Le Idee

Lavoro e paradossi: entro marzo mancheranno 300 mila tecnici

Lavoro e paradossi: entro marzo mancheranno 300 mila tecnici
Offerte per un milione di posti ma 300 mila saranno vuoti

Far incontrare offerta di lavoro e richieste di impiego, saldare le competenze ed esperienze con le esigenze del mercato. È questa la cosa più difficile del rapporto tra mondo produttivo e quello formativo scolastico. La riprova arriva dai numeri, entro marzo 2020 le imprese offriranno oltre un milione di posti di lavoro, ma oltre il 30%, quindi 300 mila posizioni rimarranno senza candidati. Questo mancato allineamento tra domanda e offerta definita tecnicamente “mismatch” riguarda in particolare i giovani dove il disallineamento tocca la eccezionale punta del 65% delle richieste. Quindi per molte imprese mancheranno
specialisti in scienze informatiche, fisica e chimica, mentre risulteranno scarsissimi se non introvabili tecnici, diplomati e Its; laureati nelle discipline informatiche e ingegneri. Ed è un problema che sta a monte delle formazione, in Germania ci sono 900 mila ragazzi che si diplomano in materie tecniche e sono allievi di istituti tecnici-industriali, in Italia i diplomati negli istituti tecnici sono 9 mila l’anno. Inoltre ogni anno cresce il divario tra domanda e offerta con aziende che non riescono a reperire sul mercato la figura professionale necessaria. Un vero paradosso in questi tempi di drammatica carenza occupazionale per i giovani in modo particolare.
La situazione, inoltre viene monitorata dal Rapporto Excelsior di Unioncamere e Anpal dove si sottolineano i problemi del mercato del lavoro, e delle caselle di competenze che rimangono vuote per mancanza di candidati
Difficile, ad esempio, trovare ingegneri energetici, meccanici, chimici e  petroliferi, saldatori, agenti assicurativi e immobiliari, idraulici, meccanici, montatori e animatori turistici. Poi c’è carenza di profili qualificati all’appello manca il 19% dei dirigenti, specialisti e tecnici sul totale delle richieste programmate dalie aziende. Tra le figure che hanno assunto maggiore rilevanza ci sono quelle legate al mondo
del digitale e in materia di eco-sostenibilità. Per il prossimo futuro, ossia nell’arco di 4 anni, le professioni in cima alla lista tra quelle più richieste ci saranno quelle di tecnici e professionisti con competenze digitali per Industria 4.0, in particolare per Servizi 4.0.
Il fabbisogno – stando al rapporto Excelsior di Unioncamere e Anpal -
prevede inoltre un aumento di richieste per i servizi
pubblici. Con un particolare ruolo di digital transformation ed ecosostenibilità. Posti di lavoro riservati agli esperti in analisi dei dati come a quelli in sicurezza informatica, intelligenza artificiale e analisi di mercato. In particolare, io dato innovativo sulle professioni, riguarda le filiere della salute e benessere, education e cultura, meccatronica e robotica, mobilità e logistica, energia. Tra le lauree più ricercate quella in medicina. Seguono economia e ingegneria. Da sfondo a questo il paradosso lavorativo si contano circa 3 milioni di disoccupati e 3 milioni di inattivi, in un frangente  in cui il tasso di occupazione si ferma al 58% e risultiamo sotto di 10 punti rispetto ai livelli del resto d’Europa. Ora con l’accelerazione dovuta ai prepensionamenti di Quota 100 la situazione sarà ancora più difficile, il calo dei medici che scarseggiano e del ancor più drastico calo degli infermieri in corsia ne sono un esempio. Il rapporto di Unioncamere, realizzato con l’apporto di Anpal,  prevede che entro il 2023  occorrerà riempire un numero di posti che si aggira sui 2,7 e i 3 milioni. La maggior parte di essi, tra 2,3 e 2,5 milioni – si avverte nel rapporto – riguarderanno però la sostituzione di lavoratori che lasceranno il loro posto per andare in pensione.

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Riflessioni sull’esito delle elezioni in Emilia Romagna e Calabria

Riflessioni sull’esito delle elezioni in Emilia Romagna e Calabria

La matematica non è una opinione e 2+2 fa sempre quattro tranne che nella valutazione dei risultati delle elezioni, e questo accade anche a chi vuole fare un commento oggettivo. Tutto dipende dall’angolo di visuale da cui si osservano risultati. In questo caso si può scegliere una valutazione tra dati esattamente comparabili che sono quelli delle precedenti elezioni regionali. I risultati possono anche essere valutati alla luce delle aspettative e delle dichiarazioni dei leaders politici. Se si vuole tentare una previsione, sempre rischiosa e difficile per chi la fa, si utilizzerà la comparazione tra mele, pere e banane, cosa impossibile in matematica ma accettabilissima in politica, utilizzando i dati delle elezioni politiche, europee e regionali per valutarne il trend ed azzardare una previsione.

 

Una valutazione su dati omogenei

Se si confronta il dato elettorale del 2014 agli attuali è il Centro Destra che a buon diritto si può proclamare vincitore. Ha infatti strappato la Calabria al Centro Sinistra con amplissimo margine e ha conteso la vittoria al Centro Sinistra in Emilia Romagna dove alle precedenti elezioni la vittoria per la Sinistra era stata semplice e senza rischi come sparare sulla Croce Rossa. Anche il trend è nettamente favorevole al Centro Destra e si conclude con un umiliante 8 a 1 . Ci saranno in primavera altre elezioni regionali in Valle d’Aosta, Veneto, Liguria, Marche, Campania, e Puglia. Per ora il Centro Sinistra conduce per 4 a 2 ed è difficile che riesca a conservare o addirittura a migliorare questo risultato. Un dato deve però far riflettere ed è un dato ambivalente. Il vantaggio della Sinistra sulla Destra si è considerevolmente ridotto in una regione che storicamente è sempre stata un grosso serbatoio di voti per il PD e per i suoi predecessori e questa abbondanza, che ora non esiste più, serviva per compensare la scarsità di voti raccolti in altre aree. La percentuale di partecipazione al voto è però raddoppiata. Nel 2014 la vittoria era così sicura per il PD che non tutti gli elettori della Sinistra sono andati a votare e si sono astenuti anche molti elettori di destra in considerazione della inutilità dello sforzo. In questa tornata elettorale l’incertezza del voto e la mobilitazione delle sardine ha favorito, anche se non di molto la sinistra. Questa situazione potrebbe ripetersi in qualche altra regione, in modo particolare in Toscana.

