli (+6,1%) e ai beni strumentali (+0,9%). Le importazioni registrano una piu' sostenuta crescita tendenziale (+11,9%), determinata in gran parte dall'energia (+65,4%).Gli acquisti di beni di consumo non durevoli (-2,0%) e di beni intermedi (-0,4%) sono in calo. Il surplus commerciale (+1.717 milioni) e' inferiore a quello dello stesso mese del 2016 (+2.607 milioni).Il surplus nell'interscambio di prodotti non energetici (+4.488 milioni) e' invece in lieve aumento rispetto a febbraio2016 (+4.303 milioni).

A febbraio 2017, rispetto allo stesso mese del 2016, le vendite di beni verso Cina (+31,6%), Russia (+25,6%), paesi MERCOSUR (+9,2%) e paesi ASEAN (+6,4%) aumentano in misura marcata. Gli Stati Uniti (+3,7%) conseguono invece un incremento piu' contenuto. Paesi OPEC (-20,6%) e Turchia (-9,3%) sono in forte flessione. Le importazioni dai paesi OPEC (+54,9%) India (+38,5%), Russia (+33,2%) e Turchia (+19,3%) conseguono una crescita piu' sostenuta della media. In misura minore aumentano anche gli acquisti da paesi ASEAN (+10,7%), Svizzera (+5,8%) e paesi MERCOSUR (+1,9%). Infine, Stati Uniti (-3,9%) e Cina(-0,8%) registrano una flessione

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Dimezzate le presenze dei turisti stranieri nelle aree colpite dal sisma

A sette mesi dalle prime scosse sono praticamente dimezzate le presenze dei turisti stranieri nelle aree colpite dal sisma con effetti disastrosi sull'economia locale. E' quanto emerge da un monitoraggio della Coldiretti che esprime apprezzamento per la riunione a Norcia della presidenza del Parlamento europeo (presidente, vicepresidenti e presidenti del gruppo politici) nell'ambito delle cerimonie per il 60 anniversario dei Trattati di Roma promossa dal presidente Antonio Tajani. Insieme agli aiuti materiali diretti - sottolinea la Coldiretti - è un segnale importante per incentivare le presenze sul territorio soprattutto in vista della Pasqua in luoghi caratterizzati tradizionalmente da un grande afflusso dall'estero. Il terremoto ha colpito un territorio a prevalente economia agricola che occorre ora sostenere concretamente per non rassegnarsi all'abbandono e allo spopolamento", ha affermato il presidente della Coldiretti Roberto Moncalvo nel sottolineare l'esigenza che "la ricostruzione vada di pari passo con la ripresa dell'economia che in queste zone significa soprattutto cibo e turismo". L'agriturismo secondo la Coldiretti è il settore turistico piu' danneggiato dal terremoto con le presenze praticamente azzerate per un crollo di oltre il 90% degli arrivi nelle aziende agricole situate nelle aree del cratere tradizionalmente vocate per vacanze, picnic e gite fuori porta in campagna, grazie alla bellezza dei paesaggi e alla qualità dell'offerta gastronomica. Nei 131 comuni del cratere colpito dai terremoti del 24 agosto e del 26 e 30 Ottobre secondo le elaborazioni Coldiretti su dati Istat, operano 444 agriturismi dei quali 42 in Abruzzo, 40 nel Lazio, 247 nelle Marche e 115 in Umbria dove la momento le uniche presenze residuali si riferiscono a quanti sono impegnati nell'opera di ricostruzione. Ma gli effetti del terremoto sulle presenze - continua la Coldiretti - si sono sentiti anche su tutti i 3400 agriturismi complessivamente attivi nelle quatto regioni, dove i turisti sono piu' che dimezzati. (SEGUE) 241255 MAR 17