 

Le aspettative e le dichiarazioni dei leaders

Durante il Governo D’Alema le elezioni regionali furono pesantemente sfavorevoli alla Sinistra e il Capo del Governo ne prese atto dimettendosi. Questo non comportò elezioni anticipate perché la maggioranza in parlamento non subì variazioni numeriche, ma si ebbe un nuovo governo con un diverso Presidente Del Consiglio. Gli esponenti della maggioranza attuale hanno sempre sostenuto che non si tratta di elezioni politiche e che anche una vittoria di Salvini in Emilia non avrebbe determinato elezioni anticipate. Conte affermava che naturalmente non c’era da temere neanche una variazione nella carica di Presidente del Consiglio e questo naturalmente anche perché memore di quanto capitato a Massimo d’Alema. Per ora questo rischio non lo corre ma è da vedere cosa accadrebbe se in primavera il Centro Destra segnasse uno Score di 5 a 1. La Meloni a Porta a Porta ha fatto una fantasiosa dichiarazione sostenendo che il Presidente della Repubblica sarebbe stato obbligato a sciogliere le Camere in caso di duplice vittoria anche in assenza di un voto di sfiducia al Governo, cosa che sarebbe apparsa come un colpo di stato. Salvini sosteneva in continuazione che con una vittoria anche in Emilia Romagna, che dava quasi per sicura, avrebbe dato una spallata al Governo. Sono affermazioni in cui non crede nemmeno lui ma è stato costretto a farle perché Bonaccini aveva mostrato di saper ben amministrare e quindi era necessario spostare l’attenzione dal governo regionale a quello nazionale e soprattutto per la inconsistenza della candidata leghista. Quindi sul piano dei dati elettorali omogenei il Centro Destra ha vinto, ma sul piano delle aspettative suscitate dalle roboanti dichiarazioni del segretario della Lega ha perso.

 

Il confronto con le precedenti elezioni

Da quando nel 1994 con la vittoria di Berlusconi è nata la seconda repubblica la coalizione al governo ha sempre perso le successive consultazioni elettorali che erano un confronto tra due soli soggetti, sia pure costituiti da raggruppamenti di partiti, la Destra e la Sinistra. Nel 2013, dopo l’interludio del Governo Monti è apparsa sulla scena politica una terza forza, Il movimento 5 stelle che ha rifiutato le avances di Bersani e si è mantenuto alla opposizione. La tripolarità delle forze politiche si è confermata nelle elezioni del 2018 con queste caratteristiche: il PD che aveva governato nella precedente legislatura ha subito una sonora sconfitta, il Movimento 5 Stelle che aveva fatto una rigida opposizione ha guadagnato i frutti maggiori arrivando a sfiorare il 33%, e nel campo della Destra alla riduzione dei consensi di Forza Italia ha fatto seguito una notevole crescita della Lega che si è portata vicino al 18%. Con una rapidità imprevedibile le cose sono cambiate in un anno e mezzo. Ai 5 Stelle è capitato quello che Montanelli prevedeva per Berlusconi “facciamolo governare e il suo consenso crollerà”. Questo sta accadendo al Movimento di Grillo con una rapidità sconcertante. Alle elezioni europee ha dimezzato i propri voti a fronte di una modesta ripresa del PD e di una forte crescita della Lega e di Fratelli d’Italia. Queste elezioni regionali mostrano un ulteriore miglioramento del PD, una crescita del Partito della Meloni che si sta sostituendo a quello di Berlusconi e un moderato arretramento della Lega al cui consenso le citofonate di Salvini non giovano. Questo moderato arretramento leghista si spiega con il fatto che Salvini, annebbiato dal sole del Papeete e dalle bevute di Mojto, ha liquidato il governo giallo verde credendo di poter andare immediatamente alle urne. Questo errore e il fatto che, come diceva Andreotti, il potere logora chi non lo ha, spiega la riduzione dei consensi. Una cosa si può prevedere con sicurezza: non si andrà a votare prima della scadenza naturale della legislatura. Ai partiti di governo non conviene assumere dei rischi anche se il trend osservato in questo gennaio, ossia il lento calo della Lega e il recupero del PD dovesse continuare; la entrata in vigore della legge che taglia il numero dei parlamentari è un ulteriore disincentivo per tutti ma in particolar modo per le forze di governo e tra questi per il Movimento 5 Stelle che rischia di essere una meteora nel panorama politico italiano. I prossimi appuntamenti elettorali regionali e dei grandi comuni ci diranno quale tendenza prevarrà nel rafforzamento. Variabili da considerare sono il futuro andamento dell’economia, i rapporti nella maggioranza tra PD e 5 stelle e i problemi giudiziari di Salvini che potrebbero per lui rivelarsi uno svantaggio ma forse anche un vantaggio. Comunque, anche a scapito di ulteriori salvinate, io terrei ben pronto Giorgetti a cimentarsi come leader, perché identificare Salvini con la Lega in modo totalizzante è un errore. Fino a che un consistente partito di centro non nascerà è verso il centro che si prendono i voti per vincere e questi voti più facilmente li può conquistare un capo politico moderato nei modi e nelle azioni.

 

di Achille Lucio Gaspari

 

 

 

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Le parole hanno un significato e un peso.

Le parole hanno un significato e un peso. 
Festival di Sanremo, no a chi nelle proprie canzoni inneggia allo stupro.

 

Le donne hanno diritto al rispetto, in ogni ambito. Principio che parrebbe scontato ma che ha invece bisogno di essere ribadito sempre più spesso, a fronte di una regressione culturale che sembra non conoscere limiti. Dopo la dichiarazione dei giorni scorsi da parte del conduttore del Festival di San Remo, con parole fortemente impregnate di una non più tollerabile dis-cultura patriarcale, un’altra “chicca”, questa violentissima e ancor più ferocemente misogina, giunge dalla kermesse canora sanremese: la partecipazione di un cantante che ha nel suo “repertorio” testi chiaramente inneggianti allo stupro, alla violenza contro le donne, al femminicidio. Testi orribili.
Si è quindi, con urgenza, provveduto all’invio di una mail a com_rai@camera.it e a comitato.minori@mise.gov.it , denunciando una condizione inaccettabile e una regressione culturale intollerabile. Questo il contenuto inviato:
“Inaccettabile la partecipazione ad una manifestazione canora, seguita da milioni di telespettatori delle reti pubbliche, qual è quella del Festival di San Remo, di Junior Cally, un rapper per ragazzini/e che ha nel suo repertorio canzoni contenenti frasi come queste:
«Lei si chiama Gioia, beve poi ingoia.Balla mezza nuda, dopo te la da. Si chiama Gioia, perché fa la tr*ia, sì, per la gioia di mamma e papà».
«Questa non sa cosa dice. Porca tro*a, quanto ca**o chiacchera? L'ho ammazzata, le ho strappato la borsa. C'ho rivestito la maschera».
«state buoni, a queste donne alzo minigonne»;
«me la chi*vo di brutto mentre legge Nietzche»;
«ci scopi*mo Giusy Ferreri [la cantante ndr]»;
«lo sai che fotti*mo Greta Menchi [una influencer, ndr];
«lo sai voglio fott*re con la Canalis [la conduttrice ndr]»;
«queste put**ne con le Lelly Kelly non sanno che fott*no con Junior Cally»

Frasi orribili, chiaramente istiganti alla violenza sessuale sulle donne e al femminicidio.
Gravissimo che un’azienda pubblica qual è la RAI ritenga di dover dare spazio a chi nelle sue “canzoni” include testi ignobili, veri e propri inni all’odio contro le donne. La Rai, azienda pubblica, ha il dovere di svolgere un ruolo forte, determinato, costante, nel contrastare la violenza di cui le donne sono vittime, per l’affermazione della cultura del rispetto, della civiltà. Concedere spazi e visibilità a chi canta testi che istigano allo stupro sarebbe decisione gravissima, indegna. Le parole hanno un peso, un significato, e non possono nascondersi dietro un vile e improponibile principio di “creatività” dell’artista. Quelle parole pesano come macigni, sono lame affilate che istigano all’odio di genere, all’inciviltà.

Stefania Pezzopane, Parlamentare del Partito Democratico

Gilda Panella, Coordinatrice provinciale L'Aquila delle Democratiche

 

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La bella storia di vita di Aquilino: dal sabotaggio delle linee tedesche nella seconda guerra mondiale, a minatore in Belgio, a operaio edile, a uomo di fiducia

La bella storia di vita di Aquilino: dal sabotaggio delle linee tedesche nella seconda guerra mondiale, a minatore in Belgio, a operaio edile, a uomo di fiducia

 

“Ho fatto una vita bellissima”. Queste parole rappresentano la esemplare conclusione della conversazione con COLASANTE AQUILINIO, classe 1931, pensionato iscritto al Sindacato Pensionati della CGIL e componente il direttivo provinciale del SUNIA, il sindacato degli inquilini ed assegnatari vivendo nel quartiere popolare di San Donato a Pescara. Tantissimi anni portati splendidamente. Ci incontriamo nella sede zonale del Sunia e della Cgil in Via Aldo Moro che lui frequenta assiduamente. Ci conosciamo, quindi, bene essendoci incontrati in questo ufficio numerose volte. Ma questa volta è diverso: ci vediamo perché mi vuole raccontare gli episodi salienti della sua vita che, a suo dire, è stata certamente felice, ma ugualmente sofferta e difficile.

L’idea mi è venuta qualche giorno fa avendolo ascoltato in un intervento alla riunione provinciale del Sunia dove, con molto calore, ha affermato la attualità dei valori della Resistenza e della lotta partigiana. “Io non ho sparato contro i tedeschi, ma la guerra l’ho vissuta da ragazzo in montagna ed ho fatto un atto di sabotaggio contro l’occupazione tedesca della mia zona.”

 

Aquilino Colasante è originario di Montebello di Bertona, ultimo di sei figli. “Durante la guerra, mi dice, non c’era niente….se volevi sopravvivere dovevi solo zappare la terra...c’era la fame nera….”

La madre muore nel 1946 e la situazione familiare si rende ancora più difficile. In questo periodo Aquilino vive l’occupazione tedesca dell’area vestina e di Montebello di Bertona. Le truppe tedesche nella loro ritirata provvedono a fare saltare i ponti, minare le strade per rendere difficoltosa l’avanzata delle truppe alleate ed avevano stabilito il comando militare proprio a Montebello di Bertona.

 

“Un giorno – racconta - portando a pascolare le pecore, insieme ad alcuni miei coetanei, vediamo nel verde del bosco dei fili elettrici, di colore bianco, rosso e verde. Non ci abbiamo pensato due volte ed abbiamo provveduto a tagliare questi fili non rendendoci perfettamente conto che così facendo avevamo tagliato la rete telefonica del comando tedesco, le cui comunicazioni rimasero bloccate per un lungo tempo. La reazione tedesca fu furente, ma i responsabili di questo sabotaggio non furono individuati.”

 

“Io mi ricordo i rastrellamenti tedeschi per cercare nella nostra montagna i partigiani, aggiunge Aquilino, ai quali, personalmente, con notevole rischio e pericolo, nonostante il periodo di grande fame, portavo da mangiare della pagnotte di pane dividendole con quelle necessarie per alimentare la mia famiglia”.

 

Colasante ha avuto un fratello prigioniero dei tedeschi in Germania ed un altro che ha fatto la resistenza in Grecia di cui ha il vivo ricordo di quando nell’inverno del 1944 tornò in Italia, sbarcò a Brindisi e solo dopo molti giorni, in maniera davvero avventurosa, tornò a Montebello di Bertona, dove aveva abbondantemente nevicato, con abiti leggeri ed avendo ai piedi non le scarpe, ma zoccoli di legno. Quindi è stato un miracolo che sia sopravvissuto al lungo viaggio ed alle proibitive condizioni climatiche.

 

Subito dopo la guerra il lavoro scarseggiava. Al di là delle opere di ripristino dei ponti e delle strade distrutti dai tedeschi in ritirata l’attività produttiva principale era la raccolta dei tronchi in mezzo al bosco che venivano trasportati, per la lavorazione, con gli asini a Penne.

Quindi le condizioni di vita continuarono ad essere particolarmente dure e difficili per un giovane, come Aquilino, che voleva, comunque, costruirsi un futuro.

 

Nel 1955 viene diffuso il bando del Governo De Gasperi per chi voleva andare in Belgio a fare il minatore. Colasante decide di emigrare in Belgio, facendo la domanda tramite il sindacato. La sua destinazione, nel giugno del 1955 la miniera di Cherat vicino a Liegi. Lì troverà molti conterranei provenienti da Farindola, Penne, Manoppello. Venne ospitato in una casa che i belgi chiamavo hotel, per modo di dire, data la sua modestia. Certamente non erano le baracche che ospitavano gli italiani a Marcinelle.”Lavorare in miniera era difficilissimo, ma ci si abituava”, mi dice Aquilino.

 

Appena arrivato ho mangiato per la prima volta, in vita mia, una bistecca...Per me fu una grandissima cosa! Nel 2011 sono tornato in Belgio con mia figlia che, nel vedere il tunnel della miniera dove ho lavorato, rimase impressionata, e mi ha detto:”ma papà, come hai fatto a lavorare lì sotto...”.

 

Colasante ha vivo il ricordo della tragedia di Marcinelle, dove dice di aver perso un amico che lavorava con lui, originario di Penne, che aveva fatto domanda di assere trasferito da Liegi a Marcinelle. La sera del 7 agosto del 1956 partì per Marcinelle, la mattina dell’8 prese servizio al Bois du Cazier e, purtroppo, non è più tornato. “Quando nell’elenco delle vittime ho letto il suo nome mi sono sentito male”mi dice.

I minatori in Belgio non venivano chiamati con il loro nome e cognome, ma a loro era dato un numero….Aquilino Colasante per sette anni ha lavorato la pietra in galleria raggiungendo, per quei tempi, una grande specializzazione professionale….parlava bene il francese e si era integrato bene.