Il calo degli arrivi di turisti, con il conseguente danno economico, allunga - rileva Coldiretti - il conto dei problemi provocati dal terremoto alle strutture, con molti agriturismi che hanno avuto stanze per gli ospiti inagibili, cucine e sale ristoranti lesionate, laboratori di trasformazione crollati, piscine e arredi danneggiati, tettoie e gazebo pericolanti. A ciò vanno aggiunti i disagi legati al la conseguente difficoltà ad approvvigionarsi di prodotti come per le semine della lenticchia di Castelluccio ostacolata dalla difficile viabilità. Le vendite di tipicità ai turisti si sono ovviamente azzerate sia per il blocco dell'attività di trasformazione e sia per la stessa mancanza di clienti a cui si aggiunge l'assenza dei residenti, trasferiti negli hotel sulla costa. In difficoltà - sostiene la Coldiretti - è l'intera offerta turistica delle zone terremotate che fondava il suo successo sulle sinergie tra cultura, ambiente e qualità alimentare che rappresentano il valore aggiunto di quei territori. Per risollevare il turismo occorre anche - sottolinea Coldiretti - un impegno a livello di promozione per riportare le persone in queste aree. Un esempio è l'iniziativa "Fai Pasqua da noi!" promossa da Campagna Amica in vista delle prossime vacanze pasquali per favorire una prima ripresa delle presenze. Ma la sfida più importante è quella di far ripartire le attività produttive a livello generale, iniziando dal garantire in tempi stretti l'arrivo di stalle mobili e moduli abitativi a tutte le aziende e gli allevamenti danneggiati, superando i pesanti ritardi accumulati. Solo così - conclude la Coldiretti - sarà possibile risollevare l'economia dei territori terremotati cui l'agricoltura, tra manodopera familiare ed esterna, contribuisce in modo importante.

 

immagine di repertorio

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Eurostat,in Italia solo 28,6% under 30 è occupato

Per diventare autonomi i giovani italiani ci mettono sempre di piu'. "Se un giovane di vent'anni nel 2004 aveva impiegato 10 anni per costruirsi una vita autonoma, nel 2020 ne impieghera' 18 (arrivando quindi a 38 anni), e nel 2030 addirittura 28: diventerebbe, in sostanza, 'grande' a cinquant'anni". Lo si legge in uno studio della Fondazione Visentini presentato alla Luiss.

In Italia poco piu' di un quarto delle persone con meno di 30 anni lavora (il 28,6% di coloro che hanno tra i 15 e i 29 anni) contro il 47,2% nell'Ue a 28 e il 57,7% in Germania: il dato contenuto nelle statistiche Eurostat riferite al 2015 conferma il quadro descritto dallo studio della Fondazione Visentinipresentato oggi alla Luiss secondo il quale i giovani in Italia ormai si rendono indipendenti dalla famiglia di origine alla soglia dei quaranta anni. Tra i 20 e i 29 anni la percentuale di chi lavora cresce con il 40,3% in Italia a fronte del 61,4% nell'Ue a 28 ma resta molto piu' basso sia rispetto al dato italiano del 2007 (53,5%) sia di quello di paesi come la Francia (60,9%) e il Regno Unito (74,2%). Tra i 25 e i 29 anni lavora appena il 52,2% dei giovani italiani a fronte del 72% in Ue (80% in Uk, 78,1% in Germania). Il divario e' consistente soprattutto a causa della scarsa occupazione tra le donne: tra i 25 e i 29 anni lavora il 45,7% delle italiane (67,3% in Ue, 75,5% in Germania) mentre tra i 15 e i 29 anni la percentuale si ferma al 24,4%, venti punti in meno rispetto all'Ue a 28. Se si guarda alla fascia tra i 20 e i 29 anni il dato italiano (34,5%) e' il peggiore in Europa e quasi in linea con quello della Turchia (34,1%). La regione che ha l'occupazione femminile piu' bassa e' la Calabria con appena il 12% di occupate tra le under 30 (44,4% la media Ue), tra le aree peggiori in Ue. 