C’è stato un periodo in cui aveva pensato addirittura di andare in Sudafrica a lavorare nelle miniere d’oro allettato da importanti offerte economiche. Invece il destino aveva stabilito diversamente. Tornato per un periodo in Italia si sposa con Galante Valeriana, il 29 settembre 1957, porta la moglie in Belgio ed arrivano due figli. “Il matrimonio per me – mi precisa Aquilino – ha rappresentato una scelta fondamentale e tante volte mi sono interrogato sulle mie capacità di riuscire a formare una famiglia. Ma oggi posso dirmi soddisfatto anche se purtroppo mia moglie è morta nel 2011.”

 

Ai primi di luglio del 1964 Colasante decide, insieme alla famiglia, di tornare in Italia. La direzione della miniera lo invita a rimanere; non vogliono che vada via sia per la sua preparazione professionale che per la sua serietà ed affidabilità. Ma lui torna a Pescara dove per circa 8 mesi fa il muratore nel cantiere del centro della città in ricostruzione alle dipendenze della azienda edile Di Gennaro e Severino. Aquilino, sorridendo, mi dice che deve l’aver trovato lavoro ad una visita che fece, subito dopo che era tornato a Pescara, all’ufficio dell’on.Aldo Cetrullo, storico leader socialdemocratico pescarese e personaggio molto influente. Avendo fatto una buona impressione trovò subito lavoro. Come edile la paga era buona: 120 mila lire al mese. Che Aquilino pensò di arrotondare facendo il guardiano notturno. Poichè vicino al cantiere c’era un garage, in Via Teramo, per sei anni ha lavorato lì come sorvegliante di giorno e la notte lavava le macchine poiché vi era anche il lavaggio.

Aveva raggiunto – possiamo dire – una condizione di relativa tranquillità economica nella Italia del dopoguerra ed all’inizio di quello che è stato il boom economico del secolo scorso, quando la sua vita cambiò nuovamente.

 

“Un giorno, mi dice, viene in garage un signore che arriva con un Pagodino Mercedes a due posti, una vettura bellissima ed unica per quel periodo. Parcheggia e va via a casa abitando vicino al garage. Quando riprende la sua autovettura, nel salire in macchina non si accorge che gli cadono dalla tasca un pacchetto di soldi. Aquilino prontamente gli corre dietro e gli restituisce i soldi, che rappresentavano una bella cifra! Questo gesto, ovviamente, colpisce molto favorevolmente il proprietario dei soldi. Si tratta di un importante industriale petrolifero Pietro Nostrani proprietario di 78 impianti che subito provvede a dare ad Aquilino un ricompensa di 10 mila lire( a quei tempi erano davvero tanti soldi!) e poi gli propone di diventare il suo autista e factotum, come persona di fiducia, con uno stipendio di 200 mila lire al mese.

 

“La sua fiducia nei miei confronti era totale – aggiunge Colasante – avevo, ad esempio, anche le chiavi delle cassette di sicurezza dove c’erano i gioielli di famiglia e la mia firma depositata in tre banche per le operazioni bancarie. Per me è stata una grande esperienza professionale ed umana. Purtroppo la situazione economica del sig, Nostrani nel tempo mutò in negativo. Dopo aver ceduto 38 impianti alla società Italpetroli, nel 1986 mi chiamò e mi disse che non mi poteva tenere più alle dipendenze e mi diede, come prova della sua grande generosità e stima, un importo della liquidazione tre volte superiore a quanto spettantomi.”

 

Aquilino mi dice che ha incontrato il sindacato, la Cgil nel 1970 all’epoca della diatriba e della lotta con l’Aquila per il capoluogo di regione. Ricorda di aver conosciuto Tonino Corneli che all’epoca era il massimo dirigente della Cgil di Pescara nel corso di una trattativa nel cantiere edile dove ha lavorato. E ricorda che Corneli ad un certo punto gli disse:” Vuoi venire a fare il sindacalista con me?” Lui rispose che non se la sentiva, ma da allora il suo legame con il sindacato è sempre stato molto forte. Oggi è pensionato dal 1991 con una pensione di poco superiore al minimo, una altra piccola pensioncina dal Belgio ed una piccola rendita dall’Inail.

 

Aquilino Colasante ha indubbiamente vissuto una bella vita: nella Resistenza contro i tedeschi, in miniera in Belgio, lavoratore edile, uomo che ha avuto su di sé grandi responsabilità. Ma la sua è soprattutto una bella storia che deve essere conosciuta perché contiene in sé quei valori etici e morali, di lotta per la democrazia, la giustizia sociale, la responsabilità, la serietà e l’affidabilità che devono essere anche oggi, per i più giovani, i punti di riferimento per costruire un nuovo domani in una Italia più giusta e solidale.

 

di Nicola Primavera

 

 

 

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Una Pescara piccola piccola

Una Pescara piccola piccola

La proverbiale ed esibita indifferenza con la quale la classe politica abruzzese ha accolto le riflessioni di Stefano Trinchese sul tema della "Nuova Pescara" fornisce una plastica testimonianza non solo della pochezza culturale del dibattito pubblico della nostra regione, ma anche della manifesta autoreferenzialità quasi castale del ceto dei decisori pubblici, ai vari livelli istituzionali allocati.

Nel merito, Trinchese, con un piglio argutamente e volutamente provocatorio, demolisce l'accidentato processo di fusione dei tre Comuni sulla scorta della manifesta evidenza di tre debolezze strutturali che ne renderebbero monca, riduttiva e superficiale finanche l'idea ispiratrice:

1. L'esiguo rango demografico della città nuova che, ad onta degli entusiasmi provincialisti dei promotori ed a confronto con le aree urbane vere del paese, per inciso, non consentirebbe neanche di massimizzare gli incentivi di finanza pubblica e di ordinamento municipale interno previsti dalla norma;

2. La striminzita estensione geografica all'interno dell'area urbana sugli assi nord-sud ed est-ovest che, solo per porre alcuni esempi, lascerebbe fuori da questo processo di razionalizzazione amministrativa il porto vero (Ortona) e parte dell'aeroporto (San Giovanni Teatino), ma anche la connessione con Chieti, condensato di una stratificata cultura necessaria alla configurazione di un'identità compiuta alla nuova città;

3. Il trasparire, nell'operazione di ridotta fusione prefigurata, di un'identità di Pescara superficiale, rapida perché fatua, di "città che fagocita se stessa" storicamente per il prevalere di una "mentalità bottegaia" schiacciata sul presente.

Un paniere di argomentazioni robusto e variegato, da approfondire e da connettere ai dubbi più immediati concernenti il difficile processo di convergenza tra Enti locali caratterizzati da condizioni finanziarie e di bilancio radicalmente diverse e specificità amministrative che un processo di fusione di tal fatta renderebbe a dir poco farraginoso.

La razionalizzazione dell'area urbana dovrà dunque essere compiuta nella sua interezza, lasciandosi guidare dalle ragioni di un'organica lettura geografica della stessa, dal recupero di una visione urbanistica adeguata al tempo presente e alle esigenze della comunità residente, dal senso critico e di comprensione della realtà che una piena conoscenza della storia di Pescara, della sua fondazione "politica", della sua apparente modernizzazione "di regime", del suo caotico configurarsi nel dopoguerra, della sua mancata vocazione produttiva, della sua crescita, del suo dinamismo terziario e delle sue carenze potrà fornire.

Gli strumenti del diritto amministrativo dovranno allora mettersi al servizio di una visione politica, magari rinunciando a scelte verticistiche e semplificatorie di fusione (magari propagandabili nei confronti di un'opinione pubblica distratta) a vantaggio di soluzioni istituzionali in grado di governare la complessita' degli insediamenti dell'area urbana in relazione anche all'intero Abruzzo e non, viceversa, dettando forme, modi e tempi di un processo di riorganizzazione territoriale che, nato storto, non potrà trovare correzioni nel futuro.

Sarà il forse il momento di discuterne?

O rassegnarsi alle risse tra taxi davanti l'aeroporto?

di Alessandro D'Ascanio (Esponente del Partito Democratico e Sindaco di Roccamorice)

 

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Famiglie e imprese, la Fisac avverte le Banche

Famiglie e imprese, la Fisac avverte le Banche.
 
“Pensiamo che a tutto ciò debba essere messo un freno per una maggior tutela della legalità, dell’occupazione, dell’area contrattuale della clientela e delle famiglie”. A sfoderare un linguaggio chiaro, dai toni preoccupati e diretti, è la Fisac (Federazione italiana sindacati assicurazione credito), ossia il sindacato dei lavoratori di banca della Cgil, che in questi giorni è sceso di nuovo in campo a tutela dei posti di lavoro, delle famiglie e delle imprese che credono ed investono i risparmi negli istituti di credito. L’argomento più sentito in questi mesi e su cui la federazione insiste per un chiarimento è quello crediti inesigibili, comunemente chiamati “Npl”. Un problema che riguarda in Italia milioni di cittadini che rischiano di vedere tagliato ogni rapporto con le banche talvolta solo per avere saltato un solo pagamento. La Fisac-Cgil attraverso il suo segretario Giuliano Calcagni, ha sottolineato nelle scorse settimane il problema anche sociale e di tutela della parte economicamente più fragile della popolazione, che si determinerà nel 2020 con una lettera al presidente della Repubblica Sergio Mattatella. In questi giorni inoltre è la Federazione a tenere incontri e convegni per rilanciare un problema così serio e allarmante che porterà non pochi guai a molte famiglie e piccole imprese italiane.
“Sono trascorsi più di 10 anni dall’inizio della crisi economica mondiale”, sottolinea la Federazione riepilogando come si è arrivati all’attuale punto critico, “la più grande dopo quella del ’29; non è questo il luogo dove analizzare e discuterne le molteplici cause, ma vorremmo approfondire uno degli effetti che questa crisi ha generato e ancora sta producendo nel nostro paese.
Il prezzo più alto è stato sicuramente sostenuto dall’economia reale; dal 2009 a oggi sono fallite circa 114mila imprese con la conseguente perdita di molti posti di lavoro, lasciando intere famiglie e piccoli imprenditori in situazione di grave disagio a fronte della scomparsa della loro unica fonte di reddito. Il fenomeno non  si è ancora  arrestato e continua ad aumentare il numero delle persone e delle famiglie che, in crescente difficoltà economica, non riesce a far fronte agli impegni precedentemente assunti con le banche e o finanziarie quali mutui, finanziamenti e prestiti personali”. La crisi economica, nelle valutazioni del sindacati dei bancari, ha generato un innalzamento vertiginoso delle sofferenze bancarie riferibile anche a famiglie  e piccole imprese.
“Le banche italiane”, calcola il sindacato, “hanno pensato di alleggerire i propri bilanci mediante la vendita di elevate quantità di crediti inesigibili, comunemente chiamati Npl, passati dai 341 miliardi del dicembre 2015 ai 209 miliardi di settembre 2018 , con una cessione di oltre 100 miliardi (fonte Sole 24 ore).  Inoltre la nuova regulation di vigilanza (EBA-BCE) non potrà che accelerare il trend.
Si è sviluppato un vero e proprio mercato collaterale che, come spesso avviene in queste circostanze, non ha trovato una regolamentazione chiara, soprattutto a garanzia e salvaguardia dei soggetti più deboli, le famiglie in difficoltà economiche”. In questo contesto già difficile e denso di incertezze c’è chi invece ha trovato il modo di creare guadagni nel silenzio stesso delle istituzioni che avrebbero dovuto invece intervenire.
“Allettati da prospettive di grandi guadagni sono state create nuove società esclusivamente per l’acquisto e la successiva gestione di pacchetti di crediti venduti al 15/20% rispetto al valore iscritto in bilancio”, rivela la Fisac, “Con la cessione, le banche hanno un immediato introito oltre un miglioramento significativo della qualità delle poste di bilancio, mentre le società di riscossione ottengono la possibilità di un ingente guadagno generato dalla differenza tra la somma pagata e quanto recuperato dai creditori ceduti.  Proprio questo spinge queste compagnie ad ottenere il massimo rimborso delle somme senza considerare le condizioni economiche, sociali e psicologiche di coloro che la crisi economica ha trasformato in insolventi. Le società di gestione erano inizialmente legate al settore del credito e quindi sottoposte al Tub (Testo Unico Bancario) con dipendenti regolati dal CCNL del credito, successivamente, anche in virtù di masse sempre più ingenti da gestire, sono stati ceduti in subappalto ad altre società che non fanno riferimento alle normative citate venendo meno i requisiti di professionalità, onorabilità e indipendenza, che spesso adottano comportamenti al limite della legalità per il recupero delle somme”. Inoltre si prevede una sorta di accanimento contro famiglie e imprese in quanto
il compenso che i nuovi agenti “addetti al recupero delle somme” ricevono è proporzionato a quanto riescono a realizzare; non si preoccupano minimamente delle ristrettezze economiche in cui versano i debitori né tantomeno considerano le condizioni di estrema povertà e difficoltà in cui verrebbero a trovarsi nel caso obbligati a risarcire il debito.
“Parallelamente al mercato degli Npl sta prendendo sempre più spazio il mercato degli Utp e cioè quei crediti che al momento hanno ritardi perché il debitore fa fatica a pagare le rate”, sottolinea ancora la Federazione del sindacato dei bancari,
“Non è più necessario quindi che il credito sia divenuto inesigibile ma basta una rata in mora, un ritardato pagamento per far considerare alla banca quel credito di difficile solvibilità e quindi cedibile a terzi. La cessione degli Utp è ancora più disastrosa perché va ad incidere in quelle realtà , aziende che hanno perso una commessa o famiglie con lavoratori in cassa integrazione, che con un piccolo aiuto come la sospensione delle rate o allungamento della durata, potrebbero tornare alla regolarità”. Un quadro a tinte fosche, con famiglie e imprese che si ritroveranno in ginocchio. Una situazione che la Federazione in nome sia del buon senso, della trasparenza, ma anche per un principio sociale di solidarietà vuole evitare, proponendo delle alternative che siano meno impattanti e comunque più giuste dal punto di vista dei rapporti di fiducia tra banche e cittadini.
“A conclusione non ci resta che constatare che la vendita di crediti deteriorati a società terze non produce nulla di buono”, osserva con disappunto la Federazione, “se non per i due attori principali, cedente e cessionario. Esiste una terza via che tenga in considerazione anche i bisogni del ceduto? La pratica di cessione di Npl e Utp provoca un doppio effetto: uno occupazionale, in quanto attività sin qui considerate tipiche del lavoratore bancario (recupero crediti) vengono un esubero di personale e dall’altro una vera e propria emergenza sociale. In sostanza, le sofferenze non sono state cancellate, non sono magicamente scomparse ma sono solo state traslocate ad altri “proprietari”. Pensiamo che a tutto ciò debba essere messo un freno per una maggior tutela della legalità, dell’occupazione, dell’area contrattuale della clientela e delle famiglie”.