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Istat, una famiglia su tre non si fida a bere dal rubinetto

Una famiglia su tre non si fida a bere dal rubinetto, così compra acqua minerale spendendo circa 10 euro al mese. Dall'inizio del nuovo secolo la diffidenza nei confronti del servizio idrico nazionale era costantemente diminuito, passando dal 40,1% del 2002 al 28% del 2014. L'anno scorso si è registrata l'inversione di tendenza, con il numero di famiglie che non è sicura della qualità dell'acqua risalito al 29,9%. I dati sono diffusi dall'Istat in occasione della giornata mondiale dell'acqua.

Secondo l'Istituto di statistica gli italiani nel 2015 hanno consumato 245 litri d'acqua al giorno, spendendo 10 euro al mese a famiglia per la fornitura di uso domestico. Altro tema affrontato dall'Istat è quello delle perdite idriche, che possono arrivare fino al 68,8% a Potenza e fermarsi al 16,7% a Milano. A perdere oltre la media dell'acqua potabile a causa delle perdite nelle reti di distribuzione sono anche altri capoluoghi di regione, come Campobasso (67,9%), Cagliari (59,3%), Palermo (54,6%) e Bari (52,3%). Poco meno della metà dell'acqua potabile si perde nelle tubature della capitale (44,1%), a Firenze (47,1%) e Catanzaro (49,2%). Scendendo nell'elenco si trova Trieste, dove le perdite idriche delle reti di distribuzione dell'acqua potabile arrivano a 46,8%; seguono Perugia (41,4%), Napoli (35,7%), Trento (32,6%), Venezia (31,7). Anche gli ultimi capoluoghi classificati si tengono comunque a perdite che si aggirano a un quarto dell'acqua trasportata e sono: L'aquila (29,9%), Torino (27,9%), Ancona (27,9%), Bologna (27,9%), Genova (27,4%) e Aosta (24,5%). Infine, ricorda l'Istat, il 3% del volume dell'acqua potabile immesso in rete viene sottratto senza autorizzazione o non misurato (per imprecisione o malfunzionamento dei contatori)

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Istat, oltre un milione di famiglie senza lavoro

Resta stabilmente sopra quota un milione il numero delle famiglie senza redditi da lavoro. E' quanto emerge dalla tabelle dell'Istat aggiornate al 2016. Rispetto allo scorso anno non cambia pressoche' nulla: si passa da 1 milione 92 mila a 1 milione 85 mila (-0,7%). Si tratta di 'case' dove tutti i componenti attivi, che partecipano al mercato del lavoro, sono disoccupati. Quindi se reddito c'e' arriva da altre fonti e non dall'impiego (rendite o pensioni). 

Si tratta del 6,6% delle famiglie presenti sul mercato del lavoro (16,5 milioni). Per un milione di famiglie a zero occupazione ci sono, infatti, 13,9 milioni in cui tutte le forze lavoro sono impiegate. Tornando a concentrare l'attenzione sui nuclei senza lavoro: 448 mila sono coppie con figli e 290 mila sono famiglie con un solo componente, single, piu' spesso uomo che donna, 178 mila contro 113 mila), Seguono 222 mila nuclei mono-genitore (e stavolta sono piu' donne, 192 mila) e 80 mila coppie senza figli. Come ormai di tradizione a fare il pieno di famiglie senza redditi da lavoro e' il Mezzogiorno (587 mila), che precede sia il Nord (300 mila) che il Centro (198 mila). Analizzando il tasso di disoccupazione delle persone tra i 25 e i 64 anni e incastrando i dati con il loro ruolo in famiglia, si nota come i valori piu' alti si registrino per i mono-genitori (12%), stanno invece decisamente meglio i single (8,4%). Accendendo un faro su chi fa parte di coppie con figli, si sottolinea come all'aumentare della prole salga anche il tasso di disoccupazione (7,3% se c'e' solo un figlio, 7,7% se due e 10% per tre o piu'). I coniugi o conviventi senza bambini si fermano al 7,6%.

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