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Il mistero delle Sardine

Il mistero delle Sardine

Le sardine sono un evento molto interessante, degno di studio. Nate una sera in una piazza di Bologna durante un comizio di sostegno al candidato PD Bonacini (e questo è un indizio) si sono diffuse alle piazza di altre città emiliane e di altre regioni, sino ad una affollata manifestazione in Piazza San Giovanni a Roma. Questa diffusione non deve far meraviglia. Il meccanismo della emulazione che spinge a ripetere i comportamenti (ad esempio l’occupazione dei licei) è ben conosciuto, e i potentissimi mezzi di informazione di massa lo favoriscono. Quello che sarebbe interessante sapere è se nelle manifestazioni di piazza si tratta di persone del luogo o se esiste anche un trasferimento di sardine da una città all’altra. A Roma è infatti dimostrato che i romani erano probabilmente in minoranza. Come sono state risolte le spese di viaggio e di apprestamento del palco? Un conto è infatti se si è trattato di auto finanziamento; cosa ben diversa se c’è qualche finanziatore, e in tal caso è molto interessante sapere chi è e per quale scopo agisce.

Molti hanno voluto accostare questo movimento ai girotondi di Moretti e al popolo viola. Quei movimenti protestavano contro il governo come sempre accade nei movimenti di piazza, che era allora il governo Berlusconi. Le sardine, caso unico, protestano contro l’opposizione, o per meglio dire contro la Lega che dei tre partiti di opposizione è quello che gode del maggior consenso.

Una riflessione andrebbe anche fatta sul movimento del sessantotto, anche se aveva radici a Parigi e si diffuse successivamente ad altre nazioni dell’Europa occidentale. In quel periodo a capo dell’Unione Sovietica c’era Breznev che aveva teorizzato il principio della sovranità limitata. Nei paesi occupati dall’Armata Rossa e in cui era stato imposto un regime comunista non era consentita una autonomia politica e quando in Cecoslovacchia i dirigenti comunisti tentarono la via verso “un comunismo dal volto più umano “intervennero i carri armati sovietici a ristabilire l’ordine proletario. Nel frattempo in Cina Mao Tze Tung aveva lanciato la grande rivoluzione culturale. La base ideologica era il Libretto Rosso, il braccio operativo erano le guardie rosse. Tra le operazioni più qualificanti arresti indiscriminati, processi farsa, allontanamento di intellettuali dai posti di lavoro, sostituiti nelle cattedre universitarie e nei Rettorati da contadini analfabeti. Chang, primario ortopedico dell’Ospedale numero sei di Shangai, il primo nel mondo ad eseguire un reimpianto di mano venne spedito per dieci anni a fare il giardiniere. A lui andò relativamente bene perché molti intellettuali furono mandati nelle risaie. Sono cose che si possono leggere nei libri di storia, ma a me le ha raccontate personalmente Chang quando molti anni dopo lo invitai a Roma per un Congresso di Microchirurgia. Questa follia terminò con la morte di Mao, e Deng Xiao Ping che ne era stato una vittima, assurto al potere, ne attribuì la responsabilità alla banda dei quattro capitanata da Lin Piao. Mao era una icona della rivoluzione, impensabile coinvolgerlo.

Contro chi credete che manifestassero, talvolta anche in modo violento, il giovani del sessantotto? Contro questi oppressori della libertà e della democrazia? Ma neanche per sogno. Protestavano contro i governi occidentali in favore della istaurazione della dittatura del proletariato. Su una cosa però si dividevano e si scontravano con violenza. Meglio la dittatura del proletariato in salsa sovietica o in salsa cinese ad imitazione del Dittatore albanese e dei terroristi peruviani di sendero lunimoso?

Avevano sbagliato obiettivo e di questo se ne accorsero ventuno anni dopo quando la caduta del muro di Berlino si trascinò dietro tutti i regimi comunisti europei Russia compresa. Chi aveva capito tutto con grande anticipo era stato Pier Paolo Pasolini. Si era verificata a Roma una violenta manifestazione a Valle Giulia, dove qualche migliaio di studenti universitari e liceali si era scontrato con la polizia. L’Unità aveva tuonato in prima pagina contro la violenza fascista della polizia, ma Pasolini che era si di sinistra, ma da grande intellettuale non portava il suo cervello all’ammasso dichiarò. Questi manifestanti sono tutti figli di papà, sono una borghesia annoiata in cerca di emozioni e giocano a fare i rivoluzionari. Io sto con i poliziotti che sono figli del popolo, quel popolo che, da come vanno i risultati elettorali è stato abbandonato dal PD che riscuote i maggiori consensi dei quartieri centrali delle grandi città.

 

Le sardina hanno tenuto manifestazioni composte e prive di violenza, sostengono di volere pacificare i toni troppo aggressivi e violenti dell’attuale linguaggio politico e questo è un gran bene. Su una questione però si deve riflettere con attenzione dal momento che manifestano contro l’opposizione o per meglio dire contro il più forte partito di opposizione. Converrete con me che in una democrazia liberare l’opposizione non solo deve esserci ma svolge anzi un ruolo fondamentale. Pensare di eliminare l’opposizione o di sceglierne una di comodo è il primo passo verso l’instaurazione della dittatura. Nella democrazia liberare il competitore è un avversario, mai un nemico. Ora dobbiamo capire il significato di cantare quella bella canzone partigiana che è “bella ciao” Chi è l’invasore nazista di turno? E’ Salvini? Allora con il concetto di democrazia non ci siamo proprio se con accuse pretestuose vogliamo chiudere la bocca dell’avversario di turno. Non ci piacciono le sue idee? Combattiamole con la forza del ragionamento e non con l'utilizzo dell’accusa gratuita ed infamante.

Vedremo la futura evoluzione; una cosa sembra però chiara se le sardine volessero mettersi nella competizione politica. Causerebbero una redistribuzione dei voti della sinistra tra i cinque partiti che la compongono, ma da destra non sposterebbero neanche un voto.

 

 

 

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Fisco, a dicembre crescita record

Fisco, a dicembre crescita record.
Confartigianato: battere l’evasione per pagare meno tutti
Fine anno con il botto della pressione fiscale: il peso delle varie tassazione in Italia arriva alla punta record del 42.4%. Mentre, con una punta di soddisfazione, il costo del fisco scende al di sotto del 60% per le piccole e medie imprese. Dati altalenanti ma in generale per le Associazioni di categoria e i lavoratori autonomi, il coro è unanime: la pressione fiscale "è il nemico numero uno" per chi vuole fare impresa in Italia. Il record toccherà il mese di dicembre, per gli analisti tributari segnerà l’ennesimo record per il nostro Paese che, secondo le stime dell’Ufficio Parlamentare di bilancio, dovrebbe essere un record di tasse che sarà addirittura battuto il prossimo anno. Nel 2020 quando dovrebbe crescere di un ulteriore mezzo punto percentuale. Per i siti specializzati in politiche economiche e fiscali l’Italia si avvicina così ai livelli di tassazione dei Paesi scandinavi dove, però, i servizi al cittadino da quelli sanitari a quelli del welfare statali sono un fiore all’occhiello rispetto a quelli burocratici e antieconomici del nostro Paese. Le più colpite dall’insieme di norme fiscali rimangono le piccole imprese. Secondo il rapporto dell'ufficio studi di Confartigianato, il carico di tributi vari diventa insopportabile per micro aziende i cui utili si sono assottigliati a livello di sopravvivenza imprenditoriale.
In pratica per la Confederazione degli artigiani in Italia si pagano "18,6 miliardi di tasse in più rispetto alla media europea, pari ad un maggior prelievo di 308 euro per abitante". La grande speranza del 2019 per le pmi si chiamava “Flat Tax”, ossia una tassazione con una imposta fissa del 15%; aspettative deluse dal momento che della tassa piatta non si parla più, dopo mesi di clamori e annunci. Con tasse e balzelli troppo alti scende a livelli critici la competitività delle imprese sulle quali pesa anche il cuneo fiscale sul costo del lavoro dipendente, pari al 47,7%, vale a dire 11,8 punti superiore al 35,9% della media Ocse, sottolinea Confartigianato. "Siamo tra i peggiori d'Europa anche per la tassazione sull'energia: paghiamo 16 miliardi in più rispetto alla media europea", denuncia ancora l'associazione, sottolineando che "l'Italia è al 46esimo posto della classifica mondiale per le condizioni favorevoli a fare impresa". Insomma il 2019 è stato un anno delle mancate svolte e ora il timore che il 2020 sia ancora più pesante. Stessa preoccupazione per la Rete Imprese Italia, l’associazione che unisce i sindacati di rappresentanza del mondo delle PMI cui anche Confartigianato aderisce, già ascoltati dalla Commissione Finanze in Senato nell’ambito dell’indagine conoscitiva sugli organismi della fiscalità e sul rapporto tra contribuenti e fisco. Per Rete Imprese Italia è urgente determinare una svolta possibile solo con una vera lotta all’evasione per ridurre il peso del fisco su quanti pagano. “L’attuale sistema fiscale”, calcola Domenico Massimino, presidente provinciale di Confartigianato Cuneo, nonché componente di Giunta nazionale, “è utilizzato sempre più spesso non come strumento di politica economica a favore di crescita ed equità, ma solo come fonte di maggiori entrate in cui il fattore spesa è la variabile indipendente a cui le entrate devono continuamente adeguarsi. Va capovolto il paradigma: è la spesa pubblica che deve essere riportata entro limiti che consentano una tassazione non oltre la media europea. In particolare, è fondamentale che le maggiori entrate provenienti, in primis, dal contrasto all’evasione siano totalmente destinate alla riduzione della pressione fiscale per imprese e famiglie”. Secondo i calcoli di fine anno anche se l’aumento percentuale della pressione fiscale non è direttamente legato all’aumento quantitativo del gettito fiscale, per questo fine 2019 nel tirare le somme, saranno contabilizzate le maggiori entrate erariali per 8,5 miliardi di euro. Di queste 337 milioni arriveranno dall’introduzione della fatturazione elettronica obbligatoria, 680 milioni dalla cosiddetta “Pace fiscale” e 768 milioni dall’aumento della tassazione sui giochi d’azzardo. Di notevole portata anche etica, la tassa sul gioco, misura approvata nella Legge di Bilancio 2019, varata dal Governo “Conte 1”, che decise di aumentare la tassazione su slot online e altri giochi d’azzardo, elevandole ulteriormente rispetto ai livelli attuali. Lo Stato ha fatto cassa su uno dei vizi più comuni tra gli italiani, tentando così di recuperare somme da destinare a progetti per combattere le ludopatia.
Il livello della tassazione sulle giocate sale al 55,2% del totale. Per capire il fenomeno dal punto di vista economico bastano alcuni numeri, lo scorso anno gli italiani hanno giocato in totale 19 miliardi di euro, il 62,6% dei quali proviene da videopoker e slot machine. Di questi 19 miliardi giocati tra slot online, casino online e altri giochi d’azzardo, 10,4 miliardi sono finiti direttamente nelle casse dell’erario sotto forma di tasse e balzelli vari.
Allo stesso tempo, l’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli, di concerto con la Guardia di Finanza, hanno messo in atto diverse iniziative per contrastare il fenomeno del gioco d’azzardo illegale online. Sono stato chiusi oltre mille siti che operavano senza licenza.

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I rifiuti in Abruzzo: economia circolare o incenerimento?

I rifiuti in Abruzzo: economia circolare o incenerimento?

«Più differenziata, niente inceneritori», titola oggi "Il Messaggero" Abruzzo a tutta pagina, introducendo il report annuale sulla raccolta differenziata presentato ieri dall'assessore regionale all'Ambiente, Nicola Campitelli. E mò come la mettiamo con il suo "Capitano"? Salvini, infatti, da qualche tempo incoraggia quasi compulsivamente la costruzione di impianti di incenerimento, arrivando a tirare fuori in modo strumentale (ma và?) i traffici illegali («Lo smaltimento illecito dei rifiuti ce l’hai se i rifiuti non li valorizzi») o ad alimentare le paure («L’emergenza in Sicilia, il rischio di nuove crisi in Campania e a Roma. I rifiuti o li differenzi o li valorizzi o li mangi»).

L'Abruzzo, secondo Campitelli, sarebbe dunque «sulla buona strada». L’assessore, però, omette, di riportare almeno tre fatti incontrovertibili:

1. Ciò che lui definisce «trend positivo degli ultimi anni, che dal 2014 ha sempre mostrato il segno più», in realtà si tratta di una vera e propria impennata: nel primo semestre 2018 la percentuale di raccolta differenziata in Abruzzo ha raggiunto il 61,88 per cento (Fig.1), cioè oltre 15 punti in più del 2014 e quasi 6 punti in più rispetto al 2017 e 12 rispetto al 2015. Ricordo, per dovere di cronaca, che nel periodo 2009-2014 (ndr Governo Chiodi) l’aumento non andò oltre un misero 4%.

2. Concordo con Campitelli quando dichiara che «occorre lavorare ancora molto». Omette, però, di fare un seppur timido cenno al lavoro immane svolto - dall’esecutivo regionale, dal sottoscritto e dai propri collaboratori - dal 2014 in poi, lavoro concretizzatosi con il finanziamento e l’attuazione di centinaia di interventi, in buona parte ultimati già alla fine del 2018, grazie ad un investimento (storico per la Regione Abruzzo) di ben 50 milioni di euro. A partire dalla «Rete Regionale del Riciclo», progressivamente costruita dal 2014 con un investimento di 14 milioni di euro e l’attuazione di 71 progetti e la realizzazione di 50 Centri di Raccolta, 8 Piattaforme Ecologiche e 13 Centri del Riuso (Fig.3). Passando alle attività realizzate sul tema della prevenzione ed alle azioni per la riduzione della produzione dei rifiuti, che, in forza del contestuale stanziamento di ulteriori 7 milioni di euro, ha consentito a 69 realtà comunali di realizzare altrettanti progetti disseminati sull’intero territorio regionale (Fig.4). Giungendo al sostegno integrale, con 9 milioni di euro di risorse investite, di 221 progetti degli Enti locali volti ad implementare la Raccolta Differenziata sull’intero territorio regionale (Fig.5).

3. Concordo ancora con l'assessore Campitelli quando dichiara di voler andare «avanti con l'economia circolare». Non so se lo sa, ma questo suo intendimento cozza decisamente con quanto sbandierato ai quattro venti dal suo "Capitano" in occasione delle sue continue e ripetute campagne promozionali pro-inceneritori. Per Salvini, infatti, gli inceneritori «producono utili e ricchezza, non roghi tossici», tanto da auspicarsi la costruzione di «un impianto per ogni provincia». Altro che "economia circolare".

E mò chi glielo dice al "Capitano"?


di Mario Mazzocca

Presidente Associazione 'Rete Abruzzo'

Già Assessore Regionale ad Ambiente ed Ecologia

 

 

 

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Pronto soccorso, mancano 2 mila medici

Pronto soccorso, mancano 2 mila medici
La prima proposta è “per evitare l’esplosione del sistema”. È l’incipit, a suo modo allarmante, dell’ultimo comunicato della Società italiana di medicina di emergenza urgenza (Simeu) che lancia l’Sos al presidente Mattarella per chiedere il via libera all’ingresso nella medicina di urgenza di giovani neo laureati.
Cosa accade, per avere toni così definitivi e proposte così dirompenti? Tra l’altro in un settore della sanità così delicato e che può riguardare tutti? È la carenza di medici in Italia, in particolare quelli del Pronto soccorso a spingere il presidente del Simeu, Francesco Rocco Pugliese a lanciare una raccolta firme condivisa da 200 direttori di Pronto soccorso perché è “urgente tamponare i prossimi 5 anni”. La proposta prevede l’assunzione di medici non specialisti, anche neo-laureati, da iscrivere però contemporaneamente in sovrannumero alle Scuole di specializzazione in Medicina d’urgenza. Una via che appare obbligata dettata dal fatto che al
Pronto soccorso dal nord al sud, “sono a rischio chiusura: i medici mancanti sono ormai oltre 2.000 e non si riescono più a coprire i turni”. Il documento dell’Accademia dei direttori Simeu è indirizzato in primis al capo dello Stato Sergio Mattarella ed al ministro della Salute, Roberto Speranza. La prima proposta, per evitare l’esplosione del sistema”, si legge nel documento presentato il 15 novembre scorso e ufficializzato in un incontro al Senato, è proprio l’introduzione dell’”ospedale d’insegnamento”. In altri versi è necessario prevedere l’assunzione temporanea nei Pronto Soccorso di medici non specialisti, anche neo-laureati, o con una specializzazione diversa, da iscrivere contestualmente in sovrannumero alle scuole di specializzazione di Medicina di emergenza. Un modo per inserire i giovani neo laureati o addirittura ancora studenti dentro un sistema lavorativo e quindi di esperienza professionale.
La loro formazione, sempre secondo la proposta della Società italiana di medicina di emergenza urgenza,
avverrebbe per la parte pratica nei dipartimenti d’emergenza, integrata poi dalla formazione teorica nelle sedi universitarie.
In questa maniera, sottolinea il
presidente del Simeu, Francesco Rocco Pugliese, “si ovvierebbe in tempi rapidi alla drammatica carenza di medici nei Pronto Soccorso, con un provvedimento che consentirebbe nell’arco dei prossimi cinque anni di comporre i futuri organici di Ps con soli specialisti in Medicina d’emergenza urgenza”. Tali medici sarebbero destinati nell’immediato, si spiega nel documento, “alla gestione di pazienti con codice a minore priorità ed eseguirebbero la formazione pratica sul campo sotto la supervisione dei direttori”. Per evitare che ci siano tensioni professionali la proposta della Società italiana di medicina di emergenza urgenza,
fa presente che si tratta di “dequalificare i medici d’urgenza ma è necessario tamponare l’emergenza. La nostra è una proposta urgentissima, una misura-tampone temporanea ed eccezionale”.
La Simeu nella sua lettera al presidente Mattarella e ai senatori, ha chiesto anche di “risolvere le carenze strutturali e organizzative”, a partire dalla previsione di un numero congruo di posti letto, e di intervenire sul “grave disagio lavorativo cui sono sottoposti i medici d’urgenza, e che rende poco attrattiva questa professione”. Ciò anche intervenendo decisamente contro il fenomeno delle aggressioni sul luogo di lavoro e prevedendo una valorizzazione economica del lavoro in Emergenza. L’obiettivo, ha concluso Pugliese, è pure “arrestare l’attuale fuga dai Pronto soccorso di professionisti preziosi e difficilmente sostituibili”. Il problema non è solo legato alla carenza di medici di pronto intervento, ma a conti fatti tra
il 2011 e il 2017 il Sistema sanitario  nazionale, ha perso più di 4mila unità e l’età media è passata da 51,0 a 52,9 anni. Ciò che più preoccupa, tuttavia, è l’avvicinamento alla pensione del gruppo più folto di professionisti, i circa 25mila medici che nel 2019 hanno tra i 62 e i 66 anni, nonché gli ulteriori 22mila che nel 2019 hanno tra i 57 e i 61 anni.
Quota 100 ha accelerato il congedo di questa parte di lavoratori.
Alle difficoltà causate dall’impatto dei pensionamenti va aggiunta l’insufficiente compensazione causata dal cosiddetto imbuto formativo, il grande ingorgo formatosi all’ingresso della carriera medica in ragione del basso numero di borse di specializzazione disponibili. C’è poi da ricordare il numero chiuso per gli aspiranti giovani che intendono abbracciare la professione medica. Dal pronto soccorso, all’età e fuga dei medici verso la lesione, al numero chiuso degli studi, sono tre problemi che se non risolti tra breve segneranno davvero la crisi del sistema sanitario.

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